Giulia sentì per la prima volta quell’ululato di sabato, mentre tornava dal turno di notte. Lungo, straziante – le fece correre un brivido lungo la schiena. Fermò la macchina davanti a casa, tese l’orecchio. L’ululato veniva da qualche parte dal loro terreno.
Scese dalla macchina e lo vide. Proprio accanto al cancello, dove cresceva un vecchio olivo, c’era un cane. Piccolo, rossiccio, così magro che le costole si vedevano. Teneva il muso alzato verso il cielo e ululava, ululava.
– Ehi, tu! – gridò Giulia. – Via di qui! Sveglierai tutto il vicinato!
Il cane tacque, abbassò la testa. La guardò – e in quello sguardo c’era qualcosa che fece indietreggiare Giulia involontariamente.
– Vai, – fece con un gesto stanco. – Non ho tempo per te.
Andò a letto verso l’alba, ma in testa le girava sempre quell’ululato.
– Hai sentito il cane stanotte? – chiese la suocera Elena la mattina dopo, quando Giulia entrò in cucina. – Ha ululato tutta la notte, maledetto! Pensavo fosse il Birba dei vicini, dicono che ululano così prima di una disgrazia.
– Non era Birba, – rispose Giulia. – Un randagio. Seduto vicino al nostro cancello.
– Ecco! – si agitò la suocera. – Bisogna scacciarlo! Porta sfortuna quando un cane sconosciuto ulula davanti a casa. Spargerò del sale nel cortile, lo allontanerà.
Giulia non disse nulla. Non credeva a queste superstizioni. Eppure sua madre, che Dio l’abbia in gloria, diceva sempre: un cane non ulula mai per niente. O sente la morte, o annusa il dolore.
La sera il marito Marco tornò dal lavoro tardi, arrabbiato come una bestia.
– Ancora tagli, – buttò la borsa in un angolo. – La terza volta in sei mesi! Fra poco metteranno mezzo reparto in strada.
– Magari ti salvi, – tentò di calmarlo Giulia. – Sei il loro miglior tecnico.
– Già, il migliore, – sbuffò Marco. – Tutti migliori. Ai capi non importa. Vogliono solo bei documenti per prendersi i bonus.
Cenarono in silenzio, ognuno perso nei propri pensieri. Il piccolo Matteo, sei anni, sonnecchiava sul piatto – aveva corso tutto il giorno all’asilo. Elena lavorava a maglia con le labbra serrate, segno che non era il caso di parlare.
La notte l’ululato tornò. Lungo, lamentoso. Giulia balzò su, si avvicinò alla finestra. Il cane era allo stesso posto, sotto l’olivo. Marco si svegliò, brontolò nel sonno:
– Che diavolo è? Bisogna cacciare quella bestia!
Corse fuori in mutande e ciabatte, urlando e agitando le braccia. Il cane si allontanò di una decina di metri e si sedette. Marco gli lanciò un bastone – non lo colpì. Rientrò in casa sbattendo la porta così forte che i vetri vibrarono.
– Domani metto del veleno, – promise. – Ne ho abbastanza!
– Marco, non si fa così, – cominciò Giulia.
– Si fa eccome! – ringhiò il marito. – Non mi farò svegliare tutta la famiglia per un cane randagio!
Giulia si sdraiò ma non riuscì a dormire. Rimase a fissare il soffitto. Un pensiero le girava in testa: e se avesse avuto ragione sua madre? E se fosse davvero un presagio?
La mattina andò al cancello. Il cane era accovacciato sotto l’olivo, raggomitolato. Alzò la testa e la guardò. Non scappava, non ringhiava – la fissava e basta.
– Che ci fai qui? – chiese Giulia a bassa voce. – Hai una casa? Dei padroni?
Il cane guaì piano. Si alzò, si avvicinò al cancello. Cominciò a grattare con le zampe, a scavare la terra. Giulia si chinò a guardare. Sotto il cancelletto c’era una piccola buca – il cane stava chiaramente cercando di fare un passaggio.
– Perché vuoi entrare? – si chiese Giulia ad alta voce. – Cosa vuoi?
Il cane smise di scavare e la fissò.
– Va bene, – sospirò Giulia. – Aspetta qui.
Tornò con una ciotola d’acqua e gli avanzi della minestra del giorno prima. La infilò sotto il cancello.
– Tieni, mangia. Ma smettila di ululare, o mio marito ti avvelena davvero.
Passò una settimana. Ogni notte – l’ululato. Marco diventava sempre più nervoso, la suocera brontolava sui cattivi presagi. E Giulia continuava a portare da mangiare al cane. Ma lui dimagriva a vista d’occhio.
– Senti, Giulia, – le disse la vicina Lucia da sopra la siepe, – sai di chi è quel cane?
– Un randagio, suppongo.
– Ma certo, randagio, – ridacchiò Lucia. – Ieri ho parlato con la signora Anna, quella che abita due case più in là. Dice che questo cane prima viveva dai Di Lorenzo. Ricordi i Di Lorenzo?
Giulia ricordava. Una coppia anziana, tranquilla, educata. Se n’erano andati da un pezzo, chissà dove. La casa l’aveva comprata una famiglia giovane.
– E allora?
– Allora, avevano un figlio. Si chiamava Lorenzo, mi pare. O forse Andrea. Non ricordo bene. Comunque, è morto un anno fa. Investito da un ubriaco sulla strada.
Il sangue di Giulia si gelò.
– E?
– E dicono che questo cane era del figlio. Dopo il funerale scappò di casa, lo cercarono per un mese – mai trovato. Ora, vedi, è tornato. Ma la casa non c’è più. Ci vivono degli estranei. Per questo ulula. Soffre per il suo padrone.
– Storie da nonne, – la liquidò Giulia, ma il cuore le tremò.
La sera raccontò la storia a cena. Marco sbuffò:
– Sciocchezze. I cani non ricordano così a lungo.
– Ricordano, – intervenne all’improvviso Elena. – Eccome se ricordano. Da me in campagna c’era una vicina, il suo cane aspettò il figlio per quattro anni dopo la guerra. Ogni giorno andava sulla strada. Quando lui morì, ululò per una settimana, poi crepò sull’uscio.
Calò il silenzio. Matteo guardò la nonna spaventato.
– Mamma, anche il nostro cane morirà? – chiese il bambino a bassa voce.
– Non è nostro, – borbottò Marco. – E basta parlare di questa storia!
Quella notte Giulia non resistette. Quando l’ululato ricominciò, si infilò la vestaglia e uscì in cortile. Si avvicinò al cancello. Il cane sedeva con il muso al cielo. Ululava come se volesse strapparsi l’anima.
– Cosa vuoi? – sussurrò Giulia. – Cosa vuoi da noi?!
Il cane tacque. Girò la testa verso la casa dei Di Lorenzo. O meglio, verso quella che una volta era stata loro. Guaì, come se chiamasse qualcuno.
– Il tuo padrone non c’è più, – disse Giulia. – Capisci? Non c’è più. Da tanto.
Allungò una mano e accarezzò il cane sulla testa. Lui non si ritrasse. Chiuse gli occhi.
Rimasero così. La donna e il cane. Sotto il cielo stellato, nel silenzio del quartiere addormentato.
– Vieni, – disse Giulia. – Vieni a casa. Lui non tornerà. Ma puoi stare con noi. Vuoi?
Il cane aprì gli occhi. La guardò a lungo, con intensità. Come se stesse decidendo se fidarsi.
– Vieni, – ripeté Giulia. – Prometto che non ti faremo del male.
Si alzò e tornò indietro. Il cane si alzò e la seguì. Camminava lento, stanco. Giulia si voltò – lui la seguiva.
Giulia aprì il cancelletto.
– Entra.
Il cane si fermò sulla soglia. Poi fece un passo. Un altro. Varcò la soglia.
Quella notte non ci fu ululato.
La mattina Marco scese in cucina e restò di sasso. Sul vecchio tappeto davanti al caminetto dormiva un cane fulvo. Giulia preparava la polenta.
– Hai portato in casa quel bastardo?! – esplose il marito.
– Zitto! – lo zittì Giulia. – Sveglierai Matteo.
– Ho detto: niente cani in casa!
– E io dico: lo teniamo, – rispose Giulia calma. – Punto e basta.
Marco la guardò con gli occhi sgranati. Non l’aveva mai contraddetta. Mai.
– Giulia, tu…
– Ho deciso, Marco. Il cane resta. Se non ti sta bene, la porta è là.
Silenzio. Il cane sollevò la testa e li guardò. Calmo, senza paura.
– Ma che diavolo… – Marco agitò una mano. – Fai come vuoi!
Sbatté la porta e andò al lavoro. Elena, che aveva spiato la scena dal corridoio, scosse la testa:
– Oh, Giulia, hai fatto dannare tuo marito. Per un cane qualsiasi.
– Non è un cane qualsiasi, mamma, – rispose Giulia sottovoce. – Non lo è.
Lo chiamarono Fulvo, per il colore del mantello. Matteo fu il primo a fare amicizia. Scoprirono che il cane conosceva i comandi, sapeva riportare la palla, non abbaiava mai senza motivo. Educato, insomma.
Fulvo si ambientò in fretta. Dormiva nell’ingresso, mangiava poco, chiedeva di uscire. Il cane perfetto. Ma aveva qualcosa di strano. Come se aspettasse qualcosa. Spesso si alzava di notte, andava alla porta e annusava.
Due settimane dopo accadde.
Marco tornò dal lavoro nero come il carbone.
– Finito, – disse sedendosi a tavola. – Mi hanno licenziato. Da domani sono disoccupato.
Giulia impallidì.
– Come licenziato?
– Così! Taglio del personale. Hanno cancellato metà dei tecnici. Io sono tra quelli.
– Ma tu sei…
– Cosa sono?! – esplose Marco. – Il miglior tecnico? Un professionista esperto? A loro non importa! Vogliono giovani da pagare due soldi!
Colpì il tavolo con il pugno. Matteo sobbalzò e si strinse a Giulia. Fulvo, sonnecchiando in un angolo, alzò la testa.
– Cosa faremo adesso? – sussurrò Giulia. – Con il mio solo stipendio non ce la facciamo.
– Appunto! – Marco si alzò e iniziò a camminare su e giù per la cucina. – Il mutuo della casa, la macchina che sta morendo, il bambino da sfamare. E io senza lavoro, senza prospettive!
– Troverai qualcosa, – tentò di rassicurarlo Giulia, anche se sapeva che in paese il lavoro scarseggiava.
– Già, troverò! Ho quarantacinque anni, chi mi vuole?
I giorni seguenti furono un incubo. Marco beveva. Non molto, ma spesso. Si arrabbiava per sciocchezze. Litigava con la madre, urlava a Matteo. Giulia andava al lavoro come al patibolo – tornava a casa e trovava un nuovo scandalo.
Fulvo intanto si comportava in modo strano. Seguiva Marco dappertutto. Lo guardava senza staccare gli occhi. Quando il marito beveva, si sdraiava ai suoi piedi e guaiva piano.
– Togli di mezzo quella bestiaccia! – ringhiava Marco. – Non ne posso più di vederlo!
Ma Fulvo non demordeva.
Giovedì sera Giulia fece tardi al lavoro. Inventario, il capo l’aveva costretta a rimanere. Tornò alle undici. Casa buia, cortile silenzioso. Strano – di solito il marito guardava la televisione fino a mezzanotte.
Aprì la porta – e vide.
Marco era a terra nell’ingresso, svenuto. Accanto una bottiglia vuota. E sopra di lui c’era Fulvo, che abbaiava, grattava con la zampa, tirava la manica.
– Marco! – Giulia si precipitò.
Tastò il polso – debole, ma c’era. Respiro superficiale. L’odore di alcol era così forte da togliere il fiato.
– Mamma! – urlò Giulia. – Mamma, chiama l’ambulanza!
Elena uscì dalla stanza, sbiancò.
– Signore, cosa gli è successo?!
– Non lo so! Chiama l’ambulanza, subito!
Fulvo non si allontanava da Marco. Guaiva, gli leccava il viso. Giulia capì all’improvviso: se non fosse stato per il cane, avrebbe trovato il marito troppo tardi. Intossicazione da alcol, dissero poi i medici. Ancora un po’ e non lo avrebbero rianimato.
Marco restò in ospedale tre giorni. Tornò a casa smagrito, invecchiato.
– Scusami, – disse a Giulia quando furono soli. – Non so cosa mi sia preso.
– Zitto, – lei gli mise una mano sulla spalla. – L’importante è che sia finita bene.
– È stato il cane a salvarmi, vero? – Marco guardò Fulvo, sdraiato sulla soglia. – Ricordo vagamente: abbaiava, non mi lasciava addormentare. Cercavo di scacciarlo, ma lui graffiava e ululava.
Giulia annuì, senza fidarsi di parlare.
– Strano, – continuò Marco. – Come se lo sapesse. Come se mi impedisse apposta di perdere i sensi.
– Forse lo sapeva davvero.
Marco rimase in silenzio, poi chiamò:
– Fulvo, vieni.
Il cane si avvicinò cauto. Marco allungò la mano e lo accarezzò sulla testa.
Fulvo gli leccò la mano. E negli occhi del cane qualcosa cambiò.
Passarono sei mesi.
Marco trovò lavoro – non prestigioso come prima, ma stabile. Smise di bere. Con la famiglia diventò più dolce. Fulvo era diventato un membro a tutti gli effetti – Elena gli dava bocconcini speciali, e persino Marco la sera lo portava a passeggio.
Giulia stava alla finestra a guardare marito e cane che tornavano dalla passeggiata. Marco raccontava qualcosa a Fulvo, che lo ascoltava attento.
– Mamma, da dove è arrivato Fulvo? – chiese un giorno Matteo.
– Non lo so, tesoro, – rispose Giulia sincera. – È arrivato e basta. Quando stavamo male, è arrivato.
– E ci ha aiutato?
– E ci ha aiutato.
– Allora è un mago buono, – decise il bambino. – Travestito da cane.
Giulia sorrise. Forse Matteo aveva ragione. Chissà.
Quella notte sognò un ragazzo giovane, in piedi lungo una strada, che accarezzava un cane fulvo.
Il cane guaiva, si strofinava contro le gambe del padrone.
– Vai, – diceva il ragazzo. – Non preoccuparti per me.
E svaniva nella nebbia del mattino.
Giulia si svegliò in lacrime. Si alzò, andò nell’ingresso. Fulvo dormiva sul suo tappeto. Respirava calmo, regolare.
Il cane aprì un occhio, la guardò. Poi si riaddormentò.
La mattina, mentre facevano colazione, Matteo disse all’improvviso:
– Mamma, Fulvo sorride. Guarda!
Ed era vero: il muso del cane aveva un’espressione contenta. Come se avesse compiuto la sua missione.
Giulia si avvicinò, si accovacciò e abbracciò il cane. Lui le appoggiò la testa sulle ginocchia.
– Ti vogliamo bene, – sussurrò Giulia.
Fulvo sospirò piano. Chiuse gli occhi, fiducioso, stretto a lei.
Chissà dove, oltre i confini di questo mondo, un ragazzo giovane stava sulle rive di un fiume luminoso e sorrideva. Il suo amico aveva trovato una nuova casa. E un nuovo amore. Allora tutto era giusto. Tutto come doveva essere.







