Lucia sentì per la prima volta l’ululato quel sabato, mentre tornava dal turno di notte. Lungo, struggente – le fece venire i brividi lungo la schiena. Fermò la macchina davanti casa, tese l’orecchio. L’ululato veniva da qualche parte vicino al loro terreno.
Scese dall’auto e lo vide. Seduto proprio vicino alla rete, dove cresceva un vecchio olivo, c’era un cane. Piccolo, rossiccio, così magro che le costole si vedevano. Teneva il muso alzato verso il cielo e ululava, ululava.
– Ehi, tu! – gridò Lucia. – Vattene! Sveglierai tutto il vicinato!
Il cane tacque, abbassò la testa. La guardò – e in quello sguardo c’era qualcosa che fece indietreggiare Lucia involontariamente.
– Va’ via, – fece con la mano stancamente. – Non ho tempo.
Andò a letto all’alba, ma quel lamento le girava ancora in testa.
– Hai sentito il cane stanotte? – chiese la mattina la suocera Giovanna, quando Lucia entrò in cucina. – Ha ululato tutta la notte, maledetto! Pensavo fosse il cane dei vicini, quelli ululano prima di un lutto.
– Non era quello dei vicini, – rispose Lucia. – Un randagio. Stava seduto vicino alla nostra rete.
– Ecco! – si agitò la suocera. – Bisogna cacciarlo! Porta sfortuna quando un cane sconosciuto ulula davanti casa. Spargerò del sale in cortile, lo allontanerà.
Lucia non disse nulla. Non credeva a queste superstizioni. Eppure sua madre, che riposi in pace, diceva sempre: un cane non ulula mai per niente. O sente la morte, o sente il dolore.
La sera il marito Alessandro tornò dal lavoro tardi, arrabbiato come una bestia.
– Ennesimi tagli, – buttò la borsa in un angolo. – Terza volta in sei mesi! Presto metteranno mezzo reparto in strada.
– Speriamo passi, – cercò di calmarlo Lucia. – Sei il loro miglior tecnico.
– Già, il migliore, – fece una smorfia Alessandro. – Tutti migliori. Alla direzione non importa. Vogliono solo fare bei numeri per prendersi i bonus.
Cenarono in silenzio, ognuno perso nei propri pensieri. Il piccolo Luca, sei anni, annuiva sul piatto – aveva corso tutto il giorno all’asilo. Giovanna lavorava a maglia, con le labbra serrate – segno che non bisognava parlare.
La notte l’ululato riprese. Prolungato, lugubre. Lucia balzò su, andò alla finestra. Il cane era nello stesso posto, sotto l’olivo. Alessandro si svegliò, imprecò nel sonno:
– Che diavoleria! Bisogna scacciarlo!
Corse fuori in mutande e ciabatte, urlando e agitando le braccia. Il cane indietreggiò di una decina di metri, si sedette. Alessandro gli lanciò un bastone – non lo colpì. Tornò in casa sbattendo la porta così forte che i vetri tintinnarono.
– Domani metto del veleno, – promise. – Ne ho abbastanza!
– Alessandro, non si può, – cominciò Lucia.
– Si può! – ringhiò il marito. – Non sia mai che per colpa di un cane svegliamo tutta la famiglia!
Lucia si sdraiò, ma non riuscì a dormire. Rimase a guardare il soffitto. E in testa le girava un pensiero: e se sua madre avesse avuto ragione? E se fosse davvero un presagio di sventura?
La mattina andò vicino alla rete. Il cane era sdraiato sotto l’olivo, raggomitolato. Alzò la testa, la guardò. Non scappava, non ringhiava – guardava e basta.
– Cosa ci fai qui? – chiese Lucia sottovoce. – Hai una casa? Dei padroni?
Il cane guaì piano. Si alzò, si avvicinò alla rete. Cominciò a scavare con le zampe. Lucia si chinò, guardò meglio. Sotto la rete c’era una piccola buca – il cane stava chiaramente cercando di fare un tunnel.
– Perché vuoi venire da noi? – si chiese Lucia ad alta voce. – Cosa vuoi?
Il cane smise di scavare, la fissò.
– Va bene, – sospirò Lucia. – Aspetta qui.
Tornò con una ciotola d’acqua e gli avanzi della minestra del giorno prima. La infilò sotto la rete.
– Tieni, mangia. Ma smettila di ululare, altrimenti mio marito ti avvelena sul serio.
Passò una settimana. Ogni notte l’ululato. Alessandro sempre più arrabbiato, la suocera che si lamentava dei cattivi presagi. E Lucia continuava a portare da mangiare al cane. Ma il cane dimagriva a vista d’occhio.
– Senti, Lucia, – disse la vicina Giorgia oltre la rete, – ma sai di chi è quel cane?
– Randagio, suppongo.
– Ma certo, randagio, – sbuffò Giorgia. – Ieri ho parlato con la signora Anna, quella che abita due case più in là. Dice che quel cane viveva prima dai Rossi. Ti ricordi i Rossi?
Lucia ricordava. Una coppia anziana, tranquilla, signorile. Se n’erano andati da un pezzo, chissà dove. La casa l’aveva comprata una giovane coppia.
– E allora?
– Allora che avevano un figlio. Si chiamava Marco, mi pare. O forse Enrico. Non ricordo bene. Comunque, è morto un anno fa. Investito da un ubriaco sulla strada.
Lucia sentì un brivido lungo la schiena.
– E?
– E dicono che quel cane era del figlio. Dopo il funerale scappò di casa, lo cercarono per un mese – non lo trovarono. Ora è tornato, ma la casa non c’è più. Ci vivono estranei. Per questo ulula. Gli manca il suo padrone.
– Favole da vecchie, – fece spallucce Lucia, ma il cuore le batteva forte.
La sera raccontò la storia a cena. Alessandro sbuffò:
– Sciocchezze. I cani non ricordano per così tanto tempo.
– Invece sì, – intervenne inaspettatamente Giovanna. – Ricordano eccome. Da me in campagna, una vicina aveva un cane che aspettò il figlio per quattro anni, dalla guerra. Ogni giorno andava sulla strada. Quando lui morì, ululò per una settimana, poi crepò sulla soglia.
Calò il silenzio. Luca guardò spaventato la nonna.
– Mamma, anche il nostro cane morirà? – chiese il bambino sottovoce.
– Non è nostro, – borbottò Alessandro. – E basta, non se ne parla più!
Quella notte Lucia non resse. Quando ricominciò l’ululato, si infilò la vestaglia e uscì in cortile. Andò vicino alla rete. Il cane stava seduto, muso alzato. Ululava come se volesse strapparsi l’anima.
– Cosa vuoi? – sussurrò Lucia. – Cosa vuoi da noi?
Il cane tacque. Girò la testa verso la casa dei Rossi. O meglio, verso quella che una volta era stata loro. Guaì, come se chiamasse qualcuno.
– Il tuo padrone non c’è più, – disse Lucia. – Capisci? Non c’è. Da tanto tempo.
Allungò una mano, accarezzò la testa del cane. Lui non si ritrasse. Chiuse gli occhi.
Rimasero così. Una donna e un cane. Sotto il cielo stellato, nel silenzio della notte di campagna.
– Vieni, – disse Lucia. – Vieni a casa. Lui non tornerà. Ma tu puoi vivere con noi. Vuoi?
Il cane aprì gli occhi. La guardò a lungo, come per decidere se fidarsi.
– Vieni, – ripeté Lucia. – Prometto che non ti faremo del male.
Si alzò e tornò indietro. Il cane si sollevò e la seguì. Camminava lentamente, stanco. Lucia si voltò – lui veniva.
Lucia aprì il cancello.
– Entra.
Il cane esitò sulla soglia. Poi fece un passo. Un altro. Varcò la soglia.
Quella notte l’ululato non si sentì.
La mattina Alessandro scese in cucina e rimase di stucco. Sul vecchio tappeto davanti al caminetto dormiva un cane rossiccio. Lucia stava preparando la polenta.
– Hai portato quel bastardo in casa?! – esplose il marito.
– Zitto! – lo fermò Lucia. – Sveglierai Luca.
– Ho detto niente cani in casa!
– E io ho detto che resta, – rispose Lucia calma. – Punto.
Alessandro la guardò sbalordito. Lei non l’aveva mai contraddetto. Mai.
– Lucia, tu…
– Ho deciso, Alessandro. Il cane resta. Se non ti sta bene, la porta è là.
Silenzio. Il cane sollevò la testa, li guardò. Tranquillo, senza paura.
– Ma che diavolo… – Alessandro agitò una mano. – Fai come vuoi!
Sbatté la porta e andò al lavoro. Giovanna, che aveva osservato la scena dal corridoio, scosse la testa:
– Oh, Lucia, hai fatto disperare tuo marito. Per un cane qualsiasi.
– Non è un cane qualsiasi, mamma, – rispose Lucia piano. – Non è un cane qualsiasi.
Chiamarono il cane Rufo, per il colore del mantello. Luca fu il primo a fare amicizia. Scoprirono che sapeva i comandi, riportava la palla, non abbaiava senza motivo. Insomma, un cane educato.
Rufo si ambientò in fretta. Dormiva nell’ingresso, mangiava poco, chiedeva di uscire. Perfetto. Ma c’era qualcosa in lui. Come se aspettasse. Spesso si alzava di notte, andava alla porta, annusava.
Due settimane dopo successe.
Alessandro tornò dal lavoro nero come una nuvola.
– Finita, – disse sedendosi a tavola. – Mi hanno licenziato. Da domani sono disoccupato.
Lucia impallidì.
– Come licenziato?
– Così! Riduzione del personale. Hanno tagliato metà dei tecnici. Io sono tra quelli.
– Ma tu…
– Cosa io?! – esplose Alessandro. – Il miglior tecnico? L’operaio esperto? A loro non importa! Vogliono giovani da pagare due lire!
Colpì il tavolo col pugno. Luca sussultò, si strinse a Lucia. Rufo, che sonnecchiava nell’angolo, alzò la testa.
– E adesso cosa facciamo? – mormorò Lucia. – Col mio solo stipendio non ce la facciamo.
– Appunto! – Alessandro si alzò, cominciò a camminare avanti e indietro per la cucina. – Mutuo da pagare, macchina che non va più, bambino da sfamare. E io senza lavoro e senza prospettive!
– Troverai qualcosa, – tentò di calmarlo Lucia, anche se sapeva che in paese era difficile.
– Già, troverò! Ho quarantacinque anni, chi mi vuole?
I giorni seguenti furono un incubo. Alessandro beveva. Non tanto, ma spesso. S’irritava per stupidaggini. Litigava con sua madre, sgridava Luca. Lucia andava al lavoro come al patibolo – tornava a casa e c’era sempre una lite nuova.
Intanto Rufo cominciò a comportarsi in modo strano. Seguiva Alessandro dappertutto. Lo guardava fisso. Quando il marito beveva, si sdraiava ai suoi piedi e guaiva piano.
– Togliti quella bestia! – ringhiava Alessandro. – Non ne posso più di vederlo!
Ma Rufo non si arrendeva.
Giovedì sera Lucia trattenuta al lavoro. Inventario, il capo l’aveva obbligata a restare. Tornò alle undici. Casa buia, cortile silenzioso. Strano – di solito Alessandro guardava la tv fino a mezzanotte.
Aprì la porta – e vide.
Alessandro era steso sul pavimento dell’ingresso. Svenuto. Accanto una bottiglia vuota. E sopra di lui c’era Rufo, che abbaiava, grattava con la zampa, tirava la manica.
– Alessandro! – si precipitò Lucia.
Controllò il polso – debole, ma c’era. Respiro superficiale. L’odore di alcol era così forte che quasi soffocava.
– Mamma! – urlò Lucia. – Mamma, chiama l’ambulanza!
Giovanna uscì di corsa, esclamò:
– Dio, cosa gli è successo?!
– Non lo so! Chiama, presto!
Rufo non si allontanava da Alessandro. Guaiva, gli leccava il viso. Lucia capì all’improvviso: se non fosse stato per il cane, avrebbe trovato il marito troppo tardi. Intossicazione da alcol, dissero poi i medici. Ancora un po’ e non lo rianimavano.
Alessandro rimase in ospedale tre giorni. Tornò a casa smagrito, invecchiato.
– Scusami, – disse a Lucia quando rimasero soli. – Non so cosa mi sia preso.
– Zitto, – lei gli mise una mano sulla spalla. – L’importante è che sia finita.
– Il cane mi ha salvato, vero? – Alessandro guardò Rufo, sdraiato sulla porta. – Ricordo vagamente: abbaiava, non mi lasciava addormentare. Cercavo di scacciarlo, ma lui grattava, ululava.
Lucia annuì, senza osare parlare.
– Strano tutto questo, – continuò Alessandro. – Come se lo sapesse. Come se non volesse farmi perdere i sensi.
– Forse lo sapeva davvero.
Alessandro tacque, poi chiamò:
– Rufo, vieni.
Il cane si avvicinò cauto. Alessandro allungò la mano, gli accarezzò la testa.
Rufo gli leccò la mano. E negli occhi del cane qualcosa cambiò.
Passarono sei mesi.
Alessandro trovò lavoro – meno prestigioso di prima, ma stabile. Smise di bere. Con la famiglia diventò più dolce. Rufo era ormai membro a pieno titolo – Giovanna gli dava bocconcini, persino Alessandro la sera lo portava a spasso.
Lucia stava alla finestra, guardando marito e cane tornare dalla passeggiata. Alessandro raccontava qualcosa a Rufo, che ascoltava attento.
– Mamma, da dove è arrivato Rufo? – chiese un giorno Luca.
– Non lo so, figlio mio, – rispose Lucia onesta. – È semplicemente venuto. Quando stavamo male, è venuto.
– E ha aiutato?
– Sì, ha aiutato.
– Allora è un mago buono, – decise il bambino. – Travestito da cane.
Lucia sorrise. Forse Luca aveva ragione. Chissà.
Quella notte fece un sogno. Un ragazzo giovane, in piedi sulla strada, accarezzava un cane rosso. Il cane guaiva, si strofinava contro le gambe del padrone.
– Vai, – diceva il ragazzo. – Non preoccuparti per me.
E spariva nella nebbia del mattino.
Lucia si svegliò in lacrime. Si alzò, andò nell’ingresso. Rufo dormiva sul suo tappeto. Respirando calmo, regolare.
Il cane aprì un occhio, la guardò. Poi si riaddormentò.
La mattina dopo, mentre tutti facevano colazione, Luca disse all’improvviso:
– Mamma, Rufo sorride. Guarda!
Ed era vero: il muso del cane aveva un’espressione soddisfatta. Come se avesse compiuto la sua missione.
Lucia si avvicinò, si accovacciò, abbracciò il cane. Lui le posò la testa sulle ginocchia.
– Ti vogliamo bene, – sussurrò Lucia.
Rufo sospirò piano. E chiuse gli occhi, fiducioso, accoccolato.
Lontano, oltre i confini di questo mondo, un ragazzo stava in piedi accanto a un fiume di luce e sorrideva. Il suo amico aveva trovato una nuova casa. E un nuovo amore. Dunque tutto era giusto. Tutto come doveva essere.
Morale: A volte il destino ci manda qualcuno che sembra un peso, ma è proprio quel peso a salvarci. Ogni creatura ha uno scopo, anche se non lo capiamo subito. Bisogna avere il coraggio di aprire la porta a ciò che non capiamo, perché lì si nasconde la grazia.






