– Vittorio, vuoi un tè? – lo chiamò dalla cucina la vicina, signora Pina. Lei veniva spesso a trovarlo – a volte portava torte salate, altre volte una minestra. Diceva: «Sei solo come un cane, bisogna mangiare».
– Non ora, Pina, – fece lui con un gesto della mano, senza voltarsi.
Un anno era passato. Un anno intero.
E lui non riusciva ancora a perdonarsi. Maledetto fosse quel giorno.
Aveva fretta. Doveva andare a Firenze, dal notaio. Firmare certe carte della defunta moglie. I nervi a fior di pelle, la testa che ronzava, e poi c’era Giulietta, la sua cagna.
Una semplice meticcia dagli occhi intelligenti e dalla coda sempre in movimento. Dopo che Anna era morta, era rimasta solo lei. L’unica creatura viva in casa che lo accoglieva al rientro dal lavoro, che si rallegrava a ogni sua apparizione.
E quel giorno, durante la passeggiata mattutina, lei gli si aggirava tra i piedi. Annusava qualcosa sul ciglio, poi indietreggiava. Il guinzaglio si tendeva, si allentava.
– Giulietta, fermati! – ringhiò lui. Tirò il guinzaglio. Lo tirò forte.
Lei guaì.
Ma lui non si fermò. Continuò a camminare, arrabbiato con il mondo. Con se stesso.
Si fermarono sulla statale. I camion rombavano, le auto sfrecciavano. Lui prese il telefono – voleva chiamare, controllare l’orario. E allora…
Uno strappo. Il moschettone si aprì, e il guinzaglio vuoto rimase in mano.
Giulietta sfrecciò attraverso la strada.
Lui urlò. Le corse dietro, agitando le braccia, fermando le macchine. Ma lei sparì tra i cespugli a lato della strada. Semplicemente si dissolse.
La cercò. Per tre giorni camminò lungo la statale, chiamandola, fischiando.
Poi si arrese.
Pensò – morta. Sotto una ruota, o congelata nel bosco. Colpa sua. Aveva urlato, l’aveva strattonata. Ecco la punizione.
Ma ieri avevano chiamato.
– Pronto, è il signor Vittorio? Aveva una cagna?
Voce di donna. Giovane. Leggermente tesa.
– Sì.
– Siamo del rifugio “Speranza”. Ci hanno portato un cane. Dal microchip risulta il suo numero. Potrebbe venire?
Il cuore fece un balzo.
– Che cane?
– Una meticcia rossiccia. Già anziana. Zoppica sulla zampa posteriore.
Lui tacque. Stringeva il telefono così forte che le nocche diventarono bianche.
– Verrà? – ripeté la ragazza.
– Verrò.
E adesso era lì, alla finestra, e non riusciva a muoversi.
Le chiavi della macchina erano sul tavolo. La giacca appesa nell’ingresso. Solo un’ora di strada.
Ma aveva paura.
Paura che non fosse lei.
E paura che lo fosse.
Il rifugio lo accolse con un coro di latrati.
Decine di voci – sottili, rauche, disperate – si fondevano in un unico ululato. Vittorio chiuse la portiera e rimase immobile. Le mani tremavano.
«Vecchio stupido, – pensò. – Perché tremi come una foglia al vento?»
Ma le gambe sembravano incollate all’asfalto.
– Signor Vittorio? – dal cancello uscì una ragazza. Giovane, con una giacca logora, i capelli nascosti sotto un berretto di lana. – Sono Chiara. Abbiamo parlato ieri.
Lui annuì. La gola serrata – le parole non uscivano.
– Venga. È nel recinto in fondo.
Camminarono oltre le gabbie. I cani si gettavano contro le sbarre, uggiolavano, grattavano le grate con le zampe. Vittorio guardava per terra. La neve scricchiolava sotto le suole.
– Sa, – disse Chiara, – ce l’hanno portata solo due giorni fa. Parenti di una nonna. Quella è morta, e loro non possono tenere il cane.
– Una nonna?
– Sì, nonna Maria. Viveva vicino alla statale, in una casetta. Dicono che aveva raccolto il cane un anno fa. Lo curava. La zampa era rotta, forse investita da una macchina. Lei l’aveva rimessa in sesto, ma non lo faceva uscire dal cortile – aveva paura che scappasse di nuovo sulla strada.
Vittorio si fermò.
– Sul collare c’era un numero?
– C’era. Ma le cifre erano quasi cancellate. La nonna provò a chiamare, ma non riusciva – sbagliava numero, o… insomma, non era destino. Poi decise che il padrone l’aveva abbandonato. Che non lo cercava.
Vittorio strinse le mani in tasca. Era viva. Tutto quel tempo era viva. E lui non aveva nemmeno provato a cercarla dopo quei tre giorni.
– Ecco, – Chiara si fermò davanti a un recinto in fondo. – Qui.
Vittorio alzò gli occhi.
E vide la sua Giulietta.
Era accovacciata in un angolo su una coperta vecchia. Il pelo rosso era sbiadito, il muso imbiancato. Una zampa posteriore era piegata sotto di sé – zoppicava ancora.
La cagna alzò la testa. Lo guardò. E rimase immobile.
Vittorio fece un passo avanti. Un altro. Le dita strinsero le sbarre fredde.
– Giulietta? – sussurrò. La voce gli tremò.
Il cane sussultò. Le orecchie si drizzarono.
– Sono io. Ragazza mia, sono io.
Lei si alzò. Zoppicando, fece qualche passo verso la rete. Si fermò a un metro da lui.
Rimase lì, a guardarlo.
Vittorio cadde in ginocchio nella neve. Allungò la mano tra le sbarre.
– Perdonami, – soffiò. – Perdonami, stupida rossa. Quel giorno ti ho urlato contro. Ti ho strattonata. E poi ho smesso di cercarti. Ho pensato che fossi morta. Mi sei mancata, capisci?
Le lacrime cominciarono a scorrere.
La cagna fece un passo avanti. Un altro. Con cautela, come per controllare se lui non stesse per svanire.
Vittorio smise di respirare.
Allora Giulietta si avvicinò del tutto. Infilò il naso freddo nel palmo della sua mano. Gli leccò le dita.
– Apro? – chiese piano Chiara, che stava accanto, asciugandosi di nascosto una lacrima.
Vittorio annuì.
Il lucchetto scattò. La porta del recinto si spalancò.
E Giulietta, zoppicando, goffa, ma con tutto lo slancio, si gettò verso di lui. Si strinse alla sua gamba e scodinzolò felice.
Vittorio la abbracciò. Affondò il viso nel pelo rossiccio.
– Andiamo a casa, – mormorò. – Senti? A casa. E non ti lascerò mai più. Mai.
Giulietta guaì piano.
E scodinzolò ancora più forte.
– Mangia poco, – disse Chiara, accovacciandosi accanto a lui. – I primi giorni rifiutava tutto. Abbiamo pensato, be’, capisce. Succede – un cane arriva in rifugio e si spegne. Soprattutto gli anziani. Si affezionano più di quanto crediamo.
– Lo so, – rispose Vittorio con voce rotta. – Lo so sempre stato.
Accarezzò Giulietta sulla testa. Lei aprì gli occhi – annebbiati, stanchi – e lo guardò. E in quello sguardo c’era tutto.
– Chiara, – Vittorio alzò lo sguardo, – lei potrà? Cioè, vivrà ancora?
La ragazza sospirò.
– Il veterinario dice che ha il cuore debole. La zampa è guarita male, per questo zoppica. Quasi senza denti. Ma sa, signor Vittorio, lavoro qui da tre anni. Ho visto di tutto. I cani non muoiono come noi. Muoiono di nostalgia. Se hanno per chi vivere…
Non finì la frase. Ma non serviva.
Vittorio capì.
Si alzò con cautela.
– Andiamo a casa, ragazza, – sussurrò. – La signora Pina ci ha preparato le polpette. Ti piacciono le polpette, vero? E dormirai sul divano. Sul mio divano, che ti ho sempre proibito, ricordi? Non lo farò più. Dormi dove vuoi. Solo non andartene, ok?
Giulietta gli leccò la guancia.
E Vittorio sentì – per la prima volta dopo un anno – qualcosa dentro che si scioglieva.
– Grazie, – si voltò verso Chiara.
– Abbi cura di lei, – annuì lei. – E di te.
Vittorio mise Giulietta sul sedile anteriore, la coprì con una vecchia giacca. Lui si sedette al volante.
Accese la macchina e tornò a casa.
La signora Pina sussultò quando li vide sulla soglia.
– Vitto! Ma è, è Giulietta?!
– Proprio lei, – Vittorio entrò portando delicatamente la cagna, la posò sul pavimento. – Si è ritrovata.
– Madonna, – la vicina giunse le mani, si chinò. – Povera piccola mia! Com’è dimagrita. Vitto, portala in cucina, le do subito da mangiare!
Giulietta girò per la casa lentamente, zoppicando. Annusò ogni angolo, ogni oggetto familiare. Poi tornò da Vittorio e si sdraiò ai suoi piedi.
– Così va bene, – annuì lui. – Resti con me.
La signora Pina la sfamò – poco, con cautela, per non farle male. Il cane mangiava avidamente, quasi soffocando, come se temesse che glielo togliessero.
– Piano, piano, – la tranquillizzò Vittorio accarezzandole il dorso. – Non va da nessuna parte. Mangia con calma.
La sera Giulietta saltò sul divano. Vittorio non la scacciò – come aveva promesso. La coprì con una coperta di lana, si sedette accanto.
Accese la televisione, ma non guardò. Solo accarezzava il pelo rossiccio e taceva.
E Giulietta posò la testa sulle sue ginocchia e chiuse gli occhi.
E la sua coda si muoveva appena – un po’, ma si muoveva.
Vittorio guardò fuori dalla finestra. Oltre il vetro cadeva la neve – uguale a quella di un anno prima. Uguale a quel giorno maledetto sulla statale.
Ma ora tutto era diverso.
Per la prima volta dopo un anno, non aveva paura del domani.
Perché sapeva: domani Giulietta si sarebbe svegliata accanto a lui. E dopodomani. E per tutti i giorni che restavano loro.







