Non posso più vivere con una pensionata.
Lo disse guardando non me, ma il piatto di polpette. Avevo appena messo giù la seconda – lui ne mangiava sempre due, trentadue anni di fila, il sabato.
– Vittorio, di che stai parlando?
– Di noi, Chiara. Per la precisione, che noi non esistiamo più.
Mi sedetti di fronte. Appoggiai le mani sul tavolo – palme in giù, per non tradirmi. La contabile dentro di me scattò prima della moglie. La contabile reagisce sempre per prima alla parola «no».
– Te ne vai?
– Me ne vado. Ho trovato un’altra. Ha ventinove anni. E, sai, non gira per casa in vestaglia con le tasche sformate.
La vestaglia, in effetti, era vecchia. Blu, con bottoni sul petto, l’avevo comprata quando Alessia aveva iniziato le elementari. Comoda. Vittorio la chiamava «la mia vestaglia da divano». Rideva.
Adesso non rideva.
– E come si chiama?
– Cristina.
Annuii. Come se quello mi spiegasse qualcosa.
Sul tavolo si raffreddavano le polpette. Le guardavo e pensavo a una cosa assurda: le avevo preparate per tre ore. Macinato fatto da me, pane ammollato nel latte, come mi aveva insegnato mia madre. Tre ore del mio sabato. E lui adesso si sarebbe alzato e sarebbe andato da Cristina, che probabilmente ordina sushi.
– Quando?
– Quando cosa?
– Quando te ne vai.
– Oggi. Ho già la valigia pronta.
Lì dentro mi scattò qualcosa. Non un tuffo al cuore, non uno strappo – proprio uno scatto, come un interruttore. La valigia pronta. Mentre io ero in cucina. Mentre preparavo il minestrone per tutta la settimana, come una stupida.
– Bene, va’, – dissi.
Lui parve non crederci. Alzò perfino un sopracciglio.
– E tutto qui? Niente parole?
– Cosa vuoi sentire, Vittorio? Che per trentadue anni ho stirato le tue camicie invano? Lo so già da sola.
Si alzò. Andò nel corridoio. Lo sentii armeggiare con la serratura della valigia – quella con cui eravamo andati a Rimini nel duemilaotto, quando avevamo preso il premio per l’appartamento. Allora ci avevo messo anche l’eredità di mia madre. Centottantamila euro. Ricordo ogni cifra – sono contabile.
E l’appartamento lo avevamo intestato a lui. «Così è più semplice, Chiara, poi lo riintestiamo». Non lo riintestarono.
Io ero seduta in cucina e guardavo le sue due polpette. Poi mi alzai, presi un sacco nero per l’immondizia – di quelli da centoventi litri, li compro a pacchi al Conad – e andai in camera da letto.
– Che fai? – chiese lui, vedendomi col sacco.
– Ti aiuto a fare le valigie. Una sola valigia non ti basta.
E cominciai a mettere dentro. Camicie – nel sacco. I pantaloni della tuta in cui la domenica stava sul divano – nel sacco. Pantofole, spazzolino, rasoio, caricabatterie del telefono. Tutto nel sacco. Veloce, calma, come a un inventario.
– Chiara, sei impazzita.
– No, Vittorio. Anzi, sono rinsavita. Per la prima volta in trentadue anni.
Mi afferrò il polso. Guardai le sue dita – corte, con le unghie giallastre – e lui, chissà perché, mi lasciò.
– Poi torno per il resto.
– Torna. Ma chiamami prima. Così ti apro.
Allora pensavo ancora che gli avrei aperto.
Quattro giorni dopo tornò. Non da solo.
Aprii la porta e la vidi. Cristina. Stava sul pianerottolo con un cappotto bianco fuori stagione, una borsa lunga con catenella sottile, e mi guardava come si guarda un mobile vecchio da portare via.
– Buongiorno, – disse. Gentile. Con un leggero strizzare d’occhi.
– Buongiorno.
Vittorio si infilò nell’ingresso come se fosse ancora il padrone di casa.
– Chiara, siamo di fretta. Vengo a prendere le cose invernali e i documenti.
– Quali documenti?
– I miei, no? Passaporto, libretto di circolazione, codice fiscale. E quelli dell’appartamento.
Mi fermai sulla soglia della cucina.
– Dell’appartamento?
– Certo. L’appartamento è intestato a me.
Dietro di lui, Cristina sorrise appena. Con un angolo della bocca. Quel sorriso me lo sono ricordato spesso.
– Vittorio, – dissi molto lentamente, – sei seriamente venuto a prendere i documenti dell’appartamento in cui ho investito l’eredità di mia madre?
– Chiara, ma che eredità, è passato un secolo.
– Diciotto anni, – corressi. – Non un secolo. Diciotto anni fa. Centottantamila euro, duemilaotto, se a qualcuno interessa – era il prezzo di un bilocale in zona. Per intero. Allora ridevi che io «centesimo su centesimo».
– Signorina, – intervenne all’improvviso Cristina, – noi in realtà abbiamo fretta.
Quel «signorina» mi finì. Lui ha cinquantasei anni. Pancia sopra la cintura, faccia rossa, occhiaie – che signorina. Ma per lei era «giovane» perché pagava. E pagava, tra l’altro, con i miei soldi – da tre anni non portava più metà dello stipendio a casa, «per la benzina e i pranzi fuori».
Sentii un colpo alle tempie. Non il cuore – proprio le tempie. Secco, come se qualcuno avesse schioccato le dita dentro il cranio.
– Vittorio, esci, per favore. E portati via la signorina. I documenti li avrai. In tribunale.
– Cosa?!
– In tribunale, Vittorio. D’ora in poi ti darò tutto in tribunale. Camicie, calzini, e quella metà dell’appartamento che sostieni sia tua. Con lista, timbro e firma.
Cristina sbuffò:
– Crede davvero di ottenere qualcosa? L’appartamento è intestato a lui.
– Signorina, – mi voltai verso di lei, e evidentemente c’era qualcosa nella mia voce, perché indietreggiò un po’, – vada nel corridoio. Parlo con mio marito. Formalmente è ancora mio.
Vittorio la tirò per la manica. Lei uscì sul pianerottolo. Lui rimase.
– Chiara, non fare stupidaggini. Possiamo risolvere civilmente.
– Possiamo. Solo che civilmente non significa «dammi l’appartamento e il passaporto». Civilmente significa «contiamo quanto ognuno ha messo e dividiamo». Contiamo?
Lui tacque.
– Non vuoi contare. Va bene. Conterò da sola. Sono brava, lo sai.
Chiusi la porta. Girai la serratura – un giro, due. Mi appoggiai con la schiena alla porta.
In casa c’era silenzio. Solo il frigo ronzava in cucina, come sempre. E il minestrone – non l’avevo finito dal sabato.
Scivolai lungo la porta fino a terra e rimasi lì per cinque minuti. Non piangevo. Stavo seduta e contavo a mente: centottanta più la ristrutturazione del duemiladodici – altri trenta, più la cucina del duemilaquindici – venti, più il balcone del duemiladiciannove…
La contabile dentro di me lavorava. La moglie taceva.
Poi mi alzai, presi il telefono e chiamai un fabbro. Arrivò dopo un’ora e mi cambiò la serratura. Venticinque euro. Li annotai nel quaderno delle spese – abitudine.
La sera chiamò Alessia.
– Mamma, papà dice che non lo fai entrare.
– Non lo faccio.
– Mamma, ma come, lui è…
– Alessia, ti chiedo una cosa sola. Non intrometterti. Per favore. Ci penso io.
Lei tacque. Poi disse:
– Va bene, mamma.
E quel «va bene» fu la prima cosa che mi scaldò in una settimana.
Dopo due settimane arrivò la citazione.
«Ricorso per divisione di beni comuni». Vittorio chiedeva metà dell’appartamento, metà della villa (che non abbiamo mai avuto – l’aveva messa per fare scena), e anche un «risarcimento per danno morale» per aver cambiato la serratura.
Lessi e, parola mia, mi misi a ridere. La prima volta in un mese.
Poi andai da un avvocato. Non un conoscente – i conoscenti chiacchierano – ma uno sconosciuto, preso da un annuncio. Una donna sulla quarantina, con una giacca grigia. Si chiamava Irene.
Le misi davanti una cartellina. Quella che avevo tenuto per diciotto anni. Abitudine da contabile: conservare tutto.
– Certificato di successione del duemilasette, – dissi tirando fuori un foglio dopo l’altro. – Estratto conto bancario dell’accredito di centottantamila euro sul mio conto. Contratto di compravendita dell’appartamento – stesso importo, mese per mese. Ricevute della ristrutturazione, tutte, dal duemiladodici. Le fatture della cucina. Contratto con gli operai per il balcone. Bollette – che, a proposito, ho pagato io negli ultimi sei anni con il mio stipendio da milletrecento euro al mese, mentre lui «investiva nella relazione».
Irene sfogliava e taceva. Poi alzò gli occhi su di me.
– Signora Chiara, perché ha conservato tutto?
– Sono contabile, – dissi. – Conservo tutto.
Sorrise. Un bel sorriso, come se per la prima volta vedesse una persona che non si presentava a mani vuote.
– Ha una posizione molto forte. Credo che le recupereremo non la metà, ma l’intero.
Annuii. Poi dissi:
– Irene, c’è un’altra cosa. Sono garante per lui su un finanziamento auto. Dal duemilaventidue. Una Toyota, presa a tre anni, mancano undici mesi. Posso in qualche modo… togliermi?
Lei rifletté.
– Non si può togliere la garanzia unilateralmente. Ma possiamo scrivere alla banca comunicando un cambiamento sostanziale delle circostanze – il divorzio. La banca probabilmente gli chiederà o un nuovo garante o il saldo anticipato. Se non trova né l’uno né l’altro…
– Si riprendono la macchina?
– Se la riprendono.
Guardai fuori. Cadeva neve mista a pioggia, si posava sulla tettoia e subito si scioglieva. Pensai a Cristina col cappotto bianco. A come le piacerebbe girare con quella Toyota. A come Vittorio mi aveva portato due volte con quella macchina – in ospedale e al cimitero, da mia madre.
– Scriviamo, – dissi.
E Irene scrisse.
La sera tornai a casa, mi feci un tè – non per lui, non «per due», ma solo per me, in una tazzina piccola con nontiscordardimé che lui aveva sempre disprezzato – e lo bevvi alla finestra.
L’appartamento era silenzioso. La mia vestaglia era appesa al gancio. Nessuno la chiamava «da divano».
Pensai: non è poi così spaventoso stare sole. Spaventoso era stato per trentadue anni preparare due polpette e riceverne una sola di attenzione.
Poi squillò il telefono. Numero sconosciuto.
– Che hai combinato, vecchia?! – urlò Cristina nella cornetta.
Allontanai il telefono dall’orecchio. Con calma, come una contabile che allontana un bilancio sbagliato.
– Signorina, ho una richiesta per lei, – dissi con calma. – Mi chiami solo tramite l’avvocato. Irene, posso dettarle il numero.
E riattaccai.
Il primo colpo era partito.
Il processo fu a febbraio.
Vittorio arrivò con il suo unico vestito – blu scuro, quello che aveva messo al matrimonio di Alessia quattro anni prima. Gli stava un po’ stretto. La giacca non si chiudeva sulla pancia.
Cristina non c’era. Lei, come seppi dopo, quel giorno aveva già litigato con lui.
Io arrivai con una gonna normale e una camicia bianca. Senza vestaglia, naturalmente. Vittorio mi guardò e sembrò confuso. Forse si aspettava di vedere una «pensionata». Invece davanti a lui sedeva una donna che per trentadue anni aveva tenuto la contabilità degli altri e per la prima volta veniva a tenere la propria.
Irene parlò per venti minuti. Con calma, con i documenti. Certificato – uno. Estratto conto – due. Ricevute – una cartellina da trecentodiciotto fogli. Bollette – un’altra.
Guardavo Vittorio. Diventava rosso, poi bianco. Una volta cercò in tasca il Valium – e non lo trovò, perché glielo mettevo sempre in tasca io.
La giudice ascoltò, poi lo guardò sopra gli occhiali.
– Convenuto, ha qualcosa da obiettare nel merito?
– Beh… sono beni acquisiti congiuntamente…
– Con quali mezzi è stato acquistato l’appartamento?
– Con fondi comuni.
– Negli atti c’è il certificato di successione e l’estratto conto. Centottantamila euro accreditati sul conto dell’attrice nel duemilasette. L’appartamento acquistato nel duemilaotto per centottantamila euro. Le sue prove di contribuzione?
– Non ho prove?
– No.
Vincemmo la causa. Per intero. L’appartamento a me. Più il risarcimento per i lavori che avevo pagato con la mia carta – altri seimila euro, da versarmi entro sei mesi.
Vittorio uscì dall’aula per primo. Io rimasi a firmare carte.
Quando uscii in corridoio, lui stava alla finestra e guardava il cortile. Le spalle curve. Il vestito sembrava un sacco.
– Chiara, – disse senza voltarsi. – Non si fa così.
– Come?
– Così. Fino all’ultimo centesimo. Non sono uno sconosciuto. Abbiamo una figlia insieme.
Mi avvicinai. Mi misi accanto. E lì – giuro, non me lo aspettavo neanch’io – dissi quello che dissi.
– Vittorio, non sono stata una sconosciuta per trentadue anni. Sono diventata una sconosciuta in un sabato. Ricordi cosa hai detto? Che non potevi più vivere con una pensionata. Non sono una pensionata, ho cinquantaquattro anni, ne mancano sei alla pensione. Ma anche se lo fossi – per quelle parole non ti perdono un euro. Nemmeno un euro, Vittorio. E non ti perdono il tuo finanziamento.
– Quale finanziamento?
– Quello della Toyota. Ho scritto alla banca del divorzio. Mi sono tolta dalla garanzia. Tra pochi giorni ti chiameranno – ti chiederanno il saldo o un nuovo garante. Cristina, secondo te, si farà garante?
Lui si girò. Il viso non era rosso – era bianco.
– L’hai fatto… apposta?
– Apposta, Vittorio. Molto apposta.
Lo superai e andai verso l’ascensore.
Il secondo colpo partì lì, nel corridoio del tribunale. Sentii il telefono di Vittorio vibrare in tasca. Forse era già la banca.
A casa mi versai il tè nella tazza con i nontiscordardimé. Seduta alla finestra, guardavo la neve e pensavo: ecco, suppongo sia questa la sensazione di cui parlano quando dicono «giustizia è fatta».
Ma le mani mi tremavano ancora. Non per paura. Per la stanchezza di trentadue anni, che finalmente mi ero permessa di sentire.
Poi squillò Alessia.
– Mamma, sei impazzita? Papà è rimasto senza macchina. Dice che l’hai fregato con la banca. È vero?
– Vero, figlia.
– Mamma, ma è mio padre. Piange.
– Alessia, ti voglio un bene dell’anima. Ma questo discorso lo chiudiamo qui. Tuo padre è tuo padre per sempre. Ma mio marito non lo è più. Io ho la mia contabilità, lui la sua.
Lei tacque. Poi disse:
– Sei diventata un’altra.
– Sono diventata me stessa, Alessia. Per la prima volta in trentadue anni.
Il secondo colpo era partito. E, a essere sincera, non sapevo se rallegrarmi – perché mia figlia singhiozzava all’altro capo del telefono.
Passò un anno.
Di Vittorio avevo notizie frammentarie. Tramite Alessia – lei chiamava ancora, anche se da ottobre non diceva più «papà» ma «lui».
La Toyota gliel’avevano ripresa già a marzo. Cristina si era rifiutata di fare da garante – disse che «non si era messa con lui per pagargli i debiti». Non si erano mai sposati, a proposito. Vivevano in un monolocale in affitto in periferia, e di mese in mese, a sentire i racconti, vivevano sempre peggio.
Ad agosto lei lo cacciò.
Successe un mercoledì sera. Alessia mi chiamò, piangeva:
– Mamma, mi ha chiamato, dice che non ha dove stare. Niente appartamento, niente macchina, Cristina gli ha messo le borse fuori dalla porta. Dice che lei gli ha detto: «Non posso più vivere con un debitore».
Io ero seduta in cucina, pulivo patate. Per una porzione sola – adesso cucino tutto per una porzione, e le patate finiscono meno, e il cibo non si spreca.
– Mamma, mi senti?
– Ti sento.
– Chiede di tornare. Dice – almeno per un po’.
Guardai le patate nella ciotola. Il coltello. La mia mano che reggeva il coltello. La mano era calma.
– Alessia, per favore, digli una cosa. Che non posso più vivere con un pensionato.
– Mamma!
– Sono parole sue, Alessia. Non mie. Le sue.
Lei tacque. A lungo. Poi disse:
– Sei diventata crudele.
– Forse.
– Dovresti vederlo. Ha la giacca vecchia, in mano un sacchetto con le cose. Sembra un barbone.
– L’ho visto per trentadue anni, Alessia. In tanti modi. Con vestiti belli e con tute da ginnastica. Adesso tocca a me vivere, non a guardarlo con un sacchetto in mano.
Lei riattaccò.
Io finii di pelare le patate. Le misi sul fuoco. E accesi la televisione – a volume alto, come non facevo da tanto, perché a Vittorio dava fastidio.
In televisione davano una serie. Non la guardavo. Ascoltavo solo le voci che riempivano l’appartamento. Il mio appartamento. Per intero, dal pavimento al soffitto, mio.
Poi, dopo un paio d’ore, il telefono vibrò sul tavolo. Numero di Vittorio. Lo guardai vibrare, spostarsi verso il bordo. Una chiamata. Due. Tre.
Non risposi.
Non risposi alla quarta, alla quinta, alla sesta – chiamò sei volte fino a mezzanotte. Le contai, abitudine da contabile.
Il giorno dopo Alessia scrisse su WhatsApp: «Dorme da noi. Temporaneamente». Risposi: «Va bene, tesoro, abbi cura di te». E basta.
Non ne parliamo più. Alessia è fredda con me, è pur sempre una figlia. Dice che io «ho distrutto la famiglia». Io dico che la famiglia l’ha distrutta chi se n’è andato un sabato, lasciando due polpette sul tavolo. Non siamo d’accordo.
Lui, ho sentito, ha trovato lavoro come guardiano in un cantiere. Vive in una baracca. Cristina si è sposata con un altro – un concessionario d’auto, su Instagram mostra tutto.
Io al mattino bevo il tè nella tazza con i nontiscordardimé. Cucino per una porzione. Mi sono comprata una vestaglia nuova – non blu, ma verde, con bottoni grandi. L’ho scelta da sola, in negozio, l’ho provata davanti allo specchio.
Nello specchio – una donna di cinquantacinque anni. Capelli bianchi alle tempie. Occhiali. Non una pensionata. Solo una donna che finalmente non deve niente a nessuno.
Allora, ragazze, mi rivolgo a voi.
Alessia quasi non mi parla. La vicina, signora Valeria, ieri in ascensore mi ha detto: «Chiara, perdonarlo, è un uomo, agli uomini capita». La collega contabile in ufficio mi ha detto: «Signora Chiara, ma sua figlia? Si sta lacerando». Mia sorella, da Bari, mi ha detto: «Chiara, lui non ha un tetto, prendilo almeno per l’inverno».
E io non lo prendo.
Ho esagerato con quella storia della banca e della garanzia? O ho fatto bene – per trentadue anni di lavatrici, di due polpette e di «pensionata»?
Voi cosa avreste fatto, ragazze? Avreste riaccolto il marito che un anno fa avevate accompagnato con un sacco dell’immondizia?







