– O lo prendete oggi, o lo lego alla superstrada, – disse stizzito l’uomo nel giaccone costoso, spingendo il guinzaglio oltre il banco.
Giulia alzò gli occhi dal registro dei ricoveri e strinse i denti. All’altra estremità del guinzaglio stava un grosso cane nero, dagli occhi intelligenti. Non abbaiava, non tirava, non guaiva. Guardava l’uomo come se avesse già capito tutto.
– E il padrone? – chiese Giulia con calma.
– Morto, – tagliò corto l’uomo. – Mio zio. Ictus, ospedale, poi basta. Il cane non me lo tengo. Ho dei figli.
– Se non lo volete, non significa che possiate buttarlo come un rifiuto, – disse Giulia a bassa voce.
– Non mi fate la morale! Sono appena venuto dal funerale.
Mentiva. Giulia lo capì subito.
Da uno che ha appena seppellito un parente non viene odore di colonia cara e tabacco fresco. E gli occhi non luccicano così, come a uno che già conta mentalmente i metri quadrati altrui.
– Come si chiama?
– Tuono.
Il cane drizzò appena le orecchie al suo nome.
– Documenti?
– Che documenti? È un meticcio. Stava dallo zio, faceva la guardia all’appartamento. Ora fine della storia.
Giulia uscì da dietro il banco, si accovacciò davanti al cane e allungò una mano. Tuono annusò il palmo e sospirò pesantemente. Al collo aveva un vecchio collare di cuoio, con un medaglione di metallo che penzolava dall’anello. C’era inciso: «Tuono. Se smarrito, riportatelo a casa». Sotto, l’indirizzo.
– La storia finisce quando finisce la coscienza, – disse Giulia, alzandosi. – Lasciate un numero di telefono. Vi contatterò quando troviamo un posto.
– Niente posti. Non ho tempo. Parto.
– Allora riprendetevi il cane.
L’uomo fece un gesto con la mano.
– Ma va bene.
Si girò di scatto e fece per tirare indietro il guinzaglio, ma Tuono piantò le quattro zampe sul pavimento e ringhiò piano. Non a Giulia. A lui. L’uomo impallidì, imprecò tra i denti e lasciò cadere il guinzaglio.
– Tenetevelo pure, – sbottò. – Tanto non campa a lungo. Il padrone non c’è più.
Dopo un minuto la porta di vetro della clinica si chiuse.
Tuono restò.
Giulia faceva la receptionist e l’assistente del veterinario in una piccola clinica privata al piano terra di un vecchio palazzo. Durante il turno vedeva decine di animali, ma questo cane le era rimasto subito attaccato al cuore.
Forse per quello sguardo. Non di cane, ma quasi umano – stanco, paziente e offeso.
Di notte non c’era posto per Tuono. Tutti i box erano occupati dai pazienti post-operatori. Giulia gli portò una coperta nel ripostiglio, una ciotola d’acqua e del cibo. Il cane non si avvicinò alla ciotola. Si sdraiò davanti alla porta e appoggiò il muso sulle zampe.
– Offeso? – chiese Giulia.
Tuono alzò lentamente gli occhi.
– O aspetti qualcuno?
Lui sbatté le palpebre. E fissò di nuovo la porta.
Di notte cadde neve umida.
La mattina dopo Giulia arrivò prima di tutti e trovò il ripostiglio vuoto.
La porta era socchiusa. Probabilmente la donna delle pulizie, portando fuori la spazzatura, non si era accorta che il cane era scivolato fuori.
– Solo questo mi mancava… – sospirò Giulia.
Girò il cortile, i cortili vicini, le aree dei rifiuti, guardò alla fermata dell’autobus. Di Tuono nessuna traccia.
Proprio in quel momento, al quarto piano del numero diciotto in via dei Campi, la bibliotecaria Silvia Fiore cercava di aprire la porta di casa e non capiva cosa la bloccasse.
Guardò attraverso la fessura e trasalì.
Accanto alla sua porta e a quella del vicino, sullo zerbino dell’appartamento di Simone Neri, c’era un enorme cane nero. Era tutto bagnato, ma non si mosse quando Silvia lasciò cadere il mazzo di chiavi.
– Signore… Tuono? – chiese incerta.
Il cane alzò la testa.
Silvia lo conosceva. Tutto il palazzo lo conosceva.
Simone Neri, un pensionato asciutto con la schiena dritta e il bastone, portava Tuono a passeggio due volte al giorno con qualsiasi tempo. Salutava tutti educatamente e teneva il cane vicino, senza fretta, senza sgridarlo.
Tuono non spaventava nessuno e non si avvicinava mai alla gente. Camminava accanto al padrone come se gli servisse per amore.
Una settimana prima un’ambulanza aveva portato via Simone.
Tuono aveva ululato così forte che Zia Luisa, la portinaia, si era fatta il segno della croce per tutto il giorno. Il giorno dopo era arrivato il nipote del padrone, Enrico. Aveva portato via scatole, cambiato la serratura e a tutti diceva la stessa cosa:
– Mio zio è morto. Adesso mi occupo io delle questioni di casa.
Niente funerali, niente veglia, nessuno li aveva visti. Ma chissà cosa succede. Allora Silvia non ci aveva fatto caso. Aveva i suoi problemi.
A quarantotto anni viveva sola, lavorava nella biblioteca del quartiere, aveva lasciato il figlio a Milano da tempo e dopo il divorzio aveva imparato a non fare troppe domande. Così è più facile.
Ma adesso una domanda in più si era piazzata davanti alla sua porta.
– Come hai fatto a entrare? – chiese a bassa voce.
Tuono si alzò lentamente, andò verso la porta dell’appartamento del padrone e si sedette di fianco. Poi guardò Silvia. In quello sguardo c’era un’attesa così ostinata che lei sentì un nodo al petto.
– Aspetta, – mormorò.
Dall’ascensore uscì Zia Luisa con la sporta.
– Oh, cielo, si è ritrovato! – esclamò battendo le mani. – Ieri una vicina del terzo mi ha detto che Enrico aveva portato via questo cane.
– Portato via, ma male, – rispose secca Silvia.
Portò una ciotola d’acqua. Tuono bevve avidamente, ma al salame non si avvicinò. Tornò a sedersi davanti alla porta.
Passò un giorno, poi un altro.
Silvia tornava dal lavoro e vedeva sempre la stessa scena: il cane nero sullo zerbino, la testa sulle zampe, lo sguardo fisso. A volte scendeva in cortile, faceva i suoi bisogni e risaliva al piano.
Di notte Silvia gli metteva una vecchia coperta di lana. Lui si lasciava coprire pazientemente, ma appena lei se ne andava, spostava la coperta in modo che stesse proprio davanti alla porta del padrone.
Il terzo giorno entrò nel palazzo Enrico. Con lui una donna in pelliccia chiara e un uomo con una cartella.
– Ecco l’appartamento, – diceva allegro Enrico. – Zona buona, palazzo caldo. Dopo un po’ di ritocchi va via in un lampo.
Silvia stava uscendo di casa. Aprì la porta di scatto.
– Che appartamento va via?
Enrico trasalì, ma subito si mise un sorriso.
– Ah, la vicina. Ecco, stiamo sistemando l’alloggio. Pratiche ereditarie.
– È passata una settimana dalla morte di suo zio.
– E allora?
– Allora che porta già dei compratori.
– A lei che importa?
In quel momento Tuono si alzò. Non si lanciò, non abbaiò. Semplicemente si mise in silenzio tra Enrico e la porta.
Non mostrava i denti, ma c’era in lui qualcosa che fece indietreggiare di un gradino la donna in pelliccia.
– Togliete quel cane! – strillò lei.
– Non è mio, – scrollò le spalle Enrico. – È randagio.
Silvia lo guardò in modo che lui distolse gli occhi per primo.
I compratori se ne andarono in fretta. Enrico imprecò e si diresse verso l’ascensore.
– Non starà qui ancora a lungo, – borbottò. – Ancora un paio di giorni e arriva l’accalappiacani.
– Non lo faccia, – disse piano Silvia.
– E lei cosa mi fa?
Non rispose. Ma per la prima volta dopo molti anni non sentì stanchezza, ma rabbia. Pura, chiara. Quella che non fa piangere, ma agire.
La sera si sedette accanto a Tuono sul pavimento freddo del pianerottolo.
– Se il tuo padrone è morto, perché tutto questo non mi quadra? – chiese.
Tuono girò lentamente la testa e appoggiò il muso pesante sulle sue ginocchia.
Silvia rimase immobile. Poi lo accarezzò tra le orecchie.
– Va bene, – sospirò. – Vediamo.
Il giorno dopo scese da Zia Luisa.
– Lei vede tutto. Mi dica la verità, cosa è successo?
La portinaia si tolse gli occhiali, li pulì con il grembiule e pensò.
– L’ambulanza la ricordo. Enrico lo ricordo. Ma una bara no. E nessuna gente. Solo dopo due giorni è arrivata una macchina, lui ha caricato scatole e via. Mi sono stupita. Simone Neri era una persona notabile. Il palazzo intero sarebbe uscito per accompagnarlo.
– E lui portava dei documenti?
– Una cartella. E ripeteva al telefono: «Devo farcela prima che si riprenda». Pensavo si riferisse al funerale.
Silvia sentì un brivido lungo la schiena.
– Prima che chi si riprenda?
Zia Luisa sgranò gli occhi e si fece il segno della croce.
– Ma no… Non sarà vivo?
Quella stessa sera accadde un’altra cosa strana.
Tuono cominciò a scavare con la zampa davanti alla porta del padrone. Non graffiava, non guaiva – scavava, come se ricordasse qualcosa. Silvia prese una spatola dal ripostiglio e sollevò con cautela il bordo del vecchio zerbino. Sotto c’era una chiave. E accanto, schiacciato contro il pavimento, un bigliettino piegato in quattro.
Sul biglietto, con la scrittura di Simone Neri, c’era scritto: «Chiave di scorta alla porta. Se mi succede qualcosa, chiamate Vittorio Ricci».
Sotto il numero di telefono.
Silvia guardò il biglietto come se avesse in mano non un pezzo di carta, ma un filo vivo.
Vittorio rispose dopo qualche squillo. Aveva voce rauca, stanca.
– Sì, mi dica.
– Conosceva Simone Neri?
– Certo. Quarant’anni insieme in cantiere. Cosa gli è successo?
– Lei sa se… è veramente morto?
Dall’altra parte silenzio.
– Chi le ha detto una scemenza simile? – disse lentamente l’uomo. – È in un centro di riabilitazione. Dopo l’ictus. Grave, ma vivo. L’ho visto una settimana fa.
Silvia dovette sedersi sul gradino.
Tuono le si accucciò accanto e non la staccò con gli occhi.
– Dov’è? – chiese solamente.
Due ore dopo era davanti ai cancelli del centro di riabilitazione regionale insieme a Giulia della clinica.
Silvia l’aveva trovata per caso: era andata a far visitare il cane infreddolito nella clinica più vicina, e Giulia aveva riconosciuto il suo «rifiutato» e si era offerta subito di aiutare.
– Quindi non mi sbagliavo su quel tipo, – disse Giulia arrabbiata mentre camminavano nel corridoio. – Meno male che il cane è scappato.
L’impiegata del centro all’inizio non voleva parlare. Ma quando Tuono, tremante di tensione, si lanciò verso la porta a vetri della stanza e guaì piano, quasi umanamente, l’infermiera stessa si fece da parte.
Sul letto vicino alla finestra era seduto Simone Neri.
Dimagrito, con il braccio destro appoggiato in modo storto, in una tuta grigia, sembrava più vecchio e più piccolo. Ma gli occhi erano gli stessi – limpidi, attenti. Prima ci fu stupore, poi incredulità, poi qualcosa si spezzò.
– Tuono… – emise con voce rauca.
Aprirono la porta.
Tuono non corse subito. Prima si avvicinò lentamente, come se temesse fosse un sogno. Affondò il naso nelle ginocchia del padrone. Si fermò. E a un tratto cominciò a tremare tutto, come per il freddo.
Simone mise la mano sana sulla sua testa e pianse.
Più tardi il medico spiegò: l’ictus era stato grave, ma non mortale. La parola si stava riprendendo lentamente.
I primi giorni Simone quasi non riusciva a parlare e scriveva male. Il nipote Enrico era venuto, aveva promesso di «sistemare tutto», preso le chiavi e i documenti dall’appartamento. Poi era sparito.
– Pensavamo aiutasse il parente, – si scusò il medico. – Il paziente era molto agitato. Cercava di scrivere qualcosa sul cane e sulla casa, ma le parole si mescolavano.
Quando Simone si fu un po’ calmato, gli diedero una lavagnetta e un pennarello. Scrisse a fatica, con mano tremante, solo tre parole: «Enrico ha cacciato Tuono».
Poi ancora: «Vende la casa».
Questa volta a Silvia tremò non la mano, ma la voce.
– Non la venderà.
Enrico arrivò al centro dopo due giorni, quando capì che il segreto era stato scoperto. Entrò nella stanza con la faccia di uno a cui hanno tolto una ricompensa promessa.
– Zio, perché hai portato gente estranea? – cominciò con voce allegra. – Io faccio tutto per te.
Simone lo guardava tranquillo. E accanto al letto c’era Tuono. Non ringhiava. Lo osservava e basta.
– Fai tutto? – sbottò Silvia. – L’hai seppellito da vivo e già facevi vedere la casa ai compratori.
– Non sono affari suoi!
– Ora sì.
– E lei chi è?
Silvia stava per rispondere duramente, ma Simone alzò lentamente la mano e indicò la porta. Un gesto solo. Molto debole, ma così preciso che Enrico perse per un attimo la sicurezza.
– Zio, non capisci…
Il vecchio indicò di nuovo la porta. Poi, con fatica, come spingendo fuori ogni suono, disse:
– Va’… via.
Enrico impallidì.
In quel momento entrarono nella stanza la caporeparto e il vigile urbano che Giulia aveva fatto chiamare in anticipo. Continuare la messinscena non era più possibile.
Poi vennero tante cose spiacevoli. Controlli di documenti, discorsi, spiegazioni, testimonianze dei vicini.
Saltò fuori che Enrico non aveva alcun diritto di disporre dell’appartamento. Aveva semplicemente deciso che dopo l’ictus lo zio non si sarebbe ripreso presto, e si era affrettato a organizzarsi la vita a spese altrui. I documenti per la vendita non li aveva ancora completati, ma aveva cambiato le serrature e già portato via parte delle cose.
Quando Zia Luisa lo seppe, sbuffò:
– Ecco il sangue del sangue. Meno male che il cane ha un cuore più pulito dell’uomo.
Simone recuperava lentamente.
Silvia andava a trovarlo a giorni alterni. A volte da sola, a volte con Giulia. Ma il più delle volte con Tuono. Il cane, in modo sorprendente, riviveva accanto al padrone. In viaggio stava zitto, ma appena vedeva la stanza familiare, la coda cominciava a battere sul pavimento come se fosse di nuovo un cucciolo.
A poco a poco si svegliava anche Simone.
Prima imparò di nuovo a dire «Tuono».
Poi «a casa».
E un giorno, mentre Silvia gli sistemava il bicchiere d’acqua sul comodino, lui disse piano:
– Gra… zie.
Lei rimase così sorpresa che non rispose subito.
– Di niente.
– Invece… sì, – ribatté ostinato.
In quelle visite anche Silvia cambiava.
La casa in cui prima tornava come in una scatola vuota, cominciò ad aspettarla. Perché lì c’era Tuono che russava alla porta. Perché la sera chiamava Giulia e chiedeva: «Come sta il nostro testardo?» Perché in cucina adesso c’era qualcosa di cui tacere e qualcosa di cui pensare.
Era abituata da tempo a vivere in silenzio. Non chiedere, non sperare, non affezionarsi. Il marito se n’era andato con un’altra dieci anni prima. Il figlio era cresciuto, partito, chiamava di rado ma la amava a modo suo.
Silvia non si lamentava mai. Semplicemente, senza accorgersene, aveva deciso che le cose calde della sua vita erano già successe e non sarebbero tornate.
Invece tornarono.
Il giorno delle dimissioni di Simone, fuori c’era un sole di marzo così chiaro che Tuono socchiudeva gli occhi e sbatté le palpebre buffamente. Il vecchio uscì dal centro con il bastone, magro, lento, ma dritto. Al cancello si fermò, premette la mano sulla testa del cane e disse quasi distintamente:
– A casa, amico.
Silvia distolse lo sguardo. Anche Giulia dovette aggiustarsi il cappuccio all’improvviso.
Nell’appartamento di Simone entrarono in tre.
Anzi, in quattro – con Zia Luisa che portava una torta e pensava che gli eventi importanti non si fanno senza di lei.
Tuono per primo varcò la soglia, corse per le stanze, guardò in cucina, infilò il naso nel suo vecchio posto vicino al termosifone e solo allora si calmò. Si sdraiò di traverso nel corridoio e soffiò rumorosamente. Tutto. La casa era di nuovo al suo posto.
Sul tavolo del soggiorno c’era una foto di una donna giovane. Silvia non l’aveva mai vista.
– Moglie? – chiese piano.
Simone annuì.
– Da molto… andata. Poi la figlia… anche. Restato io… e lui.
Guardò Tuono.
– E adesso? – chiese Silvia, senza volerlo.
Il vecchio sorrise con un angolo della bocca.
– Adesso… non solo lui.
Dopo quella sera tutto andò da sé.
Silvia portava cibo e medicine. Giulia passava a controllare la pressione e sgridava Simone per i cetrioli sottaceto. Zia Luisa vigilava sul palazzo in modo che nessun sospetto oltrepassasse la sua guardia.
E Tuono imparava di nuovo a stare tranquillo. Non aspettava più alla porta per ore, non trasaliva a ogni movimento dell’ascensore, non ascoltava di notte.
Sembrava aver capito: non avrebbe più perso nessuno.
Eppure una sera, quando Silvia si preparò ad andare via, lui si mise sulla soglia e le sbarrò la strada.
– Tuono, lasciami passare, – sorrise lei.
Il cane non si mosse.
Simone era seduto in poltrona e guardava la scena con un’espressione come se avesse deciso tutto da tempo, ma non sapesse come dirlo.
– Ri… mani, – disse finalmente. – A cena. E… insomma… rimanete.
Silvia all’inizio non capì.
– Chi?
– Lei. A volte. Spesso. Come… vuole.
Fu detto così goffamente e con tanta onestà che lei sentì pizzicare il naso.
Di Enrico non si vide più. Dicevano fosse andato in un’altra città. Dicevano che anche sua moglie lo avesse lasciato. Dicevano tante cose.
Ad aprile il figlio di Silvia venne per il fine settimana e guardò a lungo la madre ridere in cucina, Simone arrabbiarsi per la minestra troppo saldata, Tuono, vecchio e serio, portarle in bocca la pantofola.
– Mamma, – disse poi stupito, – qui la vita bolle.
Silvia sorrise soltanto.
Sì, la vita. Quella che apprezzi di più quando hai quasi smesso di aspettarla.
E la sera Tuono si avvicinò a Simone, poi a Silvia, e si sdraiò pesantemente tra di loro, con il muso sulla pantofola di lei e una zampa sul piede del padrone, come a tirare lui stesso le somme di tutto ciò che era successo.
Simone lo accarezzò e disse a bassa voce:
– Fedele… si è rivelato più saggio di tutti noi.
Silvia guardò il muso grigio del cane, gli occhi calmi, l’uomo che il cane aveva letteralmente aspettato fuori dai guai, e pensò: forse è proprio così che si presenta la vera fedeltà.







