L’ultima tazzina di caffè

Lultima tazzina di caffè

Per la prima volta in questo mese, la neve iniziò a cadere fitta dal cielo su Firenze. Non una leggera spruzzata come al solito, che copriva il marciapiede e sincollava alle cancellate e ai platani, ma una vera nevicata: qualcuno sembrava aver squarciato un vecchio piumone conservato nelle soffitte delle nonne di paese, o magari una massaia preparando la torta aveva sparso con generosità la farina sulla spianatoia

Strisce nere di terra sopra a una tubatura calda, asfalto grigio e bagnato dalle pozzanghere: tutto veniva coperto da una coltre candida e soffice, bianca come labito di una sposa e pura come i suoi pensieri.

Davanti alla trattoria Da Giulio, la cui veranda era addobbata con ghirlande e con stelle di Natale rosse, e i gradini puliti con cura, sera formata una lunga fila. Il guardarobiere, Antonello, un ragazzo lungo e magro con le guance sempre rosse per limbarazzo, non riusciva a smaltire la coda di cappotti, piumini, pellicce, trench e mantelli: si incastrava nelle maniche della roba elegante, diventava sempre più rosso, faceva cadere i berretti e guanti affidati a lui, si scusava, biascicava mezza parola, e sembrava dar fastidio ai clienti. O così credeva: la gente aveva altre cose per la testa, avevano già prenotato il tavolo, scelto un bellabito o un completo, indossato gioielli che si addicevano alloccasione. La festa era vicina. E lui, Antonello, era un piccolo, ma ostinato ostacolo alla felicità di quella notte.

Ma insomma, sembra la fila allINPS! Giovane, si dia una mossa! brontolava un uomo panciuto, col collo che strabordava dal colletto della giacca.

La moglie, probabilmente, cercava di calmarlo senza successo, mortificata con Antonello:
È solo stanco… Un anno così pesante, sa? E pure il mal di testa, ripeteva, sfregandosi le mani come per spargere una crema. Mi scusi Giuseppe, per favore taci! Ci stanno guardando.

Ma chissenefrega, Graziella! Che mi importa degli altri? Ricordalo! Luomo si sporse e afferrò il polsino della camicia bianchissima di Antonello, appena stirata da zia Anna, che ospitava il ragazzo ormai da tre mesi. Io il rispetto me lo sono guadagnato! Hai capito?

Antonello annuì. Aveva capito perfettamente, aveva già imparato fin da ragazzino che lui, secondo suo padre, non era altro che uno scarto, un buono a nulla. Solo a mangiare i soldi del padre era bravo, diceva lui, niente di più.

E bravo! rideva il padre, seduto sullo sgabello nella minuscola cucina. Mangiare sì, studiare no! Il collegio, Antonello, mica luniversità, eppure niente, neanche lì!

Antonello davvero non era riuscito. Aveva provato, si era preparato, ma al momento degli esami sentiva il vuoto, un ronzio costante in testa. Doveva concentrarsi, ci aveva provato, ma non ce la fece. Avrebbe voluto scomparire in un buio profondo, silenzioso, glaciale e indifferente. Così avrebbe fatto meno male.

Tutta la settimana precedente agli esami, era corso in ospedale da sua madre:
… è stato papà, vero? Non dirmi che sei scivolata, mamma, non si cade così! Parla, denunciamolo! La madre, sdraiata, lo guardava assente, coperta fin sotto il mento da una coperta sottile. Aveva mani esili e vene in trasparenza, e il figlio la stringeva, quasi temesse di spezzarla.

No, Antonello, già detto tutto: sono caduta, capita Alla fine rispondeva, e le compagne di stanza facevano finta di non ascoltare. A tutti piace infilare il naso nella vita degli altri, respirare nella loro anima. Anche il medico aveva insistito: dica chi è stato! Ma a lui che importava? Faccia il medico e basta!

La mamma aveva firmato le dimissioni ed era rientrata a casa. Il marito era là, seduto a tavola, mangiava malamente, si puliva le mani sulla polo e sbuffava. Sentendo la porta, neanche si alzò.

Sei tornata? Metti su il caffè! ordinò alla moglie, ferma sulla porta della cucina. Sei ancora più magra. Uno spaventapasseri, Ninetta. Schifo a guardarti. Sta zitto, la mano la stava già sollevando per castigare, come diceva lui, ma Antonello la fermò. Ah, sei qui tu… sbuffò il padre, si liberò e poi rispinse Antonello contro la parete. Lui cadde e si agitò.

E Ninetta restò a guardare. A lei non importava più. Era come un vecchio cane fedele: il padrone poteva carezzarla o colpirla, lei avrebbe sempre continuato ad amare quel padrone. Dove poteva andare? La sua vita era ormai così, anno dopo anno. E a cambiare non ci pensava proprio.

Antonello se ne andò un mese dopo. Prese le sue cose, comprò un biglietto per Firenze, raggiunse zia Anna.

Come stanno? gli chiese zia Anna appena lo vide sulla porta. Tutto come prima?

Antonello alzò le spalle. Sì, tutto come prima, tutto male.

Perché, zia Anna? Perché resta con lui? Avevo chiesto a mamma di venire via, avremmo potuto ricominciare, io mi sarei dato da fare, ma lei ha rifiutato Gli occhi di Antonello, grandi e fedeli come quelli di un cane triste, facevano male vederli. Ha detto che non devo parlare male di papà e neanche tornare a casa. Perché?

Non lo so, Antonello Anna gli accarezzò la testa. Tua madre non è mai stata davvero presente È qualcosa di psicologico, perdonami. Poteva lasciarlo già prima che tu nascessi. Ma lei… E tu hai fatto bene ad andare via. Non puoi salvarla se lei non vuole, ma almeno ora pensa a te. Dai, questanno lavorerai e lanno prossimo proverai ancora a entrare a scuola, ti va?

Così Antonello finì a fare il guardarobiere. Anna conosceva il proprietario, raccomandò il nipote e lui accettò.

Ora davanti a lui un altro cliente, Giuseppe come lo chiamava la moglie. Gridava, stringeva i pugni, mentre la donna lo calmava. Che fastidio…

Antonello prese il cappotto dalle mani di Graziella, lo posò sullo stesso attaccapanni del marito, diede loro il talloncino.

Giuseppe, storcendo il naso, entrò in sala. Lamministratrice, Marina Carlotta, già gli sorrideva, chiedeva conferma della prenotazione, abbassava la testa come se volesse sparire.

Antonello avrebbe lavorato fino al mattino di Capodanno, era stanco, gli sarebbe piaciuto festeggiare con zia Anna o con gli amici. Ma il padrone aveva promesso che avrebbe pagato bene.

Unaltra coppia, anziana, lasciò i cappotti. La signora sì, Antonello la considerava proprio una Signora stringeva le sue mani nelle sue, gli sorrise e gli augurò Buon Anno. Era elegante in modo semplice, con un tailleur, una camicetta candida, una sciarpa dello stesso tono. La donna portava composta dignità: sapeva quanto valeva, non doveva dimostrarlo a nessuno. Voleva solo godersi il Capodanno con amici e parenti, ridere, accomodarsi tra battute e brindisi. Quella sciarpa alla gola mascherava la cicatrice di unoperazione recente, ricordo di un anno vissuto tra la paura e la voglia di futuro. Non voleva ricordare nulla, né domande né sguardi di compassione: solo vedere lanno nuovo.

Piero, hai visto che ragazzo al guardaroba? chiese Elena sedendosi, mentre il cameriere portava i menù.

Dove? bofonchiò Piero, accecato dalle lettere minuscole e dagli occhiali dimenticati.

Ma dai Piero, guardami! È lì, al guardaroba, sei buffo, gentile, mi ricorda nostro figlio Matteo Elena sorrise. Matteo sarebbe arrivato più tardi, ma non importava: sarebbe stato con loro quella notte.

E allora? non si scompose Piero. Tanto mangi già quello che hai ordinato!

Aspetta che arrivino gli altri ospiti…

Ma fammi mangiare, Elena! Ho una fame fece spallucce Piero. Mangeranno anche loro!

In un altro Capodanno, Elena si sarebbe indignata: ma gli ospiti vanno aspettati! Ma non questo.

Va bene, vai pure col tuo antipasto, mangia quanto vuoi, Piero! Ti amo…

Appoggiò la fronte sulla sua spalla, come quando era ragazzina e Piero la riprendeva per quella brutta in matematica. Già allora lo amava.

Antonello cominciava a sentire caldo, si tolse il gilet anche se non si dovrebbe: la folla era tanta, aveva paura che cominciassero ad agitarsi.

Ehi amico! Tieni questo! un uomo tarchiato porse ad Antonello una pelliccia bianca. Accanto a lui, la ragazza dai tacchi vertiginosi, appena maggiore di Antonello, si stringeva a lui. Lei, Sofia, conosceva Marco da solo due settimane e si sentiva onorata di essere stata invitata a festeggiare con gli amici di lui. Sofia, guarda che bello! esclamò Marco. Sofia annuì.

Sì, molto bello!

Alla milanese, con stile! Marco gonfiò il petto. Abeti, palline, luci ovunque.

Certo, era elegante, Sofia lo pensava davvero. Ma in fondo, poco le importava degli addobbi: era felice di essere lì e di mangiare qualcosa di buono insieme a Marco. Nelle poche volte che era stata in un ristorante, si era dovuta pagare il conto da sé. Marco invece le sembrava diverso: galante, benestante, con una bella macchina, una vera casa

Non era attaccata ai soldi, Sofia, ma voleva smettere di vivere male. Gli anni duri le avevano dato una gran voglia di felicità. Questo sembrava il suo anno fortunato.

Antonello sistemò rapidamente i cappotti, prese la mancia che Marco gli spinse in mano, ed entrambi entrarono in sala guidati dalla direttrice.

Piero intanto assaporava il suo cappone in galantina, mentre Elena osservava gli altri clienti.

Quanta gente aveva scelto di passare la festa fuori casa! Forse per stanchezza, forse per la voglia di novità.

Ormai nessuno vuole cucinare! commentò Piero, senza staccare gli occhi dal piatto. Non comandano più le casalinghe, Elena. Ma a me piace stare a casa.

Lanno prossimo staremo a casa, te lo prometto sussurrò Elena. Vedrai che sarà così, Piero

Il marito la guardò con affetto: sì, forse aveva ragione lei.

Dal centro della sala si sentivano le battute di Giuseppe, la dolcezza di Graziella. Marco si godeva il calore di Sofia, la sala piena, il profumo dei piatti, la musica in sottofondo. Sofia sospirò: Che bello se solo potessi portare qui la nonna. Un po si intristì, ma si aggrappò a Marco: ormai la paura le era passata.

Vivere con la nonna non era difficile, la solitudine pesava a volte, ma la nonna era la sua famiglia.

Un anno terribile Basta che finisca presto, pensò Sofia. Ma ce lho fatta, il buono e il brutto insieme.

E lanno finirà presto. Per Antonello e zia Anna, per Elena e Piero, per Marco e Sofia. Tutto finirà. Punto.

Si aggiunsero i parenti al tavolo di Elena, chiacchiere, abbracci, i signori si toglievano la giacca, le signore si mettevano comode. I camerieri portavano portate, sorridevano. Anche per loro la fine dellanno era vicina.

Cosa osservi? domandò un ragazzo con giubbotto e sciarpa rossa al collo a un uomo appoggiato al vetro della trattoria, lo sguardo perso nella sala. Gente bella, eh? Donne eleganti!

Sì, cè tanta gioia il signore abbassò gli occhi.

Perché sono felici, e il tempo si sta mettendo meglio! Che resti qui fuori a fare? Non hai paura che dicano qualcosa?

Voglio solo salutare. Non ho paura: di cosa dovrei avere paura?

Ora lo vedrai Dai, lasciamo stare. Il ragazzo lo prese per una spalla, poi rise e lo tirò verso linterno. Dai, abbiamo prenotato un tavolo nel futuro!

Antonello accettò le giacche dei due nuovi arrivati, pensando che forse non si addicevano a quel locale: la faccia stanca del vecchio, gli occhi vissuti, come se avesse sopportato troppo e fosse stanco

Devo chiamare la zia Anna, promesso che avrebbe risposto anche guardando la tv pensava tra sé e sé, consegnando i talloncini ai due uomini.

Si sedettero, ordinarono due caffè.

Bevi, ora che puoi disse il ragazzo al suo compagno, senza togliersi la sciarpa rossa.

Grazie. Fa proprio freddo Il signore strinse la tazzina con le mani. Che freddo, ma perché così freddo?

Perché ormai non servi più a nessuno, replicò il giovane, occhi vivi, spalle larghe, baffetti morbidi, aria fiera e un po sfacciata, ma sincera. Tra poco inizia la festa, non prendertela Siamo tra amici, chiamami pure tu.

Si alzò Piero. Elena gli porse il bicchiere. Lui quasi lo fece cadere dallagitazione.

Dunque diamo un saluto a questanno pesante Che se ne vada e sia maledetto! Piero brindò e abbracciò la moglie. Tutti lo imitarono: anche per loro era stato duro, sul lavoro e nella vita. Speriamo che il prossimo ci dia soddisfazione!

Poco lontano, Marco sollevò il calice:
Buon anno, ragazzi! Soldi, salute e amore Si rivolse poi a Sofia: E che questanno ci lasci almeno in pace!

Sofia abbassò lo sguardo. Marco aveva avuto guai seri, e aveva pagato, tanto, ma almeno ne era uscito senza danni irreparabili.

Antonello si concesse un tè. Era la prima volta che passava il Capodanno senza sua madre. Strano.

Il signore anziano, da solo nellangolo, era silenzioso, dubbioso. Che saluto triste pensava. Possibile che sia stato tutto inutile?

Vabbè, non tutti possono fare i protagonisti, il ragazzo in rosso gli diede una pacca, bevi che si raffredda!

Non lo pretendo affatto

In trattoria la musica andava forte, sullo schermo grandi artisti, fuochi dartificio e gente allegra. Tutti volevano solo che questanno finisse.

Così sarà per te, disse il vecchio, stringendo la salvietta nel pugno. Sempre insoddisfatti, sempre a ricordare solo il male.

Ma io farò diversamente! Ne ho di desideri da esaudire: vedrai, la gente quasi non vorrà lasciarmi andar via, il giovane rideva, rilassato, con lo sguardo brillante.

Ma che annata pesante! urlò qualcuno al centro, una signora rise, gli ospiti iniziarono a ballare. Luci, volti, volti Il vecchio li ricordava tutti, li aveva aiutati, protetti dove poteva. Ma ognuno alla fine vive come vuole. Ora loro lo congedavano senza rimpianti.

Buonasera! Sofia si sedette accanto ai due. Scusate, vado via subito, ma Guardò lanziano negli occhi, che le domandò:

Dimmi, qualcosa di buono questanno cè stato per te?

Sofia fece spallucce:
Certo, ho trovato lavoro, e questestate sono andata a Venezia, non ci crederà, ma cera un sole meraviglioso! Poi ho conosciuto Marco e magari ci sposeremo. Sì, bello cè stato! Scusi, devo chiamare la nonna.

E corse al telefono, fuori al freddo, sussurrando che voleva bene alla nonna, che non lavrebbe mai lasciata, che lavrebbe aiutata sempre

Antonello per simpatia chiamò anche lui zia Anna, che finalmente rispose:
Grazie zia, grazie per avermi accolto, grazie per il lavoro. Mi sembra di essere rinato questanno. Tutto bene lì?
Tutto bene, la zia era felice.

Poco dopo, Antonello provò con la madre. Rispose fredda: tutto normale, tuo padre è qui, andiamo a dormire ora.

Non è il caso di festeggiare, Antonello. Un anno va, un altro viene. Ciao.

E chiuse la chiamata. Antonello non riuscì a dire che voleva cambiamenti, che voleva rivederla, ma capì che la paura di cambiare spesso è più forte del dolore.

Sapete! esclamò improvvisamente Elena. Questanno ho sofferto tanto, ma ora so riconoscere il suono della pioggia, il sorgere e il tramonto del sole, le foglie del tiglio fuori dalla finestra. Ho reimparato a notare tutto, a sentire Al mare ci siamo andati, e sì, un buon anno alla fine. Piero, non è vero?

Lui fece spallucce. Forse aveva ragione: il lavoro si era sistemato, Matteo stava per sposarsi, lei era viva Sì, cose belle cerano state.

La musica tacque, i camerieri portarono le candele, piccole fiammelle preziose.

Siamo vivi, seduti qui come re con tutto questo cibo male non è stato questo anno, no? vociò uno degli amici di Marco. Ce la siamo cavata, insomma! Cosa vorremmo di più? Nel nostro piccolo non siamo impotenti. Questanno per me è stato buono. Un brindisi per questo, ragazzi!

Il tintinnio dei bicchieri fece sorridere il ragazzo col cappotto rosso.

Giuseppe e Graziella si scambiarono unocchiata: il loro lavoro in editoria non era andato bene, ma le speranze di ripresa non mancavano, qualche autore prometteva bene. Graziella aveva finito il corso dinglese, anche un corso da parrucchiera. La loro casa era serena, magari senza passioni travolgenti, ma alla loro età era meglio così. Se discutevano, poi si rasserenavano, e la notte si addormentavano abbracciati come bambini. Molti li invidiavano, e in fondo si invidiavano anche tra loro.

Graziella, grazie di sopportarmi! sussurrò lui, stringendole la mano calda. Lei annuì, lui la bloccò: Basta così

Antonello aprì la porta e annusò la neve. Sì, ne era convinto, la neve aveva davvero un profumo. O forse era il bucato steso fuori? Ma qualcosa era cambiato questanno, qualcosa di prezioso, e i giorni vissuti non erano stati buttati. E questa neve era come un foglio bianco da riempire con la propria storia

È ora di andare, il vecchio sorrise, si aggiustò i polsini, lasciò i soldi del caffè sul tavolo. Ora era sereno, il suo tempo non era stato sprecato. No, per niente.

Anche il giovane si alzò, improvvisamente impaurito, come se dovesse salvare il mondo e temesse di non farcela.

Non aver paura, ragazzo, disse lanziano. Fai quello che devi, succeda quel che succeda. Arrivederci!

Antonello osservò la sagoma sparire nel bianco della notte, come cancellata da una gomma. Uscì persino a vedere dove fosse andato.

Ma non era scomparso: aveva solo finito il suo compito e aveva lasciato il posto a qualcun altro.

Domani tutti, in tutta Italia, strapperanno il vecchio calendario dal muro e sfioreranno i ricordi come un rosario. Nellanno passato cè stata gioia, sofferenza, ritorni e addii. Ogni minuto, ogni istante ha il suo peso: un filo acceso nella ghirlanda della vita. Se uno non brilla, niente si accende. Solo così, ierioggidomani, si costruisce il tempo. E ogni minuto vale, per il solo fatto di essere accaduto. Grazie, anno che vai

Da una radio partì il rintocco dei dodici tocchi. Tutti si alzarono, si abbracciarono. Piero strinse fortissimo Elena, le baciò i capelli, le guance, la fronte. Di lei sentiva il profumo di casa. Davanti avevano ancora milioni di istanti e li avrebbero vissuti senza rimpianti. Solo così.

Antonello, stringendo ancora il talloncino di chi era andato via, chiuse gli occhi. Avrebbe voluto ridere, piangere, gridare, ballare. Il bello era già iniziato.

E sulla pedana, microfono in mano, cera proprio quel ragazzo dalla sciarpa rossa: ora toccava a lui guidare la festa. E riuscirà, eccome se riuscirà.

Morale: Ogni anno porta con sé dolore e gioia, incontri e abbandoni. Ma ogni minuto, buono o cattivo, è unico, prezioso. Imparare a vedere la luce anche nellinverno più lungo è vivere davvero. Ciò che conta non è cosa lasciamo alle spalle, ma ciò che impariamo, e il coraggio con cui affrontiamo il domani, insieme. Buon Anno!

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