Il gatto correva sul binario, scrutava negli occhi tutti i passeggeri; poi, miagolando deluso, si allontanava. Un alto uomo brizzolato, da giorni, cercava di nutrirlo e avvicinarlo. Lo notò, peloso e sofferente, al suo ritorno in treno dalla trasferta.

21marzo 2024

Il gatto fulvo correva lungo il binario della stazione di Bologna, si fermava vicino ai passeggeri e li fissava dritto negli occhi, come se cercasse quellunico volto che lo attendesse. Quando capiva di aver sbagliato, emetteva un miagolio sommesso e offeso, allontanandosi di lato. Da qualche giorno osservavo quel piccolo vagabondo peloso: tornando da una trasferta in treno, il suo sguardo malinconico mi colpiva al primo sguardo, quasi chiedesse qualcosa.

Il felino si avvicinava a pochi passi, mi guardava in faccia, sembrava chiedere una risposta, poi si ritirava, diffidente. Ma la fame vince sempre la prudenza: dopo cinque giorni, quando le forze e il cibo lo avevano abbandonato, decisi di avvicinarmi. Gli offrii dalla mano un cucchiaio di panna e una piccola fetta di ricotta: il gatto, tremante per la fame, mangiò senza fermarsi.

Con il passare dei giorni il fulvo si rinvigorì un po, e provai a portarlo a casa. Ma lanimale si sottrasse e tornò subito alla stazione, come se temesse di partire verso un luogo sbagliato. Continuava a girare lungo le rotaie, miagolando e scrutando i volti dei viaggiatori, sperando di riconoscere il suo padrone.

Allora decisi di prendere in mano la questione. Fui dal responsabile della stazione, un amico con cui condividevamo una birra, acciughe sottolio e focaccine di patate, e rivedemmo insieme le registrazioni delle telecamere. Il video mostrava il momento in cui luomo in foto era salito sul treno; il gatto, poco prima della partenza, saltò giù dal vagone e rimase sul binario. Stampammo la foto e la pubblicammo online, ma nessuno rispose. Decisi allora di fare un passo più audace.

Presi una settimana di ferie a mie spese e, con il gatto ancora nel suo trasportino, partii sullo stesso itinerario del treno indicato nella foto. Allinizio il felino miagolava disperato, cercando di liberarsi. I compagni di cuozzo, sapendo della sua storia, lo accudivano con snack, acqua e parole gentili, finché il gatto non si calmò, convinto che nessuno gli avrebbe fatto del male. La stazione di ritorno del suo presunto padrone ormai era dietro di noi.

Il gatto uscì dal trasportino, si avvicinò al mio fianco e mi guardò come lunica ancora di salvezza. A ogni fermata affiggevamo manifesti con la foto del padrone, ma il compito si rivelò più arduo del previsto: il tempo passava più lentamente di quanto avessi immaginato.

Una settimana finì, poi unaltra. I soldi si esaurirono, ma continuai a viaggiare, perché ritirarmi significava tradire la fiducia di quel piccolo cuore che mi aveva scelto.

Un giorno, accedendo a un social, rimasi sbalordito: centinaia di migliaia di persone seguivano la nostra avventura. Inviavano denaro, cibo, coperte, parole di sostegno e proponevano di adottare il gatto. Sui binari comparvero sconosciuti che mi riconoscevano, mi porgevano sacchetti, cibo e vestiti; alcuni si fermavano semplicemente a osservare e sussurravano: Tieniti forte. Era strano per me, che avevo sempre vissuto da solo, guadagnando con le mie mani; ora il mondo intero sembrava innamorato di quel felino, come se fosse nostro.

I compagni di cuozzo mi incoraggiavano, accarezzavano il gatto. Il fulvo divenne ormai un viaggiatore esperto: si accoccolava accanto a me, poggiava la testa sulla mia gamba destra e, con le unghie leggermente aperte, si aggrappava al pantalone per non cadere durante le curve, così si addormentava. Io sopportavo il graffio, accennando un sorriso.

Di sera, uscivamo dal vagone finale, ci fermavamo nel tetto aperto e restavamo lì a guardare il tramonto. Io tenevo il gatto con entrambe le braccia, mentre il rumore delle ruote e il vento che sfiorava la linea dei binari dipingevano la nostra piccola eternità.

Va bene? sussurrai a me stesso.
Il gatto mi rispose con un breve mrr.

Allimprovviso suonò il telefono. Una lettrice del mio blog, ora trasformato in diario di viaggio, mi segnalò di aver trovato i proprietari. Avevano detto che a Milano, nella grande stazione, li avrebbe atteso proprio luomo della foto.

Il mio cuore balzò, ma al posto della gioia provai un vuoto. I compagni di cuozzo festeggiarono come se fosse il loro gatto: mangiarono, bevvero, risero.

Io rimasi seduto, accarezzando la testa fulva, ascoltando il suo ronron, e mormorai parole mie. Una strana malinconia mi pervase: avevo cercato il padrone così a lungo, per scoprire che il vero rifugio era già qui, accanto a me.

Il treno arrivò a Milano. Con il gatto tra le braccia cercai il luogo indicato, tra fotografi e giornalisti. Un annuncio: Un evento in corso. Improvvisamente, una voce gridò: Rosso! Rosso!. Il felino sobbalzò, ma vedendo una donna bassa e corpulenta si ritrasse, salì sul mio petto e afferrò con le zampe il collo. La donna sorrise, accarezzò il dorso del gatto e disse:

Non mi ha mai amato, parlò dolcemente. Non si preoccupi, indicò i giornalisti, non è per noi. È per voi.

Io rimasi sorpreso, poi confuso.

Ho mandato mio marito a raccontare storie altrove, spiegò la donna. Abbiamo capito che non possiamo più prenderlo. Anche se era nostro, ora non è così.

Mi porse una grossa busta.

Dentro ci sono i biglietti di ritorno, del denaro, spiegò, e per favore non discutiate. Le donne del suo lavoro lhanno raccolto. Se torno senza video, mi uccideranno.

Mise la busta nella tasca del mio vecchio cappotto, mi consegnò anche una grande sacchetto di focacce e dolcetti.

Andiamo, la accompagnerò al suo treno. Il partenza è imminente.

Camminammo tra la folla della stazione. Lei filmava tutto col telefono, forse per il lavoro. Quando io e Rosso eravamo già sul carro, mi accarezzò ancora una volta, baciò la mia guancia e se ne andò.

Il treno ripartì. Poco dopo, il marito della donna si avvicinò, ancora con il trucco da spettacolo sul viso.

È tutto fatto, disse. Mi aspetteranno ancora a lungo.

Perdona il nostro inganno, Signore, rispose la donna. Ma altrimenti sarebbe stato destinato a viaggiare per tutta Italia con quel gatto, invecchiando insieme a lui. Abbiamo fermato la sua sofferenza.

Inganno per il bene, annuì il marito. Che tornino a casa. È giusto.

Ho cercato il suo padrone, disse la donna. Ma se non lho trovato, nessuno lo farà.

Il marito la abbracciò.

Hai fatto la cosa giusta. Tornano a casa insieme. È ciò che conta. Che questo sia il nostro più dolce peccato.

Scomparvero nella folla, come acqua che si dissolve in un fiume rumoroso.

Nel vagone, il suono delle ruote continuò a riecheggiare. La gente sapeva chi viaggiava con noi: luomo alto, i capelli canuti, e il gatto fulvo, ormai chiamato Rosso.

Rosso, è il suo nome, dissi. Il felino mi guardò sorpreso, ma sembrava accettare: poco importa il nome, purché ci sia chi sta al nostro fianco.

Appoggiai la sua grande testa rossa sulla mia gamba, lasciò le unghie affondare nei jeans e si addormentò sereno, sapendo che non lo avrebbero più abbandonato.

Il carro rimbombava, la gente rideva. Tutti i ruoli erano stati recitati al meglio: il gatto aveva trovato luomo, luomo aveva trovato chi non lo lascerebbe mai.

E, per finire, ho capito che a volte una piccola ricerca può trasformarsi in una grande lezione: non è il luogo di ritorno a definire il nostro valore, ma la capacità di aprirsi a chi, senza chiedere, ci offre la propria mano.

Non giudicate chi mente per proteggere, perché a volte il bene si nasconde dietro un piccolo inganno.

Mi chiudo il diario con questa consapevolezza, pronto a camminare ancora, con Rosso al mio fianco.

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Il gatto correva sul binario, scrutava negli occhi tutti i passeggeri; poi, miagolando deluso, si allontanava. Un alto uomo brizzolato, da giorni, cercava di nutrirlo e avvicinarlo. Lo notò, peloso e sofferente, al suo ritorno in treno dalla trasferta.
Una volta al mese Nina Sergieva stringeva al petto il sacchetto della spazzatura e si fermò davanti alla bacheca degli avvisi vicino all’ascensore. Su un foglio a quadretti, fissato con le puntine, era scritto a grandi lettere: «Una volta al mese — a un vicino». Sotto — date e cognomi, e nell’angolo la firma: «Sergio, int. 34». Accanto qualcuno aveva già aggiunto con la penna: «Servono 2 persone sabato, aiuto con scatoloni». Nina Sergieva lesse meccanicamente due volte e provò irritazione, come per una voce sconosciuta nel corridoio. Erano dieci anni che abitava in quel palazzo e conosceva la regola: ci si saluta se ci si incrocia alla porta, poi ognuno per sé. A volte un rapido «sa dove trovare l’elettricista?», altre, «mi passa per favore la bolletta». Ma programmi di aiuto, cognomi, puntine… Le ricordava le riunioni di quando lavorava, dove tutti facevano finta di essere “una squadra”, poi ciascuno pensava per sé. Vicino al cassonetto incontrò Valeria del quinto piano, che portava sempre due sacchetti, come se temesse che uno si rompesse. — Ha visto? — Valeria accennò alla bacheca. — Sergio ha avuto l’idea. Dice che così è più semplice. Non va ognuno per conto suo, si fa insieme. — Insieme, — ripeté Nina Sergieva, cercando di mantenere la voce neutra. — E se uno non vuole stare insieme? Valeria alzò le spalle. — Beh… nessuno obbliga. Serve solo che qualcuno ci sia quando occorre. Nina Sergieva uscì nel cortile pensando già a come avrebbe discusso mentalmente con Sergio dell’int. 34. «Quando occorre» — che vuol dire? Chi decide cosa è necessario? E perché deve riguardare tutti? Sabato mattina sentì rumori e voci nell’androne. Attraverso la porta arrivavano «Attenzione, l’angolo!» e «Tieni l’ascensore». Stava in cucina, con lo straccio bagnato tra le mani, incapace di non ascoltare. Immaginava i volti conosciuti solo di sfuggita trasportare scatoloni e un divano, qualcuno che dirige, qualcuno che borbotta. Le dava fastidio che stessero vedendo la vita altrui tra le scatole di cartone, e insieme provava una strana invidia: loro erano stati invitati. Dopo un’ora tutto fu quieto. La sera, tornando dal supermercato, vide una pila di scatole vuote davanti al portone e del nastro adesivo sulla panchina. Sergio, alto e stanco, raccoglieva la spazzatura nel sacco. — Buonasera, — disse, come se fossero vecchi amici. — Vi abbiamo disturbato? — No, — rispose Nina Sergieva. — Solo un po’ di rumore. — Capisco. Abbiamo cercato di finire entro pranzo. Tania del secondo piano trasloca, è sola con il bambino. Beh, sola… — fece un gesto. — Se serve qualcosa, scriva pure in bacheca. Non solo traslochi. Per qualsiasi sciocchezza. La parola «sciocchezza» suonò così naturale che Nina Sergieva non trovò motivo per contraddirlo. Non insisteva, non chiedeva. Disse la sua e continuò a legare il sacco. Nei giorni successivi la bacheca prese vita. Nina Sergieva ci passava davanti e notava sempre nuovi messaggi. «A Pietrovia del 19 — medicine, dopo l’operazione, chi può andare in farmacia». «Da avvitare la mensola al 27, ho il trapano». «Raccolta di 200 euro per il citofono, chi non ha il resto — dopo». Le grafie diversissime: qualcuno ordinato, qualcuno nervoso e pesante. Lei non scrisse nulla. Pensava fosse giusto non immischiarsi. Ma osservava. Una sera rientrando dal lavoro trovò una ragazzina del palazzo accanto che piangeva presso l’ascensore, il viso nel collo della felpa. Valeria le teneva una mano sulla spalla e le parlava piano: — Dai, non piangere. Troviamo qualcosa. Sergio ha detto che ce l’ha lui. — Che succede? — chiese Nina Sergieva, anche se avrebbe potuto tirare dritto. Valeria la guardò come se avesse capito che Nina Sergieva non era una che ride delle disgrazie. — La nonna ha la pressione alta, sono finite le pillole e la farmacia è chiusa. Sergio porta le sue, almeno fino a domani. Nina Sergieva annuì e una volta a casa non riuscì a togliersi il cappotto per un po’. Pensava a quanto fosse semplice per Valeria dire «troviamo». Non «chiamino il 118», né «non è affare nostro», proprio «troviamo». E che Sergio desse anche le proprie pillole senza chiedere la restituzione. Qualche giorno dopo scoppiò una piccola polemica. Qualcuno aggiunse sotto all’avviso del citofono: «Sempre a chiedere soldi. Chi lo vuole, lo mette da solo». La firma illeggibile, senza cognome. Due donne litigavano all’ascensore. — È quella del terzo, conosco la scrittura, — sibilò una. — Cosa ne sai? — ribatté l’altra. — La gente ha la pensione, sempre questi 200 euro… Nina Sergieva passò oltre, sentendo crescere la solita sensazione: ecco il gruppo. Inizieranno a calcolare chi deve cosa, chi “non dà”, chi “si approfitta”. Avrebbe voluto che finisse tutto e la bacheca tornasse agli avvisi per l’idraulico. Ma la sera vide Sergio alla bacheca. Con calma rimosse il foglio con la postilla, lo piegò e lo mise in tasca. Affisse uno nuovo, pulito, e scrisse: «Citofono. Chi può — contribuisce. Chi non può — non contribuisce. L’importante è che funzioni. Sergio». Fine. Nina Sergieva si accorse di rispettarlo per quel “fine”. Senza prediche, senza minacce. Solo il confine. Intanto la sua vita iniziava a cigolare come la porta del pianerottolo mai oliata. Prima una sciocchezza: il tubo del rubinetto che perdeva. Metteva il catino, stringeva il dado, puliva. Poi in ufficio niente premio, la capa che non l’ha neanche guardata negli occhi: «Ora è così. Pazienti». Nina Sergieva era paziente. Sapeva esserlo. Inizio mese, la schiena a pezzi. Non da chiamare il 118, ma tanto che al mattino restava seduta sul letto, finché il dolore non passava. Comprò la pomata, scaldava la zona con la sciarpa, non disse nulla a nessuno. Lamentarsi portava alle chiacchiere, e le chiacchiere alla compassione. La sera rientrando con la spesa sentì uno strano rumore, come uno sfregamento: la porta d’ingresso, la serratura inceppata. Forzò il tasto, il chiavistello cedette con un crac. Un senso di disagio immediato. Tolse le scarpe, appoggiò il sacchetto, prese il cacciavite dal cassetto e provò ad aprire la serratura. Le mani tremavano dalla stanchezza, la schiena tirava. Intorno silenzio, che diventava improvvisamente pesante. Il giorno dopo la porta si bloccò del tutto. Rientrò tardi, con borsa e cartella, non riusciva ad aprire. Restò sul pianerottolo, la fronte contro il metallo freddo, cercando di non farsi prendere dal panico. Pensava: “Fabbro. Chiavi. Soldi. Notte”. Chiamò l’assistenza, dissero di aspettare due ore. Due ore sulle scale erano umilianti, più per il senso di impotenza che per i vicini. Si sedette, guardando le mani aride e screpolate dai detersivi. Le mani abituate a farcela sempre. L’ascensore si aprì, uscì Sergio. La vide subito. — Nina Sergieva? — domandò, come per accertarsi. Lei alzò lo sguardo arrossendo. — La serratura, — disse. — Sto aspettando il tecnico. — Tanto? — Hanno detto due ore. Sergio guardò la porta, poi la sua borsa. — Ho la valigetta. Posso provare, mentre aspettiamo. Se non funziona, almeno vediamo com’è messa. Non le dispiace? “Non le dispiace” era importante. Non disse “lasci fare”, né “che ci fa seduta qui”. Chiese. Nina Sergieva avrebbe voluto dire “grazie, non serve”. Era la via più semplice e sicura. Ma la schiena bruciava, il telefono quasi scarico e l’idea di due ore lì era insopportabile. — Provi, — disse, stupita dalla fermezza della voce. Sergio tornò con una cassetta degli attrezzi. La mise a terra, stese una pagina di giornale: per non sporcare. Ordine, rispetto. — Non sono fabbro, — precisò. — Ma di serrature me ne intendo. Tolta la placca, gli ingranaggi sistemati nella scatoletta. Nina Sergieva seduta, borsa in mano, si sentiva strana: la sua vita improvvisamente diventata spazio comune, e forse non era male. — Qui la cilindrata è consumata, — disse Sergio. — Si può ungere intanto, ma meglio cambiare. Ha una chiave di riserva? — No, — rispose lei. — Non ci ho pensato… Sergio annuì, senza commentare. Dopo dieci minuti la porta cedette. Non subito, ma cedette. Nina entrò, accese la luce, sentì la tensione svanire. Si voltò. — Grazie, — disse. E aggiunse, per non chiudere la conversazione: — Solo… non vorrei che tutto il palazzo lo sapesse. Sergio alzò lo sguardo. — Capisco. Non lo dico a nessuno. Ma la serratura va cambiata. Se vuole, domani le passo il contatto di un bravo tecnico. Sa lavorare, niente chiacchiere. Nina annuì. Le importava che non avesse suggerito “facciamo tutti insieme”. Aveva offerto qualcosa di concreto, discreto. Quando lui uscì, chiuse la porta con la spranga e rimase lì, ascoltando il frigorifero. Sentiva insieme voglia di piangere e di sorridere: l’aiuto non la faceva sentire compatita. Era come uno strumento, dato perché hai le mani occupate. Il giorno dopo chiamò il tecnico consigliato. Venuto di sera, smontò la serratura, mostrò il pezzo logorato, ne mise uno nuovo. Due chiavi, una nel portachiavi in alto, segnata “di riserva”. Un piccolo riconoscimento: a volte non si riesce da soli. Settimana dopo, nuovo avviso in bacheca: «Sabato aiuto a Pietrovia del 19 con spesa e farmaci, dopo l’ospedale fa fatica. Servono 2 persone alle 11». Nina lesse e capì di potercela fare. Sabato uscì in anticipo. Nella borsa due pacchi di biscotti e un tè. Non per elemosina, ma come pretesto per entrare senza mani vuote. Sul pianerottolo la aspettava già Sergio. — Anche lei? — chiese, non sorpreso, ma per conferma. — Sì, — disse Nina. — Però faccio le cose leggere. E basta discorsi sulla salute, ok? Sentì quanto era chiaro: non una giustificazione, né una richiesta “se possibile”, una condizione. — Intesi, — rispose Sergio. Salirono da Pietrovia. Aprì un uomo anziano in maglione, volto pallido. Provò a sorridere. — Ecco la commissione, — disse. — Niente commissione, — tagliò Nina, porgendogli la borsa. — Le abbiamo portato la spesa. C’è anche tè e biscotti. Pietrovia prese il pacco con tutte e due le mani, come temendo di farlo cadere. — Grazie. Avrei fatto da solo… solo le gambe… — Lasci perdere il “avrei”, — lo interruppe Sergio con gentilezza. — Dica solo dove mettere tutto. Andarono in cucina. Nina sistemò i pacchi sul tavolo, scorse la lista di farmaci e la scatola vuota delle pillole. Non chiese niente. Soltanto: — Vuole che butti la spazzatura? — Se non le dispiace, — disse Pietrovia, imbarazzato. Lei prese il sacchetto, lo chiuse e portò fuori. Rientrando, si accorse che la schiena quasi non faceva più male. Non per il dolore, ma per una sensazione interna più leggera. All’uscita Pietrovia tentò di offrire soldi a Sergio. — No, — disse Sergio. — Allora almeno… — Pietrovia guardò Nina. — Passi quando serve. Non mordo. Nina annuì. — Se serve, veniamo. E niente eroismi. Scriva in bacheca se le occorre qualcosa. Mentre lo diceva, sentiva crescere in petto la certezza di poter parlare come Sergio. Non dall’alto, né dal basso: affiancati. La sera si fermò alla bacheca. Vicino c’erano una scatoletta di puntine e un bloc-notes. Escrisse con calma: «Int. 46. Nina Sergieva. Se serve: posso andare in farmacia o ritirare un pacco dopo le 19 nei feriali. Niente pesi». Fissò il foglio e rimise la penna in borsa. A casa mise il bollitore su, prese la chiave di riserva e la inserì in una busta, scrivendo sopra il numero di Sergio e mettendola nel cassetto all’ingresso. Non come segno di dipendenza, ma come assicurazione concessa a sé stessa. Quando nel corridoio si sentì chiudere una porta e passi, Nina Sergieva non trasalì. Spense il fornello, versò il tè e pensò che “una volta al mese” non significa folla. Vuol dire che si può non reggere tutto da soli, se accanto c’è qualcuno.