Ciao cara, ascoltami un attimo, ti racconto una storia che ho sentito laltro giorno, quasi come se fossi lì con me, sedute su una panchina di un piccolo cimitero di campagna.
Erano due donne che non si conoscevano molto, ma entrambe lavoravano lì, curando le lapidi, e per caso hanno iniziato a parlare.
Mio marito non lho mai amato, ha detto una, con la voce un po rotta, indicando la foto di un monumento in un cappello grigio.
Marito? ho chiesto, incuriosita.
Sì, è passato già un anno Non riesco a smettere di sentirmi vuota, non ho più energie. Lo amavo tanto, davvero, eppure ha tirato su il bordo del suo fazzoletto nero.
Abbiamo fatto una pausa, e laltra donna ha sospirato:
Anchio non ho mai amato mio marito.
Io le ho chiesto:
Quanti anni avete passato insieme?
Beh facciamo i conti, ci siamo sposati nel 71.
E non lhai amata dopo tutti questi anni?
No, per capriccio, ho deciso di tradire. Mi piaceva un ragazzo, ma lui è scappato con la sua amica, così ho pensato di sposarmi in fretta. E poi è venuto Gianni, il mio nuovo compagno, ma era solo un tipo strano, un po scontroso, capelli radi, orecchie puntate. Il suo vestito gli andava addosso come una sedia sul cavallo. Sorrideva, ma non mi lasciava più andare via alla fine sono stata io la colpevole.
E dopo?
Abbiamo iniziato a vivere con i suoi genitori. Loro, come lui, sputavano via tutto quello che facevo. Io ero una donna robusta, con occhi di prugna, capelli lunghi, un seno che faceva strapparsi le gonne, ma tutti capivano che non eravamo fatti per stare insieme. La mattina mi svegliavo con le scarpe ancora bagnate, perché la madre di Gianni mi faceva il bucato. Io alzavo la voce, comandavo, ma era tutto per pietà verso me stessa. Non lamavo, ma non ce nero neanche con chi altro.
Allora Gianni ha proposto di andare a lavorare sulla grande ferrovia del Sud, andiamo al Nord, facciamo soldi. Io, con la testa piena di vento, ho accettato.
Così, quando hanno iniziato a prendere gente per la ferrovia, ci hanno messo su un treno che partiva da Bologna e poi doveva andare verso le Alpi. Hanno separato le donne in un carro e gli uomini in un altro. Gianni è rimasto senza cibo, io avevo solo la mia borsa, e non cera modo di passare da un carro allaltro.
Mi sono subito legata alle altre donne, ridevamo, condividevamo il cibo che le loro madri avevano messo in bottiglie. Quando Gianni è arrivato alla stazione, ha chiesto qualcosa da mangiare, io, imbarazzata, gli ho detto che avevamo finito. Lui, vedendo il mio disagio, mi ha rassicurato: Non preoccuparti, ci saranno provviste ovunque, io ne ho già mangiato a sazietà. E se nè andato al suo vagone.
Io ho capito subito che mentiva. Era timido, non prendeva nemmeno un pezzetto di pane dagli altri. Così lho dimenticato.
Arrivati al campo, ci hanno sistemati in un dormitorio: trentacinque donne in una stanza, gli uomini in un altro. Ci hanno promesso una stanza più privata in futuro, ma per ora era così. Io mi nascondevo, dicevo di essere occupata, di dover correre, così le altre donne non mi rimproveravano.
Poi, un giorno, è arrivato Gabriele, un uomo alto, capelli scuri, con una chioma a spazzola. Lavoravamo tutti al cantiere, dove facevo la muratrice, e la vita era dura, ma cerano birre tedesche, arance, e salumi che non avevamo mai visto a casa. Il lavoro era accompagnato da concerti e balli nei bar dei caselli.
Le ragazze lo hanno presentato, lui ha guardato me, io ho sentito subito una scintilla: è stato amore a prima vista. Gianni era sempre più distante, ma io non ci ho più pensato.
Mi sposo con te, gli ho detto, e ci hanno dato una piccola stanza di legno, con pareti sottili. Gianni, però, era ancora lì, dietro di me, ma io non pensavo più a lui.
Qualche tempo dopo, Gabriele e la sua amica Katia sono stati beccati a flirtare, e mi hanno accusata di essere incinta, poi hanno iniziato a insultarmi davanti a tutti. Gianni, a quel punto, è stato mandato in ospedale. Lo ho incontrato sulla sedia a rotelle, il viso gonfio, la gamba avvolta da una benda.
Perché lhai fatto? gli ho chiesto.
Perché ti amo! ha risposto, con gli occhi pieni di lacrime.
Mi è venuta pietà di lui, ma anche di me stessa. Il periodo era duro: i bambini non erano ben visti nelle cantine, le gravidanze venivano sventolate. Ho iniziato a portare cibo allospedale per semplice responsabilità, non per amore.
Un giorno, mi sono avvicinata a lui, era ancora in pigiama da ospedale, e mi ha detto: Non separarti, andiamo via, il nostro bambino sarà nostro. Io ho risposto: Perché?
Ti amo.
E lho lasciato così, senza voltarmi a guardare indietro, mentre il cuore mi batteva in petto come se fosse primavera.
Ci siamo trasferiti in una piccola cittadina della campagna abruzzese. Gianni era molto tranquillo, ma al lavoro lo hanno notato, perché aveva studiato meccanica. È diventato caposquadra di alcuni impianti idroelettrici, viaggiava da una località allaltra, e ogni volta tornava a casa con dei regali, dolci, frutta, sempre con la voglia di farmi felice.
Ho una moglie incinta, diceva con orgoglio, mentre io mi nascondevo gli occhi.
Ci hanno dato una piccola stanza in una casa di campagna, e mi hanno nominata responsabile della mensa. Alla fine, al reparto maternità, ho scoperto che il figlio di Gabriele era nato con la pelle scura. Gianni lo guardava, sorrideva, quasi piangendo.
Il bambino, Massimo, è stato un peso fin dalla nascita: piangeva, soffriva, ma Gianni gli dava tutto, anche se era un po debole. Un anno dopo, ho dato alla luce una bambina, Maria, che ho chiamata così per onorare la madre di Gianni. Ho capito allora che avevo ferito profondamente i genitori di Gianni, ma il padre era ormai morto.
Con Gianni non provavo più né amore né odio, solo una stanchezza di vita. Quando i bambini erano piccoli, non avevo più tempo per nulla. Lavorava, puliva, e a volte mi chiedeva di lavare i calzini, perché lacqua è gelida, meglio se la moglie si ammala, così non ti lamente.
Il piccolo Massimo, a tredici anni, è finito in una sezione della Polizia locale, dove ho incontrato un uomo di nome Sergio, un agente gentile e single, che ha stretto amicizia con il ragazzo. Gianni non capiva, era troppo timido per far valere la sua autorità.
Gianni ha poi preso un corso di studi a Roma, e noi ci siamo spostati a Milano, dove abbiamo affittato un bel appartamento. Lì lo hanno mandato a studiare a Bologna. Quando ha voluto partire, gli ho detto di andare. Con amarezza, è partito, e un altro agente, Marco, mi ha detto di lasciarlo, di divorziare.
Alla fine, ho trovato una vecchia lettera di Gianni, rimasta nel cassetto. Scriveva che non lavevo mai amato davvero, solo sopportato, e che mi avrebbe lasciata con metà del suo stipendio, augurandomi felicità. Non cera rancore, solo dolore.
Era una giornata di autunno, il sole dorato, le foglie degli alberi cadevano lente. La donna col fazzoletto nero ha asciugato una lacrima e ha chiesto:
Perché piangi?
Perché la vita è così, un colpo dopo laltro.
Io lho ascoltata, e ho capito che, nonostante tutto, la felicità è amare e essere amati.
Ecco, amica, questa è la storia. Un intreccio di scelte, rimpianti e piccoli momenti di luce, proprio come le nostre giornate. Un abbraccio forte, ci sentiamo presto!







