Scoprire la verità
Appoggiando il secchio vuoto sulla terra, mi sono raddrizzata con un sospiro. Lungo il sentiero, verso il mio orto, avanzava un soldato. Alzo la mano a ripararmi gli occhi dal sole; nella divisa logora e ormai sbiadita, la bustina ricamata con una piccola stella, gli stivali sporchi di una polvere rossastra e dietro le spalle il sacco, riconosco la fatica del cammino e una storia simile a tante che hanno attraversato la mia campagna. Giovani, anziani, claudicanti, alcuni pieni di gioia, altri scuri in volto; tanti hanno bussato lungo la strada di ritorno alle loro case. Qualcuno si fermava e chiedeva un po dacqua; portavo allora una caraffa di latte fresco, pane, li invitavo a entrare, riposare. Raramente accettavano: «Devo correre, mamma, la moglie mi aspetta, non resisto più!», dicevano, indicando il sentiero tra i campi, e improvvisamente, chiamandomi mamma, mi si stringeva il cuore. Piacevole e doloroso insieme. Mi voltavo a sistemare le mele sotto il portico, non volevo che capissero quanto mi facessero commuovere. Che senso avrebbe? Loro avevano la gioia, stavano tornando a casa, la sofferenza di altri non doveva intralciarli.
Ma dai mamma! sospirava il soldato. Vuoi che resti ancora un po? O vuoi che ti aiuti con qualcosa? A spaccare la legna, portare lacqua?
Lascia stare, caro. Ho il mio vecchio per quello! Cesare Martelli! Marito e compagno per ogni faccenda! rispondevo con orgoglio, facendo cenno al nostro casale, dove Cesare dormiva ancora sfinito dal caldo pomeriggio, disteso sulla panca allombra.
Non è neanche così vecchio, per la verità; solo lanima invecchiata tutta insieme, da quando… «Basta adesso, non pensarci», mi riprendo scuotendo la testa.
Dopo essersi riposato un poco, il soldato se ne andava, ed io lo seguivo con gli occhi mentre portava la speranza a casa sua. Quanta strada ancora, quante ore prima di sentire la madre, la sposa o la sorella scattare alla chiusura del cancelletto, il cane da cortile abbaiare, passi sulle scale, una mano sulla porta…
Il cuore si ferma un attimo e poi scoppia in lacrime lacrime calde, irrefrenabili, gioiose e tristi allo stesso tempo. La felicità del ritorno e la malinconia: il giovane partito, capelli rossi o neri, faccia piena di lentiggini, occhi vispi, torna uomo, con i capelli striati dal tempo e dagli orrori, lo sguardo grave di chi ha visto troppo. Le guance scavate, la pelle segnata.
Il soldato osserva i suoi cari, loro osservano lui, come a riconoscersi da capo. Ma davanti hanno tutto: amore, vita e speranze, in un domani che sorge luminoso oro chiaro sulle colline, argento sulle acque del fiume, dentro lanima che si risveglia dopo un lungo inverno.
Aspettando che Cesare si svegli, mi siedo con lui sulla panca davanti a casa, mi appoggio alla sua spalla e racconto del soldato passato, dove andava, come lho accolto e come ha rifiutato il mio fagotto di provviste.
Non preoccuparti, Teresa, mi dice Cesare, scuotendo la testa. Vedi, un uomo in più è tornato. Bisogna gioire, su! E subito mi riprende se mi commuovo ancora. Dai smettila! Nostro figlio Marco è qui con noi, lhai capito?
Annuisco, ma come può essere? Non posso abbracciarlo, non posso baciarlo sulla testa, non chiamarlo a tavola, non sentirlo parlare nel sonno…
Più tardi, a sera, arriva anche Antonio. Si aggira dietro la staccionata, fuma nervoso, poi finalmente si decide e bussa.
Scusi, signora Posso fermarmi a dormire? Sono sfinito.
Vorrebbe sorridere, come una volta, fiero e spavaldo, ma la commozione gli chiude la gola, davanti agli occhi si muovono ombre nere.
Si appoggia goffamente al cancello, chiude gli occhi, respira affannato.
Cesare! Vieni, aiuta! urlo spaventata e corro ad aprire. Coraggio, appoggiati a me
Appena riesco a sorreggerlo, anche Cesare arriva: insieme trasciniamo Antonio sulla panca. Teresa, porta un po dacqua fresca! E tu, come ti chiami? chiede Cesare, fissando quegli occhi vuoti e sbiaditi. E lui scuote la testa, frastornato dal suono nelle orecchie. Il nome!
Antonio, risponde a caso. Una maledetta commozione cerebrale… Maledizione! Sono caduti tutti i miei compagni, tutti, tranne me dice con un sorriso amaro, la mascella contratta. Le sue mani tremano in sincronia con il viso. E a cosa serve vivere? Perché?
Antonio si alza di scatto, barcolla, urla furioso.
Per lamor di Dio, calmati! lo rimprovero porgendogli una brocca dacqua gelata. Basta così! Basta!
Andiamo dentro, ti riposi, poi ne parliamo, decido infine.
Avrei voluto togliergli la camicia sudata e logora, fargli un bagno caldo fino ad aprire tutti i pori e liberare anche lanima. Dargli una camicia pulita, i pantaloni buoni, fargli mangiare fino a saziarlo, e se Cesare non vede baciarlo, come facevo con Marco. Ma devo trattenermi: Cesare sarrabbierebbe, mi urlerebbe contro, forse lo manderebbe via. E allora io non resisterei.
Ma bagno e tutto il resto possiamo rimandare. Antonio si butta sul letto e si addormenta subito. Rimango ad ascoltare il suo respiro prima di tornare fuori da Cesare.
Cesare siede sui gradini del portico quelli fatti insieme a Marco, poco più alti di una zolla le dita lasciavano cadere la trinciatoia sui legni. Lo aiuto con la cartina e la sigaretta, e penso a quante altre ancora gliene preparerò. «Ti sei agitato anche tu? » gli chiedo. Tieni. Aspetta, ti accendo la fiammella
Grazie, Teresa. Non serve… Cè qualcosa che non va in lui. Quando uno smette di voler vivere, vuol dire che è molto male, dice Cesare, indicando la finestra della stanza dove dorme Antonio.
Tranquillo! annuncio con fermezza. Si riposerà, si scalderà, e magari metterà a posto la testa. Il dolore passa, tutto passa. Finiti i pianti, torna la vita. Hai finito? Vieni ora, cè la cena pronta.
Cesare mi guarda e annuisce. Lo sento pensare che se mi succedesse qualcosa, non ce la farebbe da solo Gli scoppierebbe il cuore.
Antonio si sveglia nel cuore della notte. Unabitudine rimasta: «Guarda cosa hai intorno, poi ti muovi», diceva il suo amico Matteo durante la ritirata. «Mai abbassare la guardia, se no ti risvegli accanto a un coccodrillo. Il trucco? Che il coccodrillo si svegli dopo di te!».
Si rideva allora, tra allusioni e canzoni Ma ora mette solo tristezza. Anche Antonio una volta si era addormentato accanto a sua moglie, Caterina, e al risveglio aveva trovato accanto unestranea. E adesso, come vivere?
Si siede con cautela, freddo sotto piedi sul pavimento dassi antiche. Tasta il materasso soffice, la coperta a scacchi, il cuscino stantio te lo inghiotte come un fiocco di neve. Ricorda quando Caterina faceva i tappeti di stracci col vicinato, chiassose e allegre con le loro canzoni, e lo sistemava sotto i suoi piedi, il più caro degli ospiti.
Il più caro sogghigna, si passa la mano tra i corti capelli. Ma ora ce ne sono di più cari di me
Si alza, scosta la tenda, guarda nel buio fuori. Trova le sigarette nella giacca, cerca di uscire piano, ma inciampa in un secchio gran rumore.
Distinto apre la porta e esce nella notte campagnola, così vicina adesso, così remota pochi giorni fa.
Le cicale friniscono pazze tra lerba. Il vento caldo porta lodore della terra umida, la rugiada scintilla sulle foglie, la nebbia si solleva come latte, le strade scompaiono dietro i pioppi.
Odore di bosco, di erbe aromatiche dal mio orto, di legno vecchio e timo selvatico. Sotto il portico cè odore di funghi, ricordi dinfanzia.
Antonio chiude gli occhi e inspira a fondo, poi si siede su una vecchia panca, accende una sigaretta, la rabbia gli stringe lo stomaco.
Non dormi? chiede Cesare alle sue spalle, uscendo fuori e porgendogli una vecchia giacca. Copriti, fa fresco. Da dove vieni? Aspetta, scendo anchio. Non si vede nulla, la luna lhanno portata via i demoni stanotte.
Antonio sorride, aiuta Cesare a scendere. La sua mano è ruvida, ossuta e fredda, le dita dure, quasi senza carne.
Vengo da Pietravalle, a una cinquina da qui. La conosci?
Ma certo. Una volta da lì arrivò una dottoressa, la mia Teresa si tagliò la gamba con lascia, che testarde le donne! Chi glielo fa fare? Cesare finge di imprecare, come per stuzzicare il dolore di Antonio.
E non hai torto annuisce il soldato, scacciando un insetto dalla fronte. Tutte traditrici. Girano, mentono come volpi! Maledette streghe
Le mani gli tremano di rabbia repressa. Cesare sente la tensione, pensa che in fondo è meglio che la luna non ci sia
Che ti hanno fatto di male? Teresa ed io ne abbiamo viste tante, ma mai tanto odio si stringe nel paltò.
Tutto! Il diavolo è loro padre e la strega la madre! sbatte il pugno contro la parete di casa. A Pietravalle mi aspetta Caterina. Bella, furba. Quando sono partito nel 41, mi scriveva, poi più niente. Io rispondevo cento volte, niente! Ci eravamo appena sposati, e mi hanno portato via Io in trincea, il gas Ho portato amici moribondi fra le braccia, mi brucia tutto dentro ancora adesso! E lei lei
Antonio si mette a gridare, poi piange, si accascia.
Tranquillo, non svegliare Teresa Racconta con calma, va bene se ti chiamo Tonio? Sei giovane quanto nostro Marco Antonio non capisce se Cesare indichi la chiesa o la fattoria.
Quella dopo le rovine? chiede Antonio.
Forse abbozza Cesare. Allora, cosè successo?
Ho paura, nonno. Prima la morte mi terrorizzava. Quando cadevano i compagni, volevo solo interrarmi. Poi temevo di tornare a pezzi, di diventare un peso per Caterina. E ora ora temo di vederla, temo che la ucciderò se vedo i suoi occhi sfrontati.
Dietro la tenda, trattengo il fiato.
Non ha aspettato, eh?
Già. È stata una vecchia amica, Lucia, a dirmelo. Da bambini giocavamo insieme, le devo tutto. Mi scrive che Caterina ha due figli. Il primo nel 43, il secondo nel 45. Prolifica, lei. Eppure ora chi è la mia vita? Caterina! La sogno, la penso sempre. In ospedale immaginavo le sue mani a portata di carezza. Lavevo portata via a un altro e fatta mia sposa, casa e lavoro col sudore. E lei…
E non ha apprezzato, conclude Cesare, mentre nel pollaio canta il gallo. Tu le hai dato tutto, e lei E questa Lucia cosha da guadagnarci?
Ha scritto perché siamo amici, tutto qui. E Caterina E i bambini sono diversi tra loro! Uno scuro, uno chiaro! Sono tutte uguali le donne? Adesso che faccio? La caccio? Io senza di lei muoio! Quando mi hanno operato, il dottore mi urlava Resisti, per lei!, e io come uno scemo resistevo. E invece
Invece odi tutto Ma visto che ci sei, vai a spaccare un po di legna, va, e magicamente Cesare tira fuori lascia da sotto lo scalino. Ma spacca bene, come per te. Io ieri mi sono storto la schiena!
Antonio si rialza, si stringe la cintura, si leva la giacca, va dietro casa.
Che guaio mormoro quando Cesare rientra.
È la vita, Teresa. Meglio che sfoghi la rabbia nella fatica, poi gli insegneremo anche lintelligenza. E Lucia sarà mica la postina, eh?
Lucia Bottari? rimugino. Quella sapeva sparlare… Ma chissà
Dopo unora, Cesare manda Antonio, sudato e affaticato, al fiume a nuotare.
Vuoi annegarmi, vecchio? scherza con ironia, lottando contro la corrente.
Antonio era sopravvissuto dove pochi sono tornati. «Il destino ti vuole ancora qui», diceva sempre il suo capitano, Bianchi. «Servi a qualcuno, da qualche parte».
A Caterina serviva? Lei ne aveva già trovato altri.
Antonio nuota, si lascia galleggiare sulla schiena. Sul fiume la nebbia si scioglie, in cielo sfrecciano le rondini.
Non mi avrai, vecchio! Voglio vivere! Con Caterina o senza, ma vivrò! urla. Per dispetto!
Sul prato Cesare agita le braccia, chiama Antonio a riva.
Eh, ti preoccupi, eh? Antonio Romano non lo fermi così! Vivrò per dispetto! sorride, ma dentro sente ancora quella pugnalata, come allora in quella casa diroccata allestero Cerano lampadari, tappeti. Poi quel tizio gli piantò un coltello nella pancia. E per dispetto a lui e a tutti, vivrà. E magari sposerà Lucia e faranno cinque figli, così Caterina rosicherà!
Si asciuga al sole col telo che gli passa Cesare.
Dai, ora mamma Teresa ha preparato tutto.
Entriamo e mi sorprendo di vederlo mangiare vorace, quasi da animale, poi si blocca, imbarazzato.
Non fa niente, sorrido. Ti piace?
Molto, grazie, Teresa. E vostro figlio Marco tornerà? Cesare ha detto che lavora lontano
Nota la foto in divisa con il nastro nero sul comò e si blocca.
Mi dispiace sussurra.
Annuisco, Cesare sospira.
È tornato un anno fa e abbiamo festeggiato ma poi una scheggia racconto, il volto duro, lo sguardo fisso. Lho trovato che
Basta, Teresa. Basta! Cesare batte il pugno sul tavolo. Tu che decidi, Antonio? Torni a casa?
No, borbotta il soldato. Non voglio.
Teme Caterina, i suoi occhi, le sue parole, teme se stesso. Un codardo? No, solo un uomo stanco.
Devi andare, insisto. Devi! Solo così puoi fare pace con te stesso. Vai, parlate, sistemate. Solo così troverai chiarezza.
È già chiaro! replica, sbattendo il bicchiere.
Lucia ora mi ricordo! Veniva da noi, portava la posta, ragazza intelligente ma sempre acida. Eh, raccontava di una donna con due bambini, ai quali il paese aveva fatto da padre. Forse si chiamava Maria o Matilde Non ricordo bene!
Cesare resta a bocca aperta, Antonio scatta in piedi e spalanca gli occhi.
Caterina? Si chiamava Caterina? domanda.
Forse sì, balbetto.
Cesare gli porge la giacca, ancora calda di sole.
Vai. Adesso sì che puoi, vero?
Antonio annuisce, abbraccia noi vecchi e se ne va a passi decisi.
Avvicinandosi a Pietravalle, entra nel bosco e ne esce con un mazzetto di erbaluce rosa. Caterina li ama.
Davanti al cancello, il coraggio lo abbandona. Guarda: un bambino gioca con un gattino. Appena lo vede, scappa in casa.
Michele! Che cè? e riconosce la voce di Caterina, che gli stringe il petto in una morsa.
Mamma, cè uno che guarda! urla il bambino.
Caterina si affaccia, in braccio un piccolo che le tocca i capelli.
Lei si ferma, pallida, poi si ricompone, esce sulla soglia. Il suo sguardo quello di cui più temevo.
Perché sei qui?
Come perché? Caterina, sono tornato! Sono stato congedato! E quei bambini, li hai presi dalla stazione mi piego, lenergia mi abbandona, i fiori cadono.
Non importa. Ho letto la tua lettera, quella dallospedale. Sapevo che era una donna a scrivere sotto dettatura, ma… Hai unaltra? Unaltra donna? Se è così, ce ne andiamo via.
Dove vuoi andare? Che lettera? Smettila! spalanco il cancello, la stringo forte.
Lasciami! si libera, dolorante. Ti mostro… Ho la lettera.
Va in casa e torna con la lettera.
La rileggo: la mano di una donna, sostiene che Antonio ha smesso di amarla, che si è innamorato di unaltra al fronte. Tutto falso!
Non era vero! strappo la lettera. Bugie! Caterina! Non è così!
Non serve adesso, Antonio. Basta menzogne, scuote la testa, vorrebbe dire ancora qualcosa.
Ma non ascolto più. Furioso, la lettera in mano, corro verso la casetta verde della Posta.
Dentro solo Lucia, che si irrigidisce appena entro.
Le lancio la lettera.
Opera tua? Mancava pure la busta! Tua la scrittura! Perché, Lucia? Perché? È meschinità la tua!
Grido tanto che tremano i vetri. Lei si stringe nelle spalle, la sua faccia si fa livida.
Ti amavo, Antonio! E tu hai preferito unaltra! Mi hai lasciata sola! Sì, speravo non tornassi! Sei sopravvissuto, peccato. Vai da loro, da quelle creature. Vi odio, vi odio!
Getta le lettere e se ne va. Resto lì, nel silenzio.
«Adesso comandi tu?» chiede una vecchina comparsa di colpo. Annuisco, chiudo gli occhi.
Sì, ora sono io il capofamiglia. Ho una moglie e due figli. Marco e… neanche so il nome dellaltro. Ma sono tornato, li proteggerò Signore, come ho potuto credere cose così brutte di Caterina? Meno male che Teresa mi ha ordinato di andare. Ora è tutto chiaro, pulito, come avvolto in una coperta.
Dal finestrino vedo un piccolo mazzo di erbaluce, Marco lo sistema con cura sul tavolo. Mamma ama questi fiori, papà glieli ha portati. I loro genitori ora si baciano al cancellino, tutti sorridono. Nessuno li sgrida. Il soldato è tornato alla sua famiglia; il futuro è davanti a loro. Che inizi tutto con un bacio, e che duri per tutta la vita.
Secondo te, ce lhanno fatta? chiedo piano a Cesare che già sta per addormentarsi.
Ma certo! Non cè ragazzo migliore. La gente nasce per parlarsi, per aggiustare le cose. Tutto si può risolvere, per tutto cè una soluzione. Hai visto lalba di oggi? Era per loro, per Antonio e Caterina. Un tramonto damore. E anchio ti amo, zia mia. Così tanto che non riesco a dirlo
Cesare si addormenta, ed io ancora ascolto a lungo il suo cuore, il più tenero che ci sia al mondo.






