Sussurro dietro il vetroNel silenzio della notte, una voce flebile si insinuò tra i riflessi, svelando un segreto che da tempo attendeva di essere ascoltato.

**Diario, 15 dicembre 2022**

Oggi il turno è stato una lunga catena di suoni spezzati, come se ogni passo della giornata si fosse frantumato in piccoli cristalli di ghiaccio. Sono una **sostituta di reparto** allospedale San Giovanni di **Firenze**, e questa mattina ho dovuto prendere in consegna la borsa di una nuova arrivata, **Benedetta**. Il suo viso era stanco, segnato da notti insonni e da sguardi che hanno visto troppe sofferenze altrui. Ho passato la borsa dal mio braccio sinistro a quello destro; il sacchetto di plastica si è incrinato, spezzando il silenzio tombale dellascensore. Dentro spiccavano, come un colore di disagio, i piccoli indumenti del neonato: una tutina rosa con coniglietti, una copertina ricamata con la scritta Sono il tesoro di mamma, e una confezione di pannolini bianca con bordo azzurro. Sulla confezione cera il grande numero 1 per i neonati appena nati. Per chi inizia il suo cammino.

Lascensore, cigolante sui cavi logori, scendeva lentamente verso il piano terra. Ad ogni piano, il cuore di Benedetta si stringeva sempre di più, trasformandosi in un piccolo nodo di dolore senza difesa.

**Niente, bambina**, mi è sembrato dire con voce rauca, come il cigolio di una porta non ingrippata. **Sei giovane, forte. Ancora avrai tempo. Tutto si sistemerà**
Mi è lanciato a Benedetta uno sguardo rapido, carico di una compassione imbarazzata e del desiderio di terminare al più presto quel tragitto doloroso.

**Hai fratelli maggiori?** ho chiesto, per colmare lattimo di silenzio che ci avvolgeva.
**No** ha sospirato Benedetta, fissando i pulsanti lampeggianti dei piani. La sua voce sembrava vuota, senza vita.
**È più complicato** ho continuato. **Cosa avete deciso? Seppellire o cremare?**
**Sepelieremo**, ha risposto Benedetta, stringendo le labbra fino a farle diventare bianche come la neve. Il suo sguardo si è perso nello specchio sporco dellascensore, dove si rifletteva il suo volto pallido e svuotato.

Io ho sospirato, quasi con la professionalità di chi ha visto mille volte la stessa scena: giovani, anziani, spezzati. La vita in questi corridoi si divide in prima e dopo. E per Benedetta quel dopo era appena iniziato.

Lho portata fuori dallospedale da sola. Non cera nessun involucro di nastro rosa o azzurro, né un ruggito felice da una culla accogliente. Nessuno dei soliti abbracci, né gli occhi pieni di gioia dei parenti, né i bouquet di crisantemi profumati dinverno. Cera solo **Massimo**, suo marito, in piedi ai piedi della scala dellospedale, con gli occhi bassi, colmi di colpa, curvo come se portasse sulle spalle un peso insopportabile. Intorno a noi aleggiava un vuoto gelido, che ronzava nelle orecchie e non ci lasciava respirare.

Massimo mi ha stretto a malapena, timido, temendo di infliggere unaltra ferita con il contatto. Il suo abbraccio era solo una formalità, un rito di passaggio senza parole, senza foto ricordo ai lampadari delluscita. Le porte si sono chiuse automaticamente alle nostre spalle, come a voler sigillare per sempre quel capitolo di vita.

**Io…** ha balbettato Massimo, avviando lauto. Il motore ha risposto con un ruggito sordo, quasi senza vita. **Al ritualista a questi avvoltoi ho già prenotato tutto per domani. Però, se vuoi,** ha esitato, inghiottendo un nodo. **Il velo sarà bianco, piccolo, e la bara di un colore sabbia, con rifiniture rosa**
**Non importa**, lho interrotta, fissando il vetro appannato. **Non posso non riesco a parlare di questo adesso.**
**Va bene**, ha risposto, tossendo nervosamente e stringendo il volante.

Il sole di dicembre, ingannevolmente brillante, rifletteva nei pozzanghere e abbagliava gli occhi, dipingendo il cielo di un azzurro spietato. Sembrava celebrare una vita che non cera più. Dove erano il vento, la pioggia gelata, la neve che cadeva sul viso come una coltre di peccati? Il traffico si è fermato a un posto di blocco, e lauto è scesa su una strada bagnata di sale. Benedetta ha lanciato uno sguardo di triste compassione al muso sporco del veicolo.

**Che sporco!**
**Mi sono dimenticato di portare lauto al lavaggio. Tre giorni fa volevo farlo, ma**
**Sei malato?** ho chiesto, girandomi verso di lui.
**No. Perché lo chiedi?**
**Stai tosseggiando.**
**È solo nervoso, la gola si stringe per lo stress.**

Il mondo fuori non era cambiato. Firenze era ancora la stessa: le strade con i mozziconi di sigaretta attaccati ai marciapiedi, gli alberi spogli che si stagliavano contro i palazzi grigi dei vecchi condomini, un cielo azzurro senza una nuvola. Un recintato arrugginito di una scuola, con un messaggio damore appena dipinto di fresco. Piccioni gonfi di piume sui cavi elettrici. Lasfalto si perdeva allorizzonte. Era tutto come prima, e questo mi schiacciava.

A terzo mese di gravidanza ho iniziato a sentirmi male. Prima solo una leggera irritazione alla gola, poi febbre, brividi, dolori muscolari. Ho pensato fosse un semplice raffreddore, magari linfluenza. Ho preso le medicine prescritte; i medici mi hanno rassicurata: Niente di grave, il bambino è ben protetto. Dopo la guarigione, una strana eruzione è comparsa sulla schiena. Linfettivologo lha vista di sfuggita, ha detto herpes, e mi ha dato antivirali pesanti. Ho preso le pillole, colmo di senso di colpa, ma niente è migliorato. Un dermatologo ha alzato le spalle: È solo una reazione allergica, niente di serio. Mi ha dato una crema e leruzione è sparita. Pensavo che le difficoltà fossero finite. Ho iniziato a riordinare la stanza del neonato, a comprare il necessario.

Il giorno del travaglio è iniziato timidamente, contrazioni quasi impercettibili. Ho ricordato i consigli dellostetrica: Resta a casa, non è vero travaglio. Ma il dolore è aumentato, le contrazioni sono diventate più forti e regolari. Mi hanno messo due infusioni per fermare il travaglio, ma niente ha funzionato; anzi, il dolore è diventato quasi insopportabile. Dopo sei ore, il monitor ha mostrato un battito fetale più lento, ipossia, ha sussurrato lostetrica. Il medico, avvicinandosi, ha messo una mano sulla mia fronte sudata: Lo stato del bambino peggiora, cè rischio. Proponiamo il cesareo. Non ho potuto oppormi; ho annuito.

Lintervento è stato rapido e, secondo i medici, riuscito. È venuta al mondo una bambina. Il primo pianto è stato forte, il viso piccolo, i capelli scuri, e lhanno messa al petto. Per cinque minuti ho sentito una gioia pura. Poi lho rivista solo il giorno dopo, nella terapia intensiva, avvolta da tubi, monitor e un ventilatore che le dava fiato. Dal suo piccolo cavo respiratorio usciva sangue rosso scuro.

**Polmonite**, ha spiegato il capo reparto, evitando lo sguardo. **Infezione probabilmente da acqua contaminata, forse qualcosa che ho contratto in gravidanza.**

Il terzo giorno, quando la sua condizione sembrava stabilizzarsi, ho cercato di estrarre il latte materno, pregando tutti i santi, tutte le divinità che conoscevo. Massimo, per la prima volta in anni, è andato in chiesa a pregare accendendo una candela. Dopo, ha dovuto occuparsi di una tradizione di famiglia: cambiare il nome della piccola. Una zia anziana, un po superstiziosa, mi ha detto che Benedetta non era il nome giusto. Così, insieme, abbiamo scelto un nome più antico, più forte: **Alessandra**. Proprio quando credevo di aver trovato una speranza, il capo reparto è entrato, ha fermato la mia mano e ha detto:

**Mi dispiace molto, Alessandra**, ha detto, guardando altrove, la fine è vicina. Le parole hanno galleggiare come nebbia, senza senso, solo un annuncio di chiusura.

Guardavo i volti degli sconosciuti nei finestrini delle auto in corsa. Erano tre, ma sembravano sempre due, perché tra noi cera ormai un abisso. Dentro di me ribolliva: *Mi dispiace, che frase vuota e banale! Come viverò adesso? Come respiro se il mondo è fermo, sospeso come una corda pronta a spezzarsi?*

La famiglia, arrivata per sostenerci, guardava i medici con rabbia, chiedendo giustizia, un processo. Io, immersa nel mio dolore, non volevo più nulla. Non riuscivo nemmeno a muovermi; ogni gesto, ogni pensiero, richiedevano sforzi sovrumani. Decisi di tornare al lavoro dopo le festività. Restare a casa, circondata da quei piccoli vestiti che non potevo né dare né buttare, sembrava una follia.

Il nuovo anno e il Natale li ho trascorsi nella casa dei genitori, in un paesino di montagna, coperto di neve. Il silenzio era assordante. La vigilia, abbiamo deciso di fare la sauna per lavare via la sporcizia della città e dellospedale. Prima sono andati in sauna Massimo e mio padre; io e mia madre siamo entrate solo a mezzanotte. La madre, superstiziosa, non voleva entrare da sola nella piccola sauna sul retro, così mi ha preso per mano, avvolta in un vecchio accappatoio di spugna. Il suo vapore profumato di betulle e legno secco riempiva la stanza. Dopo, è uscita nella stanza precedente, dove mi trovavo su una panca larga.

**Stanotte si fanno le divinazioni di Natale, lo sai?** ha detto, asciugandosi con un asciugamano. **Da piccole, con le amiche, mettevamo due specchi di fronte e accendevamo candele indovinavamo il futuro.**

Ho inspirato quellaria calda, guaritrice, e mi è venuta voglia di sonno.

**E allora? È vero?** ha chiesto la madre.
**Non lo so**, ha esitato. **Una volta, davanti a due specchi, nella notte più nera, ho visto una figura nera avvicinarsi eravamo spaventate e abbiamo chiuso gli occhi. Da allora non ho più provato a farlo. Vuoi provare adesso? magari con i fondi di caffè?**
**Neanche per sogno!** ho risposto, torcendo il naso.

Lho aiutata a uscire, e le ho detto di andare a casa. Ho chiesto di restare ancora un po in sauna, di stare sola. Lei ha annuito, guardandomi con comprensione, e se nè andata. Rimasi sola, il legno scricchiolava leggermente, il pavimento di legno cigolava per il caldo. Una ragnatela grigia si arrampicava nei margini del soffitto, e fuori dalla finestra ghiacciata cera silenzio, neve e rami di ciliegio coperti di bianco. Il mio cuore pesava come melassa. Mi sono sdraiata sulla panca, cercando di non pensare a nulla, ma solo ascoltare il crepitio del fuoco nella stufa, il fruscio di un vecchio acero fuori, il silenzio che rimbombava nelle orecchie. Piano piano, mi sono addormentata. Il confine tra realtà e sogno si è dissolto, trascinandomi in un sonno breve ma intenso.

Nel sogno ero nella mia casa, il sole inondava il soggiorno. Ho camminato verso la culla che io e Massimo avevamo scelto con tanto amore: bianca, con eleganti slanciate. Qualcosa si è mosso, un suono leggero. Il mio cuore ha saltato un battito. Mi sono avvicinata, ho guardato dentro: sulla coperta rosa giaceva la mia bambina. Il suo viso era quello che avevo ricordato per sempre. I suoi occhi grandi e azzurri mi hanno fissato. Allimprovviso ha sorriso, un sorriso dangelo, senza denti.

**Mamma**, ha detto, con una voce cristallina, quasi adulta.

Sono rimasta senza parole. La bimba ha aperto la bocca, come un bocciolo di rosa, e ha parlato chiaro, come se fosse già una donna. Ho guardato il suo volto, incapace di muovermi, e dentro di me è nata una tempesta di speranza. Forse era solo un sogno? Forse tutto quel mese di dolore, quella perdita, era solo un incubo? Ma i neonati non parlano! Lidea mi ha colpito come un fulmine; ho pianto sconsolata.

La bambina ha sorriso di nuovo, con un sorriso senza fondo.

**Mamma cara, non piangere**, ha detto il suo piccolo vocino. **Andrà tutto bene, credimi. Sarai felice. Avrai una figlia. Chiamala Alessandra. Non temere più, piccola. Io sarò sempre con te.**

Mi ha allungato la manina, e mi sono svegliata di colpo, il petto affannato. Ero ancora sulla panca della sauna, le lacrime scivolavano sul viso. Una grande pietra, che sembrava gravare su di me da anni, si era finalmente staccata, lasciando solo sabbia fine sotto i piedi.

Il tempo guarisce, come sa fare la vita, a piccoli passi. Ho portato tutti gli oggetti del neonato dai genitori, tenendo per me solo una piccola sonaglietta a forma di orsetto rosa, e sono tornata al lavoro. Le giornate, la routine, i percorsi familiari mi hanno riaccolto. Ho ricominciato a ridere, per la prima volta, senza quel senso di colOra, mentre lacqua del caffè scorreva lenta nel mio bicchiierino, ho capito che la vita, con i suoi dolori e le sue speranze, continuava a scrivere il proprio capitolo, e io ero pronta a viverlo.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

1 × 2 =

Sussurro dietro il vetroNel silenzio della notte, una voce flebile si insinuò tra i riflessi, svelando un segreto che da tempo attendeva di essere ascoltato.
Una anziana povera sfamò due bambini affamati per mesi… poi scomparvero senza nemmeno un saluto. Vent’anni dopo, la verità venne finalmente a galla.