Giuro di amare tuo figlio come se fosse mio. Riposa in pace…

Ruggero era un uomo che, a tutti gli effetti, aveva tutto. Un monolocale elegante in Trastevere, un lavoro da manager in una società di moda, una Ferrari rosso fuoco parcheggiata davanti al condominio. Cene nei ristoranti di Campo deFiori, abiti firmati, orologi scintillanti in poche parole, il pacchetto successo era completo. Manca­va però lamore. Un anno prima aveva divorziato dalla moglie con cui aveva vissuto sette felici anni. Un pomeriggio, mentre raccoglieva le valigie, lei gli aveva detto: «Voglio vivere per me stessa, niente figli, niente trambusto familiare». Era troppo bella per una vita domestica, e lui, a suo dire, troppo semplice per lei. Ruggero, però, era sempre stato un tipo onesto, leale; i genitori ne erano orgogliosi, ma vivevano a Firenze, lontani, e le visite erano rare.

Un giorno, uscito dal lavoro un po prima del solito, decise di tornare a casa, fare una doccia veloce e poi andare a cena fuori. Non gli veniva voglia di cucinare. Improvvisamente gli venne in mente: «E se infranto le mie regole e mi concedessi una serata sbagliata con una kebab e una CocaCola?» Mentre girava verso una piccola bancarella di cibo da strada, notò, da lontano, un ragazzino di cinquesei anni seduto sul marciapiede, con le guance bagnate di lacrime. Il cuore di Ruggero si strinse. Si avvicinò, si inginocchiò accanto a lui.

Chi sei? Che ci fai qui? Dove sono i tuoi genitori? chiese, cercando di mascherare limpeto.

Mi chiamo Gianluca, ho fame ma non ho soldi. La mamma è in ospedale e sono rimasto da solo. Ho paura singhiozzò il bambino.

E il tuo papà, Gianluca? continuò Ruggero.

Non lo so, la mamma diceva che era sparito quando sono nato rispose il bimbo, gli occhi pieni di uninquietudine più grande della sua età.

Da quanto tempo sei qui per strada? incalzò il manager.

Due giorni. Ho le chiavi di casa, ma non riesco ad aprire la porta. Dormo in ingresso, fa freddo e non ho nulla da mangiare rispose il ragazzino.

Ruggero decise allora: «Andiamo a comprare qualcosa e poi ti porto a casa». Prese dei panini, una bibita e un sacchetto di patatine, e si mise in cammino verso il quartiere di San Lorenzo, dove Gianluca aveva indicato di abitare. La porta era troppo alta per le piccole mani del ragazzino; però, una volta dentro, il piccolo corse subito in cucina e afferrò un pezzo di pane.

Mettiamoci comodi: ti lavi, ti cambi e poi preparo qualcosa di più sostanzioso suggerì Ruggero, posando le buste sul tavolo.

Gianluca accettò, andò in bagno e, quando gli chiese se avesse bisogno daiuto, il bambino rispose con voce da adulto: «Sono un uomo, devo farcela da solo». Dopo un mangiato veloce, il piccolo, ormai stanco, cominciò a sbadigliare sulla sedia. Ruggero lo prese in braccio, lo sistemò sul letto e lo coprì con una coperta. Lappartamento, seppur un monolocale, era sorprendentemente accogliente: foto in bianco e nero su un comodino mostravano una giovane donna dal volto dolce, forse la madre di Gianluca.

Mentre osservava la stanza, Ruggero si chiedeva cosa ci facesse lì. Guardò il bambino addormentato e capì che non poteva più lasciarlo. Accarezzandolo delicatamente, afferrò le chiavi e uscì silenzioso, parcheggiando la Ferrari in un posto libero. Tornò nellappartamento, sistemò la cucina, rimise le provviste in frigo e, curiosando nel cassetto accanto allo specchio, trovò un taccuino con i dati della madre di Gianluca: nome, cognome, data di nascita, numero di cellulare. Telefonò, ma la linea era occupata. Decise allora di chiamare gli ospedali di Roma; scopri che la donna, Irene, era stata ricoverata in una clinica oncologica di Via Tiburtina. Un nodo allo stomaco gli fece capirlo subito: la situazione era delicata.

Ruggero entrò nella stanza, sistemò la coperta su Gianluca e si sdraiò sul divano. Il sonno lo colse in un batter docchio. Quando si svegliò, il sole filtrava già dalla finestra; il piccolo non cera più. Una voce infantile lo chiamò:

Zio, sei sveglio? Ho preparato colazione e il tè!

Ruggero, ancora mezzo addormentato, scese in cucina dove trovò dei tramezzini tagliati a caso, ma che in quel momento sembravano i più deliziosi del mondo.

Sai, Gianluca, ho scoperto dove hanno portato tua madre. Dovremmo andare a farle visita, così non si preoccupa più disse, stringendo una mano sul petto.

Gianluca annuì. Dopo aver dimenticato la colazione, i due partirono verso lospedale. Una volta lì, indossarono le copertine antipolvere e si avviarono verso la porta della stanza di Irene. Quando laprì, trovò una donna dal volto sfinito, occhiaie profonde, ma gli occhi ancora pieni di speranza. Al vedere suo figlio, le lacrime scivolarono come una pioggia improvvisa.

Figliolo, mio tesoro, non so come sei finito qui, ma perché cè questo signore? chiese con voce incrinata.

Mamma, questo è Ruggero. È il mio amico, è stato molto gentile, mi ha dato da mangiare e mi ha tenuto compagnia rispose Gianluca.

Irene lo guardò con gratitudine.

Grazie di cuore, signor Ruggero. Non ho nessuno a cui chiedere aiuto. Sono sola

Ruggero, con un sorriso rassicurante, disse:

Non si preoccupi, la sistemeremo. Non lo abbandonerò, resterò con lui. Si curi, possiamo parlare con i medici.

Il dottore, dopo aver ascoltato la storia, rispose con tono serio:

La situazione è avanzata. Le terapie hanno rallentato la malattia, ma è probabile che restino al massimo un mese di vita. È sotto forte analgesico.

Ruggero, con una punta dironia per stemperare la tensione, propose:

Se potessimo spostarla in una stanza più comoda, con una vista migliore e qualche comfort in più, forse gli ultimi giorni saranno più sereni.

Il medico acconsentì. Ruggero e Gianluca portarono succhi, frutta e una teglia di lasagne. Irene, nonostante il dolore, assaggiò lentamente, sorridendo al figlio e al suo nuovo zio. Lo sguardo verso Ruggero era carico di speranza e gratitudine.

Nei giorni seguenti, Ruggero faceva visita ogni mattina, portando fiori freschi, raccontando barzellette sulla vita romana, e persino facendo il bacio della nonna a Gianluca. La madre iniziò a riprendere colore, e Ruggero cominciò a nutrire uninaspettata tenerezza per quel piccolo e per la sua famiglia improvvisata.

Passarono tre settimane; Irene mostrava ancora un lieve rossore sulle guance. Ruggero, ormai legato al loro destino, chiedette al medico un ultimo favore.

È possibile trasferirla in casa sua? Vorrei che trascorresse gli ultimi giorni con noi, senza le pareti dellospedale.

Il medico, guardandolo negli occhi, rispose semplicemente:

Purtroppo, non possiamo fare molto. Il tempo sta scorrendo.

Una notte, mentre Irene riposava, Gianluca si avvicinò a Ruggero, tutto vestito di bianco come per unoccasione speciale.

Zio, mi sposo! Ho deciso che se non trovo papà, mi sposerò con la mamma, così sarò legalmente suo figlio. Devo solo parlare con il mio avvocato, poi tornerò da lei. Prepariamo una cena festiva!

Ruggero, colto alla sprovvista, rise tra sé e sé, immaginando il piccolo vestito da sposo. Ma il pensiero di un futuro più stabile per il bambino gli riscaldava il cuore.

Il giorno seguente, la porta dellospedale si aprì e Ruggero entrò con un enorme mazzo di rose rosse e una piccola scatola. Si inginocchiò accanto al letto di Irene.

Irene, ho cambiato idea più volte questi ultimi giorni. Non voglio più mandare Gianluca in un orfanotrofio. Voglio che resti con me. Se accetti, ti chiedo di sposarmi. Così potrò adottare il bambino legalmente. Cè già il rappresentante del registro civile qui fuori, pronto a firmare. Che ne dici? disse, con la voce che tremava per lemozione.

Irene lo guardò come se avesse davanti a sé un angelo. Il suo cuore, ormai debole, fu travolto da una dolce speranza.

Sì, accetto sussurrò, lacrime che scivolavano sul suo volto.

La cerimonia fu breve, poco più di trenta minuti; Ruggero mise lanello al dito di Irene, la baciò sulla guancia e tornò subito dal dottore.

Posso portarla a casa? È solo analgesico, io posso occuparmi dei punti, la mia mamma sarà al suo fianco. Che possa vivere qualche giorno in più fuori dal letto dospedale chiese.

Il medico, con un cenno, gli consegnò una ricetta per le cure domiciliari.

Ruggero accompagnò Irene nella carrozzina, la sistemò su una sedia a rotelle e la portò fuori dallospedale. Sentiva il suo corpo quasi senza peso, ma la volontà di tenerla stretta contro di sé era più forte di qualsiasi forza.

Quella sera, nella loro piccola casa di Trastevere, cera una grande cena di festa per il matrimonio. Gianluca saltellava per gli appartamenti, felice, mentre la nonna Livia, una simpatica signora di settantanni, raccontava aneddoti divertenti sui vicoli di Roma.

Le notti successive, Ruggero vegliò su Irene, le somministrava le iniezioni, le cantava dolci melodie. La mattina, la madre preparava loro la colazione, poi serviva Gianluca e Ruggero. Questo ritmo si ripeté per cinque giorni, finché il cuore di Irene non cedette.

Il funerale fu semplice: una piccola lapide in un cimitero di periferia, con due figure accanto, il padre e il figlio. Accanto a loro cerano i genitori di Ruggero e i suoi amici più cari. Ruggero teneva la mano di Gianluca, temendo di lasciarlo andare.

Papà, la mamma mi ha detto che sei il mio papà, che sei qui per me. È vero? Non mi lascerai mai, vero? chiese il bambino, gli occhi pieni di speranza.

Ruggero si inginocchiò, lo avvolse in un abbraccio forte come una roccia.

Sì, piccolo, sono qui e lo sarò sempre. E tua mamma non è più qui, ma ti guarda dal cielo, ti protegge e rimane nei nostri cuori.

Gianluca strinse Ruggero al collo, poi guardò la foto di Irene e disse:

Mamma, non preoccuparti, papà è qui e noi saremo felici. Ti amerò sempre.

Le lacrime scivolarono sul volto di Ruggero, ma per la prima volta in anni sentì un senso di scopo. Aveva trovato una famiglia, un motivo per cui alzarsi ogni mattina. E così, tra una risata e un pianto, la vita di Ruggero cambiò radicalmente: non più solo un manager ricco, ma un papà, un marito, un amico. Il suo cuore, una volta vuoto, era ora colmo di amore.

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