«Ti sosterrò e ti aiuterò», ha promesso un uomo di 52 anni. Ben presto ho rimpianto di avergli affidato non solo il cuore.

«Ti sosterrò e ti aiuterò», mi disse luomo, con la voce bassa ma decisa, mentre i suoi occhi di quarantadue anni brillavano di una promessa che sembrava più un abbraccio che un inganno. Poco dopo mi pentii di avergli affidato non solo il cuore.

Mi chiamo Loredana, ho cinquantaquattro anni. Se qualcuno mi avesse detto qualche anno fa che una donna adulta, con casa, lavoro, pensione e la testa sulle spalle, poteva cadere in trappola per colpa di un uomo, avrei alzato la mano e sorriso. Avrei risposto: «Non sono più una ragazzina, le belle parole non mi comprano più».

Eppure, mi era bastato un semplice, umano: «Ti sosterrò e ti aiuterò». Sette parole, e io, lultima romantica stupida con un passaporto, una lunga esperienza e la schiena sempre dolorante, le presi per oro.

Lincontrammo per caso a Roma. Si chiamava Vincenzo, cinquantadue anni, divorziato, figli adulti, viveva solo in un bilocale. Un uomo di aspetto ordinario, non un modello da copertina, ma nemmeno io sono una Monica Bellucci appena uscita dal turno di notte.

Vincenzo parlava piano, ascoltava attento. Per una donna della mia età, quello è più prezioso di un bouquet. Quando ti ascoltano senza interromperti, inizi a pensare: «Che meraviglia, un vero essere umano, non solo un divano con telecomando».

Le prime settimane furono un regalo. Mi chiamava al mattino, chiedendomi se avevo dormito bene; la sera chiedeva se ero stanca. Portava mele, ricotta, brioche. Un giorno mi comprò anche una crema per le mani perché aveva notato la pelle secca. Quasi piansi. È comico, no? Una donna di cinquantaquattro anni commossa da una crema da due euro.

Ma non era la crema. Era il fatto che qualcuno avesse pensato a me.

Vivevo sola in un monolocale, lavoravo, percepivo una piccola pensione, e avevo ereditato lappartamento della madre. Non milioni, ma bastava per vivere. Fino a quel momento facevo tutto da sola: bollette, spesa, medicine, riparazioni, certificati, lavoro, negozi. Anche quando era difficile, mi alzavo e andavo avanti.

Poi arrivò luomo che disse:

Loredana, perché affronti tutto da sola? Una donna deve vivere serena. Io sono qui.

Come non sciogliersi? Dopo anni passati a contare solo su me stessa.

Due mesi dopo lincontro, mi propose di andare a vivere da lui.

Allinizio ebbi paura. Due mesi non sono molto. Gli dissi:

Vincenzo, quasi non ci conosciamo.

Lui rise:

Loredana, a questa età cosa ci resta da tirare su? Non abbiamo ventanni. Sappiamo già chi ci serve.

Quel «a questa età» mi ha trafitto. Sembrava ragionevole, come se fosse normale non giocare più a fare la bambina. Pensai: «Che cè da temere? Forse la vita mi offre ancora una possibilità, non una favola da bambina, ma un po di calore vero».

Disse:

Trasferisciti. Affitterai il tuo appartamento, avrai un reddito extra, ti garantirò tranquillità. Non ti farò del male. Ti sosterrò e ti aiuterò.

Ancora oggi, quando ricordo quella frase, il petto si stringe. Allora era un pilastro, poi si è trasformata in una beffa.

Organizzai il trasloco in fretta: vestiti, qualche piatto, documenti, medicine, qualche foto. Affittai il mio bilocale a una conoscente tramite la vicina. Ero felice di avere un reddito in più, di poter aiutare la figlia, comprare qualcosa per me, magari finalmente sistemare i denti. Ho sempre rimandato quellintervento.

Vincenzo mi accolse con un sorriso, mi aiutò a portare le valigie e disse:

Ora siamo una famiglia.

Stavo lì, nel suo corridoio, tra le scatole, e pensai: «Ecco, Loredana, ce lhai fatta. Forse non è tutto perduto».

Le prime settimane andarono bene. Cucinavo, lui mi elogiava. Guardavamo la TV la sera: lui le notizie, io le serie. A volte litigavamo per il telecomando, ma in modo civile. Ridevo pensando alla nostra romanticità: lui con il giornale, io con il pentolone, entrambi soddisfatti.

Poi cominciò a parlare di soldi.

Allinizio con cautela.

Loredana, quanti soldi spendi al mese?

Risposi approssimativamente: cibo, medicine, trasporti, qualche extra. Lui aggrottò le sopracciglia.

Troppo.

Mi sentii a disagio.

Vincenzo, ma io spendo solo quello che ho.

Mi guardò come se avessi detto una sciocchezza.

Ora viviamo insieme, quindi il denaro deve essere comune.

Non capii subito cosa intendesse. Comune poteva significare solo dividere le spese, ma io non avevo problemi a farlo. Non ero tirchia. Ma lui puntava oltre.

Qualche giorno dopo disse:

Facciamo così: tu mi dai la pensione, lo stipendio, i soldi dellaffitto. Io gestirò il bilancio e ti darò quello per le spese.

Iniziai a ridere, pensando fosse uno scherzo.

Dare? Sono una bambina ancora?

Lui non rise.

Loredana, non offendersi, ma spendi a caso. Io, come uomo, so meglio come distribuire il denaro. Dobbiamo risparmiare, pensare al futuro.

Quel commento mi colpì. Mi convinco a pensare che forse aveva ragione, che a volte comprai cose inutili: una maglietta in saldo, un giocattolo per la nipote, qualche extra in farmacia.

Capii allora che era il primo campanello dallarme, un suono che ignorai fingi­ndo fosse solo musica.

Gli chiesi:

E i tuoi soldi? Sono anche comuni?

Rispose pronto:

Certo. Tutto in casa.

Il suo tutto in casa non lo vidi mai. Il suo stipendio sembrava svanire nellaria: pagava i debiti, aiutava il figlio, riparava lauto, restituiva i prestiti. I miei soldi gli stavano in un cassetto, poi su una carta, poi più nessuno li riconosceva.

Il primo mese congedai la pensione. Estrassi i soldi, li posai sul tavolo, lui li prese, li contò e disse:

Vedi? Ora cè ordine.

Mi sentii come se avessi ceduto non il denaro, ma la voce.

Poi lo stipendio, poi laffitto. Ogni mese lo stesso copione. Io davo, lui registrava in un taccuino con la serietà di un direttore di banca.

Scherzai:

Vincenzo, almeno metti il timbro, così so che hai ricevuto da me tutto il frutto del mio sudore.

Lui sorrise:

Non cominciare.

E non cominciai.

Mi dava i soldi per la spesa, a volte per la farmacia. Quando chiedevo qualcosa di più personale, il rifiuto era veloce.

Vincenzo, vorrei un taglio di capelli.

Perché? Stai bene così.

Si vedono le radici.

Loredana, non siamo milionari.

Taci, ma una settimana dopo andai comunque dal parrucchiere più economico. Lui mi chiese quanto avevo speso e mi sentii colpevole per il mio stesso capello.

Una volta comprai un accappatoio semplice, non di seta, ma un vecchio già sfibrato. Lo mostrò a Vincenzo, che sbuffò:

Di nuovo i soldi?

Risposi per la prima volta con tono secco:

È un accappatoio, non una barca.

Lui si offese, rimase in silenzio per tutta la sera, io lo rincorrevo come un gatto colpevole, poi mi scusai di nuovo. Ora, a pensarci, è quasi comico.

La mia vita si ridusse a lavoro, casa, cucina, spesa, rendiconto con Vincenzo. Le amiche incontravo meno spesso; non mi vietava, ma era più intelligente.

Di nuovo la tua Lara? Ti fa male?

Perché ti fa male?

Dopo di lei torni sempre scontrosa.

Io non tornavo scontrosa a causa di Lara, ma perché mi ricordava che potevo ancora ridere, dire quello che pensavo.

Mia figlia, allinizio, era felice per me. Diceva:

Mamma, finalmente hai qualcuno.

Non le parlai dei soldi. Era imbarazzante. Come avrei potuto dire a sua figlia che a questetà avevo dato tutto a un uomo? Lavevo sempre insegnato: «Non dipendere mai da nessuno». Mi sentii una cattiva maestra.

Tre mesi dopo, capii che qualcosa non quadrava, ma uscire era difficile. Non era una questione fisica; raccogliere le cose era facile, ammettere linganno era unaltra storia.

Mi discutevo ogni giorno con me stessa:

«Non beve», «non è violento», «compra il cibo», «tutti hanno le loro debolezze», «forse il mio carattere è difficile».

Lui, soprattutto, mi rimproverava:

Loredana, sei nervosa. Loredana, è difficile stare con te. Loredana, non sai come vivere in coppia. Loredana, sei sempre sulla difensiva.

Io iniziavo a chiedere:

Vincenzo, quanti risparmi abbiamo? Dove sono i soldi dellaffitto? Perché non mi mostri le spese? Perché devo chiedere i collant?

Lui si irritava:

Non ti fidi di me?

Quella era la sua frase preferita. Ogni volta che dicevo «non mi fido», mi faceva sentire colpevole: se non ti fidi, sei cattiva; se ti fidi, devi stare zitta e cedere.

Un giorno, insistetti:

Per favore, mostrami quanti soldi abbiamo.

Lui puliva una mela con lentezza, come se scolpisse un monumento.

Loredana, mi stai controllando.

Non è un controllo, sono i miei soldi anche.

Alzò gli occhi:

I tuoi? Avevamo concordato un bilancio comune.

Comune significa che entrambi sappiano.

Gettò il coltello sul tavolo.

Ecco perché non volevo legarmi. Le donne sono tutte uguali: prima ti amo, poi la contabilità.

Mi sentii disgustata, ma rimasi in silenzio. Dentro, il timore mi attanagliava: se andassi via, dove andrei? Non potevo tornare al mio monolocale, cera la coinquilina, il contratto. Come spiegare a tutti che sono tornata a casa con le valigie, vittima di una truffa?

Sembrava stupido, ma era la mia vita, la mia casa, e temei di sembrare ridicola.

Dopo sei mesi, tutto finì senza drammi, senza piatti rotti, senza scene da film. Nella vita le cose più subdole avvengono nel quotidiano: in cucina, accanto al bollitore, mentre indossi pantofole e hai le mani bagnate per i piatti.

Una sera, Vincenzo arrivò freddo, mangiò, non ringraziò, poi si sedette e disse:

Loredana, dobbiamo parlare.

Capì subito. Le donne sentono queste cose sotto la pelle.

Di cosa?

Non siamo compatibili.

Stavo al lavandino con un piatto incrinato sul bordo. Guardai quella crepa e pensai: «Avrei dovuto buttare via prima». A volte il cervello si aggrappa a oggetti insignificanti quando fa male.

Cosa intendi? chiesi.

In parole povere. Sei una buona donna, ma siamo diversi. È difficile per me. Voglio che tu te ne vada.

Non mi arrabbiò subito, ma mi sentii persa.

Dove?

Nel tuo appartamento.

Ma cè la coinquilina.

Risolvi, sei adulta.

Quella frase «sei adulta» lo disse con calma. Per sei mesi ero stata così non adulta da dare i miei soldi, e in un attimo mi fu chiesto di crescere.

Mi sedetti di fronte a lui.

Va bene. Restituiscimi i soldi: pensione, stipendio, affitto. Anche solo una parte.

Mi guardò come se avessi chiesto un rene.

Quali soldi?

Risi nervosamente.

Seriamente?

I soldi servivano per la vita, per il cibo, le bollette, le spese. Abbiamo vissuto insieme.

Ti ho dato tutto. Non mi resta quasi nulla.

Non fare il drammatico.

Quella parola «drammatico» mi colpì. Mi avevano tolto i soldi, mi cacciavano di casa, e io dovevo fare teatro.

Hai promesso di sostenermi.

Lui scrollò le spalle:

Ho provato, ma non è andata.

Come un dolce che non lievita.

Raccolsi le cose in due giorni. Lasciai parte perché non avevo la forza di portare tutto. Chiamai la coinquilina, le spiegai la situazione; era una donna gentile e accettò di andare via entro un mese. Trascorsi quel mese da Lara, la mia amica.

Lara mi accolse in un accappatoio, con un asciugamano in testa, e disse:

Entra, vittima di un grande amore. Prendiamo un tè e sbattiamo qualche parolaccia.

Piansi per la prima volta in tanto tempo. Non in silenzio, ma con il naso gonfio, con il singhiozzo, come quando senti il tuo stesso respiro e pensi: «Ecco, Loredana, è la fine della vergogna».

Lara non mi confortava con parole dolci. Era cruda.

Hai dato i soldi? Sì. Tutti? Tutti. Sei la regina del circo, vero? Grazie per il supporto. Vuoi un premio? Hai una casa, un lavoro, il cervello, spero, nella borsa, lo troveremo.

Mi arrabbiai per cinque minuti, poi capii che era esattamente ciò di cui avevo bisogno. Non parole di consolazione, ma una spinta a tornare alla vita.

Due settimane dopo, scoprii che Vincenzo aveva comprato una nuova auto. Non una nuovissima dal concessionario, ma una bella usata, lucida. Una vicina mi disse:

Il tuo ex ora ha unauto. Si è sistemato bene.

Ero con un sacchetto di patate, sentivo il mondo crollare dentro di me. Non per rabbia, ma per umiliazione, perché capii da dove provenivano quei soldi: la mia pensione, il mio stipendio, laffitto, le mie cure dentarie, il mio accappatoio, tutto finito su quattro ruote.

Tornai a casa, mi sedetti su uno sgabello, senza nemmeno togliere la giacca, fissando un punto fisso. Pensai: «Come, Loredana? Non sei stupida, hai vissuto, hai visto persone, come hai potuto?»

Il pensiero «come hai potuto» è il più doloroso. Linganno è una ferita, ma quando inizi a colpirti daOra, guardando il tramonto sopra il tetto di Roma, so che la mia libertà è tornata più forte di qualsiasi promessa infranta.

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«Ti sosterrò e ti aiuterò», ha promesso un uomo di 52 anni. Ben presto ho rimpianto di avergli affidato non solo il cuore.
Martedì scorso sono arrivata a un passo dal chiedere il divorzio.