Di nuovo la madre, accompagnata dal suo coinquilino e da un altro uomo, varcò la soglia della piccola casa di campagna. Già leggermente brilla, Ilaria si rifugiò in un angolo accanto al comodino.
«E dove nascondermi, se fuori è già caduta la neve? Non ce la faccio più. Questestate finirò il terzo anno di scuola media e mi trasferirò in città. Mi iscriverò al collegio pedagogico per diventare maestra. La città è a soli dieci chilometri, ma vivrò in dormitorio», sussurrò, stringendo i denti.
Mentre la madre e gli ospiti si sistemavano in cucina, il suono di un liquido che scivolava nei bicchieri e lodore della mortadella riempivano laria. Ilaria inghiottì a stento la saliva.
«Aspetta un attimo!», sbottò la voce della madre.
«Che ti è successo?», chiese il coinquilino.
«Siete due», rispose la madre.
«Come se fosse la prima volta con due», intervenne Marco, il coinquilino della madre, con un tono stanco.
Il fruscio di piatti che cadevano riempì la stanza. Un leggero cigolio si spense, e Ilaria si rannicchiò ancora più forte nellangolo. Il rumore si placò improvvisamente.
«Sentite, Matteo, sta dormendo», intervenne il coinquilino.
«Mi avevi detto che era una brava ragazza, ma», balbettò Marco.
«E’ sua figlia», aggiunse il coinquilino.
«Quale figlia?», chiese Marco.
«Irina, è già grande. Forse si è nascosta nella stanza», rispose la madre.
«Portala qui», esclamò Matteo con voce allegra.
«Irina, dove sei?», entrò nella stanza il coinquilino, osservando Ilaria con un sorriso sornione. «Andiamo, siediti con noi!»
«Io sto bene così», replicò Ilaria.
«Perché ti vergogni?», provò a stringerla Marco.
Ilaria afferrò il vaso sul comodino e lo scaraventò contro la testa del coinquilino. Il vetro si infranse in mille schegge. Fuggì dalla stanza, ancora in calzini, pantaloncini logori e una maglietta.
I due uomini la inseguirono per il viale deserto del villaggio. Dove correre in una notte di neve? Dietro di loro si udivano urla. In un grande edificio, un cane abbaiò, seguito da una voce che lo rimproverava.
Ilaria si precipitò verso il cancello e bussò con frenesia. Un uomo di circa quaranta anni aprì la porta.
«Aiutatemi!», sussurrò con gli occhi colmi di supplica.
«Entra!», lo afferrò per il braccio e richiuse la porta.
«Luca, chi è?», uscì dalla veranda una donna.
«Quella è Ilaria, dei suoi genitori la stanno inseguendo», indicò il padrone di casa.
«Entrate subito!», la donna la tirò dentro, promettendo di ascoltare tutta la storia.
«Irina, esci con dignità!», gridò Marco.
«Luca, non ti intromettere!», urlò la padrona, chiudendo bene la porta. Dal cortile si udivano ancora abbaiare cani.
«Dobbiamo chiamare la polizia», la donna prese il cellulare.
«Paola, basta. Sistemo io. Sono gente del posto», rispose il padrone.
«Come pensi di fare?», chiese la donna.
«Con calma. Calma, ragazza!», rispose il padrone, andando verso il frigorifero, dove posò una bottiglia e un pezzo di mortadella.
Accarezzò il cane, poi uscì con lui. Marco si lanciò contro di lui:
«Ridammi Irina!»
«Prendi e vattene!», rispose il padrone, aprendo un sacchetto, sorridendo, e indicando Marco: «Andiamo, Matteo!»
***
«Mi chiamo Paola Bianchi», disse la padrona, accendendo il bollitore. «Siediti, racconta chi sei e cosa è successo.»
«Io sono Ilaria», iniziò, stringendo i denti. «Vivo in questo villaggio, ma la mia casa è al limitare del bosco.»
«Sei la figlia di Lucia?», domandò Paola.
«Sì», rispose Ilaria. «Abbiamo sentito parlare della tua madre, anche se viviamo da poco qui.»
La ragazza abbassò lo sguardo e pianse.
«Basta, non piangere», la avvicinò Paola, stringendola al petto. Ilaria si aggrappò a lei, piangendo ancora più forte.
«Va bene, ora beviamo un tè», annunciò Paola, accendendo il fornello. Il padrone entrò in cucina:
«E la nostra bella ospite, cosa facciamo?», fece un cenno a Ilaria e sorrise.
«Domani ne parleremo, ora beviamo e poi andiamo in bagno», suggerì Paola, servendo una tazza di tè.
Sulla tavola comparvero tramezzini e qualche fetta di torta.
«Mangia, mangia», sorrise il padrone, osservando Ilaria che guardava il cibo con occhi affamati.
Non le fecero più domande invasive; si limitarono a non farla sentire a disagio.
Finita la cena, Paola la condusse al bagno:
«Lavati, indossa questo accappatoio.»
***
Ilaria desiderava solo una cosa: non essere cacciata di nuovo per strada. Sentì il calore dellacqua del bagno, mentre fuori il vento gelido sferzava. Ma era ora di uscire; i padroni lattendevano.
Uscì. Il marito e la moglie erano sul divano. Ilaria sorrise timidamente:
«Grazie!»
«Allora, Ilaria, capisco che nessuno ti cercherà più. Non vuoi tornare a casa, vero?», iniziò la padrona.
La ragazza abbassò la testa.
«Domani, presto al mattino, dobbiamo partire»
«Capisco», rispose Ilaria, la voce ancora più bassa.
«Rimani qui da sola. Non aprire le porte a nessuno! Il nostro Jack non farà entrare nessuno. Hai capito?»
«Sì!», esclamò, trattenendo le lacrime.
«Potresti preparare una zuppa di cavolo per noi», scherzò Luca Romani. «Sa’i cucinare?»
«Sì, so bene cucinare. Posso anche pulire la casa», rispose Ilaria, ancora temendo di essere cacciata via.
«Pulirai anche il piano di sotto, se non è un problema», concordò Paola Bianchi.
***
Al mattino si svegliò con i padroni, ancora sotto le coperte, temendo di essere espulsa. Un rumore di auto nel cortile interruppe il silenzio; poi tutto tornò tranquillo.
Si alzò, si lavò, e nella cucina cerano bollitore, pane, mortadella, formaggio e delle costine di maiale sul tavolo di lavoro. Fece colazione, riordinò il tavolo, pulì il pavimento e accese laspirapolvere nel corridoio.
Appena spense lapparecchio, una voce alle sue spalle:
«Che cosa significa tutto questo?», chiese un giovane alto, diciotto anni, dagli occhi nocciola.
«Sto pulendo», mormorò Ilaria. «E voi chi siete?»
Il ragazzo esitò, estrasse il cellulare e disse:
«Mamma, sono a casa. Chi è questa?»
«Figlio, lascia che questa ragazza resti un po con noi», rispose la madre.
Il giovane indossò il telefono, scrutò Ilaria da capo a piedi e si avviò verso la cucina.
«Vuoi del tè?», chiese Ilaria.
«Me ne occuperò io», replicò lui.
***
Dopo aver finito di aspirare, Ilaria continuò a spolverare, attenta a ogni fruscio proveniente dalla cucina. Il giovane fece colazione, poi si diresse in bagno, uscendo profumato di lozione.
«Ehi, padrone, dammi unaltra bottiglia!», urlò qualcuno dalla strada.
«Che sta succedendo?», domandò il ragazzo avvicinandosi alla finestra.
«Non aprire!», gridò Ilaria, impaurita.
Il giovane la guardò incuriosito, sorrise e si diresse verso luscita. Ilaria corse alla finestra: sul recinto il coinquilino della madre e un amico stavano urlando. Ilaria sentì il panico crescere.
Allora arrivò il figlio dei padroni. I due si lanciò verso di lui e, improvvisamente, scivolarono sulla neve, quasi cadendo entrambi nello stesso momento. Il ragazzo si chinò su di loro, disse qualcosa, e poi si diresse verso la casa della madre con la testa bassa.
***
Il ragazzo tornò, fissò Ilaria immobile:
«Ti sei spaventata?»
Senza capire, Ilaria lo abbracciò al petto e pianse.
«Come ti chiami?», chiese improvvisamente.
«Ilaria», rispose.
«Io sono Matteo. Non piangere più. Non torneranno più.»
Matteo salì nella sua stanza e non ne uscì fino a sera. Ilaria preparò la zuppa di cavolo, si sedette al tavolo e rifletté.
Desiderava restare lì, con quelle persone gentili, ma capiva di aver oltrepassato i limiti del rispetto.
I padroni tornarono; Paola Bianchi osservò soddisfatta lordine della casa, mentre Luca valutò la zuppa con dignità.
«Credo di tornare a casa», disse Ilaria, quasi rassegnata. «Grazie di tutto.»
«Ilaria, rimani ancora qualche giorno», propose Paola.
«Grazie, signora Paola, ma devo andare», ribatté.
Mentre si avviava verso la porta, rimase fermamente immobile. Da ieri indossava un cappotto e delle scarpe che non erano le sue.
«Andiamo!», la padrona la afferrò per la spalla e la condusse al salotto. Aprì larmadio, osservò a lungo gli abiti, tirò fuori jeans, un maglione e una giacca sportiva invernale.
«Mettiti! Siamo quasi della stessa altezza», disse Paola.
«Non è necessario», protestò Ilaria.
«Non andare a piedi nudi a casa. Vestiti, vestiti! Non diventerò povera», insisteva.
Ilaria, di nascosto, si guardò allo specchio. Non aveva mai avuto vestiti così belli. Nella hall la padrona le mise un berretto e degli stivali invernali.
«Ilaria, buona salute!», salutò Paola.
«Grazie, signora Paola», rispose.
La vita riprese il suo corso. La madre trovò lavoro in una fattoria; il coinquilino scomparve con lamico. Arrivò la primavera. Un giorno, mentre Ilaria studiava, bussò alla porta. Guardò fuori e vide Matteo accanto al recinto, con un cenno: uscì.
«Ciao!», sorrise Matteo.
«Ciao!»
«Mia madre ti ha chiamato.»
Allora Ilaria entrò nella casa dove aveva trascorso un giorno felice.
«Ciao, Ilaria!», la accolse la padrona, abbracciandola.
«Ciao, signora Paola!»
«Entra, facciamo due chiacchiere con una tazza di tè!»
La padrona la mise a tavola, versò il tè e si sedette accanto a lei.
«Abbiamo un progetto: tra un mese andiamo in Turchia», le disse con un sorriso sognante. «Il figlio non è molto presente. Potresti occuparti della casa, nutrire Jack, dare da mangiare al gatto, e annaffiare i fiori. Ho molti fiori.»
«Certo, signora Paola!»
«Ecco, prendi ventimila euro», tirò fuori del denaro.
«Ventimila euro? Perché?»
«Toglili, non resteremo al verde. Ti spiegherò tutto!»
Ilaria memorizzò dove stavano i vasi, i sacchi di terriccio, il cibo per il cane e la carne per il gatto. Paola, allora, chiamò:
«Matteo!», il figlio uscì dalla sua stanza. «Presenta Ilaria a Jack!»
«Andiamo», il ragazzo posò una mano leggera sulla spalla di Ilaria.
Uscirono in giardino, slegarono Jack e lo portarono a passeggiare. Matteo le raccontò dei suoi studi alluniversità, del karate, dellazienda di famiglia.
Ilaria pensava a qualcosaltro. Capì che il divario tra lei e Matteo era grande, così come quello tra sua madre e i genitori di Matteo. Erano persone buone, ma non era una favola da Cenerentola; era vita reale.
«Tra due mesi avrò gli esami al collegio. Li supererò, studierò, lavorerò, ma diventerò una donna adulta. Mi sposerò, ma non con questo bel ragazzo. È un ottimo ragazzo, ma non è il mio futuro. Sono grata a Paola per i vestiti e per quei ventimila euro: almeno potrò reggere i primi mesi in città», pensò.
Unintuizione interiore le disse che quel momento segnava la fine della sua infanzia difficile e linizio di unadolescenza più dura, ma dipendente solo da sé stessa.
Arrivarono al casale. Ilaria accarezzò Jack al collo, sorrise a Matteo e si diresse verso casa. Domani iniziava il lavoro al casale, solo lavoro e tutto.
**Lezioni di vita**: il rispetto per i confini altrui e la determinazione personale aprono le porte a un futuro costruito con le proprie mani, non con illusioni di favola.






