15marzo2024 Diario,
Oggi la tensione in casa è esplosa più di una pentola a pressione. Giulia, la mia amata compagna, è tornata dal soggiorno con la faccia ancora stanca, ma il vero dramma è iniziato quando la nostra figlia Ginevra ha scoperto che il water non era stato scaricato.
«Mamma! Di nuovo!», ha sbattuto Ginevra il coperchio del WC con una sprizzata di frustrazione, premendo il pulsante di scarico. «È davvero così difficile tirare lo sciacquone dopo aver usato il bagno?»
Senza perdere un attimo, è uscita furiosa dalla stanza da bagno e ha corso verso la camera di Giulia.
Giulia era seduta sul letto, accovacciata come una piccola foglia al vento, visibilmente fragile. Un tempo era una donna robusta, sicura di sé, e ora sembrava una bambina che da sola lotta contro la gravità.
«Ginevra, ho dimenticato di nuovo, vero?», ha chiesto con occhi grandi e spaventati, il tono colmo di colpa. «Scusami, tesoro, non lho fatto apposta.»
«Mamma, cosa posso fare con te? Lo vedo, lo vedo, ma anche Marco e Lorenzo lo notano», ha risposto Ginevra, con una punta di amarezza nella voce.
Giulia ha alzato le mani e, con un filo di voce implorante, ha promesso: «Scusami, Ginevra, starò più attenta.»
«E poi, cosa vuoi da me?», ha sbottato Ginevra, voltandosi e uscendo di mezzo.
Osservo la mia moglie invecchiare davanti ai miei occhi, come se il tempo le fosse rubato la forza che laveva resa una roccia su cui tutti potevamo contare. Quando ero giovane, Giulia era la donna a cui chiedevo consigli, la compagna di chiacchiere piacevoli, sempre brillante e sagace. Le amiche di Ginevra, fin dalla più tenera età, dicevano che aveva una madre invidiabile.
Nessuno, davvero, ha avuto una mamma così. Ginevra ha sempre saputo di potersi appoggiare su di lei, di trovare sostegno quando ne aveva bisogno. E ora letà ha fatto capolino come un ospite sgradito: fredda, appiccicosa, con un odore di umidità e unintelligenza appannata.
Non si può più chiacchierare con lei, né le chiedere consigli, né sedersi accanto a lei a piangere del capo o della stanchezza. È tornata a comportarsi come una bambina, lenta e confusa.
Sono entrato in cucina, dove Marco, me, stava seduto al tavolo con Lorenzo, il nostro figlio di quindici anni. Stavamo cercando di risolvere un puzzle di legno. I loro volti concentrati mi hanno almeno leggermente calmato.
«Papà», ha iniziato Lorenzo improvvisamente, «perché tagli la carne della minestra a pezzi così grandi?»
Mi sono sentito improvvisamente colto alla sprovvista: «Non lo so, figliolo», ho risposto, imbarazzato. «Perché lo chiedi? Non ti piace?»
Lorenzo ha alzato lo sguardo, un po distratto: «Mi piace ma la nonna non riesce a masticare, la toglie dalla bocca e la mette sul tavolo.»
Ho annuito comprensivo: «Ti dà fastidio, vero? Direi alla nonna di non farlo più.»
«No, per me va bene», ha continuato Lorenzo, osservando il pezzo del puzzle. «È solo che la nonna mangia poco. E questo non è sano.»
«Ah», ho detto, guardandolo perplesso. «Taglierò più fine, allora.»
Lorenzo ha alzato gli occhi e con un sorriso birichino ha suggerito: «Fai delle polpette, papà. Come facevi quando mi cadevano i denti e non riuscivo a masticare. Anche la nonna lo faceva quando eri piccola.»
Ho arrossito al ricordo, annuendo: «Sì, lo facevo.»
A quel punto ho interrotto la conversazione: «Per favore, non rimproverare Giulia per il water. Lorenzo e io ce la caveremo, non preoccuparti. Se continui a rimproverarla, poi sarà imbarazzante per tutti noi.»
Lorenzo, con gli occhi spalancati, ha aggiunto: «Sì, mamma, non rimproverare la nonna. Prometto di non rimproverare voi due quando sarete vecchi.»
Ho trattenuto le lacrime e, con voce rotta, ho lasciato la cucina.
Mi sono fermato un attimo nel corridoio, cercando di raccogliere i pensieri, poi sono andato nella stanza di Giulia.
«Mamma», lho chiamata, mentre lei era seduta su una sedia accanto alla finestra, a guardare fuori. «Mamma.»
Giulia si è voltata: «Sì, Ginevra? Che succede, tesoro?»
«Mi sento stupida, ruvida, intollerante, cattiva», ho detto, poggiando la testa sulle sue ginocchia. «Così»
Giulia ha alzato le sopracciglia, un po severa: «Ginevra, non parlare così di te stessa. Non mi piace sentirti così. Che cosa ti è venuto in mente?»
«Giurami che non morirai», ho implorato, le lacrime scorrendo sul viso.
«Figlia, cosa pensi?», ha accarezzato i miei capelli. «Certo che non morirò. Non ho intenzione di farlo.»
«Ho paura che tu non ci sia più. Come farò da sola?»
«Sono qui, con te. Non sei sola. Che ti è successo?»
Ho asciugato le lacrime, alzandomi: «Va bene, preparo la cena. Vuoi la minestra con le polpette?»
«Sì», mi ha sorriso Giulia, quasi raggiante.
E mentre mi dirigevo verso la cucina, ho sentito ripetere nella mia mente la frase che mi era passata per la testa: «Ecco perché mi lancio contro di lei come un cane disperato. Anche Lorenzo ha notato. È vergognoso. Un adolescente capisce più di una zia affaticata. E non oserei nemmeno immaginare cosa accadrà quando non ci sarà più. Non la rimproverò più. Che Dio mi punisca se lo faccio di nuovo!»
**Lezione personale:** la pazienza è la chiave di una casa che invecchia; non basta rimproverare, ma bisogna avvolgere gli affetti con comprensione, perché la vera forza di una famiglia sta nel saper ascoltare e sostenersi a vicenda, anche quando il tempo ci rende più fragili.







