Nascondendosi nella credenza, al ritorno del figlio, Vera rimase immobile ascoltando la sua conversazione al telefonoMentre la voce del ragazzo svelava un segreto che minacciava di distruggere la loro famiglia, Vera capì che non avrebbe più potuto tornare indietro.

Vera Rossi riuscì a scivolare dietro la porta del ripostiglio a un batter docchio, poco prima che il chiavistello della porta dingresso scattasse.
Si appoggiò con la schiena contro lo scaffale dei barattoli, afferrò dalla parte interna la maniglia e la tirò finché rimase unapertura larga appena il dito.
Respirava a respiri rotti, stringendo la bocca con la mano, perché nel corridoio regnava un silenzio assoluto: anche il più piccolo suono si sarebbe propagato per tutto lappartamento.

La porta dingresso si spalancò.
Lorenzo, con un colpo di tosse, entrò nellatrio. Vera, attraverso la stretta fenditura, intravide le sue mani: due sacchetti di tela pieni di generi alimentari, i manici annodati alle dita.

Mamma! chiamò. Sei a casa?

Vera strinse la mano ancora più forte.

***

Da cinque anni Vera viveva da sola. Quando, improvvisamente, il cuore di Lorenzo smise di battere, tutto crollò.
Il primo anno senza di lui fu il più pesante: non il dolore in sé la spezzava, ma il silenzio dellappartamento la portava ai limiti. Lorenzo rideva davanti al televisore così a gran voce che si sentiva ogni sua parola nella cucina.
Nel bagno cantava sfrenato, stravolgendo parole e melodia senza alcuna vergogna. Ora, dietro la porta chiusa, lunico suono era il ruggito di un tubo, un ruggito che a Vera sembrava assordante.

La figlia Livia arrivò da Napoli nei primi giorni. Rimase due settimane: puliva, cucinava, la sera si rannicchiava sul letto di sua madre e restava semplicemente lì, senza chiedere parole.
Quella presenza era preziosa.

Il figlio non si fece vedere né allora né dopo. Lorenzo era sparito da undici anni, e Vera non spiegava più ad alta voce il perché, sebbene dentro continuasse a rileggerla come un disco graffiato.

La partenza di Lorenzo era stata dolorosa e intricata, come succede quando la verità rimane sepolta sotto il tappeto. Lorenzo, fin da piccolo, era difficile: brusco, irascibile, incline a sfoghi per qualsiasi motivo.
A scuola andava a malapena, al sesto anno ripeté lanno e lo superò con tre, quattro, cinque. Sua sorella, Ginevra, era lopposto: tranquilla, diligente, sempre piena di voti cento.

Lorenzo era invidioso di Ginevra, respingeva le critiche, e Lorenzo (il fratello) a volte perdeva la pazienza, pur trattenendosi con tutte le sue forze.

Quando Lorenzo compì diciannove anni, Lorenzo lo mandò a passare lestate da sua madre, la vecchia Claudia, in un paesino vicino a Rieti. Pensava che dovesse lavorare con le mani, annusare la terra, allontanarsi dallozio cittadino.

Claudia era una donna dura come il ferro, non sapeva tenere la lingua dentro e non lo riteneva necessario. Quando Lorenzo combinò qualcosa nel giardino, gli lanciò sul volto:

E allora, cosa ti aspetti, moccioso?

Lorenzo tornò a Roma lo stesso giorno. Pose la borsa nellatrio, andò in cucina, si sedette e chiese a bassa voce, quasi senza intonazione:

È vero?

Vera lo guardò. Lorenzo lo guardò.

Da tempo volevano dirglielo quando fosse stato il momento giusto, ma rimandavano sempre, convincendosi a vicenda che era ancora presto, che sarebbe cresciuto un po di più.

È vero disse Vera. Ti abbiamo preso da piccoli, quando avevi otto mesi. Piangevi così forte da far vibrare tutta la stanza, ma quando ci hai visto, ti sei fermato e mi hai fissato.

Allora dissi a Lorenzo: è il nostro, non cè più niente.

Lorenzo si alzò e rientrò nella sua stanza. Vera e Lorenzo rimasero in cucina fino a mezzanotte, parlando di tutto tranne di quello che non sapevano dire.

Dopo qualche giorno Lorenzo scomparve. Portò via i soldi che lui e Lorenzo avevano messo da parte per la sua stanza al dormitorio, un piccolo regalo dautunno. Fece il suo sorpreso per primo.

Lorenzo ne parlava a malapena. La sera rimaneva a guardare fuori dalla finestra.

Vera vedeva il suo dolore, ma non osava chiedere: Lorenzo aveva il suo modo di sopportare il male, nel silenzio, e lo rispettava. Dopo qualche anno il suo cuore cessò di battere.

Lorenzo riapparve allinizio di aprile. Bussò delicatamente, senza suonare, come se non fosse sicuro che gli avrebbero aperto.

Vera aprì la porta e rimase immobile per alcuni secondi a guardarlo: un uomo di trentanni, barba incolta, leggermente ingobbito, con una borsa di mandarini in mano.

Mamma disse. Scusami. Sono stato stupido.

Con la voce di un ragazzo.

Vera non sapeva cosa fare.

Voglio rimediare aggiunse. Se mi darai una possibilità.

Lo abbracciò sullo stipite. Lui la ricambiò a malapena, goffamente, come chi ha vissuto per anni senza abbracci e non ricorda più come si fa.

A cena raccontò di aver lavorato come cuoco per tutta Italia, da Napoli a Milano, iniziando da rosticcerie economiche, poi arrivando a ristoranti stellati. E cucinava davvero bene.

Vera lo osservava mentre tagliava una gallina, pensando che la vita fosse unalternativa bizzarra: un uomo sparisce per undici anni, ritorna e ti frigge le polpette.

Rimase a vivere lì. Riprese la sua vecchia camera, sistemò le cose sugli scaffali, al mattino preparava porridge o uova strapazzate.

Vera chiamava Livia ogni sera.

È tornato? Livia rimase in silenzio dallaltro capo della linea. E come sta?

Bene. Educato. Sa cucinare bene.

Mamma, sei sicura che tutto vada bene? Undici anni sono un sacco.

Livia, è mio figlio. Che ti credi, una straniera?

Telefonava a parenti in tutta Italia, raccontando: Lorenzo è tornato, Lorenzo è a casa. La cugina di Bologna sbuffò al telefono, dicendo che dove non cè fumo non cè fuoco e che la gente non ritorna dal nulla.

Vera rispondeva che non cera bisogno di sparlare, tutto andava bene.

Circa due settimane dopo Vera notò una stanchezza maggiore del solito. La sera la testa sembrava avvolta in cotone, al mattino era annebbiata.

Pensò fosse primavera, un po di carenza di vitamine, fluttuazioni di pressione, letà. A sessantanni la salute è una questione incerta, non cè più a chi lamentarsi di qualcosa di specifico. Limportante era avere il figlio accanto.

Livia la chiedeva di sera comera la salute. Vera rispondeva di sì, stanca ma passerà.

Forse dovresti andare dal dottore?

Ma dai, non andrò al pronto soccorso per ogni stanchezza. Ci vogliono due settimane per un appuntamento, passerà da solo.

Non passava. La nausea aumentava, la testa diventava pesante a pranzo.

Vera prendeva vitamine, preparava rosa canina e cercava di non fissarsi.

Quella notte si svegliò molto presto, prima delle sei. Fuori un cielo grigio di aprile, nessuno per strada.

La bocca era secca, a stento riuscì a ingoiare, indossò le pantofole e andò in cucina a prendere acqua. Il corridoio era buio, ma conosceva lappartamento a memoria, ogni svolta.

Prima di arrivare in cucina si fermò.

Lorenzo era davanti al fuoco. Una sola fiamma ardeva sotto una pentola di crema. Tenendo in mano un piccolo sacchetto di plastica con una polvere, la versò lentamente nella pentola, poi mescolò con un cucchiaio.

Vera indietreggiò lungo il corridoio, si diresse verso la camera da letto, si sdraiò sul letto e tirò su la coperta.

Guardò il soffitto con gli occhi aperti. Dopo qualche minuto la porta della camera scricchiolò. Chiuse gli occhi, respirò regolarmente, fingendo di dormire. Sentiva Lorenzo guardare attraverso la soglia.

Rimase fermo. Chiuse la porta.

Sbatté la porta dingresso.

Vera aprì gli occhi. Allesterno lalba cominciava a farsi largo. Pensava alle date: quando era iniziata la malattia, quando la nausea era comparsa, quando aveva iniziato quella stanchezza di piombo. Contava allindietro. Tutto coincideva con i giorni in cui Lorenzo si era sistemato qui a cucinare.

Si alzò, si vestì e decise di andare da Tamara, la vicina al terzo piano, una donna di buon senso che non chiacchierava a vuoto e sapeva gestire le situazioni senza pianti inutili. Mentre indossava il cappotto nellatrio, il chiavistello girò.

Non riuscì nemmeno a capire come fosse finita di nuovo in cucina.

Attraverso la fessura, Vera vide Lorenzo prendere il telefono e avvicinarlo allorecchio.

Pronto. Sì, sono già a casa. Pausa. No, la nonna è sparita, non cè più. Camminò lungo il corridoio. Non ti agitare, ti dico.

Pensava fosse solo una carenza di vitamine o pressione, ma la voce di Lorenzo era stridula.

Ah, è vero, ho dimenticato di andare in farmacia sbottò, irritato. Devo di nuovo passare dal bar. Esclamò. Va bene, arrivo presto, aspetta.

La porta si chiuse. I passi si spensero sulle scale.

Vera uscì dal ripostiglio e rimase al centro dellatrio. Stava lì a fissare la giacca appesa, le scarpe sullo stipite, le chiavi del portone superiore sullo scaffale. Il serramento inferiore era solo sulla sua chiave, non aveva fatto copie per nessuno.

Imbustò in venti minuti tutto: documenti, la tessera di pensionata, una piccola foto di Lorenzo in una cornice.

Chiamò Livia.

Mamma, che fai così presto? sbadigliò Livia.

Sto pensando, Livia. Vado da te.

Mi manchi.

Vieni, certo. Quando?

Oggi.

Oggi? Livia si svegliò del tutto. E Lorenzo? Che ne dici, che venga anche lui, voglio vedere mio fratello.

Lorenzo è al lavoro, via per un trasporto, non cè. Vengo sola.

Scrivi il numero del treno, ci incontriamo.

Vera spense il telefono, prese gli abiti di Lorenzo accumulati nel mese, qualche maglietta, un rasoio, un libro consumato, li mise nella sua borsa e chiuse la zip.

Posò la borsa sul pianerottolo di ingresso. Estrasse un foglio e una penna, scrivendo lentamente, con calligrafia chiara:

«Lorenzo. Ti ho amato, ti ho sempre amato e lo farò, anche se non lo meritavi. Per questo non andrò in commissariato, ma non voglio più vederti. Mai più. Mamma.»

Piegò il foglio e lo pose sopra la borsa.

Uscì. Chiuse la porta con il chiavistello inferiore, la sua chiave nella tasca del cappotto.

Raggiunse la stazione della metropolitana di Viale della Liberazione con lautobus, scese in metropolitana, si mise sul treno senza guardare le pubblicità sopra le porte, ma il proprio riflesso nel vetro scuro.

Il treno partì, accelerò.

Arrivò alla stazione di Roma Termini, cambiò per Trastevere. Sullultima banchina era quasi vuoto, un eco profondo.

Acquistò un biglietto per Bologna su un treno diurneo, trovò una panchina nella sala dattesa e si sedette. Un uomo accanto lanciava briciole di pane ai piccioni. I piccioni spintonavano, calpestandosi a vicenda.

Vera rimaneva lì a pensare che, prima o poi, avrebbe dovuto raccontare tutto a Livia. Non oggi, non appena varcata la soglia, ma prima o poi. Livia è intelligente, capirà e non si metterà a piangere inutilmente.

Di Lorenzo cercava di non pensare. Era difficile.

Livia la incontrò sulla banchina di Bologna, corse quasi a sbalzi, la abbracciò forte prima ancora di dire una parola. Vera si adagiò sulla spalla della figlia, chiuse gli occhi.

Mamma sussurrò Livia. Cosè successo?

Ti racconterò più tardi rispose Vera. Andiamo prima a casa.

Camminarono insieme sul binario, Livia portava la borsa. Il sole mattutino era pallido ma luminoso.

Vera camminava pensando al ripostiglio di Roma, al ripiano superiore dove giaceva un barattolo di marmellata di ciliegie, messo via lestate scorsa, custodito per linverno, mai aperto.

Che resti lì. Non è nella marmellata che sta la felicità.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

12 + 8 =

Nascondendosi nella credenza, al ritorno del figlio, Vera rimase immobile ascoltando la sua conversazione al telefonoMentre la voce del ragazzo svelava un segreto che minacciava di distruggere la loro famiglia, Vera capì che non avrebbe più potuto tornare indietro.
Mia sorella mi ha regalato l’abito dell’ex moglie del mio fidanzato.