No, Davide, e che cosa farà? La mia moglie è di legno, non le importa nulla. Non ti preoccupare, ho già trovato lacquirente per il suo appartamento.
Rimasi immobile nel corridoio, due sacchetti pieni di generi in mano. Le chiavi ancora tintinnavano nel portachiavi; non ebbi nemmeno il tempo di chiudere la porta dietro di me. Nei sacchi cerano patate, cipolle, cosce di pollo, grano saraceno in offerta e tre yogurt per Costantino solo al naturale, senza zucchero. Nella mia testa correva il calcolo: riuscirò a scongelare la carne o la lancerò ancora sul fornello come un blocco di ghiaccio, finendo per cuocerla al vapore anziché alla griglia?
Davide stava con la schiena rivolta allingresso, avendo appoggiato il cellulare allorecchio, mentre mescolava qualcosa in una tazzina il suo caffè istantaneo con tre cucchiaini di zucchero. Non lavava mai i piatti.
Non se ne accorgerà nemmeno, continuava, sbattendo il contenuto della tazzina. Dico documenti per il trasferimento, firmi. Lei mi crede. Di legno. Nessuna emozione, nessun carattere. La colf è gratis.
Rise, e il suo riso mi fu subito familiare: lo avevo sentito nei garage con gli amici, mentre lavavo i piatti dopo le loro serate. Lo stesso riso quando Costantino da bambino cadeva dalla bicicletta, io correvo con la crema di betulla e lui, Davide, rimaneva lì a dire: «E allora, perché sei una gallina, lasciagli rialzarsi da solo».
Nel mio orecchio esplose un fruscio, come prima di una tempesta. Le dita si strinsero ai manici dei sacchi; il plastica graffiò la pelle fino a lasciare strisce bianche. Posai lentamente la spesa sul pavimento, estrassi il cellulare e attivai la registrazione vocale.
Dalla cucina arrivava il brusio di Davide: stava già discutendo con Sergio dei mulinelli da pesca e della gita al lago di Como per il giorno dopo. Lui è sempre così: prima sputacchia veleno, poi passa a chiacchiere leggere, come se nulla fosse, come se io fossi davvero di legno.
Avvicinai il telefono alla fessura della porta socchiusa e rimasi lì, immobile, finché non salutò Sergio e non promise di concludere laffare la prossima settimana.
Dopo, Davide chiuse il cornetto, sbuffò e, con le scarpe da casa, si diresse verso il frigorifero. Spensi la registrazione, infilai il cellulare in tasca, afferrai i sacchi e mi infilai silenziosa fuori dalla cucina, verso la camera. Chiusi la porta, appoggiandomi con la schiena allo stipite.
Un brivido gelido mi attraversò la gola, come se dovessi urlare o gemere come un cane. Ventiquattro anni di matrimonio. Costantino, la scuola, luniversità, i suoi mutui che pagavo con il mio stipendio di ferie. Sua madre, che portavo in ospedale tre volte a settimana fino alla sua morte. Le sue calze puzzolenti, le polpette, il perpetuo «Amore, dove è la mia camicia blu?». E ora mi chiamano di legno. E lacquirente è già qui.
Sedetti sul letto, fissai le mie mani. La polvere di grano saraceno si era incrostata sul palmo. Guardai lanello nuziale sottile, consumato. Me lo aveva regalato quando ancora abitavamo in un ostello e mangiavamo spaghetti al pomodoro con ketchup. Mi venne voglia di strapparlo e gettarlo fuori dalla finestra; non lo feci. Inspirai a fondo come insegnava mia madre: «Ludovica, se ti hanno offeso, conta fino a dieci prima di decidere».
Contai fino a venti. Poi mi alzai, mi sciacquai il viso con acqua gelida, tirai fuori dal cassetto il quaderno delle note. Troppi numeri di telefono del Comune, la mia annotazione sul fascicolo di invalidità di mia madre.
Il telefono squillò con una voce femminile che spiegava che il divieto di registrazione poteva essere inserito online, ma era meglio presentarvisi di persona. Risposi che sarei andata subito.
Erano ormai le tre. Davide ruggiva nella cucina probabilmente stava friggendosi le uova. Uscii nel corridoio, mi misi il cappotto.
Dove vai? chiese senza voltarsi. La padella sfrigolava.
A comprare del pane. Per cena non cè neanche una briciola.
Ah, allora porta anche le sigarette per me.
Scesii. Lascensore mi colpiva con un sussulto, non per la paura, ma per la consapevolezza di ciò che stavo facendo. Ventiquattro anni senza fare nulla senza il suo nullaosta. Anche il colore delle pareti lo sceglievamo insieme, e lui poi diceva: «Il beige è noioso, dovevi scegliere il verde». Io tacevo.
AllUfficio dei Servizi al Cittadino la sala era vuota. Una giovane alla finestra scrutava i documenti.
È sicura di voler mettere il divieto? Senza la sua presenza personale nessuno, nemmeno con delega, potrà vendere, donare o scambiare lappartamento.
Certamente.
Lei batté sulla tastiera. Dopo quindici minuti uscii con un foglio. Lo infilai nella tasca interna del cappotto, accanto al telefono con la registrazione.
Ritornai a casa con una baguette e una confezione di sigarette del marito. Davide era sul divano, a guardare un film dazione. Passai in cucina, accesi il bollitore. Sul fornello cerano i resti bruciati delle uova. Li lavai, come sempre.
Verso le sette squillò il campanello. Davide si alzò di scatto, sistemò la maglietta.
È a me. Amore, metti il bollitore, sta arrivando una buona persona.
Annuii.
Nel corridoio entrò un uomo di circa cinquantanni, in cappotto elegante, con una valigetta. Davide si agitò, sorrise.
Le presento Orazio Bianchi, lagent immobiliare. Riguardo la questione dellappartamento.
Uscì dalla cucina asciugandosi le mani con un asciugamano, e fissai Davide: il suo volto compiaciuto, quasi beffardo.
Davide, ti ricordi che oggi pomeriggio hai parlato con Sergio?
Si bloccò. Il sorriso scivolò via come carta da parati mal incollata.
Cosa? Beh è successo qualcosa, ma
Mi hai definito una moglie di legno. Hai detto di aver trovato un acquirente per il mio appartamento. E che non avrei saputo nulla.
Il silenzio calò. Lagente fece un passo indietro, gli occhi sgranati. Davide divenne pallido, poi le guance si tinsero di macchie rosse.
Che cosa stai dicendo, Ludovica? cominciò, ma alzai la mano.
Basta. Ho sentito tutto. Ascolti.
Estrassi il telefono e avviai la registrazione. La sua voce riempì la stanza: «Moglie di legno ho già trovato lacquirente lei mi crede la collaboratrice domestica è gratis»
Lagente si ritirò verso la porta.
Signor Bianchi, cerano dei dettagli
Davide mi fissava ormai come un estraneo.
Hai registrato? Mi spiavi? sibilò.
Stavo lì, con i sacchi di spesa comprati con il mio stipendio, per far cenare te, Costantino e la sua ragazza. E mentre tu trattavi la mia casa. La mia, Davide. Non la nostra. La casa di mia madre.
Fece un passo verso di me, ma io continuai, calma:
Inoltre, stamattina sono andata allUfficio dei Servizi. Ho messo il divieto su qualsiasi azione sullappartamento senza la mia presenza. Quindi il tuo acquirente indicai lagente dovrà cercare altrove. Questo non si venderà più.
Lagente balbettò.
Credo che dovrò andare via. Davide, ci sentiamo. Scusi.
Uscì di corsa.
Rimasi sola con Davide, che rimaneva nel mezzo della stanza, ansimando come un pesce fuori dallacqua.
Che cosa hai fatto? Hai rovinato tutto! Avevamo dei progetti!
Tu avevi i progetti. Io avevo la fede. E lhai bruciata oggi, chiamandomi di legno. Il legno brucia, Davide. E io… sono andata in fiamme.
Si lasciò cadere sul divano, avvolse la testa tra le mani.
Ludovica, perdonami. È stato un incidente. Non volevo farlo. È stato Sergio a spingermi
Sergio, sorrisai amara. Sempre qualcuno più colpevole. Non tu, che per ventiquattro anni hai vissuto alle mie spese, hai bevuto il mio tè, dormito sui miei lenzuoli e mi considerato arredo.
Tolsi lanello, lo posai sul tavolino.
Domani presenterò la domanda di divorzio. Lappartamento rimarrà mio è leredità di mia madre, tu non hai alcun diritto. Raccoglierai le tue cose in una settimana. Spiegherò a Costantino, è già adulto.
Dav
Non serve. Non sai quanto sia leggero ora. Per la prima volta da anni non penso a che cena preparare. So solo che ho una casa. E che esisto.
Mi ritirai nella camera da letto, chiusi la porta. Il telefono vibrò: un messaggio di una amica: «Allora, comè andata la giornata?»
Risposi: «Perfetta. Non sono più una moglie di legno».
La mattina mi svegliai alle sette. Invece di correre a mettere il bollitore per Davide, mi stiracchiai, indossai il vestito da casa e preparai caffè per me stessa. Macinato, con un pizzico di cannella. Davide beveva solo caffè istantaneo, mentre io amavo quello in chicchi.
Uscì dalla stanza con il volto segnato, guardò la mia caffettiera turca.
E per me?
È ora che tu trovi una nuova collaboratrice domestica. Anche il legno a volte si anima.
Sorseggiai, il caffè era rovente, le mani ancora tremanti, e la tazza sbatté contro i denti. Ma era il caffè più buono della mia vita, perché lavevo preparato solo per me.
Al campanello, posai la tazza e andai ad aprire. Sulla soglia cera Orazio Bianchi, senza valigetta, lo stesso cappotto costoso, ma con laspetto spaesato.
Scusi per lorario. Il suo marito ieri ha detto che lappartamento è suo, ma non lo sapevo Vorrei offrirle i miei servizi, come proprietaria. Se decidesse di vendere o comprare, le aiuterò, onestamente, senza trucchetti.
Rimasi immobile, fissandolo. Dalla cucina uscì Davide, il volto contorto.
Che ci fai qui? sbottò.
Lavoro, rispose Orazio con calma. Ho un nuovo cliente.
Mi porse il biglietto da visita. Lo girai in mano, poi guardai Davide, la sua rabbia impotente, e lagente con il suo sorriso professionale.
Sa, signor Bianchi, ci penserò. Ma non oggi. Oggi ho in programma di comprare un gatto. E forse una nuova padella.
Lagente annuì, si congedò e se ne andò. Davide mormorò qualcosa e scomparve nella stanza. Io chiusi la porta, mi appoggiai allo stipite e scoppiò una risata soffusa, quasi inaudibile. Per la prima volta in molti anni ridevo, nella mia stessa hall.
Finivo il caffè con un sorriso. Decidevo il nome del gatto: Marta, in onore di quella che viveva con noi da bambina, finché papà non la regalò ai vicini «pelo ovunque». Ora sarà mia Marta, e nessuno potrà più dire che il pelo è un problema.







