Ricordo quel tempo, tanto lontano che neanche i ricordi hanno più il sapore nitido della carne fresca. È la storia di un gatto che, per tre volte, fu cacciato via dal suo breve cammino di vita, come se la sfortuna lavesse seguito a passo di danza.
Il gatto, chiamato Briciola, aveva appena compiuto un anno, quando la sua famiglia lo espulse per la terza volta. Prima, lo passarono di mano in mano come un oggetto di scambio, poi lo portarono fuori dal portone di una casa di San Casciano e lo scaricarono in un cassonetto dei rifiuti. Si allontanarono, lasciandolo lì, sperando che non trovasse più la via del ritorno. Ma Briciola non cercò affatto di tornare indietro.
Capì subito il perché di quel gesto, leggendo nei volti dei due umani la delusione più profonda. La moglie, una donna dal sorriso spezzato, aveva pianto quando Briciola graffiò il nuovo divano di pelle, tanto costoso da costare quasi mille euro. Il marito, sempre accondiscendente, non fece nulla se non accettare il destino del piccolo felino. Prese il cucciolo sotto il braccio e si diresse verso il cortile del vicino, dove il cassonetto si apriva sul fondo della strada.
Briciola non corse dietro di loro. Non fece un passo. Nei loro occhi trovò il giudizio di una sentenza già scritta. Non cera più nulla da fare, se non un addio umano, una carezza di congedo, una scusa mormorata. Tutto quel gesto sembrò svanire come sabbia nella tempesta.
Sospirò, poi cercò fra i rifiuti qualcosa da mangiare, rosicchiando un pezzo di pollo ormai secco. Si alzò e si sedette accanto a un grande secchio verde, fissando il sole che filtrava tra i rami spogli. I suoi occhi si socchiusero, ma non distolse lo sguardo dal disco luminoso; quel caldo circolare gli scaldava il cuore. Erano gli ultimi raggi di luce dellestate, dellautunno e dellinverno, un piccolo tepore che scioglieva lultima brina sul suo spirito.
La sera scese fredda, come la fine di un inverno che non vuole cedere. Il vento e il gelo si avventarono sul piccolo corpo rosso, mentre Briciola, senza sapere dove rifugiarsi, trovò un cumulo di foglie cadute, ingiallite e fruscianti. Si accovacciò tra loro, avvolto come un piccolo burrone. Allinizio tremava, ma presto, quando il vento gelido gli intorpidì il pelo rosso, una strana sensazione di calore lo pervase. Una voce lontana, quasi un sussurro, gli parlò parole dolci, cantando un ninnananna che invitava il gatto a chiudere gli occhi e dimenticare tutte le sventure.
Stringiti ancora, dormi. Dormi, dormi, dormi, sussurrava la voce. Il calore scivolava lungo la sua schiena indurita, come se il tempo si fosse fermato. Bastava arrendersi per trovare la pace, la quiete eterna, mentre i rimorsi e le sofferenze svanivano.
Briciola emise un ultimo sospiro, accettando la fine. Perché lottare? A che serve lottare contro il freddo e la fame che domani lo avrebbero nuovamente colpito? Il pensiero di chiudere gli occhi per sempre, senza più aprirli, lo avvolse come una coperta.
In lontananza, i lampioni di Via del Corso si accesero una dopo laltra. Briciola li osservò unultima volta, ricordando le luci che vedeva dalla finestra della sua casa, ora perduta. Lultimo bagliore dei suoi occhi si accese nelloscurità che si dissolse.
Quel fiammello attirò lattenzione di una piccola ragazzina dai capelli rossi, di nome Ginevra, che tornava a casa con il papà. Afferrò il braccio del padre e indicò il mucchio di foglie.
Lì, disse, cè qualcosa.
Non cè nulla, rispose il padre, intorpidito dal freddo. Andiamo, ho freddo.
Il padre cercò di allontanare la figlia dal cumulo scuro, ma Ginevra, spinta da unintuizione, strappò il velo di foglie, rivelando Briciola.
Papà! gridò.
Lo vedo anchio, disse il padre, avvicinandosi.
È lui. confermò Ginevra, cercando di sollevare il corpo gelido.
Lascia stare, consigliò il padre. È già morto. Non porteremo a casa un gatto morto.
Non è morto, ribatté la bambina con occhi pieni di speranza. Lo so, lho visto brillare.
Il padre, incuriosito, sollevò con cautela il piccolo corpo, sperando di sentire un battito. Briciola, però, desiderava solo dormire. Un velo di sonno lo avvolse, e la sua pelliccia si riscaldò di nuovo, mentre una voce sottile e infantile gli sussurrava:
Dormi, dormi, non aprire gli occhi.
Il piccolo canto si ripeteva incessante, come un eco di luce negli occhi del gatto. Briciola, confuso, si chiedeva perché quel tormento continuasse, perché non gli fosse concessa una pacata fine. Quasi aprì gli occhi e vide unombra che sembrava ostacolarlo.
Ecco! esclamò la voce bambina. Lì! Lho detto, hai visto di nuovo la luce!
Che luce?
In quel momento Briciola, avvolto nel suo mantello di pelliccia, si avvolse nella sua giacca, e si diresse verso la casa.
Ginevra lo seguì, correndo accanto a lui, implorando il padre:
Papà, sbrigati, ha freddo.
Scomparvero nellingresso del condominio, e al quinto piano le finestre si illuminarono di nuovo. Briciola fu scaldato con acqua tiepida e latte riscaldato. La bambina gli parlò con dolcezza:
Non morire. Ti prego, non morire.
Il ghiaccio sul suo manto si sciolse, come il ghiaccio nel suo cuore. Il grande gatto rosso osservava, incredulo, come il padre e la figlia lo accudivano. Si svegliò, sentì il vero calore, non quello di una stufa, ma quello di un cuore infantile.
Fu allora che, dallesterno, una figura osservava. Un uomo, talvolta chiamato Angelo, che compare quando serve una mano. Stava lì, guardando le finestre illuminate del quinto piano, e parlava a sé stesso:
Ho fatto tutto quello che potevo.
Dopo un attimo di riflessione, aggiunse:
La luce non è vista da tutti. Non tutti chi la vede possono conservarla.
Briciola, fissando Ginevra, non pensava alla grandezza delluomo, né a questioni di principio. Pensava solo alla luce che aveva trovato negli occhi della bambina dai capelli rossi. E in quel riflesso, il suo spirito trovò pace.






