Piccoli passi verso grandi traguardi

Piccoli passi

Perché, figlio mio? Perché tu e non io? si chiese ancora una volta Lidia Conti, aprendo gli occhi, il cuore pesante, e sospirò nascondendosi sotto le coperte.

Nessuna gioia nel suo mattino. Anzi, ormai nulla la faceva sorridere più. Come può vivere una madre, se il suo unico figlio non cè più? Anche solo respirare era un dolore fisico, figuriamoci vivere

Unaltra notte insonne era passata, svanita come tutte le altre, portando via con sé un pezzo della sua anima. Lidia avrebbe voluto scomparire con la notte stessa, tuffarsi nelloblio per dimenticare il suo dolore che la dilaniava.

Il gatto, che dormiva accoccolato vicino a lei, la spinse con la zampa, una volta, due, miagolando piano e facendo capire che ormai era ora di alzarsi.

Arrivo, arrivo sbuffò Lidia, scostando le coperte e cedendo alle richieste del suo compagno peloso.

Quel gatto era lunico ricordo vivo rimasto di suo figlio. Un micetto magro e spelacchiato, che Luca aveva raccolto vicino alla caserma e che le era stato portato dal suo compagno di servizio, Elia.

Tieni, Lidia. Luca mi ha chiesto di portartelo, se gli fosse successo qualcosa

Ma cosa come? Lidia prese il micetto quasi senza pensarci, ma dovette subito sedersi per lacrimare, anche se non ne sapeva niente veramente.

Tuo figlio è stato un eroe, Lidia. Ci ha salvati tutti. Ma lui Hai cresciuto un bravo ragazzo!

Fu in quel momento che Lidia finalmente pianse.

Non aveva pianto quando aveva ricevuto la notizia che Luca non cera più. Non aveva pianto al funerale, anche se tutti la guardavano con stupore; si chiedevano come facesse una madre a non versare una sola lacrima per il figlio. Non aveva pianto neppure quando sua sorella laveva accusata di non voler condividere la pensione con la famiglia.

Nessuno poteva immaginare che semplicemente non ce la faceva. Le si era ghiacciata lanima dentro. Non respirava, non viveva più, e tutto era rimasto cristallizzato nellattimo in cui aveva perso Luca.

Così aveva pensato, almeno, finché non aveva ricevuto il suo messaggio. Un gatto gracile, un po spelacchiato, rumoroso e curioso. Glielo aveva portato quello stesso Elia, il ragazzo che era stato accanto a Luca nel suo ultimo istante, quando il giovane, per salvare i compagni feriti, era corso incontro al pericolo invece di mettersi in salvo.

Cosa facciamo adesso con te, piccolino? mormorò Lidia, accarezzando il micetto. E finalmente, pianse, lasciando che le lacrime lavassero almeno un po quel dolore annerito e soffocante dentro di lei.

Lidia sapeva che suo figlio non avrebbe fatto altrimenti. Fin da ragazzino aveva capito che la vita di ogni persona aveva valore. Aveva visto i genitori, entrambi medici, lavorare in ospedale giorno e notte. Era orgoglioso del papà, che aveva salvato così tante persone da perdere il conto. Avrebbe voluto diventare chirurgo, ma poi aveva fatto una scelta che Lidia, allinizio, non aveva né accettato né condiviso.

È giusto così mamma, là fuori hanno bisogno di me

E neanche in quel momento aveva pianto. Lo aveva solo abbracciato e benedetto, chiedendogli di stare attento e proteggersi.

Ma lì, con il micetto in braccio e lestraneo vicino, aveva lasciato esplodere tutto il suo dolore, singhiozzando contro la maglietta di Elia, che si era lasciato stringere, confuso ma presente, quella stessa aria di Luca nel modo di sfiorarla e nel tono familiare: Mamma!

Stranamente Luca laveva sempre chiamata così: Mamma, con quellentusiasmo che sembrava dire che era la sua unica mamma, come la Patria, una sola per tutta la vita. E lo diceva con lorgoglio di chi ne aveva letto la storia nei libri, come una grande regina che veglia sulle sponde del Tevere.

Elia aveva capito il momento, laveva stretta forte mentre il micetto reclamava attenzione.

Sta morendo di fame, poverino… abbiamo viaggiato molto si scusava Elia, asciugandole le lacrime.

Lidia si diede da fare, tirò fuori dal frigo il latte, lo scaldò e si affaccendò al tavolo. Preparò anche qualcosa per Elia, che mangiava di gusto, proprio come faceva Luca: in fretta, come se fosse sempre in ritardo, ma con un appetito sano che la coinvolse e per la prima volta da tempo le venne fame. Dopo la perdita di suo figlio, aveva dovuto imporsi di mangiare.

Le due ore che Elia aveva prima di ripartire le parvero un lampo, Lidia avrebbe voluto chiedergli mille dettagli degli ultimi momenti di Luca, e non lasciava mai il micetto dalle mani, senza ancora sapere che la vita stava cambiando di nuovo.

Da quel giorno, il gatto-sveglia la tirava giù dal letto presto, stabilendo una nuova consuetudine: doveva preparare la colazione ogni mattina per il nuovo ospite. E stranamente, il gatto non mangiava se non vedeva anche Lidia seduta al tavolo. Le girava attorno, miagolava, finché anche lei non si metteva a colazione, allora via, dritto nella ciotola, scivolando sulle zampe.

Tranquillo, Cosimo! Lo sai che i vicini ancora dormono!

Ci mise poco Lidia ad abituarsi a questa nuova routine. E, nel suo piccolo, quel ritmo le fece bene. Al mattino cerano sempre mille cose da sistemare, e la sera era così stanca che i pensieri tristi avevano meno spazio nella sua testa.

Non era facile vivere in quellappartamento dove Luca era cresciuto, tra mille ricordi dolci e dolorosi. I parenti, anche i più lontani, si fecero subito vivi, ma nemmeno questo la rincuorava: tutti sembravano avere un unico pensiero i soldi.

Lidia aveva sempre dato una mano dove poteva, conosceva bene la situazione economica di tutti, sapeva chi si sposava, chi aveva figli, chi cercava aiuto, e aveva sempre cercato di essere disponibile. Ora però le richieste erano aumentate in modo esagerato.

Dai, Lidia, che te ne fai di tutti quei soldi tu sola? Noi abbiamo i bambini! le disse la sorella, e Lidia si sentì spiazzata. Non poteva certo rispondere che era felice per loro ma che il suo Luca non cera più

No, non poteva dire così, sarebbe stato ingiusto. E così tacque, attirandosi ancora più critiche dai parenti.

Sei proprio strana! Potevi aiutare la famiglia invece di tenere tutto quello che hai preso per Luca solo per te! Lui non lo capirebbe!

Quelle parole la scossero. Spense il telefono, chiuse la porta e tagliò i ponti con tutti quelli che non volevano vedere il dolore di una madre che ha perso tutto.

Le venne la tentazione di donarli tutti, quei soldi, magari a un orfanotrofio o a chi ne aveva bisogno. Ma fu unamica, Giulia, a farla riflettere.

Non fare nulla adesso, Lidia. Aspetta, lasciati un po di tempo per sistemare il cuore e la testa. Ricordati cosa diceva Luca: tutto a suo tempo.

È vero lui diceva sempre così.

Ecco, allora prendila con calma. Passetto dopo passetto, Lidia. Lo so che è una montagna, ma Luca non ti vuole vedere piangere!

Giulia, quanto mi manca Non ce la faccio! Vorrei rivederlo solo per un attimo, chiedergli come sta, parlargli Non ci credo ancora che non ci sia più! Comè possibile? E la sua memoria? I suoi sogni? Vivo, è ancora vivo, da qualche parte!

Certo che vive! Finché lo porti nel cuore, vive.

E se smetto di ricordarlo? si disperò Lidia. E se sparisco anchio? Che ne sarà di lui?

Giulia non rispose, si limitò a indicare la scrivania su cui erano appoggiate le lettere che gli amici e i colleghi di Luca avevano scritto, tutti quelli che lui aveva aiutato. Ed era più che sufficiente a calmarla.

Luca non aveva vissuto invano, e Lidia lo sapeva. Sarebbe rimasto nei ricordi.

Solo che il dolore non passava

Il tempo scorreva. Lidia si alzava, lavorava, accudiva Cosimo e si convinceva che niente sarebbe mai cambiato, ormai. Ma si sbagliava. A volte il destino ci riserva sorprese quando meno ce le aspettiamo.

Quel giorno tornò a casa tardi dal lavoro. Era stata in ospedale più del previsto, persa tra le carte. Quando si guardò intorno era già buio, decise di chiamare un taxi.

Lautista era un ragazzo chiacchierone che cercò di intrattenerla tutto il viaggio raccontandole che il suo vero lavoro era limprenditore, ma guidava per divertirsi. Lidia sorrideva tra sé e sé, lasciando che il ragazzo fantasticasse e pensando che Cosimo le avrebbe certamente organizzato una scenata per il ritardo.

Arrivata sotto casa, pagò il tassista quarantacinque euro sonanti e si avviò a scendere quando notò sulla panchina una scena strana: una donna seduta con in braccio un neonato, un bimbo di cinque anni stretto a lei, e a terra una vecchia valigia e una carrozzina.

Che strano Lidia mormorò tra sé, finché il tassista, galante, aprì la porta e la aiutò a scendere.

Solo per lei, signora! Davvero, lei è speciale!

Lidia rise: Perché? Perché le ho tenuto compagnia?

Perché mi ha lasciato parlare! rispose serio. Mia mamma dice sempre che non taccio mai.

La fantasia non fa mai male, anzi! Grazie ancora e buona serata.

Salutò e si diresse verso il portone, sempre con gli occhi sulla donna della panchina.

Cosa la spinse ad avvicinarsi?

Forse il modo in cui la mamma sedeva, le spalle curve per proteggere il bambino? O quello sguardo del piccolo, silenzioso e attento, non capriccioso come tanti bambini stanchi, ma solo inquieto?

Non seppe mai spiegarselo. Ma si fermò davanti a loro e chiese con gentilezza:

State aspettando qualcuno? Nessuno vi ha accolte?

La donna alzò lo sguardo lentamente, quasi rassegnata.

No. Non ci aspetta nessuno rispose semplicemente.

Come mai? Sapete dove andare? Avete i bambini con voi

No scosse la testa e, cullando il piccolo, iniziò a piangere.

Quelle lacrime, silenziose e impotenti, Lidia le conosceva bene. Capì che doveva fare qualcosa.

Dai, venite su! Avete freddo, no? Anche i bimbi dovrebbero già dormire! Venite con me!

La mamma si irrigidì, proteggendo il figlio più grande.

Quel gesto bastò a Lidia per intuire che aveva davanti una donna ferita, tradita dagli eventi.

Tranquilla, vivo da sola. Potete fermarvi finché volete, almeno stanotte. Non dormirete fuori, qui cè posto.

E non ha paura? chiese la donna, occhi pieni di lacrime.

Di cosa? Lidia le sorrise triste. Non ho più paura di nulla. Il peggio mi è già successo. Dai, su, forza. Domani si vedrà.

Seguì una confusione fatta di cibo da preparare, bambini da lavare, la mamma da aiutare. Solo quando finalmente tutto fu calmo, Lidia si sdraiò con Cosimo accanto, rendendosi conto di non aver chiesto nemmeno i nomi.

Pazienza, li chiederò domani pensò mentre scivolava finalmente in un sonno profondo, senza incubi, per la prima volta dopo la perdita di Luca. Anche Cosimo smise di fare le fusa, sorpreso dal respiro sereno della sua padrona.

Il mattino dopo, aprendo gli occhi, Lidia si spaventò nel vedere un visetto curioso davanti a sé: per un secondo, pensò fosse tornato Luca bambino, tanto il piccolo gli assomigliava.

Sei la mia nonna? chiese il bimbo, grattando gentilmente Cosimo.

No, tesoro, rispose Lidia, intenerita ma come mai non dormi? È presto!

Mamma si è svegliata. E io anche. Qui ci sono i cartoni animati?

Dovette alzarsi presto per improvvisare qualcosa. Ma il piccolo era felice, soprattutto quando Lidia gli diede la bacchetta con le piume che era il gioco preferito di Cosimo: i due si misero subito a inseguirsi lasciando le grandi tranquille in cucina.

Lidia trovò la mamma ai fornelli.

Mi scusi, davvero, la donna si schermì subito dovevo preparare la pappa al piccolo e ho fatto un po da padrona Ma non volevo disturbarla!

Ma va, mica posso lasciare i bambini digiuni! E poi non ci siamo neanche presentate! Io sono Lidia Conti.

Anna. Anna Martini. E i bambini sono Marco e Sergio.

Posso chiederti, Anna? Come mai eri in strada la notte coi bimbi?

Anna si voltò verso i fornelli per ricomporsi, poi sedette e la guardò negli occhi.

Vede, a lei lo racconto. Mi sembra di poterlo fare Sono stata cacciata via.

Da chi? Perché?

Mia suocera. Adesso, ormai, ex suocera

Non sei più con tuo marito?

No La verità è che non cè più. Era camionista

Anna si interruppe, combattendo le lacrime.

Non cè più, Anna? le chiese dolcemente Lidia.

Ha avuto un incidente troppo stanco, si è addormentato al volante. Glielavevo detto di riposarsi Abbiamo litigato per questo! Due bambini e lui non si tutelava abbastanza. È giusto, secondo lei?

No, certo che no sospirò Lidia.

Ma la suocera dopo, è cambiata, non riusciva a perdonarmi, mi ha dato la colpa di tutto, e mi ha mandato via. Non sono riuscita neppure a difendermi. Il padrone di casa appena ha saputo, ci ha chiesto di lasciare lappartamento perché da sola coi bambini non gli andava bene E mio padre beh, non beve poco e non potevo certo tornare da lui con i piccoli.

E quindi, eccomi, senza soldi, senza casa, con due bambini. Anna scoppiò a piangere. Ma i bambini non hanno colpe! Sono i suoi nipoti!

Lidia non chiese altro. Prese il bicchiere, versò acqua e labbracciò come avrebbe fatto con una figlia.

Dai, piccola, tranquilla. Ognuno fa fatica a suo modo a superare una perdita. Anche tua suocera, forse, si renderà conto di quello che ha fatto. Dagli tempo.

E se non succede?

Pensaci bene: chi ci rimette di più? Tu hai i tuoi figli. E lei? Solo da compatire. Ma dimmi, che ci facevi proprio sotto casa mia quella notte?

Avevo preso appuntamento con la padrona di una stanza qui vicino. Era tutto pronto, e invece si è rimangiata la parola, dicendo che laveva già affittata. E adesso? Devo cercare ancora

No, non serve. Resterete qui da me, finché non trovate nulla.

Non posso approfittarne

Invece sì. Hai i bambini da pensare.

Così, Lidia si ritrovò ad avere tante cose da fare. Prima sistemò Anna e i bambini nella stanza che era stata di Luca, aiutandoli a sentirsi a casa. Poi trovò il coraggio di andare a parlare con la suocera di Anna, per provare a ricucire almeno con i nipoti. La donna fu dura da convincere, ma Lidia non mollò, e almeno la porta fu lasciata socchiusa.

Il tempo diede ragione a Lidia: dopo due anni Anna si sistemò trovando lavoro, Sergio andò allasilo lasciando la nonna a fare da babysitter, e pagarono insieme la prima rata del mutuo per una casa tutta loro, con Lidia come garante. Lidia avrebbe voluto regalarle qualcosa, ma Anna rifiutò:

Accetto il prestito per lanticipo, ma non regali. Mi avete già fatto abbastanza.

Ma Anna, hai due bambini!

E hanno una mamma! Mi avete dato una casa, un lavoro e un futuro. Il resto lo farò io! Prendo esempio da lei! rise Anna. I miei figli hanno ora due nonne! Quando mai si può chiedere di più? Basta così, la vita mi ha già dato fin troppo!

Lidia non discusse. Sapeva che avrebbe lasciato loro tutto quello che poteva quando fosse stato il momento. Ma ora, finalmente, non si svegliava più piangendo. Accarezzava Cosimo, guardava la foto di Luca e gli sorrideva, come se rispondesse alle domande silenziose nei suoi occhi:

Vivo, amore mio. Vivo, sto bene! Ci provo. Un piccolo passo dopo laltro verso di te Non piango più. Dai su, lo so che un pochino si può Anna mi sgriderebbe, ma poi anche lei piange pensando a suo marito. I bimbi crescono bene, Marco è curioso come te da piccolo, mille domande al minuto! Ma va bene così, no? E Sergio è dolcissimo, Cosimo lo adora più di me! Quindi, non ti preoccupare, figlio mio, sto bene qui. E quando sarà il momento ci rivedremo. Lo so.

Allora Cosimo le sfiorava la guancia con la zampa, ricordandole che era ora di iniziare la giornata, e Lidia sorrideva, pronta ad accogliere ancora una volta il nuovo giorno.

Arrivo, arrivoUn giorno, mentre tornava dal mercato con una sporta piena di pane caldo e frutta per la merenda dei bimbi, Lidia si fermò davanti al portone. L’asfalto era ancora bagnato di pioggia e nel silenzio mattutino l’eco delle voci di Marco e Sergio che giocavano nel cortile le arrivava lieve, come una carezza familiare. Si sorprese a sorridere ancora, senza sforzo, assaporando il dolce piacere della vita che continuava.

Cosimo le si infilò tra le caviglie, impaziente di salire. Lei lo raccolse e, con un gesto ormai abitudinario, strofinò il viso nel suo pelo morbido. In quell’odore tiepido e pulito sentì qualcosa che somigliava alla pace. I passi dei bambini si avvicinavano, scalpitanti.

Mamma Lidia, ci racconti ancora la storia del coraggio? chiese Marco, le mani impolverate di gesso colorato.

Lidia si sedette sui gradini, Cosimo in grembo e i bambini stretti ai suoi fianchi. Con Anna che osservava dalla finestra, il sole che filtrava tra gli alberi e il chiasso allegro del quartiere intorno, Lidia prese un respiro profondo.

Sapete, iniziò, ci vuole coraggio per molte cose: per partire, per restare… ma anche per amare, per aiutarsi. E per ricominciare.

Le parole le uscivano leggere, non più gravate dal dolore, ma piene di quel nuovo senso che la vita le aveva insegnato. Ogni giorno era il frutto di tanti piccoli passi, alcuni incerti, altri più sicuri, ma sempre verso la luce.

Quando i bambini risero, Lidia capì che il seme piantato da Luca aveva messo radici: non era solo memoria, era futuro. E in quel momento, sentì nel profondo del cuore che, forse, la felicità non era dimenticare, ma imparare a custodire tutto lamore che resta.

Così, mentre il giorno andava avanti e la casa si riempiva di voci, Lidia guardò il cielo e, senza parole, ringraziò la vita. Per ogni passo, grande o piccolo, che laveva riportata fin lì.

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