Le portiere dell’auto si aprono e cacciano fuori il cane. Non lo hanno lasciato uscire, l’hanno spinto – brutalmente, bruscamente, come un sacco della spazzaturaIl cane, confuso e spaventato, si volta verso l’oscurità del parcheggio, cercando disperatamente un rifugio sicuro.

Le porte della macchina si spalancarono e, senza neanche un cenno, scaricarono il cane fuori. Non lo fecero scendere con gentilezza, ma lo sbottarono brutalmente, come se fosse un sacco della spazzatura.

Maria Bianchi, con il suo secchio di patate sbucciate per le galline, stava sistemando il portico quando scorse una Fiat Panda nera infilarsi in piazza. Lauto si fermò proprio al centro della strada di campagna, davanti agli occhi di tutti.

Le porte si aprirono di nuovo e il cane fu spinto fuori. Non fu una dolce uscita, ma unimprovvisa spinta, dura e secca, come se volessero liberarsene in un attimo.

Il cane era un ruggine affamato, magro, con gli occhi pieni di terrore. Dietro di lui sbucò un vecchio tappeto logoro, che atterrò nella polvere della strada.

Le porte si richiusero. Lauto si ripartì a razzo, sparendo nella polvere, e nulla più si sentì.

Maria rimase immobile, con la mano che lasciò scivolare il secchio. Le bucce di patata rotolarono sul terreno, spargendo un profumo di terra umida. Il cane, invece, rimase fermo nel mezzo della via, fissando la sagoma dellauto che si allontanava. Non abbaiò, non guaì, semplicemente si sedette lì, come se aspettasse che tornassero a prenderlo.

Lhai vista? sbottò allimprovviso Cinzia Petrova dal cortile di accanto, agitando le braccia. Che cosa hanno combinato? Queste persone, davvero?!

Sì, lho vista rispose a malapena Maria, la voce rauca.

Dei mostri! sputò Cinzia verso la Fiat che spariva. Bestie! Lhanno buttato via come un panno sporco!

Altri vicini si avvicinarono, come sempre le chiacchiere di paese volano più veloci del vento.

Che razza di gente era?

Probabilmente dei cittadini, dalla città.

E perché lhanno scaricato?

A chi serve un cane vecchio? Forse era già stanco.

Che tristezza

Tutti si compiacerono, ma nessuno fece un passo. Il cane rimaneva lì, accanto al tappeto, come legato a quel piccolo mondo di polvere.

Maria, perché ti alzi? gridò Cinzia. Vai a dare da mangiare alle galline!

Maria non rispose. Camminò verso la strada.

Dove vai?! sussurrò Cinzia, impaurita. Potrebbe essere pericoloso!

Non è pericoloso.

Come lo sai?

Lo so.

Maria avanzò lentamente, senza fretta, per non spaventare lanimale. Il cane alzò la testa, scrutò cautamente, ma non fuggì.

Allora, disse a bassa voce, sedendosi a un metro dal suo fianco, sei rimasta senza padrone anche tu?

Il cane non rispose, ma abbassò il muso, quasi per capire.

Ti capisco, davvero.

Allungò la mano con dolcezza. Il cane annusò, leccò le dita con una lingua ruvida e calda. Un brivido di calore attraversò il petto di Maria, il primo in un mese.

Vieni con me sussurrò. Due siamo meno spaventate.

Raccolse il tappeto sporco, lunico ricordo tangibile della vita che quel cane avesse avuto. Con passo incerto, il cane la seguì, restando però a qualche passo di distanza, come se temesse che il suo passato potesse tornare a bussare.

I vicini, ancora ai loro portoni, scuotevano la testa.

È impazzita? Che senso ha questo cane?

Maria non si voltò indietro, non le importava più del giudizio altrui.

Il cane avanzava a passo duomo, guardandosi alle spalle. Forse i precedenti proprietari sarebbero tornati? O forse era solo un errore.

La strada rimaneva deserta, solo il rumore dei campi e qualche sguardo curioso da dietro le recinzioni.

Entra invitò Maria, aprendo il portone di casa.

Il cane esitò sullo stipite, poi, con un balzo timido, varcò la soglia. Maria stese il tappeto su una paglia fresca. Lo stesso vecchio tappeto, sporco ma familiare.

Qui, finché non ti abitui disse, accarezzandolo.

Il cane si accoccolò, girandosi a palla, e appoggiò il muso sulle zampe. Continuò a fissare la porta, come in attesa di qualcuno.

Per tutta la giornata il cane rimase immobile: mangiava poco, beveva solo acqua, e osservava la porta con sguardo fisso.

Non torneranno commentò Maria. Ti hanno scaricato e hanno dimenticato.

Il cane, però, non sembrava credere a quelle parole. I vicini entravano e uscivano, chiedendo zucchero o fiammiferi, ma soprattutto a curiosare.

Maria, lo lasci davvero? domandò Cincia, fissando lanimale.

Lo lascio.

Ma sarà difficile! Devi nutrirla, portarla a passeggio, pulire dopo di lei!

Non è un problema.

Dai, non è giusto! Dopo il funerale di tuo marito sei lunica a stare qui. Non puoi prenderti un altro peso!

Maria rimase in silenzio. Come spiegare che, dopo la morte di Pietro, non era più sola nella casa?

Man mano che il pomeriggio si scioglieva, il cane cominciò a sciogliersi anche lui. Si avvicinò cautamente, appoggiò il muso sulle ginocchia di Maria, scodinzolò timidamente.

Che buona, accarezzò Maria, sorridendo. Finalmente ti apri.

Il cane si chiuse gli occhi, godendo del tocco. Di notte, emise un lamento debole, quasi un miagolio, come se richiamasse qualcosa di perduto.

Maria, a letto, ascoltava quel suono. Capì che lanimale piangeva per una vita spezzata, per i padroni che lo avevano abbandonato.

Che sciocca, pensò. Lhanno spinto via, e ora lo aspettano ancora.

Forse era lei la stessa sciocca, con un marito che la urlava, la trattava come una serva, e lei a lungo ha sopportato, perdonato, sperando in un cambiamento. Poi lui se ne andò dopo una serata con le amiche, e ora si lamentava per lui, come una bambina.

Allalba, arrivò la figlia, Francesca. Entrò nella casa, osservando tutto con sguardo critico.

Mamma, che diavolo è tutta questa confusione? Un cane?!

Un cane.

Perché?

Perché

Non hai altro da fare? Sei sola, la salute non è più la stessa, e ancora adotti un animale!

Maria rimase muta, continuando a pelare le patate per la cena.

Mamma, sul serio, datelo via, portalo in un canile!

Non lo darò.

Perché?

Perché mi serve! scoppiò Maria, girandosi di scatto.

Francesca rimase senza parole, imbarazzata.

Mamma

Voi vivete le vostre vite, e io sto qui, in questa casa vuota, piena di ricordi. Pensate che sia facile? Pensate che non sappiate che anch’io un giorno non servirò più a nessuno, proprio come quel cane?

La voce di Maria tremò. Si voltò, ma non voleva che la figlia vedesse le lacrime.

Non cè bisogno, disse Francesca, avvicinandosi e abbracciandola, gesto raro per loro. Ti vogliamo, anche se siamo tutti occupati.

Conosco bene le vostre occupazioni.

Francesca sospirò, accarezzò il cane che si era avvicinato timidamente.

Come si chiama?

Non lo so, non lho ancora chiamato.

È rossa, giusto? Che ne dici di Rossa?

Troppo banale.

Lince allora?

Maria rise.

Lince? Va bene.

Il cane scodinzolò, come se avesse approvato.

Il giorno dopo, una volta di più, la stessa Fiat Panda nera si fermò davanti alla porta di Maria. Il cuore le balzò in petto. Scesero due persone, un uomo e una donna, entrambi giovani, vestiti di giacca costosa.

Buongiorno disse luomo. Siamo qui per il nostro cane.

Maria rimase sospesa, come pietrificata.

Quale cane?

Il nostro, il rosso. Dicono che lhai preso?

Lho presa.

Bene, lo prendiamo indietro.

Come lo prendete?

La donna alzò gli occhi al cielo.

Ascoltate, non lo abbiamo buttato via per scherzo! Labbiamo lasciato lì per dargli una lezione. Ha rosicchiato i miei stivali nuovi, di pelle, da diecimila euro! Lho scaraventato fuori. Volevamo fargli capire che non si può così. Ora torniamo a riprenderlo.

Maria trattenne il respiro.

Una lezione? Lavete scaraventato per insegnare qualcosa?

Sì, è così. Lavete trovato, non è scomparso. Lavete tenuto, noi labbiamo cercato. È ancora qui ad aspettarci!

Allora, se lha imparata, luomo si infilò nella porta. Mostratela, dove sta.

Maria fece un passo avanti, aprì il portone.

Non lo darò.

Cosa?

Ho detto, non lo darò! Lavete trattato come spazzatura. Non è più vostra!

Luomo sorrise, sornione.

Signora, ho i documenti, il pedigree. È nostra proprietà!

Proprietà! Maria tremò di rabbia. Parlate di un essere vivente come di un oggetto!

È un nostro bene! Lo prendiamo a modo nostro. Se non volete, lo facciamo alla forza.

Intorno al portone si radunavano gli abitanti del paese: Cinzia, Nonna Claudia, i mariti dei vicini, persino il vecchio Pasquale, autorità locale.

Che succede? chiese uno.

Vengono a prendere il cane che due giorni fa hanno scaraventato!

Il brusio aumentò, la voce di Cinzia si fece sentire.

Lo hanno scaraventato per le scarpe! Bestioni!

Come vi sentite? intervenne Pasquale, con la sua voce gravosa. Abbiamo visto tutto.

Non è solo una questione di scarpe! ribatté la donna, lanciando un occhiolino. Doveva pagare per il danno!

Maria fissava quel volto truccato, le unghie dipinte, gli orecchini doro, il tutto che diceva non mi importa.

Andatevene sussurrò, ma la voce era di acciaio.

Cosa? il giovane non sentì.

Ho detto, andate via! Maria fece un passo avanti. Non tornate più!

Ma sei impazzita, vecchia? scoppiò luomo. È il nostro cane! Lo denunceremo alla polizia!

Fatelo! ribatté Maria, piccola ma inarrestabile. Raccontate al giudice come lavete educato! Come lavete buttato via! Come lavete lasciato con il tappeto!

Il pubblico iniziò a mormorare, a testimoniare.

Labbiamo visto! Con i nostri occhi!

Siamo testimoni!

Ma noi siamo i residenti, non i proprietari!

Luomo arrossì, tirò fuori il cellulare.

Chiamo la polizia. Sistemiamo la cosa!

Chiama! gridò Pasquale. Ti facciamo pagare la multa per maltrattamento animale!

La donna rotolò gli occhi, si girò verso Maria.

Sentite, non vogliamo animali, ma possiamo pagarvi per la cura. Cinque mila euro? Dieci?

Un silenzio tombale calò. Maria guardò la banconota immaginaria, poi scoppiò in una risata sottile.

Credete davvero che sia una questione di soldi?

Di cosa altro? chiese la donna, sorpresa.

Allora, dalla porta di Maria, spuntò la testa di Lince, il cane, che aveva riconosciuto i suoi padroni. Si bloccò, fissò luomo.

Ecco! esclamò luomo, felice. Lha riconosciuta! Vieni, Lince, torniamo a casa!

Lince, però, si affrettò a rannicchiarsi più vicino a Maria, quasi a proteggersi.

Non lo lascerà andare disse Pasquale. È spaventato, ha paura di voi.

È solo abituato! ribatté luomo. A casa sua tornerà a ricordare tutto!

Casa? rise Maria. La sua nuova casa è qui, con me.

Si sedette, abbracciando Lince. Il pubblico scoppiò in applausi.

Brava, Maria!

Non lo darò!

Siamo con te!

Luomo e la donna si scambiarono sguardi confusi. Non si aspettavano una tale resistenza.

Torneremo con la polizia e i documenti, minacciò luomo. Vedrete.

Tornate pure, rispose Maria, calma. Tutti qui sono testimoni.

Lo racconteremo al giornale, lo scriveremo online! Che gente scellerata! aggiunse Cinzia.

La donna strinse luomo per la manica.

Andiamo, è inutile. Compriamo un altro cane, con pedigree!

Luomo lanciò un ultimo sguardo, pieno di rabbia, a Maria, e poi corse verso la sua auto. Il motore ruggì, le porte sbatterono, e la macchina sparì nella curva di campagna, sollevando una nuvola di polvere.

Maria strinse Lince più forte, le lacrime scivolavano sul viso.

Stai tranquilla, tesoro sussurrò Nonna Claudia, avvicinandosi. Hai vinto, sei al sicuro.

Grande, annuì Pasquale. Hai mostrato coraggio.

La sera, Maria sedeva sulla veranda, Lince accoccolato ai suoi piedi, il cielo si tinse di rosa, il sole scese dietro i tetti di paglia. Il silenzio era dolce.

Allora, amica, accarezzò il manto rosso. Restiamo insieme, solo noi due.

Lince sospirò, chiuse gli occhi, godendosi il calore.

Una settimana dopo, suonò il telefono: era Francesca.

Mamma, ho letto su internet: Donna difende il cane da padroni crudeli. Hanno anche pubblicato la tua foto.

Davvero? sorpresa. Non lo sapevo.

Scusa, Lince. NonCosì, mentre il tramonto tingeva il cielo di arancione, Maria e Lince brindarono al loro coraggio con un bicchiere di vino rosso, sapendo che quella piccola vittoria sarebbe rimasta nella memoria del villaggio per molto tempo.

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Le portiere dell’auto si aprono e cacciano fuori il cane. Non lo hanno lasciato uscire, l’hanno spinto – brutalmente, bruscamente, come un sacco della spazzaturaIl cane, confuso e spaventato, si volta verso l’oscurità del parcheggio, cercando disperatamente un rifugio sicuro.
TATIANA, MA SEI IMPAZZITA?! HAI QUARANTACINQUE ANNI! HAI UN FIGLIO GRANDE, IN MILITARE! E ORA PRENDI…