Il regalo di papàMentre apriva la vecchia scatola di legno, scoprì una mappa misteriosa che lo condusse verso un’avventura inaspettata.

La mamma era una donna di straordinaria bellezza, ma per mio padre era lunico suo pregio. Io, che lo amavo con tutto il cuore, lo guardavo con gli occhi di chi non può più fare a meno di lui.

Lui insegnava Scienze politiche agli studenti universitari. Proveniva da una famiglia aristocratica, colta e rigida, che non aveva mai accettato la mia madre. Solo anni più tardi ho scoperto come si erano incontrati. Alessandro, allora membro di un gruppo di volontari universitari, era stato inviato in una fattoria collettiva della Puglia per costruire recinti per gli animali. Isabella, allora sedici anni, lavorava come mungitrice. Aveva solo otto classi di scuola elementare, e persino dopo molti anni di vita insieme non aveva mai imparato a leggere con disinvoltà: sfiorava le parole con le dita e sussurrava a bassa voce le sillabe. Ma la sua bellezza era indiscutibile: pelle candida e trasparente, lunghi capelli biondodorati fino alla vita, occhi azzurri come i campi di papaveri, lineamenti scolpiti. Nella foto di nozze sembrava uscita da una rivista. Alessandro era alto, con capelli scuri, folti baffi e un aspetto molto virile.

Lestate in cui Isabella rimase incinta, lui dovette sposarla. Forse una volta laveva ammirata, ma i genitori di lui esercitavano una pressione costante, accusandola di averlo ingannato. Alluniversità gironzolavano giovani dottorandi, non sempre tanto belle ma sicuramente più istruite, capaci di sostenere conversazioni acute. Inoltre, quando Alessandro cercava di introdurla a pranzi o cene, lei mangiava goffamente, non sapeva usare le posate e rideva così forte da farlo arrossire. Lui non esitava a dirglielo, e lei scuoteva la testa con un sorriso triste, senza mai contraddirlo.

Io non volevo assomigliare a mia madre. Desideravo che mio padre fosse fiero di me. Prima ancora di andare a scuola imparai lalfabeto e leggevo meglio di lei. Passavo le giornate a esercitarmi con i numeri, così da rispondere correttamente a ogni problema che Alessandro mi proponeva, sperando di guadagnare il suo elogio. A tavola osservavo attentamente i suoi gesti e imitavo: mangiavo con la bocca chiusa, non leccavo il piatto, usavo forchetta e coltello. Nonostante tutti i miei sforzi, Alessandro rimaneva distante, lanciandomi solo sguardi fugaci e sistemando i miei capelli lunghi con una mano distratta. Quando riuscivo a parlare con lui, quelle brevi conversazioni diventavano il mio più grande conforto, e rievocavo mentalmente ogni sua frase.

A seconda elementare Alessandro se ne andò. La mamma, per molto tempo, cercò di nascondermelo, ma alla fine scoprii che aveva una nuova compagna. Quando sentii la parola divorzio, pensai solo a una cosa: Se solo papà mi prendesse con sé. Ovviamente rimasi con la mamma. Dovemmo lasciare lappartamento, che apparteneva ai nonni, i quali erano felici di liberarsi di noi. Per un po il padre ci mandava dei piccoli bonifici mensili, e la nonna aggiungeva qualche euro a Natale e per le immacolature. Ma la crisi economica che travolgeva il paese colse anche lui: perse il lavoro e i pagamenti cessarono. Isabella trovò lavori saltuari come operatrice tecnica, puliva i pavimenti dallalba al tramonto, ricevendo stipendi scarsi e spesso in ritardo. Vivevamo in povertà; la sua bellezza, col passare degli anni, era sbiadita e io non riuscivo più a vedere nulla di buono in lei. Incolpavo silenziosamente la mamma per la partenza di papà.

Alessandro, invece, si lanciò nel commercio. Un giorno fece visita a casa nostra, mi regalò una giacca nuova e lasciò qualche euro sul tavolo. Quellincontro rimase impresso nella mia memoria: era inverno, ero appena tornata da scuola, tremante nel mio vecchio cappotto dalle maniche troppo corte. Alessandro aspettava al portone; la mamma era al lavoro e nessuno gli apriva la porta, ma lui rimase lì, a farmi compagnia. Il mio cuore balzò di gioia: Papà non mi ha dimenticata! Gli offrii del tè con lo zucchero, chiacchierando senza sosta dei miei successi scolastici, cercando di dimostrare quanto fosse diventata furba. Lui ascoltava distrattamente, ma non se ne andò, finì il tè, mostrò la giacca nuova, la posò sul tavolo e disse:

Portala a tua madre. Il prossimo mese ne porterò unaltra.

Verrà anche al mio compleanno? chiesi timidamente.

Alessandro mi guardò come se avesse dimenticato la data e rispose:

Certo! Che cosa vuoi?

Una bambola! dissi, arrossendo. Ero già grande per le bambole, ma quelle parole uscirono spontanee; volevo quel simbolo di infanzia dalle mani di papà. Di solito mi regalava libri.

Va bene, sarà una bambola, confermò.

Quando mamma tornò, le raccontai con orgoglio della visita e del suo impegno a venire al compleanno.

Il giorno del mio compleanno corsi a casa a tutta velocità, temendo che papà non mi aspettasse. Speravo di trovarlo al portone, ma non cera. La mamma, la sera prima, aveva preparato una torta e mi aveva regalato un maglione alla moda, tanto desiderato. Non toccai la torta, aspettando papà. Quando non arrivò, mangiai la torta insieme a mamma, ma latmosfera era spenta; alla fine piansi. Mamma capì tutto, ma non parlò di papà.

Il giorno dopo, mamma mi porse una scatola.

È arrivata la posta, forse cè stato un ritardo, lhanno portata ieri. È un regalo di papà.

Aprii la scatola: una bambola nuova, avvolta in una confezione rosa brillante.

Perché non è venuto di persona? chiesi.

Forse è stato mandato via per lavoro, rispose mamma, distogliendo lo sguardo.

Quella bambola divenne il mio tesoro più caro; la portavo a scuola senza temere i compagni. Papà non tornò più, e i nonni non inviarono più alcun bonifico. Col tempo accettai che nella mia vita cerano solo mamma e io, ma ogni giorno sognavo il ritorno di papà, sperando che un giorno vedesse quanto ero cresciuta e ne fosse fiera.

Dopo la fine dellundicesimo anno, entrai nella facoltà di Medicina. Decisi di trovare papà a tutti i costi, perché volevo condividere con lui la notizia. Ricordavo più o meno lindirizzo del suo vecchio appartamento, dove avevo vissuto otto anni, e quello dei nonni, dove mi capitava di stare solo nei festivi. Senza dirlo a mamma, partii.

Allappartamento di papà mi aprì una donna sconosciuta, dicendo che non cerano più inquilini e che lei viveva lì da sette anni. Cercai di indagare, ma la donna sbatté la porta. I nonni non risposero al mio chiamare. Stavo per andarmene, quando si aprì la porta accanto e una signora anziana, con grandi occhiali, mi chiese:

Chi è?

Sono Sofia, la nipote di dei di Sergey.

La signora mi fissò un attimo e poi disse:

Sei loro nipote, devi sapere che sono morti da anni.

Mi arrossii.

Non lo sapevo i miei genitori si sono separati e io

Sì, sì. Divorziati Allora, tu sei Mariella?

Sì.

Vuoi vedere i nonni?

Volevo E anche papà.

La signora mi scrutò come se avesse capito tutto.

Tutti loro sono morti, per debiti. Il tuo padre è stato ucciso.

La notizia mi travolse, non riuscivo più a respirare.

Non ti fare del male, mi esclamò. Hai tutta la vita davanti. La madre è viva, vero?

Annuii.

Ti do gli indirizzi delle loro tombe, li ho scritti da qualche parte. Vai, parlane con loro, ti farà stare meglio.

Cercò a fondo nei cassetti, trovò un taccuino, mi dettò i numeri di sepoltura e il nome del cimitero. Ringraziai e mi misi subito in cammino, ma il timore mi bloccò quasi a metà strada.

Le tombe erano ricoperte da erbacce, trascurate. Rimuovo i rami, leggo le iscrizioni; erano tutte in fila, dietro una piccola recinzione. La data di morte corrispondeva a due giorni dopo lultima volta che avevo visto papà.

Tornata a casa, mentre tremavo sul tram ruggine, mi venne in mente che papà non poteva avermi inviato quella bambola. La bambola, che custodivo gelosamente, era forse un regalo di mamma? Il rossore mi invase il viso, un nodo si impigliò in gola. Mi vergognai: il mio padre era stato solo un criminale che aveva distrutto la sua stessa famiglia. Per fortuna non vivevamo più tutti insieme, altrimenti la tragedia sarebbe stata più pesante.

Non raccontai a mamma del viaggio. Inventai di essere uscita con le amiche, poi la abbracciai, le dissi che la amavo e mentii ancora una volta:

Grazie di tutto.

Mamma mi guardò con gli occhi azzurri, un po velati dal tempo ma ancora vividi.

Io sapevo che quella bambola lavevi scelta tu, disse. Per questo lho sempre amata.

Le lacrime le rigarono le guance. Non provai più vergogna per la bugia, ma per tutti gli anni in cui avevo creduto che non ci fosse nulla di bello in lei, se non la bellezza che svaniva rapidamente.

Così ho imparato che la dignità non dipende dallaspetto o dal successo degli altri, ma dal coraggio di accettare le proprie radici, perdonare le imperfezioni e costruire, con amore, la propria vita. La vera ricchezza è la capacità di vedere il valore negli occhi di chi ci ama, anche quando il mondo ci tradisce.

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