La BruttaMentre la nebbia si diradava, la figura misteriosa si avvicinò al villaggio, portando con sé una promessa di redenzione.

Scoppio un ruggito sordo buio buio

Finalmente loscurità cominciò a dissiparsi. Una voce si levò dal nulla:
Signora Verónica, è il soccorritore, qualcosa è esploso là fuori.

Nel dolore avvertii una mano stringersi al collo. Cercai di aprire gli occhi, e con grande fatica riuscii a sollevare le palpebre. Davanti a me brillava un pendente a forma di rettangolo, inciso con i segni zodiacali gli occhi di una donna in camice bianco lo osservavano.

Alla sala operatoria! gridò una voce proprio accanto a me.

I genitori tornarono dal lavoro. La madre si precipitò in cucina, sbirciando nella stanza dove il figlio faceva i compiti. Domenico, entrando, notò subito che lumore del ragazzo non era dei migliori.

Tommaso, cosa ti succede? gli accarezzò la testa.

Niente borbottò il ragazzino, alunni di quarta elementare.

Su, racconta!

Tra poco cè l8 marzo. Linsegnante ci ha fermati e ci ha detto che dobbiamo preparare dei regali per le ragazze.

E qual è il problema? sorrise il padre.

Ci sono ragazzi e ragazze in egual numero. Lei ha distribuito a chi spetta il dono sospirò il figlio. Spetta a me la brutta, Ginevra Ferrara.

Tutte vogliono un regalo per la Festa della Donna, brutte o belle il padre parlò al figlio come a un adulto. E come ha fatto a dividerci? Per ordine alfabetico? No, per segno zodiacale?

Come? Domenico non poté trattenere unaltra risata.

Per compatibilità. Ginevra è Vergine, e il miglior segno per una Vergine è il Toro. Io sono proprio un Toro.

È perfetto, se siete fatti luno per laltro! Potresti persino innamorartene.

Io?! A Ginevra Ferrara?!

Il padre scoppiò a ridere. Entrò subito la madre:
Che succede qui?

Lina, vai in cucina il padre assunse un tono severo. Ho una conversazione seria con Tommaso.

Quando la madre uscì, Tommaso chiese con voce triste:
Papà, che devo fare ora?

Preparare il regalo!

Quale?

Domani, al lavoro, ti farò un dono per la tua scelta.

Papà, che regalo potrai fare? Lavori in una fabbrica.

Sì, ma lavoro nella galvanica. Produciamo tutti i tipi di rivestimenti metallici.

Non capisco

Domani lo vedrai!

***

Il giorno successivo il padre portò un pendente su una catenina a forma di rettangolo, doro apparente. Su un lato cerano incisi due segni zodiacali, Toro e Vergine; sullaltro, in piccolo ma elegante, si leggeva:
«Alla mia compagna di classe Ginevra, per l8 marzo! Alessandro».

Che bel pendente! Quando la madre lo infilò in un sacchetto di plastica, sembrò ancora più splendente.

***

E così arrivò l8 marzo. Linsegnante non aveva intenzione di fare lezione. Prima i ragazzi consegnarono i loro regali, ringraziò a lungo, poi invitò i maschi a porgere i doni alle ragazze.

Scattò il caos! Tutti i ragazzi corsero verso le loro scelte. Tommaso si avvicinò a Ginevra Ferrara e, recitando le parole che il padre gli aveva insegnato, disse:
Ginevra, felice Festa della Donna! Chissà, forse il destino unirà Toro e Vergine.

Finito il copione, Tommaso tornò al suo posto, ignaro di aver già colpito il cuore di quella ragazza che, a suo dire, non era proprio bella.

Poco dopo, la famiglia di Ginevra si trasferì in un altro quartiere e lei, dalla quinta classe, cambiò scuola.

***

Alessandro aprì gli occhi. Il soffitto bianco di una stanza dospedale. Provò a muovere braccia e gambe, ma solo il braccio sinistro si muoveva.

Dove sono? chiese, confuso, a chiunque potesse sentirlo.

Un tintinnio lo avvertì: una infermiera, appoggiata su un carrello, si avvicinò e gli chiese:
Ti sei svegliato? Sei in chirurgia durgenza.

Le mie braccia e le gambe sono intatte? domandò Alessandro a bassa voce.

Sì, tutto è al suo posto rispose lei, felice. Solo una piccola sutura dalla testa ai piedi.

È una buona notizia.

Allora la dottoressa si avvicinò e chiese con dolcezza:
Come ti senti?

Che cosa mi succede! rispose Alessandro, un po confuso.

Niente minaccia la tua vita. Le braccia e le gambe torneranno a funzionare. Alcune cicatrici resteranno, ma è normale mostrò il cellulare acceso. Tua madre voleva chiamarti appena ti sarei svegliato.

Figlio mio la voce della madre trapelò tra le lacrime.

Mamma, sto bene cercò di suonare il più allegro possibile. Hanno detto che le cicatrici saranno piccole. Presto mi dimetteranno.

Non posso restare con te stanotte. Tornerò subito, tesoro.

Non preoccuparti, mamma! posò il telefono accanto a sé e sorrise allinfermiera:
Grazie!

Presto sarai dimesso rispose linfermiera, con un sorriso. Ci vorranno tre settimane.

Un compagno di stanza, uscito dopo linfermiera, chiese:
Che è successo?

Alessandro ricordò:
Sono un soccorritore. Unesplosione di bombole di gas in una fabbrica ha causato un incendio. Siamo arrivati per primi, larea era enorme, tre feriti. Abbiamo salvato le vittime Io sono uscito per ultimo, e quando ero quasi alla porta è esplosa unaltra bombola non ricordo il resto.

Ti è capitato, vero? intervenne una voce femminile. È il dottor Gonnarini, un collega.

Entrò un amico, correndo verso il letto:
Ciao, Tommaso! Come stai?

Braccia e gambe integre! rispose Alessandro, ottimista, alzando solo la mano sinistra per salutare.

Dai, non farci caso!

Che è successa dopo lesplosione?

Stavamo uscendo quando è andata in frantumi. Siamo tornati subito, ti abbiamo tirato fuori eri coperto di sangue, i dottori erano subito lì

Grazie!

Tommaso, di cosa parli?! il suo amico scoppiò a ridere. Ci vogliono per le medaglie, sai?

Quando mi dimetteranno?

Presto. Devo andare, il turno sta per finire, ha detto linfermiera.

Prima che lamico se ne andasse, entrò il medico, un uomo sui quaranta:
Come va, eroe? si avvicinò al suo letto.

Bene.

Se riesci a parlare, vivrai ancora. Vieni, ti darò un controllo!

Hai sbagliato a chiamarmi? chiese Alessandro. No, è la signora Verónica. Arriverà dopodomani.

***

Due giorni passarono. Alessandro cercava di alzarsi, ma il dolore alle gambe era forte, la mano destra ancora dolorante, e sul corpo una decina di lividi. Un paio sul viso, residui dellesplosione, ma la mano destra era riuscita a mettersi in avanti in tempo. Si guardò allo specchio: il volto era ancora gonfio.

Il dottore, che laveva operato due giorni prima per cinque ore consecutive, doveva fare il giro di visita. Alessandro era un po nervoso.

Arrivò la dottoressa, giovane, robusta, con gli occhiali che le donavano unaria intellettuale, ma il camice bianco le stava a pennello. Alessandro, ventisette anni, era già sposato, ma il matrimonio si era interrotto sei mesi prima per divergenze di carattere e per il fatto che la ex moglie non apprezzava lo stipendio da soccorritore.

Buongiorno! salutò la dottoressa avvicinandosi al suo letto.

Buongiorno! È stata lei a operarmi?

Sì, è così. Tutto bene?

Perfetto! Grazie di cuore!

Posso esaminarla?

Si chinò sopra di lui. Davanti ai suoi occhi il pendente con i segni zodiacali girava intorno al collo:
Ginevra Ferrara!!! esclamò Alessandro.

La dottoressa lo osservò, incerta:
Scusi? non riconobbe il nome.

Sono un Toro indicò il pendente.

Tommaso Gonnarini? i suoi labbra tremarono. Mi ricordo di te?

Dai, Ginevra! vedendo le lacrime negli occhi della donna, posò delicatamente una pianta sul suo braccio.

Scusa! tirò fuori un fazzoletto, asciugandosi gli occhi. Non avrei mai immaginato che ci saremmo incontrati così.

***

Quella sera Ginevra non tornò più nella sua stanza. Alessandro capì che i loro orari si incrociavano solo di giorno, di notte e nei due fine settimana liberi. Non voleva mostrarsi debole davanti a lei. Il giorno successivo camminò nella stanza appoggiandosi alle letti, alcune volte aggrappandosi al muro, poi uscì nel corridoio.

In serata, il medico diurnista se ne andò, sostituito dal turno notturno, che si sentiva subito nella conversazione al centro corridoio. Mentre il turno avanzava, improvvisamente si udirono urla e passi affrettati: era il solito trambusto quando portano un nuovo ferito.

Dieci ore dopo, linfermiera entrò, spegnendo le luci. Ma qualcosa non lo lasciava dormire. Passata la mezzanotte, dei passi si udirono nel corridoio, poi si fermarono, e nel silenzio Alessandro percepì più che udì un pianto. Si alzò e, cautamente, uscì.

Al tavolo di guardia, una ex compagna di classe piangeva, con la testa tra le mani. Alessandro le mise una mano forte sulla spalla:
Ginevra!

Lei si gettò sul suo braccio:
Ho operato una donna, è caduta sotto unauto singhiozzando, raccontò. Ho fatto tutto il possibile, ma è in rianimazione e non sopravviverà. Ha due figli il marito è qui con lei.

Stai serena, Ginevra!

Da tre anni faccio il chirurgo e non riesco a venire a patti con la morte.

Calmati, calma! È il nostro mestiere. In cinque anni ho visto tante morti, ma abbiamo anche salvato tante vite, sospirò Alessandro. Per questo mia moglie me ne è andata. Dice che non torno mai a casa e che guadagno poco. Ma con quaranta anni si può vivere, no?

Anche io lei lo guardò. Mi trattano come se fossi pazza. Non sono mai stata sposata, vivo ancora con i genitori.

Dai, siamo solo ventisette, la vita è davanti a noi.

No, Tommaso, abbiamo già ventisette.

La sua pulsazione è bassa! gridò linfermiera.

Scusa! Ginevra corse nella rianimazione.

Alessandro non riuscì a dormire quella notte. Al mattino linfermiera gli fece il consueto tocco.

La donna operata ieri notte è viva? chiese, sorpreso da sé.

Sì, ma è in condizioni molto critiche.

***

Tre settimane trascorsero. Le ferite di Alessandro si erano chiuse. Continuava a vedere Ginevra quando era di turno, e più li vedeva, più sentiva unattrazione verso di lei. Però il reparto di chirurgia durgenza non era il luogo dove parlare di sentimenti.

Durante una visita mattutina, il medico, un uomo di mezza età, annunciò:
Oggi ti dimetterò sorrise. Vuoi dire dallospedale? Andrai subito alla tua clinica, e lì decideranno se resti ancora qualche giorno.

Posso andare a casa!

Sì, non ti affrettare. Ti faranno subito la dimissione.

Quando il medico uscì, Alessandro si radersi. Guardandosi allo specchio, notò che le due cicatrici rimaste non rovinavano il viso, anzi, gli davano unaria più virile. Le altre cicatrici, però, meglio non menzionarle.

Prese le sue cose e uscì dal corridoio. Una infermiera gli porse il certificato di dimissione:
Addio, Alessandro! Non tornare più!

Alessandro aveva un monolocale, ma tornò dai genitori, perché la mamma lo aspettava con ansia, aveva preso anche qualche giorno di ferie.

Figliolo! lo abbracciò. Ti vedo sano e salvo.

Vado a mangiare, mamma. Che fame ho!

Rimani qui finché non ti rimetti e ti sposi, così vivrai ancora in casa. La tua stanza è ancora vuota, disse come a un bambino. Vai, lava le mani!

Nel pomeriggio passò dal barbiere, poi tornò a casa, prese qualche vestito. La mamma lo mise subito a posto.

La sera arrivò il padre dal lavoro. Si sedettero tutti insieme, come avviene di solito, e chiacchierarono fino a notte fonda.

Alessandro si coricò nella sua stanza, dove aveva trascorso infanzia e gioventù, ma non si addormentò subito:
«Domani devo andare in clinica, poi al lavoro, e la sera»

Con quel pensiero si addormentò, molto dopo la mezzanotte.

***

Il giorno seguente Alessandro andò in clinica fin dal mattino, girò tra gli uffici, poi nel pomeriggio tornò al lavoro, perché era il suo turno. La sera cominciò a prepararsi.

Dove vai? chiese il padre.

Papà, ti ricordi quando ero in quarta elementare e tu mi facesi il pendente per la compagna di classe?

Per la brutta Ginevra Ferrara? Lo ricordo.

E mi dicesti: Potresti innamorartene.

Già!

Papà, Ginevra è ora una chirurga. È stata lei a operarmi. E ancora indossa quel pendente al collo.

È vero!

Papà, le tue parole si sono avE così, con il cuore colmo di speranza, Alessandro comprese che lamore vero può nascere anche dalle cicatrici più profonde.

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La BruttaMentre la nebbia si diradava, la figura misteriosa si avvicinò al villaggio, portando con sé una promessa di redenzione.
Finché c’è tempo Natalia teneva in una mano un sacchetto di medicine, nell’altra una cartellina con le impegnative, cercando di non far cadere le chiavi mentre chiudeva la porta dell’appartamento di mamma. Mamma era ferma nell’ingresso, si ostinava a non sedersi sullo sgabello, anche se le gambe le tremavano. — Faccio io, — disse la mamma, allungando la mano verso la busta. Natalia la scansò con la spalla, dolcemente, ma con la fermezza con cui si allontana un bambino dai fornelli. — Adesso ti siedi. E niente discussioni. Riconosceva quel tono in sé stessa, che saltava fuori quando tutto sembrava sfilacciarsi e bisognava almeno tenere in ordine i dettagli: dove sono i documenti, quando prendere le pastiglie, chi chiamare. La mamma si offendeva per quel tono, ma taceva. Oggi il silenzio era ancora più pesante. In soggiorno papà era seduto vicino alla finestra, con una camicia da casa e il telecomando in mano, ma la TV spenta. Non guardava fuori, bensì dentro il vetro, come se lì trasmettessero un altro canale. — Papà, — Natalia si avvicinò, — ho portato quello che ha prescritto il dottore. E qui c’è la richiesta per la TAC. Domattina andiamo. Papà annuì. Un cenno preciso, come una firma su un foglio. — Non serve che mi portiate, — disse. — Faccio da solo. — Da solo niente, — lo interruppe la mamma, poi subito cambiò tono come se si fosse spaventata delle sue stesse parole. — Vengo con te. Natalia voleva ricordare che la mamma non avrebbe sopportato le attese, che con la pressione alta avrebbe poi passato la giornata a letto, senza ammetterlo. Ma tacque. Dentro sentiva montare l’irritazione: perché tutto doveva ricadere su di lei, perché nessuno poteva semplicemente accettare e fare la cosa giusta. Sistemò i documenti sul tavolo, controllò le date, mise insieme con una graffetta gli esiti degli esami di settimana scorsa e tornò a sentire la solita stanchezza da “quella responsabile”. Aveva quarantasette anni, una famiglia, un lavoro, il mutuo del figlio – eppure, quando succedeva qualcosa ai genitori, lei diventava quella di riferimento, anche se nessuno glielo aveva chiesto. Il telefono squillò e Natalia vide il numero del poliambulatorio. Entrò in cucina e chiuse la porta. — Natalia Bianchi? — la voce era giovane, educatamente ufficiale. — Sono il medico oncologo del centro. Dai risultati della biopsia… La parola “biopsia” Natalia la conosceva, ma ogni volta sembrava estranea, come se non fosse la loro vita. — …c’è un sospetto di processo maligno. Bisogna fare subito ulteriori accertamenti. Capisco la difficoltà, ma il tempo è fondamentale. Natalia si aggrappò al bordo del tavolo per non sedersi. In testa le scorrevano immagini che non aveva chiesto: corridoi d’ospedale, flebo, visi sconosciuti, la schiena della mamma col foulard. Sentì papà tossire in soggiorno – e quella tosse divenne una conferma. — Sospetto… — ripeté. — Quindi non è sicuro, ma… — Parliamo di alta probabilità. Consiglio di non perdere tempo, — rispose il medico. — Domattina venite senza appuntamento, vi ricevo io. Natalia ringraziò, chiuse la chiamata e rimase alcuni secondi a fissare la cucina, il fornello spento, come se lì potesse comparire la soluzione su cosa fare adesso. Quando rientrò in soggiorno, la mamma la stava già fissando. — Cos’è? — chiese. — Dimmi. Natalia aprì la bocca e le parole uscirono aride: — Sospetto tumore. Hanno detto subito. La mamma si sedette. Papà non fece una piega, solo strinse così forte il telecomando che le nocche sbiancarono. — Ecco, — mormorò. — Ci siamo arrivati. Natalia voleva rispondergli “non dire così”, “ancora non è certo”, ma aveva un nodo in gola. Si rese conto di quanto nella loro famiglia dipendesse dal non pronunciare mai parole paurose. Adesso, invece, la parola era stata detta, e i muri sembravano più sottili. Quella sera Natalia tornò a casa, ma non riuscì a dormire. Il marito russava, il figlio chattava in camera sua, e lei in cucina compilava la lista di cose da portare, esami da rifare, persone da chiamare. Telefonò al fratello. — Simo, — disse, mantenendo la voce piatta. — A papà hanno rilevato un sospetto. Domani andiamo in centro. — Un sospetto di cosa? — chiese lui, quasi non avesse sentito. — Tumore. Pausa lunga. — Non riesco a venire domani, — mormorò infine il fratello. — Ho il turno. Natalia chiuse gli occhi. Sapeva che davvero lavorava, che non comandava lui sugli orari. Ma dentro tornava il vecchio rancore: lui “non può” sempre, lei invece “può” tutto. — Simo, — la voce le tremò suo malgrado, — non è questione di turni. Qui si parla di papà. — Vengo la sera. Lo sai che… — Lo so, — lo interruppe. — Lo so che sai sparire quando hai paura. Se ne pentì subito, ma ormai le parole erano pronunciate. Lui rimase in silenzio, poi sospirò. — Non iniziare, — disse. — Tu vuoi sempre avere tutto sotto controllo, poi ci rimproveri. Natalia chiuse la chiamata e sentì un vuoto dentro. Sapeva che non era il momento di cercare chi aveva ragione. Ma proprio adesso, quando fa paura, tutto viene a galla. Il giorno dopo andarono in centro oncologico in tre: Natalia al volante, la mamma al fianco, papà dietro. Papà teneva in mano la cartellina come se non fosse solo carta, ma qualcosa che si può perdere per sempre. All’accettazione Natalia compilava moduli, mostrava tessera sanitaria, richiesta, documenti. La mamma cercava di aiutare ma si confondeva tra cognomi e date. Papà infine osservava la gente in sala d’attesa, i volti pallidi, i foulard, e nello sguardo non c’era compassione, solo un silenzioso riconoscersi. — Signora Bianchi — la chiamò l’infermiera —, tocca a voi. In ambulatorio il medico sfogliava rapidamente le carte. Natalia seguiva le sue mani, cercando sul volto segnali di gravità. Il dottore parlava tranquillo, ma tra le righe c’erano ganci: “aggressività”, “stadiazione”, “dobbiamo approfondire”. Papà era seduto rigido, come a una riunione. — Rifacciamo parte degli esami, — disse il medico. — E anche la biopsia, può mancare materiale. — Quindi non siete sicuro? — chiese Natalia. — In medicina la certezza al cento per cento esiste solo dopo conferma. Ma dobbiamo comportarci come se fosse grave. Questa frase colpì più del “sospetto”. Agire come se il tempo fosse poco. Natalia sentì che dentro di sé scattava la modalità accelerata. Tutto il resto – lavoro, piani, stanchezza – divenne secondario. I giorni si fusero in brevi spezzoni: la mattina telefonate e appuntamenti, il giorno attese, firme, e la sera in cucina dai genitori, dove si faceva finta di parlare solo di logistica. — Prendo ferie, — disse Natalia la seconda sera, servendo la minestra. — Al lavoro se la cavano. — Non serve, — rispose il papà. — Hai la tua vita. — Papà, — posò la minestra davanti a lui, — non è il momento di fare gli orgogliosi. La mamma li guardava e le tremava il labbro. Lei resisteva sempre. Anche quando papà aveva perso il lavoro negli anni Novanta, quando Natalia aveva divorziato, quando il fratello si metteva nei guai. Sempre forte, nessuno poi chiedeva mai come stesse lei. — Non voglio che voi… — iniziò la mamma e si zittì. — Che cosa? — chiese Natalia. — Che dopo… — la mamma strinse il cucchiaio. — Che dopo non vi perdoniate più a vicenda. Natalia voleva dire che già c’era tanto non perdonato, solo mai detto ad alta voce. Ma tacque ancora. Quella notte non dormì. Sdraiata ascoltava il respiro del marito e pensava a come invecchiava il padre. Le venne in mente quando da bambina lui la teneva sul sellino della bici finché non pedalava da sola. Allora non aveva paura di cadere, perché lui era lì. Ora era lei a sostenere tutto, e le sembrava di non tenere più il sellino, ma l’intera casa. Il terzo giorno, il fratello finalmente arrivò. Entrò con un sacchetto di frutta e un sorriso colpevole. — Ciao, — disse, e Natalia sentì rabbia, perché il sorriso non ci stava. — Ciao, — replicò secca. Seduti in cucina, la mamma affettava mele, papà taceva. Il fratello iniziò a parlare del lavoro, come per riempire il silenzio di qualcosa di innocuo. — Simo, — sbottò Natalia, — capisci cosa sta succedendo? — Certo che capisco! — la bloccò lui. — Non sono stupido. — Allora perché ieri non sei venuto? — la voce stava alzandosi. — Perché scegli sempre dove è più comodo per te? Il fratello impallidì. — Qualcuno deve pur lavorare, — disse. — Credi che i soldi crescano sugli alberi? Tu sei quella giusta, tutto perfetto, e io… — E tu cosa? — lo incalzò. — Sei un uomo adulto, Simo. Non un ragazzino. Papà sollevò una mano. — Basta, — disse piano. Ma Natalia non si fermò. Rabbia e paura si mescolavano all’antico rancore verso il fratello, verso la madre, anche verso sé stessa. — Sei sempre sparito quando era difficile, — accusò. — Quando mamma era a letto con la pressione, quando papà… quando papà beveva, ricordi? Tu sparivi. E io restavo. La mamma posò bruscamente il coltello. — Non tiriamo fuori quello, — intimò. — È passato. — Passato, — ripeté Natalia. — Solo che niente è passato davvero. Il fratello colpì il tavolo con la mano. — Tu credi che restare sia stato facile? — urlò. — Tu vuoi essere indispensabile. Ti piace che tutti dipendano da te, poi glielo rinfacci. Natalia sentì che la colpiva proprio dove non voleva guardare. In effetti, aveva bisogno di essere necessaria. Era dolce e pesante contemporaneamente. Essere indispensabile, voleva dire anche avere più diritto. — Non vi odio, — disse a bassa voce, ma non ci credeva neanche lei. Il padre si mise in piedi, lentamente, come se ogni movimento fosse una decisione. — Pensate che non veda? — disse. — Che non capisca che vi dividete? Mi dividete come una cosa. Come se fossi già… Non finì la frase. La mamma gli si avvicinò e gli prese la mano. — Non dirlo, — sussurrò. Natalia all’improvviso vide il padre non come “papà”, ma come un uomo che si siede nei corridoi degli ospedali, ascolta diagnosi altrui e cerca di non mostrare la paura. Provò vergogna. Sullo sfondo il telefono vibrò. Natalia guardò distrattamente: il numero del laboratorio dove avevano fatto gli esami. — Pronto, — rispose. — Signora Bianchi? — la voce era diversa, stanca. — La chiamiamo dal laboratorio. Abbiamo avuto un errore nella marcatura dei prelievi. Ora verifichiamo, ma c’è il rischio che i campioni di suo padre siano stati scambiati. Natalia faticò a capire. Le parole “errore” e “scambiati” non sembravano reali. — Aspetti, — riuscì a dire. — Cosa significa scambiati? — Abbiamo trovato incongruenze nei codici a barre, — spiegò la voce. — La invitiamo domattina gratis a ripetere le analisi. Anche la biopsia sarà rivalutata. Ci scusiamo molto. Natalia riagganciò e restò a guardare lo schermo, come in attesa di una conferma. — Che c’è? — chiese il fratello. Natalia alzò gli occhi. Nella stanza tutto era immobile, persino il frigorifero sembrava silenzioso. — Dicono… che forse hanno scambiato i referti. La mamma si coprì la bocca. Il papà si risiedette, come senza più forze. — Allora… — soffiò il fratello. — Forse non è nemmeno… Natalia annuì. E in quell’istante non provò gioia, solo un vuoto improvviso. Come se qualcuno avesse spento una sirena, e ora si sentiva tutto quello che si erano detti nei giorni prima. Il giorno dopo tornarono tutti in laboratorio. Natalia guidava, i genitori dietro, il fratello in autobus li raggiunse all’ingresso. Nessuna battuta, nessun “che tempo fa”. In fila, col numero, ad ascoltare le chiamate delle infermiere. Il papà fece il prelievo in silenzio. Natalia osservava l’ago infilarsi nella vena, il sangue nella provetta, pensando che questa non era una serie TV né una lezione, era la loro vita, dove un errore nel barcode poteva sconvolgere giorni. I risultati sarebbero arrivati dopo due giorni. Questi due giorni furono diversi. L’allarme era passato, ma restava l’imbarazzo. La mamma tentava di fare finta di niente, trafficava, offriva tè, chiedeva a Natalia se fosse stanca. Il papà taceva di più. Ogni tanto il fratello telefonava: “Come stanno?”. Natalia rispondeva altrettanto a monosillabi. In cuor suo aspettava che qualcuno dicesse “scusa”. Ma nessuno lo diceva, nemmeno lei, perché non sapeva per cosa scusarsi per prima. Quando da centro oncologico richiamarono dicendo che la revisione non confermava il tumore, Natalia stava in coda sulla Tangenziale. Il medico spiegava che l’esito era stato condizionato dall’errore di marcatura e dalla scarsa quantità di tessuto, che ora il quadro era cambiato, era sufficiente solo controllo tra sei mesi. — Quindi niente tumore? — chiese Natalia, e la voce le tremò. — Al momento non ci sono elementi per tumore maligno, — rispose il medico. — Ma il follow-up resta necessario. Natalia chiuse la chiamata e rimase alcuni secondi a stringere il volante. Le macchine intorno suonavano, qualcuno cercava di infilarsi, e lei sentì le lacrime scorrere, non di gioia, ma perché la tensione di quei giorni si scioglieva, assieme a qualcosa di più profondo. La sera si ritrovarono tutti dai genitori. Natalia portò una torta dalla pasticceria sotto casa, perché le mani ancora le tremavano e cucinare non ci riusciva. Il fratello arrivò con i fiori per la mamma. Il papà dal divano li guardava come se fossero tornati da un viaggio lontano. — Ecco, — disse il fratello, forzando un sorriso, — possiamo tirare un sospiro. — Sì, — rispose il padre — ma dopo bisogna anche riuscire a respirare di nuovo. Natalia lo fissò. Non c’era rimprovero, solo stanchezza. — Papà, — mormorò. — Io… Le parole si bloccarono. Capì che se iniziava a giustificarsi tutto sarebbe tornato come prima. “Volevo solo aiutare”. “Ero nervosa”. Ma doveva dirlo in modo diverso. — Ho avuto paura, — confessò. — E ho iniziato a comandare, come sempre. E sono stata cattiva con Simo. Scusami. Il fratello abbassò gli occhi. — Anche io, — disse. — Avevo paura sul serio. E mi sono rifugiato nel lavoro. Scusa. La mamma singhiozzò piano, ma non pianse davvero. Si accomodò vicino al papà, gli prese la mano. — E io, — la mamma guardò sia Natalia che Simone — ho fatto finta che fosse tutto normale, perché non volevo che litigaste. Né affrontare io stessa la paura. Ma così vi allontanate di più. Il papà strinse la mano della mamma. — Io non voglio che siate perfetti, — disse. — Mi basta che siate vicini. E che non facciate di me un pretesto. Natalia annuì. Dentro bruciava, perché sapeva che il segno di quei giorni sarebbe rimasto. Le accuse sul “sapere scomparire” o “amare il controllo” non si dissolveranno con uno “scusa”. Ma qualcosa si era mosso. Avevano finalmente detto a voce quello che prima si nascondeva. — Facciamo così, — propose Natalia, cercando calma. — Non decido io per tutti. Posso aiutare, ma anche voi dovete fare la vostra parte. Simo, puoi venire una volta a settimana a vedere papà, quando ci saranno i controlli? Non “se puoi”, ma davvero. Il fratello annuì, dopo una pausa. — Posso. Il mercoledì sono libero. Verrò. — E io, — aggiunse la mamma, — smetterò di far finta che per me vada sempre tutto bene. Se sto male, lo dico. E non scaricherò sugli altri. Il papà li guardò e sorrise appena. — E a controllo dal medico ci andiamo insieme, — aggiunse. — Così evitiamo congetture. Natalia sentì nascere dentro un calore cauto. Non era leggerezza, non era festa, ma qualcosa simile a una possibilità. Dopo cena aiutò la mamma a sparecchiare. Le stoviglie tintinnavano, l’acqua scorreva. Natalia si asciugò le mani e si fermò sulla porta. — Mamma, — disse a bassa voce, — non voglio essere quella che comanda. Ho solo paura che, se lascio andare, tutto si spezzi. La mamma la fissò intensamente. — Prova a lasciar andare poco a poco, — rispose. — Non tutto insieme. Anche noi dobbiamo imparare. Natalia annuì. Uscì in corridoio, si mise il cappotto, controllò la luce in cucina, chiuse la porta. Sul pianerottolo si fermò, ascoltando il silenzio dietro la porta. Nessun grido, nessuno sbatter di porte, solo voci ovattate. Scese e si avviò alla macchina, capendo che “finché c’è tempo” non riguarda solo una telefonata terribile. È la possibilità di parlarsi prima che la paura li renda estranei. E questa possibilità bisognerà confermarla ogni volta, con i mercoledì, le visite, i piccoli gesti detti a fatica, che sostengono più del controllo.