Finché si può ancora
Nicoletta stringeva nella mano destra una busta piena di farmaci, nellaltra una cartellina con referti medici, e tentava di non perdere le chiavi mentre chiudeva la porta dellappartamento di sua madre. La mamma stava nellingresso, rifiutando testardamente di sedersi sullo sgabello, anche se le gambe le tremavano.
Faccio da sola, disse la mamma, allungando la mano verso la busta.
Nicoletta la scansò con una spalla, gentile ma decisa, come si sposta un bambino lontano dai fornelli.
Ora ti siedi. E non discutere.
Quel tono di voce se lo riconosceva benissimo. Veniva fuori quando tutto sembrava sfaldarsi e bisognava almeno tenere in ordine i fondamentali: dove stanno i documenti, quando prendere le pillole, chi chiamare. Sua mamma si offendeva per quel tono, ma taceva. Oggi, però, il suo silenzio pesava ancora di più.
In salotto, il papà sedeva vicino alla finestra, in camicia da casa, con il telecomando in mano, ma la televisione era spenta. Non guardava il cortile, fissava nel vetro, come se dallaltra parte trasmettessero un canale misterioso.
Papà, Nicoletta si avvicinò. Ho portato tutto quello che ha prescritto il medico. E qui cè limpegnativa per la TAC. Domani mattina andiamo.
Il papà fece un cenno col capo. Un cenno preciso, come una firma in fondo a un foglio.
Non serve che mi accompagniate, disse. Vado io da solo.
Da solo ci vai? ribatté la mamma, subito addolcita dalla durezza sentita nella sua stessa voce. Io vengo con te.
Nicoletta avrebbe voluto dirle che sua mamma non avrebbe mai retto le file, che aveva la pressione alta e che poi sarebbe rimasta a letto senza mai ammetterlo. Ma tacque. Dentro di lei ribolliva il solito fastidio: perché tocca sempre tutto a me? Perché nessuno può, semplicemente, fare quello che cè da fare senza discussioni?
Ordinò i documenti sul tavolo, controllò le date, pinzò i risultati delle analisi fatte la settimana precedente e sentì riaffiorare quella stanchezza tipica di chi ha sempre addosso il ruolo di responsabile. Aveva quarantasette anni, una famiglia sua, un lavoro, il mutuo del figlio, eppure, ogni volta che nei suoi spuntava un problema, diventava automaticamente il capo della baracca, anche senza che nessuno lavesse mai nominata tale.
Squillò il telefono. Sullo schermo comparve il numero dellambulatorio medico. Nicoletta si rifugiò in cucina, chiudendo piano la porta.
Signora Nicoletta Romano? la voce era giovane, gentile ma formale. Sono loncologo del centro. Dai risultati della biopsia
La parola biopsia Nicoletta laveva già sentita, ma ogni volta sembrava parleressero della vita di qualcun altro.
Cè un sospetto di processo maligno. Serve procedere con urgenza ad ulteriori esami. Capisco la difficoltà, ma il tempo è fondamentale.
Nicoletta si aggrappò al bordo del tavolo per non cadere. Nella testa affiorarono immagini che non aveva richiesto: corridoi dospedale, flebo, volti sconosciuti, la schiena della madre sotto il foulard. Sentì il padre tossire dallaltra stanza. Quella tosse, dun tratto, parve una conferma.
Sospetto ripeté restando sospesa. Quindi non è certo, ma
Parliamo di unalta probabilità. Le consiglio di non perdere tempo, rispose il medico. Domattina porti i documenti, vi riceverò senza appuntamento.
Nicoletta ringraziò e riagganciò. Restò una manciata di secondi a fissare il fornello spento, come se lì sopra si potesse leggere una ricetta per affrontare ciò che sarebbe venuto.
Quando tornò in soggiorno, la mamma la fissava.
Che han detto? chiese senza girarci intorno. Parla.
Nicoletta aprì la bocca, ma le parole uscirono secche.
Sospetto tumore. Hanno detto che è urgente.
La mamma si sedette. Il papà non fece una piega, solo le nocche sulle dita che stringevano il telecomando si fecero bianche.
Eh, sussurrò lui. Eccoci arrivati.
Nicoletta avrebbe voluto ribattere, non parlare così, non è ancora certo, ma il nodo in gola la zittiva. Sentiva tutto il peso di una famiglia cresciuta sullabitudine a non pronunciare parole spaventose. Ora la parola era uscita, e i muri sembravano più sottili.
Quella sera, tornata a casa, Nicoletta non riusciva a dormire. Il marito russava, il figlio chattava con qualcuno nella sua stanza, e lei, seduta in cucina, scriveva liste: cosa portare, quali esami rifare, chi avvisare. Poi chiamò il fratello.
Sandro, cercò di essere ferma. Papà ha un sospetto brutto. Domani andiamo in poliambulatorio.
Sospetto cosa? Sandro fece finta di non capire.
Tumore.
Dal telefono il silenzio calò come una gelata.
Domani proprio non posso, mormorò infine il fratello. Ho il turno.
Nicoletta chiuse gli occhi. Sapeva che Sandro aveva davvero il lavoro, che non era il boss e non poteva svignarsela. Ma sentiva lo stesso la rabbia: lui non può sempre, lei sempre può.
Sandro, ora la voce le si incrinava, Non è una questione di turni. È papà.
Vengo la sera, rispose lui in fretta. Dai, lo sai che
Lo so, lo interruppe lei. Lo so che sei maestro a sparire quando cè da aver paura.
Se ne pentì subito, ma era partita. Sandro rimase muto, poi sospirò:
E tu non cominciare. Sei sempre tu che controlli tutto, e poi ce lo sbatti in faccia.
Nicoletta chiuse la chiamata, sentendo un vuoto in petto. Si mise ad ascoltare il ronzio del frigorifero e a pensare che non era momento per cercare colpe. Eppure, proprio quando si ha più paura, saltano fuori tutte le vecchie fratture.
Lindomani andarono in tre al poliambulatorio: Nicoletta al volante, mamma davanti e papà dietro, che stringeva la cartellina come se dentro ci fosse qualcosa che si poteva perdere per sempre.
Alla reception, Nicoletta riempiva moduli, passava tessera sanitaria, impegnativa, documenti. La mamma cercava di dare una mano, ma si inceppava tra cognomi e date. Il papà restava un po in disparte, e Nicoletta notava che guardava gli altri seduti nel corridoio: teste pelate, foulard colorati, facce spente. Nel suo sguardo non cera compatimento, solo una silenziosa consapevolezza.
Signora Nicoletta Romano, chiamò linfermiera. Avanti.
Il medico sfogliava i fogli con dita rapide e sicure. Nicoletta seguiva quei movimenti, studiava lespressione: voleva capire quanto la situazione fosse brutta. Il medico parlava calmo, ma le parole graffiavano: aggressività, stadiazione, dobbiamo approfondire. Il papà, seduto dritto, sembrava a una riunione importante.
Ripeteremo alcuni esami, disse il medico. E faremo una seconda biopsia. Può succedere che il campione non sia sufficiente.
Quindi non siete certi? chiese Nicoletta.
In medicina la certezza assoluta si ha solo dopo conferma, rispose lui. Ma dobbiamo comportarci come se la situazione fosse grave.
Quella frase la colpì più di sospetto. Bisogna agire come se il tempo stringesse. Nicoletta sentì che dentro di sé scattava la modalità turbo. Tutto il resto lavoro, piani, stanchezza sfumava dietro.
I giorni successivi si impastarono in una sequenza monotona: mattina tra telefonate, appuntamenti, giri; pomeriggi a fare file, firmare carte, rincorrere bolli; sera in cucina dai suoi, dove fingevano di parlare solo di organizzazione, come se bastasse.
Prendo ferie, annunciò Nicoletta al secondo giorno, versando la minestra. In ufficio sopravvivranno.
Non serve, ribatté il papà. Hai la tua di vita.
Papà, Nicoletta gli mise davanti la scodella. Non è il momento di fare il duro.
La mamma osservava, e Nicoletta vedeva che le tremava il labbro. Mamma ha sempre tenuto botta. L’ha fatto quando papà perse il lavoro nei tempi magri, quando Nicoletta divorziò, quando Sandro finì nei suoi guai. Sempre dritta, così che nessuno si chiedeva mai come stesse davvero.
Non voglio che poi iniziò la mamma, e taceva.
Che poi cosa? Nicoletta la fissava.
Che poi non vi perdoniate, confessione e cucchiaio stretto in pugno.
Nicoletta avrebbe voluto dirle che ormai, di cose non perdonate, ce ne erano pure troppe, solo che nessuno le diceva a voce. Ma stavolta tacque.
Quella notte non riusciva a dormire. Ascoltava il respiro del marito e pensava a suo padre che invecchiava. Le tornò in mente quando, da bambina, il papà la teneva per il sellino mentre imparava ad andare in bici. Non aveva paura di cadere, perché lui cera. Ora, lei era quella vicino a lui: ma la sensazione era che tenesse insieme tutta la casa, non solo il sellino.
Al terzo giorno Sandro si presentò davvero. Arrivò con una busta di frutta e un sorriso colpevole.
Ehi, disse, e Nicoletta sentì crescere la rabbia: quel sorriso sembrava infastidire lansia.
Ciao, lei secca.
Si sedettero in cucina, la mamma tagliava le mele, il papà zitto. Sandro cominciò a parlare del lavoro, a riempire il silenzio con la sicurezza delle cose neutre.
Sandro, Nicoletta perse la pazienza, hai capito cosa sta succedendo?
Sì che ho capito! lui smise di raccontare di colpo. Non sono scemo.
E allora perché ieri non sei venuto? sentiva la voce salire. Perché scegli sempre dove ti è più comodo?
Sandro impallidì.
Perché qualcuno dovrà pur lavorare! quasi urlò. I soldi mica crescono tra i vasi di basilico! Tu sì che sei perfetta. Tutto pianificato. Io invece
Invece che? Nicoletta lo sfidò. Sei un uomo adulto, Sandro. Non sei più un ragazzino.
Il papà alzò la mano.
Basta, disse piano.
Ma Nicoletta era ormai partita. Paura per il padre e vecchie ruggini, tutte mischiate.
Sei sempre sparito quando cera crisi, gettò addosso a Sandro. Quando mamma aveva la pressione a mille, quando papà hai memoria di quando beveva troppo? Tu svanivi. Io restavo.
La mamma posò di botto il coltello sul tagliere.
Lascia stare, ordinò. Quella storia è passata.
Passata, replicò Nicoletta. Ma non si cancella.
Sandro sbatté la mano sul tavolo.
E tu credi che restare sia stata una passeggiata? urlò. Ti piace sentirti indispensabile poi ci rinfacci tutto.
Nicoletta sentì la lama di quelle parole. In fondo era vero: le piaceva essere necessaria. Era un privilegio amaro. Essere indispensabile voleva dire avere il diritto.
Non vi odio, disse. Ma non ci credeva neanche lei.
Il papà si alzò. Ogni movimento di quelluomo ormai richiedeva una decisione.
Vedete solo voi? chiese. Credete che non capisca che vi divide il possesso? Mi trattate come una cosa da spartire. Come se fossi già
Non finì. La mamma lo prese per mano.
Basta parole, sussurrò.
Nicoletta per la prima volta vide il padre non più come papà, ma come uomo: uno che sedeva nei corridoi di ospedale, ascoltava diagnosi altrui, e si sforzava di nascondere la paura. Le venne vergogna.
Il telefono sul tavolo vibrò. Nicoletta lo guardò: era il laboratorio delle analisi.
Pronto, rispose.
Signora Romano? voce non più da medico, ma stanca e imbarazzata. Siamo del laboratorio. Cè stato un errore con le provette. Stiamo verificando, ma è possibile che i risultati di suo papà siano stati scambiati.
Allinizio Nicoletta non capì. Le parole errore e scambiati non si incastravano nella realtà.
Mi scusi, insisitette. In che senso scambiati?
Abbiamo riscontrato incongruenze nei codici a barre, spiegò la voce. Vi chiediamo di tornare domani mattina per rifare le analisi: sarà tutto gratuito. Anche la biopsia sarà ricontrollata. Scusateci ancora.
Nicoletta appoggiò il telefono e fissò il display, quasi aspettasse una conferma che non aveva frainteso.
Che cè? chiese Sandro.
Nicoletta alzò la testa. In casa regnava il silenzio, perfino il frigorifero aveva smesso di vibrare.
Dicono disse. Dicono che potrebbero aver scambiato i risultati.
La mamma si coprì la bocca con la mano. Il papà si risedette, come se le gambe lavessero mollato.
Quindi Sandro fece un respiro profondo. Quindi potrebbe non essere
Nicoletta annuì. E non provò gioia, ma un vuoto strano. Come se dun tratto una sirena fosse stata silenziata, e finalmente si sentisse tutto il resto che si erano urlati addosso.
Il giorno seguente tornarono al laboratorio. Nicoletta guidava i genitori, Sandro arrivò in autobus e li raggiunse allingresso. Nessuno faceva battute sul tempo, nessuno chiacchierava. Stettero in coda, con i numeretti in mano, ascoltando i nomi urlati dalle infermiere.
Il papà donò il sangue senza fiatare. Nicoletta fissava quellago sottile entrare nella vena, il liquido rosso che riempiva la provetta, e pensava che questa non era fiction né lezione di biologia, ma la loro vita dove perfino un codice a barre può stravolgere tutto per giorni.
Promisero i risultati entro quarantottore. Quei due giorni furono diversi: niente panico, ma molta goffaggine nei gesti. La mamma faceva finta di niente, trafficava con il tè, chiedeva a Nicoletta se fosse stanca. Il papà ancora più silenzioso. Sandro, qualche volta, faceva chiamate mute: Come stanno?. Nicoletta idem.
Si ritrovava a sperare che qualcuno dicesse: Scusa. Ma nessuno lo fece. E neanche lei, perché non sapeva più da dove cominciare.
Quando dal centro oncologico arrivò la telefonata Il nuovo referto esclude per ora tumori maligni: il primo esame era fallato, ora serve solo controllo fra sei mesi Nicoletta era bloccata sulla Tangenziale Ovest. Sentiva il medico spiegare che cera stato errore di etichetta e materiale insufficiente, ora tutta unaltra storia, monitoraggio e via.
Quindi niente cancro? le uscì la voce rotta.
Al momento, niente oncologia, confermò il medico. Ma il controllo è dobbligo.
Nicoletta chiuse la comunicazione, rimase qualche secondo con le mani sul volante. Le auto dietro suonavano, qualcuno tentava di superare, e intanto sentiva le lacrime scenderle sulle guance. Non era felicità: era solo la molla che per giorni le aveva schiacciato il petto, finalmente libera. E insieme, qualcosa di ancora più vecchio e profondo.
La sera si ritrovarono tutti dai genitori. Nicoletta portò una crostata dalla panetteria sotto casa, le mani tremavano troppo per cucinare. Sandro portò fiori alla mamma. Il papà sedeva in poltrona, lo sguardo come se li avesse visti tornare da un viaggio lontano.
Allora, provò Sandro a sorridere. Possiamo tirare il fiato.
Tirare il fiato sì, rispose il papà. Ma come si fa a rimetterlo dentro, poi?
Nicoletta lo fissò. Nella sua voce non cerano rimproveri, solo la stanchezza di chi vorrebbe solo normalità.
Papà tentò.
Le parole si fermavano in gola. Capiva che, se si fosse messa a spiegare, si sarebbe finiti a recitare la solita frase: lho fatto per il bene di tutti, ero nervosa. Serviva altro.
Ho avuto paura, disse, infine. E ho iniziato a comandare, come sempre. E con Sandro sono andata troppo giù pesante. Scusa.
Sandro abbassò lo sguardo.
Anchio, ammise lui. Mi sono spaventato sul serio. E mi sono rifugiato nel lavoro. Scusa.
La mamma singhiozzò, silenziosa però, e si sedette accanto al papà, che le prese la mano.
Io, la mamma guardava entrambi, ho fatto sempre finta che andasse tutto bene. Per non farvi litigare. E per non dover ammettere di avere paura. Ma così vi siete solo allontanati.
Il papà strinse la mano della mamma.
Non vi chiedo di essere perfetti, disse. Vi chiedo solo di restare, e di non fare di me un pretesto.
Nicoletta assentì. Le faceva male pensare che quella ferita sarebbe rimasta. Le frasi su sparire e voler essere sempre la capo non si cancellavano con un scusa. Ma qualcosa, qualcosa si era mosso. Almeno stavolta non avevano nascosto tutto.
Facciamo così, propose Nicoletta, facendosi seria. Non decido più da sola. Aiuto, ma anche voi dovete prendervi responsabilità. Sandro, ce la fai a venire una volta a settimana per i controlli, quando si ricomincia? Non se riesco, proprio fisso.
Sandro annuì, un po titubante.
Sì. Il mercoledì ho libero. Ci sarò.
E io, aggiunse mamma, la smetto di fare finta di reggere tutto. Se sto male, lo dico. Niente più sfoghi posticipati.
Il papà li guardò e, appena appena, sorrise.
E al controllo medico ci andiamo insieme, concluse. Così niente più indovinelli.
Nicoletta sentì un calore nuovo dentro. Non era gioia, né festa; era la possibilità, tutta da imparare.
Dopo cena diede una mano a mettere in ordine. I piatti tintinnavano nel lavello, lacqua scrosciava. Nicoletta si asciugò le mani e si fermò sulla soglia.
Mamma, disse a bassa voce. Davvero non voglio essere la comandante. Solo che ho paura che, se lascio andare, crolla tutto.
La mamma la scrutò.
Prova a lasciar andare un pochino, disse. Non tutto dun colpo. Impariamo anche noi.
Nicoletta annuì. Uscì in corridoio, mise il cappotto, controllò la luce spenta, la porta chiusa. Sulla rampa delle scale si fermò un attimo, tesa a ascoltare il silenzio oltre la porta: niente urla, nessun colpo, solo voci soffocate.
Scese e tornò verso la macchina, rendendosi conto che finché si può ancora non è solo una telefonata di paura. È il fatto che adesso hanno la possibilità di parlarsi prima che la paura li faccia diventare estranei. E quella possibilità bisognerà custodirla non con le parole, ma coi mercoledì, le visite, le brevi confessioni difficili ma più solide di qualunque controllo.




