— Tu non sei la mia mammaIl giovane alzò lo sguardo, consapevole che quelle parole avevano spezzato l’ultima certezza sul suo passato.

«Tu non sei la mia mamma! Lasciaci in pace! Vattene!»
è ciò che hanno sentito tutte le ragazze che avevano sognato di condividere il letto, il pane e il divano con Antonio. La piccola Ginevra ribolliva di rabbia, lanciava parole, coniglietti di peluche e talvolta persino pezzi di plastica tagliente, appena una candidata a matrigna osava varcare la soglia del loro minuscolo castello di pannelli.
«Forse dovresti portare la tua piccola isterica da uno psicologo», sibilò lultima ragazza di Antonio, mentre Ginevra rompeva contro il muro la statuetta di un colombo regalata da una ospite.
«Scusa, per amore di Dio, scusa. Non pensavo che la buttasse» si scusava Antonio, raccogliendo con le mani tremanti il colombo e il suo coda in un piccolo spazzolino.
«Ti avevo avvertito, non può superare la perdita della madre»

«Anchio ho appena perso il cane, ma non grido come una pazza e non tiro oggetti contro il muro!»
«Il cane? Confronti la perdita della madre con un cane?!»
«Lo amavo. Basta, lasciate stare, famiglia di stravaganti».

Stizzita, come se avesse odorato qualcosa di disgustoso, la ragazza girò la chiave fino in fondo, poi nella direzione opposta. Dopo aver aperto la porta con un colpo secco, la sbatté così forte che le lampadine di tutti e quattro i piani si accenderono al suono.

«Tesoro, perché lhai fatto così? Sono passati quasi quattro anni, non capisci che non riesco a farcela da solo?» Antonio si inginocchiò davanti alla figlia.
«Non temere, ti aiuterò. Quella zia non ti serve, è cattiva, tutti loro sono cattivi», sussurrò Ginevra, avvolgendo il collo di Antonio.

***

Col passare dei giorni Antonio si chiudeva sempre più in sé. I venti freddi di ottobre gli sembravano soffiare tutto lanno, finché un giorno il suo cuore non si scaldò grazie a Elena. Non solo il cuore, ma anche le sue gambe: Elena gli rovesciò a metà il caffè sul treno della metro. Poi, per scherzo, gli calpestò il piede tre volte e gli lanciò un ombrello in faccia. Ovviamente, tutto ciò accadde dopo mille scuse e un sacco di chiacchiere.

«Facciamo così, per sicurezza. Non si sa mai se romperai il naso o ti metterai sopra una vernice», spiegò Elena mentre tirava fuori il secondo pacchetto di salviette umide per pulire i pantaloni di Antonio.
«Succede spesso, vero?»
«Di tanto in tanto», rispose senza pensarci.

Dopo il primo caffè in metro Antonio la invitò a un secondo, e poi a un terzo. Elena, dal cuore doro, sembrava una calamita per guai: una volta rimase incastrata nella porta di un autobus, unaltra volta il gatto del vicino le graffiò metà del viso, e le multe per aver attraversato una strada fuori zona le sarebbero servite per una medaglia olimpica.

Stranamente a Elena non importava nulla di tutto ciò; quella vita da incubo le era familiare. Non si arrabbiava mai, non si offendiva. Per Antonio era unossessione, come un ragazzo di prima media innamorato. Immaginare una matrigna per Ginevra era impensabile, anche se pericolosa. Dove cera Elena, tutti nei cinque chilometri circostanti ne sentivano leffetto.

***

«Ascolta, quando torniamo a casa non dare peso alle sue provocazioni. È una buona persona, davvero. Io non so proprio come avvicinarmi a lei, e tutte queste donne sono colpa mia, lo ammetto»
«Calmati, respira più a fondo», le accarezzò Elena sulla mano mentre si avvicinavano allingresso.
«Non è obbligatorio andare a casa tua. Che ne dici di incontrarci qui, per strada?»
«Per strada?», sbuffò Antonio.
«Sì, tu stesso hai detto che a casa la fa arrabbiare. E poi i miei stivali odorano di gatti», balbettò Elena, arrossendo. «La vicina mi ha chiesto di badare al suo Maine Coon, ma a me non vuole bene», concluse con un sorriso.

«Non preoccuparti. Vieni, la porto io», disse Antonio, appoggiando la chiave del citofono e, non appena la porta si aprì con un bip, si precipitò dentro.

Elena navigava senza meta quando, dal retro, sentì una voce:

«È il tuo portafoglio?»

«Oh!», balzò Elena spaventata e si girò, trovando una bambina di circa setteotto anni con il suo portafoglio pieno di soldi, carte e ricetta per pillole. «Grazie, quasi lo perdo», sorrise Elena.

«Stai più attenta», commentò la bimba, strofinandosi il naso.
«Giusto. E tu perché sei qui da sola?»
«Non sono sola. Sono con il nonno e Olindo», indicò la ragazzina verso un vecchio che armeggiava sotto il cofano di una auto straniera nera, mentre un ragazzino della sua età gli passava gli attrezzi.

Allora una consegna cadde dal lampione proprio accanto a Elena.

«Ops, una topa volante ha fatto la sua, ahah», rise la bambina.

«Sono solo piccole cose di tutti i giorni», rispose Elena, tirando fuori un pacchetto di salviette. «E non sono topi, sono colombe».

«Mio nonno dice che sono topi», replicò la bimba.

«Topi, neh? E i topi possono portare lettere agli angeli?»

«Agliangeli?»

«Sì, le colombe sono i postini che un tempo portavano le lettere in cielo. Ora le portano direttamente agli angeli», spiegò Elena con tanto fervore che anche qualche colomba in alto sembrò ascoltare.

La bambina, confusa, chiese:

«E se non fossero per gli angeli, ma per la gente comune?», e la risposta fu interrotta da un bip del citofono.

«Ecco Antonio! Dove sei sparito? Credevo ti avessero rapito», esclamò la bimba, prendendo il piccolo Antonio tra le braccia.

«Il nonno ti ha chiamato, ma non hai risposto. Hai visto il biglietto?»

«Sì, sì. Ecco, ti presento Elena», presentò Antonio la nuova ragazza a sua figlia. «E questa è Ginevra», aggiunse indicando la bambina.

Ginevra cambiò espressione, lanciando a Elena uno sguardo torvo.

I minuti successivi furono di pura imbarazzo; i discorsi non decollavano, laria era tesa, tutti sedevano un po rigidi.

«Scusa», disse Antonio al momento di salutare, portando Ginevra a casa.

«Va tutto bene», rispose Elena a malapena udibile.

***

Una settimana dopo Elena passò davanti allingresso di Antonio e vide Ginevra nascosta dietro la panca del marciapiede.

«Ciao, che fai?»

«Sto catturando colombe», rispose Ginevra senza staccare gli occhi da un pettirosso che beccava una pagnotta ammuffita. «Ah, siete voi», sputò, girando la testa verso Elena.

«E come pensi di prenderla?» chiese Elena, senza curarsi dello sguardo severo.

«A mani nude».

«Sì, ma troverai poco così. Serve una rete».

«Dove la prendo?» Ginevra guardò Elena come se fosse stupida.

«Io la porto io».

«Voi due?»

«Certo, perché no? Aspetta qui, dai da mangiare, vado al Mondo dei Bambini e torno».

Ginevra non rispose, Elena già era al binario della metro. Tornò dopo quaranta minuti con una grande rete e un sacco di semi di girasole.

«Meglio mettere più esca subito, così aumenti le chance», consigliò Elena, spargendo metà sacchetto sulla terrazza. Ginevra annuì silenziosa.

In pochi minuti il cielo si coprì di un grigio manto di colombe che atterravano rumorosamente sullasfalto, formando una massa sfocata.

«A te,», porse Elena la rete.

Ginevra afferrò lattrezzo, si lanciò dalla panca e lanciò la trappola sulla storma di colombe, che subito si disperse.

«Preso! Preso!»

«Bene, la lettera!», estrasse Elena una colomba dal rete.

«Io non lho ancora scritta»

«Come? Che fai con essa?» Elena guardava Ginevra, Ginevra la guardava, la colomba sembrava girare a 340 gradi con un unico occhio.

«Che avete combinato? Ora il marciapiede è un mucchio di cacca», gracchiò una portinaia, simile a un bollitore in ebollizione.

«Andiamo a casa», spinse Elena la bambina verso lingresso, e questa corse verso lappartamento. «Papà è a casa?» chiese Elena salendo con Ginevra al piano.

«Sì. Vuoi dire che siete venuti?»

«Non serve, siamo qui per altri motivi. Scrivi la lettera, ti aspetto al gradino», sorrise Elena, notando la tristezza negli occhi della bimba.

Ginevra entrò, tornò cinque minuti dopo con un rotolo di carta e un filo di lana.

«Shshsh», Elena posò un dito sulle labbra, indicando la colomba sul davanzale. Ginevra annuì, gli occhi brillavano di entusiasmo.

Elena offrì al volatile i semi; il uccello li prese cautamente, becco dopo becco. Quando la colomba si rilassò del tutto, Elena tentò di afferrarla, ma luccello fu più veloce. Invece di volare via, si scagliò verso Elena, schioccando le ali contro i suoi occhi e graffiandola con gli artigli. Elena corse su e giù per le scale, cercando di scrollarsi di dosso il volatile, ma niente funzionava. I vicini spuntarono dalla porta, risate e lamenti riempivano il corridoio.

Per dieci minuti Elena si pulì con le salviette, mentre la colomba finì per volare fuori dal finestrino, giurando di non fidarsi più degli esseri umani. Ginevra scomparve dietro la porta, e quando tornò aveva in mano un secchio dacqua e una scopa.

«Così è più veloce», disse, sbattendo la scopa sul pavimento; laria si riempì di un odore di pietra umida.

«Ginevra, dove?», apparve il volto di Antonio nella porta, visibilmente perplesso nel vedere sua figlia ed Elena pulire il marciapiede. «Che succede?».

«Non fare domande», strizzò locchio Elena.

«Sì, papà, non serve sapere tutto», rispose Ginevra.

«Va bene, ho capito», chiuse Antonio la porta.

«Sai, mi sono chiesta perché catturiamo queste colombe. Esistono dei colombari dove vivono i professionisti del volo, non questi freelancer dubbi», disse Elena una volta finita la pulizia.

«Sul serio? Perché non lhai detto prima?»

«Me ne sono dimenticata. È da tempo che non mando più lettere al cielo».

«Possiamo andare da loro? Per favore!», balzò Ginevra, impaziente.

«Possiamo, ma solo domani. Ti passo a prendere dopo il lavoro, ok?»

«Yuppi!», esclamò.

Quella sera Elena telefonò ad Antonio e gli raccontò tutto.

«Pensi sia una buona idea? Quando crescerà, forse si sentirà tradita per questo inganno».

«Se mi avessero sempre detto la verità fin da piccola, sarei impazzita».

«Hai ragione. Domani senza di me?».

«Sì, ce la faremo. E Ginevra è molto sveglia, mi piacerebbe parlare con lei».

«Grazie a te».

***

Il giorno dopo Elena portò Ginevra e, in taxi, andarono al colombario.

«Wow, che bianchi e belli!», esclamò Ginevra osservando i colombi. «Ne posso scegliere uno? Porta davvero la lettera al giusto destinatario? Non si perderà? Ha il GPS? Devo far arrivare la lettera a mamma, è davvero importante», domandò lanimatore, che rispondeva solo con brevi cenni.

«Limportante è scrivere lindice giusto», ricordò Elena.

«Ho scritto il nostro indirizzo di casa, è lo stesso, vero? Ho anche aggiunto che è la figlia a scrivere, così gli angeli non sbagliano», disse Ginevra con tono serio.

Elena porse al venditore i soldi, legò la lettera alla zampa di un colombo e lo lasciò volare verso il cielo.

«Non mi dispiace», mormorò luomo asciugandosi le mani e chiudendo la gabbia.

Elena lo abbracciò, Ginevra la strinse. Elena accarezzò silenziosa la bambina.

Due giorni dopo Antonio chiamò.

«Ginevra dice che ha ricevuto una risposta dal cielo, e cè scritto qualcosa su di te. Vuoi leggere?»

«Certo, arriverò presto».

La notizia scombussolò Elena così tanto che decise di uscire prima dal lavoro, ma, dimenticandosi di salvare il progetto al quale aveva lavorato tutto il giorno, cancellò tutto accidentalmente spegnendo il computer.

Salì al piano giusto, bussò e Antonio le aprì.

«Ginevra sta giocando in cortile con il ragazzino di sotto. Ti ha lasciato una lettera sul tavolo, forse era timida a consegnartela».

Elena entrò, prese un foglio stropicciato, scritto in una calligrafia infantile con errori e correzioni:

«Grazie, figlia, per la lettera, anchio ti penso tanto, ti voglio bene. Ogni giorno penso a te e a papà. Ho guardato Elena, è brava. Non è tua mamma, ma potete diventare amiche. Vorrei questo. La tua mamma».

Elena inghiottì un nodo, quasi sussurrò una parolaccia quando vide il testo sfumare per le lacrime.

«Penso abbia capito», disse Antonio, avvicinandosi e abbracciandola. Elena annuì, ancora incapace di trattenere le lacrime.

«Ho sempre voluto trovare una mamma per lei, ma non mi ero resa conto che le serviva unamica, perché la mamma cè già».

«Non volevo pretendere più di così», esalò Elena, guardando fuori dalla finestra dove una colomba osservava la scena. Sembrava stesse ascoltando e, forse, stava per volare di nuovo al cielo per raccontare tutto agli angeli.

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— Tu non sei la mia mammaIl giovane alzò lo sguardo, consapevole che quelle parole avevano spezzato l’ultima certezza sul suo passato.
Mio marito ha tradito con la vicina, e dopo sette mesi è tornata esigendo di cedere subito il nostro appartamento interamente.