Mio marito è partito per la vicina, e sette mesi dopo lei si presenta e reclama che lappartamento le venga consegnato.
Sono nella cucina, mescolando meccanicamente il tè ormai freddo. Lorologio antico appeso al muro continua a ticchettare, un suono monotono che mi ricorda che è passato un mese da quando sono sola. Un mese da quando Vittorio ha impacchettato le sue cose e se nè andato. Se nè andato da me. Ha lasciato Loredana al terzo piano.
Giulia, è meglio così per tutti, mi diceva, infilando le camicie in una vecchia valigia. Non siamo più una cosa.
Trentanni di vita insieme si riassumono in una frase. Trentanni in cui cucino il minestrone per lui, stiro le sue camicie, sopporto i suoi scoppi dira e i suoi lunghi silenzi. Una volta ho creduto fosse amore: tollerare, perdonare, accontentare.
Non vedi quanto è una presa in giro? chiedo, cercando di mantenere la dignità. A questetà a inseguire una vicina più giovane
Loredana mi capisce, interrompe lui. Con lei mi sento viva.
Viva. E con me, allora, non viva? Trentanni di lento declino, così li vede lui. Lo guardo andare via e dentro qualcosa si spezza. Non è il cuore, è qualcosa di più profondo, come se un filo invisibile che mi legava alla vita precedente fosse stato lacerato.
Le prime settimane le vivo in modalità automatica. Mi sveglio, vado al lavoro nella biblioteca comunale, torno in un appartamento vuoto. I vicini mormorano alle mie spalle, alcuni cercano di consolarmi, ma non voglio né consolazione né pietà.
Giulia, tieni duro, dice Nina della porta accanto. Gli uomini sono tutti uguali, una barba di capelli grigi, sembrano diavoli sotto le costole.
Mi guardo allo specchio e non mi riconosco. Quando sono diventata così, spenta, rassegnata, come una foto sbiadita? Quando ho permesso di trasformarmi nellombra di mio marito?
Poco a poco qualcosa inizia a cambiare. Prima mi iscrivo a una piscina solo per riempire le sere. Poi compro un abbonamento a corsi di inglese. I figli mi chiamano ogni giorno, ma cerco di non gravarli con i miei problemi; hanno le loro vite, le loro preoccupazioni.
Mamma, perché non vieni a vivere con noi? suggerisce la mia figlia. Ti piacerebbe a Roma.
No, Lina, rispondo. Questa è la mia casa. Qui è tutta la mia vita.
E ora, dopo sette mesi, guardando il riflesso nella finestra buia, mi rendo conto che non piango più di notte. Non ascolto più i passi sul pianerottolo. Non aspetto più che cambi idea e torni.
Finisco il tè freddo e vado a letto, ignara che domani la mia vita possa ribaltarsi di nuovo.
Un colpo alla porta suona mentre preparo il caffè mattutino. È insistente, prepotente, diverso dal delicato tintinnio dei vicini. Sullo stipite cè Loredana, truccata, con un vestito aderente e una cartellina in mano.
Dobbiamo parlare, dichiara senza salutare, entrando in casa. Il suo profumo è di profumo forte e di sicurezza.
Di cosa? chiedo, sistemando il camice, sentendomi a disagio sotto il suo sguardo valutante.
Dellappartamento, risponde Loredana, sedendosi su una sedia della cucina e incrociando le gambe. Vittorio ha deciso che è ora di sistemare le cose ufficialmente. Ha diritto alla metà.
Dentro scatta di nuovo qualcosa. Non è più dolore, è rabbia.
Che intendi per ha diritto? la mia voce esce più ferma del solito.
Intende esattamente questo, replica, tirando fuori dei fogli dalla cartellina. Trentanni di matrimonio, tutto è diviso a metà. Vittorio e io ci sposeremo appena lui ottiene il divorzio. E vuole trasferirmi la sua metà dellappartamento.
La guardo incredula. Questa donna, circa quindici anni più giovane, è nella mia cucina a parlare dellappartamento come se fosse già suo.
Loredana, dico lentamente, ti ha detto Vittorio da dove proviene questo appartamento?
Lei alza le spalle.
Che differenza cè? la proprietà comune si divide ugualmente, è la legge.
Questo è lappartamento dei miei genitori, sento unondata di rabbia crescere dentro di me. Me lhanno regalato prima ancora del mio matrimonio con Vittorio, e lui lo sa benissimo.
Ascolta, Giulia, si avvicina Loredana, non facciamo più questi drammi. Vittorio ha detto che, se insisti, andremo in tribunale. Non vuoi una battaglia legale, vero?
In quel momento qualcosa dentro di me si spezza definitivamente, come lultimo filo che mi teneva legata alla vita sottomessa.
Esci dalla mia casa, dico, con voce calma ma ferma.
Cosa?
Fuori! mi alzo, le mani tremano. E dì a Vittorio che se vuole il tribunale, così sia. Non sono più la donna che ingoia ogni ferita in silenzio.
Loredana sorride beffarda, raccogliendo i fogli.
Te ne pentirai, vecchia sciocca. Ti mostreremo il mondo.
Quando la porta sbatte, mi siedo su una sedia e piango, ma non piango per disperazione: piango per rabbia e determinazione.
Quel giorno chiamo la mia amica Tiziana, avvocato in uno studio legale.
Giulia, hai fatto la cosa giusta chiedendo aiuto, dice dopo aver esaminato i documenti dellappartamento. Il atto di donazione dei tuoi genitori è un argomento solido. Una proprietà così non si divide in caso di divorz






