Ricordo, come se fosse ieri, i giorni della mia infanzia trascorsi nel piccolo borgo di San Martino, ai piedi delle colline umbre. Il vecchio Nonno Giovanni, un uomo dal cuore duro ma dal sorriso rado, viveva con sua moglie, la caparbia nonna Caterina, in una cascina che sembrava un microregno: tre maialini, una scrofa con i suoi dieci pulcini, la mucca Milka, una decina di galline, sei anatre con i loro anatroccoli, e il gatto Plutone, sempre intento a gironzolare tra i pollai.
Una mattina dautunno, mentre partì a pedalare verso il villaggio per andare a mercato, il nonno si trovò a passare per un fitto bosco di querce. Il suo sguardo si posò su un cucciolo di cane, un giovane pastore dallaspetto goffo e bagnato dalla pioggia. Il cucciolo non era né legato né addestrato; gli occhi castani, però, tradivano una saggezza antica, come quella di un lupo.
Vieni con me! gli disse Giovanni, accennando con la mano. Ho un cortile senza cane, tu farai da guardia, non ti farò del male.
Sedette sulla bicicletta e ripartì, ma più volte guardò indietro, pensando che il piccolo animale fosse scomparso. Nessuno lo inseguì; il bosco inghiottì il suo passo. Giovanni continuò il suo cammino, dimenticandosi quasi di quel breve incontro.
Già al ritorno, la vita nella cascina riprendeva il suo ritmo frenetico. Dopo aver acceso il fuoco per preparare il caffè, luomo si sedette su una panchina di legno davanti alla casa, pronto a rilassarsi. Improvvisamente, gli occhi castani di quel cucciolo lo fissarono con unintensità quasi ipnotica.
Vieni nel cortile? chiese il cane, dopo una lunga pausa, ritirandosi nellombra prima di sparire di nuovo.
Quella strana attenzione non dura né un giorno né due; ogni sera quegli occhi lo osservavano, come se volessero trovare nel suo cuore un’anima affine.
Un pomeriggio, mentre Giovanni arrotolava il suo sigaro, la creatura si avvicinò, gli annusò la mano e si accoccolò ai suoi piedi. Luomo, abituato a trattare gli animali come risorse, non era certo di essere pronto a concedere affetto a un cane, ma il suo vecchio cortile era ormai vuoto, e le ricordi di cani scomparsi morti di malattia, avvelenati, o rapiti lo assalivano.
Lestate iniziò con una violenta tempesta; il veterinario del paese, dopo aver controllato gli animali, concluse che erano le zecche a causare i problemi del bestiame. Tuttavia, non cera nessuno che piangesse per il cane mancante; Nonno Giovanni rimaneva sempre quello che non si lasciava andare a lacrime, mentre la signora Caterina, più dura ancora, non dimenticava mai di rimproverare chiunque osasse disturbare la quiete della fattoria.
Alla fine, Giovanni accese il suo sigaro, guardò il cucciolo ai suoi piedi e, con la voce bassa, disse:
Allora, bestia, sembrerebbe che tu abbia deciso di restare qui. Ti nutrirò due volte al giorno, come mi dirà il Signore, non ti farò del male. Avrai una cuccia calda, un recinto e, di tanto in tanto, la libertà di correre di notte per qualche ora. Sarai la guardia del mio cortile. Se accetti, vieni con me.
Così iniziò la nuova vita di Stella, come la chiamò il nonno un nome che, come una melodia, gli era venuto in mente una sera destate, e che ancora oggi rimane un mistero. Stella ricevette una cuccia accogliente, un ampio appezzamento di terra da sorvegliare e una catena doro.
Col passare degli anni, la goffa cucciola divenne un enorme e possente cane, temuto da tutti gli abitanti del villaggio. Si raccontava che, forse, nei suoi antenati vi fossero i lupi. Il suo aspetto era maestoso e la sua eleganza fuori dal comune; non agitava la coda né leccava le mani, ma osservava con occhi intelligenti chiunque si avvicinasse al recinto.
Quando il nonno, la moglie o i parenti si avvicinavano, Stella rimaneva tranquilla, fissandoli con sguardo profondo. Se invece un estraneo osava attraversare il cortile, la bestia non abbaiava, ma ruggiva con un ringhio spaventoso, così potente da far spostare la cuccia dal cortile al orto per non farla cadere nei passi dei contadini. Di notte, però, Giovanni la lasciava libera con le parole:
Tornerò fra tre ore, voglio che la cuccia sia pronta! Le mungitrici temono di avvicinarsi alle mucche per la mungitura mattutina se non sei lì a far loro da scudo!
Stella non mordeva mai nessuno; il suo ruolo era più di guardia che di aggressività. Eppure, ogni primavera, il cane partoriva cuccioli, sempre numerosi, che correvano nel villaggio come crostate appena sfornate. Persone di altri paesi vicini viaggiavano per comprare i cuccioli, perché, pur temendola, rispettavano la sua forza.
Un giorno destate, dopo la colazione, Stella riposava al sole accanto alla sua cuccia, osservando con un occhio la piccola Allegra, una bambina di tre anni che giocava nella sabbiera sotto lombra di un grande albero, e con laltro osservava la nonna Caterina che lavorava nei campi.
Allegra, legata a un ramo per non allontanarsi, corse verso Stella con le braccia spalancate:
Stella! Stella!
Il cuore canino di Stella si colmò di gioia. Il cane vigilava su Allegra, sulla nonna e sulla casa, finché non si addormentò.
Allimprovviso, un graffio sul naso la svegliò: il gatto Plutone era lì, quasi senza voce, e urlava:
Aiutami! Allegra sta per affogare!
Stella alzò lo sguardo verso il recinto. La bambina non era più nella sabbiera né sullaltalena, né vicino allalbero. Il gatto indicò il laghetto vicino al cortile, dove Allegra aveva perso il suo piccolo panno da nuoto.
Senza pensarci due volte, Stella emise un ululato disperato, più forte di tutti quelli che aveva mai lanciato. Abbatté la catena, balzò verso il laghetto, e con il suo corpo massiccio cercò di raggiungere la piccola. La nonna Caterina, spaventata dal suono simile a un lupo, si voltò verso il cane e pensò:
È impazzita questa bestia
Ma quando vide Stella lottare, si rese conto del pericolo. Lululato di Stella, così atroce, fece gelare il sangue a chiunque lo ascoltasse; i capelli si rizzavano come spighe al vento.
Alla fine, i contadini presero la bambina dal laghetto e la portarono in salvo. Lintero villaggio si agitò; lambulanza arrivò, i genitori di Allegra piansero e ridevano contemporaneamente per la gioia di averla ritrovata.
Quella sera, una delegazione si radunò davanti alla cuccia di Stella: il padre di Allegra, il signor Lorenzo, sua moglie e, naturalmente, Nonno Giovanni. Lorenzo si inginocchiò e disse:
Grazie, davvero, per aver salvato la mia bambina! Ti prego, vieni a vivere con me in città, nella mia villa con un ampio recinto. Ti nutrirò con le migliori pietanze e ti porterò a passeggiare ogni giorno!
Stella fissò Lorenzo con i suoi occhi castani, rimase in silenzio, poi posò la testa sulla spalla delluomo per un attimo, come a valutare lofferta. Poi tornò al suo padrone, si accucciò ai piedi di Giovanni, che rimase immobile come un albero, incapace di reagire alle carezze, con le lacrime che gli rigavano il volto rugoso.
Così, nella memoria dei vecchi, il racconto di Stella, del cane che divenne leggenda, continua a circolare nei secoli, ricordandoci che a volte il più grande coraggio nasce da un semplice sguardo negli occhi di un animale.






