La Vita in Ordine: Equilibrio e Serenità nello Stile di Vita Italiano

LA VITA IN ORDINE

“Ludovica, ti proibisco di parlare con tua sorella e la sua famiglia! Hanno la loro vita, noi la nostra. Hai chiamato ancora Beatrice? Ti sei lamentata di me?” Bogdan mi afferrò la spalla con forza, il dolore mi attraversò il corpo. Come al solito, mi ritirai in cucina in silenzio, le lacrime amare che mi rigavano il viso. No, non mi lamentavo mai con mia sorella della mia vita. Parlavamo solo dei nostri genitori anziani, delle loro necessità. Ma a Bogdan dava fastidio. Odiava Beatrice. Nella sua famiglia regnavano pace e prosperità, mentre nella nostra…

Quando sposai Bogdan, ero la donna più felice del mondo. Mi aveva stregato con il suo carisma. Non mi importava che fosse più basso di me, né che sua madre, ubriaca, barcollasse al nostro matrimonio. Solo dopo scoprii che era unalcolizzata cronica. Ero così innamorata da non vedere nulla di male. Ma dopo un anno di matrimonio, i dubbi iniziarono. Bogdan beveva troppo, tornava a casa ubriaco fradicio. Poi arrivarono le altre donne. Io lavoravo come infermiera, lo stipendio era misero, mentre lui passava le notti con gli amici al bar.

Non aveva intenzione di mantenermi. Allinizio sognavo dei figli, ma poi mi accontentai di accudire il mio gatto di razza, un persiano bianco. Non volevo bambini da un alcolizzato. Eppure, lo amavo ancora.

“Sei stupida, Ludovica! Guardati attorno, quanti uomini ti cercano, e tu fissi quel nano! Cosa ci trovi? Cammini sempre piena di lividi, credi che nessuno noti i tuoi occhi neri sotto il fondotinta? Lascialo prima che ti uccida!” così mi diceva la mia amica e collega.

Sì, Bogdan spesso sfogava la sua rabbia su di me. Una volta mi picchiò così forte che non potei andare a lavoro. Poi mi chiuse in casa, portando via la chiave. Da allora, lo temevo. Il cuore mi martellava quando sentivo girare la serratura. Credevo che mi odiasse perché non gli avevo dato un figlio. Per questo non reagivo alle botte, agli insulti, alle umiliazioni. Perché lo amavo ancora?

Sua madre, una strega decrepita, mi ripeteva: “Ludovica, obbedisci a tuo marito, amalo con tutto il cuore, dimentica parenti e amici che ti rovineranno.” E io obbedivo. Ero completamente in suo potere.

Mi piaceva quando, pentito, mi supplicava in ginocchio, baciandomi i piedi. La riconciliazione era dolce, magica. Bogdan cospargeva il letto con petali di rose rubate dal giardino del suo amico ubriacone. La moglie di quelluomo coltivava quei fiori con amore, ma lui li regalava agli altri per due soldi. E noi mogli, ingenue, ci scioglievamo.

Forse avrei trascinato quella vita per sempre, se non fosse successo limpensabile.

“Lascialo, ho un figlio suo. Tu sei sterile. Un fiore senza semi,” mi disse una sconosciuta, sfacciata.

“Non ci credo. Vattene,” risposi, ma Bogdan non seppe mentire.

“Giura che non è tuo figlio!”

Lui tacque. Capii tutto.

“Ludovica, non ti ho mai vista così cupa. Problemi?” Il primario, il dottor Marcello, mi fissò con uno sguardo inaspettato.

“Tutto bene,” mentii.

“È bello quando tutto è in ordine. La vita diventa perfetta,” disse con un sorriso enigmatico.

Marcello era stato sposato, aveva una figlia. Si diceva che la moglie lo avesse tradito. Ora viveva solo. Quarantadue anni, basso, occhialuto, con i primi segni della calvizie. Ma quando si avvicinava, sentivo un profumo di lozione, un afrodisiaco che mi faceva girare la testa.

Dopo quelle parole, non riuscivo a smettere di pensare: “Tutto in ordine”. La mia vita, invece, era caos.

Andai via da Bogdan, tornai dai miei genitori. Mia madre si stupì: “Ludovica, cosè successo? Ti ha cacciato?”

“No. Te lo spiegherò.”

La madre di Bogdan mi chiamò, urlando insulti. Ma io respiravo già laria della libertà. Grazie, Marcello.

Bogdan mi cercò, minacciò. Ma ormai non aveva più potere su di me.

“Occupati di tuo figlio. Io ho voltato pagina.”

Ritrovai Beatrice, i miei genitori. Ero di nuovo me stessa.

“Non ti riconosco, sei rinata!” disse la mia amica.

Poi Marcello mi chiese: “Sposami. Una condizione: chiamami per nome.”

“Mi ami?”

“Scusa, dimenticavo che alle donne piacciono le parole. Sì, ti amo. Ma preferisco dimostrarlo.”

Accettai.

Dieci anni dopo.

Marcello mi amava ogni giorno, senza suppliche vuote. Non ebbero figli, ma sua figlia ci regalò una nipotina, Sofia, la luce dei nostri occhi.

Bogdan, invece, morì prima dei cinquanta, ubriaco e solo. Sua madre, al mercato, mi lancia ancora occhiate velenose. Ma ormai non mi feriscono più.

Con Marcello, tutto è in ordine. La vita è meravigliosa.

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La Vita in Ordine: Equilibrio e Serenità nello Stile di Vita Italiano
Che succede, ti sei offesa? – Mamma, io ormai sono pentita già da trecento volte d’averci provato. Non ce la faccio più, – disse Vittoria disperata, cercando di coprire il pianto della figlia. – È così, giorno e notte. Non ricordo neanche l’ultima volta che ho dormito davvero. Ieri ho messo su il bollitore e mi sono addormentata sulla sedia… – Eh, figlia mia, che dobbiamo fare? – sospirò la signora Gabriella. – Tutti i bambini piccoli urlano. La madre chiaramente non aveva colto il messaggio, così Vittoria decise di parlare chiaro. – Mamma… Ti prego: portatela via anche solo per due ore. O vieni tu a stare qui, così io riesco a dormire un po’. Non capisco più cosa faccio. È come vivere in una nebbia. – Vitti… – e il tono materno da comprensivo divenne sottile e insinuante. – Dai, non prendertela. Per chi l’hai fatta la figlia? Per te. Allora occupatene tu. Appena cresce un po’ passerà. Io ti ho cresciuta senza pannolini e tutte quelle robe moderne, e guarda, sono ancora qui. E poi ho la pressione che mi sale col tempo, mi manca solo sentirmi male stando da te. Vittoria inarcò le sopracciglia perplessa, non si aspettava una risposta del genere e non sapeva che dire. – Vabbè, si è capito… vado a fare altro… – borbottò e chiuse la telefonata. Nel petto si fece strada un gelo. Sparì quella sensazione d’infanzia della mamma sempre pronta a sistemare tutto, appena la chiami. E Vittoria non riusciva neanche a ribattere. O forse sì? …Vittoria spesso aveva messo da parte se stessa per la madre. Ogni Capodanno, per esempio. Da prima, quando la invitavano gli amici, poi quando avrebbe voluto festeggiare col marito. – Sì, vabbè… – sospirava sempre la mamma, quando Vittoria le diceva dei suoi programmi per le feste. – Buon divertimento allora. E io qui da sola… Ti allevo, ti cresco, e poi resto sola le feste di famiglia… – Mamma, dài… Il primo gennaio appena mi sveglio arrivo da te. – Ma sì, io nulla… Ti aspetto. Magari non festeggio neanche – rispondeva la signora Gabriella con un sospiro. – A che serve? Non ho nessuno. Mi butto a letto alle nove, mi sveglio il mattino: ecco tutto il mio Capodanno. E ogni volta Vittoria cedeva e andava dalla madre. Come avrebbe potuto lasciarla da sola? Gli amici potevano pure divertirsi da sé, fuochi d’artificio e tutto il resto. E anche il romanticismo col marito poteva aspettare. L’importante era che la mamma non stesse triste. E non era nemmeno l’unico problema. Gabriella adorava tenere la figlia sotto scacco con la salute. Appena si sentiva male non andava dal dottore, ma faceva suonare l’allarme a Vittoria. – Ho la pressione alle stelle. Mi sa che stavolta sto per andarmene… Vitti, corri subito! – la chiamava in preda al panico. – Mamma, vengo, ma chiama il 118. Non si scherza! – Macché dottori! Che fanno? Mi ricoverano? Negli ospedali ormai non ci sono medici come si deve! Proviamo da sole, dai. Fai l’iniezione, e se proprio sto male allora chiamiamo. Gabriella non si fidava minimamente dei medici e si innervosiva se la figlia insisteva a chiamare qualcuno. Ma era convinta che attacchi e crisi passassero con massaggi, impacchi d’aceto e, soprattutto, attenzioni di Vittoria. E lei si ritrovava a tremare ogni volta. Oltre a prendersi ogni responsabilità, le toccava fare iniezioni quando magari non sarebbe potuto servire, e non riusciva a convincere la madre a farsi aiutare davvero. Non restava che aspettare e pregare. Eppure, ogni volta, Vittoria trovava il tempo. Annullava appuntamenti, cambiava programmi, usciva di corsa dal lavoro. Anche sapendo che non avrebbe potuto proprio fare chissà cosa, e si rovinava solo i nervi. Come lasciarla nella condizione di star male da sola? La coscienza non glielo permetteva. Quella della signora Gabriella, però, taceva. Eppure, nipoti li voleva tanto quanto la figlia. – La nipote di Luciana già va alle elementari! – sospirava ad ogni pranzo di famiglia. – E Valeria ne ha già due. Io sola come un cane. Quando li fate voi? Almeno me li potrò coccolare! Invece ora, ora che la nipotina era vera, viva, con i suoi capricci e problemi, la signora Gabriella era svanita. A Vittoria bruciava. “Hai partorito per te stessa”… Se lo sarebbe ricordata. I mesi seguenti furono un giorno della marmotta. Vittoria non distingueva più lunedì da giovedì. Sempre lo stesso: pappa, pianti, ninnenanne, qualche minuto di sonno, poi ancora pianti. Gabriella era ancora nella sua vita, ma come una conoscente lontana. Una telefonata a settimana: – Allora, come va? Crescete? Ma appena sentiva la nipotina urlare sullo sfondo, spariva subito: – Oh, Vittoria, scusa, ma mi fa male la testa. E poi lì da voi c’è troppo rumore… Dai, tieni duro. La maternità è un lavoro duro, – e metteva giù il telefono. Intanto però, Vittoria aveva imparato a farcela senza la madre. Olga, la suocera, era una donna severa ma buona. Non prometteva mari e monti, né faceva troppe smancerie. Ma quando vide che la nuora ormai aveva le occhiaie da panda, cominciò a passare tutte le settimane. Ogni sabato, il suo giorno libero. – Vai a dormire, – le ordinava. – Io porto Alice al parco. Torniamo tra tre ore. – Ma piangerà… – Non si scioglie mica. Tu vai a dormire. Fu la suocera a consigliarle di prendere una tata ogni tanto. Solo due orette, per dormire almeno un po’ in camera accanto. E poi – fu Olga che alzò la voce per prima: – Piange troppo sta bimba, – disse. – Basta ascoltare quei pediatri che danno sempre la colpa a coliche e denti. Così non va. Olga fissò allora una visita da una pediatra di fiducia e, senza ascoltare obiezioni del figlio, pagò subito per tutte le visite ed esami. La dottoressa individuò subito la causa. – In parole semplici, ha il reflusso ogni volta che mangia. Non vi preoccupate, passa – assicurò. Dopo due settimane, pace fatta in casa di Vittoria e Paolo. Finalmente silenzio, vero. Alice smise di inarcarsi e piangere, iniziò a dormire serena. Per Vittoria, il mondo tornava a colorarsi. Il tempo non era più una tortura, scorreva. E da capricciosa, Alice divenne la nipotina che tutte le nonne sognano: con le fossette e i fiocchi giganti. E arrivò dicembre. Gabriella, che ormai vedeva Alice solo in videochiamata, notò di sfuggita i cambiamenti. La nipotina giocava, rideva, costruiva con i cubi. Fu allora che decise di rientrare in scena. – Vitti, che vi preparo di buono? – domandò dolce una settimana prima di Capodanno. – Venite a festeggiare da me, vero? – Ma siamo con Alice. E per te è fatica con i bambini piccoli. – Ma via! Ormai è grande e tranquilla, perfetta. Le ho anche preso una bambola enorme. La addobbiamo insieme l’albero, vi preparo il mio aspic. A Paolo piace, no? Prima, Vittoria ne sarebbe stata felice. Si sarebbe messa a fare il menù con la mamma, stringendosi al suo calore ritrovato. Ora invece sentiva… solo silenzio. Né rabbia, né dolore. Solo freddo. – Mamma, non veniamo. – Come, non venite? – protestò Gabriella. – Dove andate? O restate chiusi in casa? – Andiamo da Olga. Festeggiamo lì. – Da Olga?! – la madre sbottò. – Quindi vai da una che neanche è tua madre e io resto qui sola a Capodanno? – Mamma… Non essere permalosa, ma Olga è stata con noi, quando Alice piangeva notte e giorno. Quando stavo impazzendo. Lei ci ha voluti bene anche quando eravamo “difficili”. E tu… Tu stessa hai detto che la figlia l’ho fatta per me. Beh, allora decido io con chi passerà il Capodanno mia figlia. Calò il silenzio. Qualche secondo. – Allora ti sei offesa? Mi stai facendo la ripicca? – ribatté la madre. – Non ti vergogni? Mamma vecchia, malata… Ti ho cresciuta senza dormire, e tu mi ripaghi così? – No, mamma, non faccio ripicca. Scelgo solo cosa è meglio per me. E, tra l’altro, questo l’ho imparato proprio da te. La madre continuò a lamentarsi, ma Vittoria interruppe la chiamata dicendo che aveva da fare. Non aveva voglia di sentirsi dare della figlia ingrata. Vittoria sospirò, lasciò il telefono e si avviò in camera. Lì, tra i pezzi sparsi del lego, il marito giocava concentrato con Alice, che rideva a crepapelle abbattendo la loro torre. Vittoria si fermò sulla soglia e sorrise. Aveva un po’ di malinconia, ma era quella buona. Come dopo aver buttato via vecchie cianfrusaglie e aver fatto spazio per qualcosa di nuovo. Naturalmente, non aveva intenzione di tagliare per sempre i ponti con la madre. Aveva solo smesso di tradire se stessa. Non correva più appena chiamavano quelli che appaiono solo quando c’è il sole. Ora sceglieva chi le teneva l’ombrello mentre fuori infuriava la tempesta.