Il marito, impazzito, manda la moglie in campagna per farla dimagrire, così da potersi dedicare liberamente ai piaceri con la sua segretaria.

« Stefano, non capisco cosa vuoi dire », dissi, stringendo le mani sul volante.

« Niente di che, solo un po di solitudine. Vorrei ritirarmi in campagna, allungare le gambe, perdere qualche chilo. Altrimenti mi sento svanita, più pallida di un velo. »

Lanciò uno sguardo di disprezzo verso la mia figura. Sapevo di aver messo su qualche chilo per via delle lunghe serate in cucina, ma non osai rispondere.

« Dove si trova questa campagna? » chiesi.

« In un borgo pittoresco, davvero da sogno. Ti piacerà, te lo garantisco. »

Non contraddisi. Anche io avevo bisogno di riposo. « Forse siamo solo stanchi luno dellaltra. Lasciamo che il tempo faccia il suo corso. Non tornerò finché non sarà lui a chiedermelo. »

Mi misi a raccogliere le cose.

« Non è contro di me, vero? », insistette Stefano. « È solo per poco, solo per ricaricare le batterie. »

« No, va tutto bene », risposi con un sorriso.

« Allora parto », disse, lasciandomi un bacio sulla guancia prima di uscire.

Un sospiro profondo sfuggì dalle mie labbra; i baci ormai non avevano più il fuoco di una volta.

Il viaggio si allungò più del previsto. Sbagliai strada due volte: il navigatore impazziva e il segnale spariva. Alla fine, un cartello segnò lingresso del villaggio. Le case di legno, ben curate, erano adornate da intagli raffinati.

« Qui non ci sono modernità », riflettei.

Ed è vero: la piccola dimora sembrava una casetta diroccata, priva di auto e di telefono. Estrassi il cellulare, ma il segnale era ancora assente. Il sole calava, e la stanchezza mi avvolgeva. Se non trovassi la casa, avrei passato la notte nella macchina.

Scesi dallauto, la giacca rossa spiccava sul paesaggio rustico.

« Bene, Ginevra, non ti perderai », dissi ad alta voce.

Il mattino seguente, il canto stridulo di un gallo mi svegliò mentre dormivo sul sedile del veicolo.

« Che chiasso! », brontolai, abbassando il finestrino. Il gallo, con un occhio solo, continuò a starnazzare, finché una scopa di fieno non gli passò davanti e il silenzio tornò.

Sul ciglio del sentiero, un vecchio apparve.

« Buongiorno! » mi salutò.

Gli abitanti sembravano usciti da una fiaba.

« Non far caso al nostro gallo, è buono ma starnazza come se fosse in pena. »

Scoppiai a ridere; il sonno svanì allistante. Anche lui sorrise.

« Tratterrai con noi a lungo o è solo una sosta? »

« Finché durerà il mio riposo. »

« Entra pure, piccola. Vieni a colazione, conoscerai anche la nonna. Prepara delle torte e non cè nessuno a mangiarle. I nipoti passano una volta lanno, i figli »

Accettai subito: dovevo conoscere quegli abitanti.

La nonna del villaggio, signora Anna Maria, indossava un grembiule a fiori e un foulard colorato, il sorriso senza denti e le rughe piene di compassione. La casa era pulita e accogliente.

« È splendido qui! », esclamai. « Perché i bambini non tornano più spesso? »

Anna Maria fece spallucce.

« Siamo noi a chiedere loro di non venire. Le strade sono pessime. Dopo la pioggia bisogna attendere una settimana per poter uscire. Una volta cera un ponte, ma era vecchio e crollò quindici anni fa. Viviamo come eremiti. Stefano va al negozio una volta a settimana. La barca non regge più il carico. Stefano è forte, ma letà »

« Queste torte sono divine! », replicai. « Non cè nessuno che si prenda cura di voi? Qualcuno deve farlo. »

« Ci serviamo da soli. Un tempo eravamo mille, ora siamo cinquanta. »

Riflettei.

« E lamministrazione, dovè? »

« Dallaltra parte del ponte, ma con la deviazione sono sessanta chilometri. Non siamo andati a chiedere aiuti, perché non abbiamo soldi. »

Capii che avevo trovato un progetto per le mie vacanze.

« Mi può indicare dove si trovi lamministrazione? Oppure mi accompagnate? Non sembra che piova. »

Gli anziani si scambiarono sguardi.

« Sei seria? Sei qui per riposarti. »

« Lo sono. Il riposo può assumere varie forme. E se dovesse piovere? Devo pensare anche a me. »

Sorrisero calorosamente.

Allamministrazione comunale dissero:

« Finché ci tormenterete! Guardate le strade della città! Chi darà i soldi per un ponte per un villaggio di cinquanta abitanti? Cercate uno sponsor, per esempio il signor Borselli. Lavete sentito nominare? »

Annuii. Certo che lo conoscevo: il signor Borselli era il proprietario dellazienda dove lavorava mio marito. Era nato lì; i suoi genitori si erano trasferiti a Firenze quando aveva dieci anni.

Dopo una notte di riflessione, presi la decisione. Avevo il numero di Borselli mio marito lo aveva chiamato più volte dal suo telefono. Lo contattai come terza parte, senza rivelare che Stefano era mio marito.

Il primo tentativo fallì; al secondo Borselli ascoltò, rimase in silenzio un attimo, poi scoppiò a ridere.

« Sa, quasi dimenticavo di esser nato qui. Come va? » chiese.

Mi rallegrai.

« Molto bene, la gente è splendida. Le mando foto e video. Alberto Borselli, ho provato in tutti i modi nessuno vuole aiutare gli anziani. Sareste gli unici a poter fare qualcosa. »

« Ci penserò. Mandami le foto, vorrei ricordare comera. »

Per due giorni mi dedicai a filmare e fotografare per Borselli. I messaggi furono letti, ma non arrivò risposta. Stavo per arrendermi, quando Alberto Borselli stesso mi chiamò:

« Ginevra Vasile, potrebbe venire domani nel mio ufficio su Via della Libertà verso le tre? E preparare un piano preliminare dei lavori. »

« Certamente, grazie, Alberto! »

« È un po come tornare allinfanzia. La vita è una corsa non cè mai tempo per fermarsi a sognare. »

« Capisco. Ma dovrebbe venire di persona. Domani sarò lì, ne sono sicura. »

Appena riattaccai realizzai che lufficio era lo stesso in cui lavorava mio marito. Sorrisi tra me e me, prevedendo la sorpresa che sarebbe seguita.

Arrivai in anticipo, con ancora unora prima della riunione. Dopo aver parcheggiato, mi diressi verso lufficio di mio marito. La segretaria non cera. Entrai, udendo voci dalla sala relax, e mi avvicinai. Lì trovai Stefano e la sua assistente.

Alla vista di me, rimasero interdetti. Rimasi immobile sulla soglia, mentre Stefano si alzò di scatto, tentando di sistemarsi i pantaloni.

« Ginevra, che ci fai qui? »

Corse via dallufficio e, nel corridoio, incrociò Alberto. Gli porsi i documenti e, incapace di trattenere le lacrime, corsi verso luscita. Non ricordai come feci a tornare al villaggio. Una volta arrivata, crollai sul letto e piansi a dirotto.

Il mattino seguente bussarono alla porta per svegliarmi. Alberto Borselli era accompagnato da un gruppo di persone.

« Buongiorno, Ginevra Vasile. Ieri non era pronta a parlare, così sono venuto di persona. Vuole del tè? »

« Certo, entri pure. »

Senza menzionare la notte precedente, prese il tè e ci accomandammo tutti intorno alla casa. Alberto guardò fuori dalla finestra.

« Oh, che delegazione! Ginevra, non sarà per caso che questuomo è il nonno Illich? »

Sorrisi: « Lo è. »

« Trenta anni fa era già nonno, e la sua compagna ci nutriva con le sue torte. »

Luomo osservò me con apprensione, e risposi prontamente: « Anna Maria è in perfetta forma e continua a preparare le sue famose torte. »

La giornata trascorse tra mille attività. Gli assistenti di Alberto misuravano, prendevano appunti e contavano.

« Ginevra, posso farle una domanda? » chiese Alberto. « A proposito di suo marito gli perdona? »

Riflettei, poi sorrisi: « No. Sa, gli sono persino grata che sia andata così E allora? »

Alberto rimase in silenzio. Mi alzai e guardai intorno.

« Se il ponte viene ricostruito, questo posto potrebbe diventare una meta straordinaria! Ristrutturare le case, creare angoli di relax. La natura è intatta, autentica. Ma non cè nessuno che se ne occupi. E se non volesse tornare in città »

Alberto mi osservava ammirato. Quella donna era speciale, risoluta, intelligente. Non laveva mai notata, ma ora la vedeva sotto una luce diversa.

« Ginevra, posso tornare ancora? »

Gli risposi: « Vieni quando vuoi, sarò felice. »

La costruzione del ponte procedette a grandi passi. Gli abitanti ringraziarono me, i giovani cominciarono a tornare. Alberto divenne un visitatore assiduo.

Mio marito mi chiamò più volte, ma rifiutai di rispondere e finii per bloccare il suo numero.

Allalba, un colpo rimbalzò alla porta. Ancora assonnata, aprii, aspettandomi brutte notizie, ma trovai Stefano.

« Ciao, Ginevra. Sono venuto a prenderti. Basta fare la musona. Scusa, » disse.

Scoppiai a ridere: « Scusa? È tutto? »

« Va bene Preparati, torniamo. Non puoi scacciarmi di casa, non è la tua, lhai dimenticato? »

« Ora ti caccio io! » esclamai.

La porta cigolò mentre si chiudeva. Dalla stanza apparve Alberto, vestito in modo informale:

« Questa casa è stata acquistata con i fondi della mia società. O tu, Stefano Alekseevich, mi prendi per un babbeo? Al momento cè un audit nei nostri uffici, e dovrai rispondere a molte domande. Per quanto riguarda Ginevra, le avrei detto di non preoccuparsi è male per la sua salute »

Gli occhi di Stefano si spalancarono. Alberto abbracciò Ginevra:

« Lei è la mia fidanzata. Per favore, lasci la casa. I documenti di divorzio sono già stati depositati, aspetti una notifica. »

Il matrimonio avvenne nel villaggio. Alberto confessò di aver ritrovato lamore per quel luogo. Il ponte fu ricostruito, la strada rinnovata, aprì un negozio. Gli abitanti cominciarono ad acquistare case come seconde dimore. Ginevra e Alberto decisero di ristrutturare la loro casa, per avere un rifugio quando sarebbero arrivati i figli.

Ricordo ancora quei giorni come se fossero dipinti su una tela antica: un intreccio di nostalgia, di lotta e di speranza, che ancora oggi mi fa sorridere al pensiero di quel piccolo borgo toscano, dove lanima del passato ha trovato una voce nuova.

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Non ti darò le chiavi