Ti racconto, cara, un giorno che mi è rimasto impresso. Era una piovicina leggera quando abbiamo seppellito il mio marito, Giovanni. Il piccolo ombrellino nero non bastava a coprire la solitudine che sentivo nel cuore. Con un incenso acceso, guardavo la tomba appena scavata, la terra ancora umida, e tremavo. Il compagno di quasi quarantanni, il mio Giovanni, era diventato solo una manciata di terra fredda.
Dopo il funerale non ho avuto tempo per affondare nel dolore. Il mio primogenito, Lorenzo, in cui Giovanni aveva riposto tutta la fiducia, ha preso subito le chiavi di casa. Anni prima, quando Giovanni era ancora in salute, mi aveva detto: «Quando invecchiamo, trasferiamo tutto a nome del figlio. Se è tutto a suo nome, sarà lui a occuparsene». Non ho fatto obiezioni. Che genitori non amano i loro figli? Così casa, ipoteca, documenti sono finiti tutti a nome di Lorenzo.
Il settimo giorno dal funerale Lorenzo mi ha chiesto di fare una passeggiata. Non mi aspettavo che quel giro sarebbe stato come una pugnalata. Lauto si è fermata fuori Bologna, vicino a una fermata di autobus. Lorenzo, con voce gelida, ha detto:
Scendi qui. Io e mia moglia non possiamo più occuparci di te. Da ora dovrai arrangiarti da sola.
Mi rimbombavano le orecchie, la vista si offuscava. Ho creduto di aver sentito male, ma i suoi occhi erano fermi, come se volesse spingermi via subito. Sono rimasta seduta a bordo strada, accanto a una tabaccheria, con solo una borsa di vestiti. Quella casadove avevo vissuto, dove avevo curato Giovanni e i miei figliera ormai a suo nome. Non avevo più alcun diritto di ritorno.
Si dice: «Quando perdi il marito, ti restano i figli». Ma a volte avere figli è come non averne affatto. Lorenzo mi ha scaraventata in un angolo. Però lui non sapeva una cosa: non ero del tutto indifesa. Sempre in tasca tenevo un libretto di risparmio, il denaro che Giovanni e io avevamo accumulato per tutta la vita, più di trecentocinquantamila euro. Lavevamo nascosto, senza che i figli o chiunque altro lo sapesse. Giovanni diceva spesso: «La gente è buona finché ha qualcosa da offrire».
Quella sera ho deciso di tacere. Non avrei chiesto lelemosina, né rivelato il mio segreto. Volevo vedere come mi trattava Lorenzo e la vita stessa.
La prima notte, dopo essere stata abbandonata, mi sono rifugiata sotto il portico di una piccola osteria. La proprietaria, la zia Lidia, si è impietosa e mi ha offerto una tazza di tè caldo. Quando le ho raccontato della perdita di Giovanni e dellabbandono dei figli, ha solo sospirato:
Oggi succedono molte storie così, sorellina. I figli a volte pensano più al denaro che allamore.
Ho affittato una pensione modesta, pagando con gli interessi del mio conto. Ho fatto attenzione a non far sapere a nessuno del mio patrimonio. Ho vissuto con semplicità: vestiti vecchi, pane e lenticchie economiche, evitando di attirare lattenzione.
Spesso mi ritrovavo a rannicchiarmi sul letto di legno, a ricordare la vecchia casa, il fruscio del ventilatore al soffitto, laroma del tè speziato che Giovanni preparava. I ricordi facevano male, ma mi ripetevo: finché vivo, devo andare avanti.
Piano piano mi sono abituata alla nuova vita. Di giorno cercavo lavoro al mercato: lavare verdure, caricare casse, imballare pacchi. Il salario era scarso, ma non mi importava. Volevo stare in piedi, senza dipendere dalla carità. I commercianti mi chiamavano «signora Ginevra». Non sapevano che, ogni volta che chiudeva il mercato, tornavo alla mia stanza, aprivo il libretto, lo guardavo un attimo e lo richiudevo. Quello era il mio segreto per continuare.
Un giorno ho incrociato una vecchia amica dadolescenza, la signora Maria. Quando mi ha visto nella pensione, le ho detto della morte di Giovanni e delle difficoltà. Si è impietosa e mi ha offerto lavoro al chiosco di famiglia. Ho accettato. Il lavoro era duro, ma mi dava cibo e un letto. E, di nuovo, una buona ragione per tenere nascosto il libretto.
Intanto, le notizie su Lorenzo arrivavano: viveva in una grande villa con moglie e figli, aveva comprato una nuova auto, ma scommetteva nei giochi dazzardo. Un conoscente mi ha sussurrato: «Scommetto che ha già ipotecato la casa». Ho ascoltato il dolore, ma non ho voluto contattarlo. Mi aveva scaraventata in una fermata di autobus; non avevo altro da dirgli.
Un pomeriggio, mentre pulivo il chiosco, un uomo elegante ma dal volto teso si è avvicinato. Lho riconosciuto: era un amico di Lorenzo, un bevitore. Mi ha fissata e chiesto:
Sei la madre di Lorenzo?
Ho annuito cauta. Si è avvicinato di più, la voce carica di pressione:
Gli dobbiamo milioni. È in fuga. Se lo ami ancora, aiutalo.
Sono rimasta gelida. Ho sorriso a malapena:
Ora sono davvero povera. Non ho nulla da dare.
Se ne è andato irritato, ma le sue parole mi hanno fatto riflettere. Amavo mio figlio, ma ero ferita da lui. Mi aveva lasciata in una fermata. Ora lui riceveva la sua punizione: era giusto?
Mesi dopo, Lorenzo è tornato a cercarmi. Era smunto, esausto, gli occhi rossi. Appena mi ha vista, è caduto in ginocchio e ha singhiozzato:
Mamma, ho sbagliato. Sono un miserabile. Ti prego, salvami un attimo. Se non lo fai, tutta la famiglia andrà in rovina.
Il mio cuore ha cominciato a battere forte. Ho ricordato le notti in cui piangevo in silenzio per lui, il ricordo dellabbandono. Ma ho anche rivissuto le parole di Giovanni: «Qualunque cosa accada, rimarrai sempre mio figlio».
Sono rimasta in silenzio a lungo, poi sono entrata lentamente nella mia stanza, ho tirato fuori il libretto con più di trecentocinquantamila euro e lho posto davanti a Lorenzo. I miei occhi erano calmi ma decisi:
Questo è il denaro che io e tuo padre abbiamo risparmiato tutta la vita. Lho tenuto nascosto perché temeva che non lo apprezzassi. Ora te lo do. Ma ricorda: se mai calpesterai di nuovo lamore di tua madre, anche con tutti i soldi del mondo, non potrai più rialzare la testa con dignità.
Lorenzo lo ha preso tremando, piangendo come sotto una pioggia battente.
Forse cambierà, forse no. Ma almeno, da madre, ho compiuto il mio ultimo dovere. E il segreto del risparmio è finalmente venuto alla luce, proprio quando ne aveva più bisogno.







