Il giorno in cui compiei diciotto anni, mia madre mi sbatté fuori dalla porta; anni dopo il destino mi riportò in quella casa, e nel forno trovai un nascondiglio che custodiva il suo gelido segreto.

Fiorenza aveva sempre avuto la sensazione di essere una straniera nella sua stessa casa. Sua madre, Marta, mostrava chiaramente più affetto e calore alle figlie maggiori, Vittoria e Livia, lasciando la piccola Fiorenza avvolta in un gelo quotidiano. Il dolore di quel risentimento si annidava nel suo cuore, ma lei lo celava, cercando a ogni costo di compiacere la madre per avvicinarsi almeno a quel poco di amore che le rimaneva.

«Non sognare nemmeno di vivere con me! Lappartamento andrà alle tue sorelle. E da bambina mi guardavi come un cucciolo di lupo. Vai dove vuoi!» con queste parole Marta cacciò Fiorenza fuori dalla casa appena compì diciotto anni.

Fiorenza provò a contrapporsi, a spiegare lingiustizia della situazione. Vittoria aveva solo tre anni più di lei, Livia cinque; entrambe avevano finito luniversità grazie ai soldi di Marta, senza doversi affrettare a diventare indipendenti. Fiorenza, invece, era sempre stata la pecora nera. Per quanto si sforzasse di essere buona, laffetto di famiglia rimaneva superficiale, quasi inesistente. Lunico a trattarla con gentilezza era il nonno Giuseppe, che aveva accolto la figlia incinta dopo che il marito laveva abbandonata senza lasciare tracce.

«Forse la mamma è preoccupata per la sorella? Dicono che assomiglio a lei», pensava Fiorenza, cercando una ragione per il freddo materno. Aveva tentato più volte un dialogo onesto, ma ogni volta finiva in scenate o strilli.

Il nonno era il suo vero sostegno. I ricordi più belli della sua infanzia erano legati al villaggio di Pienza, dove passavano le estati. Fiorenza amava lavorare nel giardino, nella serra, mungere le mucche, sfornare focacce qualsiasi cosa per ritardare il ritorno a casa, dove ogni giorno la attendevano biasimo e rimproveri.

«Nonno, perché nessuno mi ama? Cosè che non va in me?» chiedeva, trattenendo le lacrime.

«Ti voglio bene», rispondeva con dolcezza, senza mai parlare di Marta o delle sorelle.

La piccola Fiorenza voleva credere a quelle parole, a un amore speciale Ma a dieci anni il nonno morì, e da quel momento la famiglia la trattò ancora peggio. Le sorelle la prendevano in giro, e la madre dava sempre ragione a loro.

Da quel giorno non ricevette più nulla di nuovo solo vestiti usurati che Vittoria e Livia le lasciavano. Si beffavano:

«Che top alla moda! Passa il mocio, Fiorenza, o quello che serve!»

Se la madre comprava dolci, le sorelle li mangiavano tutte, passando a Fiorenza solo le confezioni vuote:

«Ecco, raccogli gli avvolgibili!»

Marta sentiva tutto, ma non rimproverava. Così Fiorenza crebbe come un cucciolo di lupo inutile, che chiedeva amore a chi la vedeva solo come un oggetto di scherno. Più cercava di essere buona, più veniva odiata.

Il giorno del suo diciottesimo compleanno, quando Marta la cacciò di casa, Fiorenza trovò lavoro da ausiliario sanitario in un ospedale di Cortona. Resistenza e duro lavoro divennero la sua routine, e per la prima volta veniva pagata anche se poco. Qui, nessuno la detestava. Se non incontri malvagità dove sei gentile, è già un progresso, pensò.

Il direttore le offrì addirittura una borsa di studio per diventare chirurga. Nella piccola cittadina i chirurghi erano una risorsa preziosa, e Fiorenza aveva già dimostrato talento durante le turnazioni.

La vita era dura. A ventisette anni non aveva più parenti vicini; il lavoro era la sua intera esistenza. Viveva in un dormitorio, solitaria come prima. Le visite alla madre e alle sorelle erano una continua delusione; cercava di ridurle al minimo. Quando tutti uscivano a fumare e a chiacchierare, lei si rifugiava sul portico a piangere.

Una sera, un collega ausiliario, Lorenzo, le si avvicinò:

«Perché piangi, bella?»

«Bella non prendermi in giro», rispose Fiorenza, quasi sussurrando.

Non si vedeva più come una topolina grigia. Alletà quasi trentanni, era diventata una giovane affascinante, capelli biondi raccolti in un fermo chignon, occhi azzurri e un naso fine. Lingenuità delladolescenza era svanita, le spalle si erano raddrizzate.

«Sei davvero molto bella! Valorizzati, non chinare la testa. Sei una chirurga promettente, la tua vita sta andando bene», la incoraggiò Lorenzo, che da quasi due anni lavorava al suo fianco, talvolta offrendole cioccolatini, ma quella era la prima vera conversazione.

Fiorenza, tra singhiozzi, gli confidò tutto.

«Forse dovresti chiamare il Dott. Domenico Alessandrini, quello che hai salvato di recente. Tratta bene te, ha molti contatti», suggerì Lorenzo.

«Grazie, Lorenzo. Lo proverò», rispose Fiorenza.

«E se non funzionasse, potremmo… sposarci. Ho un appartamento, non ti maltratterei», scherzò, ma con un tono serio.

Fiorenza arrossì, comprendendo che Lorenzo non vedeva più una povera orfana, ma una donna che meritava amore.

«Va bene, valuterò anche questa opzione», sorrise, sentendo per la prima volta che non era più una bestia da soma ma una giovane donna bella, con un futuro ancora da scrivere.

Quella stessa sera, compose il numero di Domenico Alessandrini:

«Sono Fiorenza, la chirurga. Mi hai dato il tuo numero, avevi detto che avrei potuto chiamarti in caso di problemi» esitò.

«Fiorenza! Che gioia sentirti! Come va? Meglio incontrarci di persona. Vieni, prendiamo un tè e parliamo. Noi, vecchi, ci piace chiacchierare», rispose lui caldo.

Il giorno successivo era il suo giorno libero, così andò subito a trovarlo. Gli raccontò onestamente la sua situazione e chiese se conoscesse qualcuno che avesse bisogno di una badante a domicilio.

«Capisco, Dottor Domenico, sono abituata al lavoro duro, ma ora sento di non reggere più»

«Non preoccuparti, Anechka! Posso procurarti un posto da chirurga in una clinica privata e potrai vivere con me. Senza di te non sarei qui», affermò.

«Certo, ma i tuoi parenti non si opporranno?»

«I miei parenti tornano solo quando non ci sono più. Lappartamento è quello che conta», rispose con tristezza.

Così cominciarono a vivere insieme. Due anni più tardi, un amore sbocciò tra Fiorenza e Lorenzo, tra tazze di tè e sguardi condivisi. Ma Domenico non gradiva Lorenzo e, a ogni occasione, ricordava a Fiorenza:

«Mi spiace, cara, ma Lorenzo è un bravo ragazzo, solo troppo debole e impressionabile. Non puoi contare su di lui. Non attaccarti troppo.»

«Domenico è troppo tardi. Abbiamo già deciso di sposarci. Ti ricordi, due anni fa ti ha proposto per scherzo e ora sono incinta», annunciò Fiorenza, quasi radiosa. «Sei ancora importante per me, ti visiterò ogni giorno, sei come una famiglia.»

«Bene, Fiorenza non mi sento molto bene. Domani andiamo dal notaio, registrerò una casa in campagna a tuo nome. Hai sempre amato la vita rurale. Potrebbe diventare la tua casa vacanze o venderla se vuoi», propose Domenico, esitante.

Fiorenza provò a obiettare: era troppo, lui vivrebbe ancora a lungo, sarebbe meglio lasciare la casa ai figli. Ma Domenico rimaneva fermo.

Scoprì con stupore che la casa si trovava proprio nel villaggio dove il nonno Giuseppe aveva vissuto! La vecchia dimora era stata demolita, il terreno venduto, e ora abitavano estranei. Tuttavia, avere quel piccolo angolo suo le scaldava il cuore, riaccendendo ricordi.

«Non lo merito, ma grazie di cuore, Domenico», disse sinceramente.

«Una cosa sola: non dire a Lorenzo che la casa è a tuo nome. E non chiedere perché. Posso chiedertelo?», replicò serio.

Fiorenza annuì, promettendo di mantenere il segreto. Come spiegare a Lorenzo lorigine della casa sarebbe rimasto un mistero, ma poteva dire di aver fatto la pace colla madre.

Il tempo passò e Fiorenza scoprì che Domenico, oltre a una grave crisi cerebrale, lottava contro un cancro. Rifiutò lintervento chirurgico. Alla fine, Fiorenza organizzò il funerale e si trasferì con il futuro marito.

I problemi emersero nel settimo mese di gravidanza, dopo sei mesi di convivenza.

«Forse dovresti lavorare un po, prima che nasca il bambino», suggerì Lorenzo.

Allora Fiorenza aveva lasciato temporaneamente la clinica che Domenico le aveva procurato. Pensava di vivere con i risparmi, contando sul supporto di Lorenzo. Ma le parole di lui la ferirono.

«Beh forse», rispose incerta. Era sgradevole, perché doveva comprare i generi alimentari, mentre Lorenzo si mostrava avaro. Il bambino cresceva, e non voleva rinunciare al matrimonio.

Una settimana prima del matrimonio, mentre Lorenzo era fuori, una donna sconosciuta entrò nel loro appartamento con la propria chiave.

«Ciao, sono Elena. Lorenzo e io ci amiamo, ma lui ha paura di dirtelo. Quindi ti dico io: non ti serve più», annunciò la alta bionda, fredda e decisa.

«Cosa?! Il matrimonio è tra pochi giorni! Abbiamo già pagato tutto!» balbettò Fiorenza, sconvolta. Aveva speso gran parte dei soldi per una cerimonia modesta in una pasticceria.

«Lo so, ma non importa. Lorenzo si sposerà con me. Ho contatti allanagrafe, organizzeremo tutto subito», affermò Elena, come se fosse già deciso.

Elena non intendeva andarsene. Quando Lorenzo comparve, mormorò:

«Fiorenza, scusa è vero. Aiuterò con il bambino, ma non posso sposarti.»

«Faremo un test di paternità», aggiunse Elena, poggiando la mano sulla spalla di Lorenzo.

«Test di paternità?! Sei la prima e unica!», sbottò Fiorenza, correndo verso di lui, pugni serrati.

«Ti grafferebbe, sciocca! Ha quasi trentanni e si comporta da bambina!», schernì Elena.

Lorenzo rimaneva immobile, senza difendere Fiorenza, guardando a terra. Divenne chiaro: tutto dipendeva da Elena; lui era solo spettatore passivo.

Fiorenza iniziò a fare le valigie. Non aveva più senso lottare per un uomo che laveva abbandonata. Elena spiegò che lei e Lorenzo si erano frequentati tempo fa era sposata, ma ora era libera. Fiorenza era solo un sostituto temporaneo fino a quando la donna dei sogni sarebbe tornata disponibile.

Non poteva più chiedere spiegazioni a Lorenzo; cosa avrebbero cambiato se lui continuava a lasciar entrare Elena?

«Quindi la casa è stata davvero utile», pensò Fiorenza.

La casa era davvero buona, anche se non aveva acqua corrente. Il forno a legna era eccellente il nonno le aveva insegnato tutto sul vivere in campagna. Era abitabile. Come partorire da sola? Avrebbe trovato una soluzione.

Legna accatastata, capanna robusta, e persino la neve davanti alla porta pronta a essere spazzata. Il mucchio di legna era pieno una vera fortuna in quel freddo!

Era utilissimo che Domenico lavesse presentata ai vicini come la nuova padrona di casa e moglie del figlio. Nessuna domanda superflua.

Fiorenza chiamò la madre e le sorelle. Come sempre, non delussero: consigliarono di dare il bambino allorfanotrofio e la prossima volta non fidarti di chiunque prima del matrimonio. Sospettarono anche che Lorenzo non avesse restituito i soldi per le nozze, metà dei quali Fiorenza aveva pagato.

Ma nessuno sapeva della casa. Ora poteva nascondersi da tutti e raccogliersi.

Il freddo era pungente; non tolse nemmeno il giubbotto imbottito. Mentre rastrellava i carboni del forno, il piccone colpì qualcosa di duro.

Tolse i guanti e tirò fuori una cassa di legno che ostruiva la legna. Era sigillata, con grandi lettere sul coperchio: Fiorenza, questo è per te. Riconobbe subito la calligrafia quella di Domenico.

Dentro cerano foto, una lettera e una piccola scatola. Le mani tremavano mentre apriva la busta:

«Cara Anechka! Sappi che sono il fratello di tuo nonno Giuseppe. Uno di quelli a cui ha chiesto di prendersi cura di te.»

Dal messaggio emerse una faida antica tra il nonno e Domenico; prima di morire, il fratello più giovane trovò Domenico e gli chiese di cercare Fiorenza quando compisse diciotto anni. Le lasciò anche uneredità che la sorella di Domenico non avrebbe mai voluto dare a sua nipote.

Domenico non riuscì a trovare subito Fiorenza la madre e le sorelle le nascondevano lindirizzo. Il destino li fece incontrare allospedale quando Domenico era in cura e Fiorenza era la sua dottoressa. Voleva dirglielo prima, ma il tempo non gli permise. Decise allora di darle la casa che il nonno aveva comprato da lui in vita, sapendo che la figlia di Domenico non avrebbe mai lasciato nulla alla nipote.

Un altro shock nella lettera: la madre di Fiorenza non era la sua madre biologica. Fiorenza era figlia della sorella morta, quella che Marta invidiava. Nella foto madre e padre giovani, felici, abbracciando una bambina. Fiorenza era sopravvissuta perché era con il nonno il giorno dellincidente.

Nella scatola cerano banconote da cinquemila euro, rimaste dal nonno. Toccandole, il suo cuore si scaldò. Lacrime le scivolarono sul viso. Ora lei e il suo bambino erano al sicuro!

Quando accese il forno a legna, le fiamme sembrarono divorare tutte le paure, i tradimenti, i rancori. Avrebbe ricominciato per il bambino e per sé stessa.

Col tempo avrebbe perdonato chi laveva ferita, ma era stanca di loro. Quella casa sarebbe diventata il suo rifugio.

Domenico era sempre stato convinto che una buona casa dovesse appartenere a chi la valorizza. Laveva costruita da giovane con le proprie mani, con i migliori materiali.

«Non è una casa, è una meraviglia! Resisterà duecento anni!» ripeteva spesso. Il villaggio è raggiungibile con lautobus, a due fermate.

Con il fuoco che crepitava nel camino, Fiorenza sorrise al futuro, sapendo che, nonostante tutto, aveva finalmente trovato la sua casa e la sua pace.

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Il giorno in cui compiei diciotto anni, mia madre mi sbatté fuori dalla porta; anni dopo il destino mi riportò in quella casa, e nel forno trovai un nascondiglio che custodiva il suo gelido segreto.
Il vicino fuori età Le mattine di Pietro erano tutte uguali. Il bollitore fischiava, la radio gracchiava le notizie su traffico e clima, due o tre porte sbattevano sul pianerottolo: la gente andava a lavorare. Lui ormai non aveva più fretta di uscire, ma la vecchia abitudine di alzarsi presto era rimasta, come il giro della casa per controllare che il balcone fosse chiuso, il gas spento, le chiavi al loro posto. Abitava da più di trent’anni in un palazzone alla periferia di Milano. Conosceva il suono dei campanelli di ciascuno, chi sbatteva più forte la porta, chi lasciava sempre il passeggino in mezzo alle scale. Sul suo piano regnava la quiete, e a lui piaceva. La sera si sedeva in poltrona, accendeva la tv su uno sceneggiato d’epoca, sentiva la vicina che tossiva in fondo al corridoio e pensava: la casa è viva, ma senza confusione. Anche nell’androne il mondo andava avanti come sempre. Se trovava un avviso storto lo raddrizzava, una volta comprò anche il nastro adesivo per riscrivere e ricollocare quello delle pulizie: niente errori. Sul davanzale tra un piano e l’altro cresceva il suo ficus, piantato in una bottiglia di plastica tagliata: d’estate lo portava sulle scale, per rendere tutto meno grigio. Quel giorno, quando le cose cominciarono a cambiare, stava proprio innaffiando il ficus. Nell’aria aleggiava odore di polpette fritte, qualcuno cucinava al piano terra. L’ascensore scricchiolò, si aprì e ne uscì un ragazzo con trolley e zaino. Cuffiette nelle orecchie, musica ritmata appena udibile. Il ragazzo si fermò, guardò i numeri delle porte e poi Pietro. — Buongiorno — disse, togliendo una cuffia —, mi scusi, è qui il 237? — Il 237 è quella dopo — rispose Pietro —. Qui la numerazione è strana, non segua l’ordine. Il ragazzo annuì e trascinò il trolley, le ruote battevano rumorose sul pavimento. Il corridoio si fece stretto con le cose del nuovo arrivato, lo zaino sfiorò Pietro. — Oh, scusi — esclamò il ragazzo in fretta. — Mi sto… trasferendo. Quella parola — “trasferendo” — a Pietro non piacque. Nel 237 abitava la vedova signora Lucia, quieta, con un gatto. Aveva sentito dire che stava cercando uno studente a cui affittare la stanza. Quindi ecco il nuovo inquilino. Pietro rientrò nel suo 235, chiuse la porta e restò nell’ingresso ad ascoltare. Da dietro il muro si sentivano mobili spostati, sportelli battuti. Poi il campanello: qualcun altro in arrivo. Voci giovani, risate veloci. Si fece un altro tè troppo forte, ma lo bevve lo stesso. Gli risuonava ancora in testa la frase della signora Lucia: “Eh, la pensione è poca, almeno gli studenti sono tranquilli”. Tranquilli. La sera fu più chiara la realtà di quei “tranquilli”. Prima, con il buio, qualcuno armeggiò con sacchetti della spesa, la porta sbatté. Dietro la parete partì la musica. Non forte, ma il basso faceva vibrare il muro. Pietro spense la tv, ascoltò. Il basso sembrava un pugno battuto sul petto. Resistette dieci minuti, poi bussò al muro. Nessun risultato. Bussò più forte. Il volume calò, ma non sparì. — Bei tranquilli — borbottò tornando in poltrona. La notte fu agitata. Verso mezzanotte la porta sul pianerottolo sbatté facendo tremare l’armadio. Risa, sussurri, le chiavi che non entravano nella serratura. Pietro sdraiato contava i battiti del cuore. Nella mente rimbalzava il messaggio della chat condominiale: “Rispettiamo il silenzio dopo le 23, grazie”. Messaggio che aveva inoltrato lui stesso tempo fa. La mattina seguente trovò due paia di scarpe da ginnastica e una giacca sull’attaccapanni, dove di solito erano solo le sue e quelle di Lucia. C’era pure una scatola di pizza contro il muro. Osservò tutto, poi tornò in casa. Scrisse nella chat condominiale. “Chiedo di non lasciare rifiuti sul pianerottolo.” Qualcuno rispose con una faccina, poi “Di chi parli?” — “Da noi è in ordine”. Lucia non rispose, lei non amava le chat. Più tardi la incontrò all’ascensore, con la sporta dalla quale spuntava il filone di pane e un mazzetto di prezzemolo. — Allora, — chiese lui, — hai sistemato l’inquilino? — Sì, Ivan. Bravo ragazzo, studente di informatica. Educato. Tranquillo, gli ho detto di non far troppo rumore. — Educato… — fece Pietro. La sera ricominciò la musica dietro il muro. Stavolta una canzone inglese. Pietro spense le notizie, indossò le ciabatte e uscì. Bussò alla porta di Lucia. Aprì Ivan, t-shirt e tuta. — Scusi, può abbassare? È tardi… Ivan sgranò gli occhi, tolse una cuffia: — Certo, mi scusi, non mi ero accorto, ho le cuffie… — Meglio spegnere — tagliò Pietro. — Qui non è un dormitorio. — Capito. Non succederà più. La musica sparì quasi subito. Pietro tornò, ma l’irritazione restava. Il giorno dopo, mentre guardava il telegiornale, suonò Ivan, jeans e PC sotto braccio. — Scusi, volevo chiedere se il Wi-Fi qui funziona bene… La signora Lucia ha detto che lei sa tutto di questo condominio. Pietro voleva dire che il suo internet non era di nessuno, ma si azzittì. Ivan sembrava timido, il PC stretto come fosse un quaderno di scuola. — Da me è via cavo, ci capisco poco. Che problema hai? — Il router… Inserisco la password ma non si collega. — Quella del mio Wi-Fi? — si irrigidì Pietro. — No no, la mia, ma la signora Lucia ha detto che una volta lei aveva chiamato un tecnico. Ha ancora il numero? Quella sì che era una richiesta ragionevole. Lo cercò sul frigo. — Aspetta… Come ti chiami? — Ivan. — Io sono Pietro. Tieni qui, chiama questo. Aveva risolto tutto. — Grazie mille! Devo studiare, senza rete non si può. Prima di uscire, Ivan si voltò: — Se ha bisogno, magari col telefono o il computer… posso aiutare. Ci capisco. — Da me funziona tutto — tagliò Pietro. Ivan annuì, chiuse piano la porta. La sera, Pietro impazziva per dei simboli improvvisamente spariti dal telefono dopo un aggiornamento, ricordò la proposta di Ivan. Ma troppo orgoglio: provò da solo, peggiorando le cose. Il giorno dopo la chat condominiale era un campo di battaglia: “Scarpe in corridoio!”, “Sono quelli del 237!”. Pietro riconobbe quelle di Ivan nelle foto. Scrisse: “Meglio parlarne di persona, non litigare in chat”. Si sorprese del messaggio. Pochi giorni dopo tornava dal mercato con una grossa borsa di patate e vide Ivan seduto sulle scale, che fumava e controllava il telefono. — Vietato fumare qui, — disse automaticamente Pietro. Ivan spense subito, goffamente. — Scusi… sposto. — Ormai è fatta, — borbottò Pietro. Salì, Ivan lo aiutò con la porta. — Grazie, — biascicò Pietro. In ascensore, viaggiando insieme, Ivan chiese: — Abita qui da tanto? — Tanto. — È che a casa nostra, in provincia, c’è una casa sola, nessuno si lamenta per le scarpe in chat. Ci si parla… O si prende una ciabatta in testa ma non si fanno foto. — Anche qui si può parlare — disse Pietro. — Ma prima togli le scarpe e poi rispondi. — Lo farò, — serio Ivan. Dopo qualche giorno, problemi con il contatore dell’acqua. Notifica: “Dati mancanti, addebito forfettario”. Pietro chiamò la ditta, ma per leggere le cifre doveva accovacciarsi e la schiena faceva male. Ha pensato all’offerta di Ivan. Ha esitato, poi ha bussato al 237. Ivan lo ha aiutato volentieri, ha perfino sistemato i suoi k-way all’ingresso. — Ecco fatto… — disse. — Grazie, — Pietro era in imbarazzo. — Con voi sembra tutto facile. — È solo questione di farci la mano. Vuole che le scarichi una app? — Lascia stare, — tagliò Pietro. — Non è difficile, — ribatté Ivan con gentilezza. Glielo mostrò, rapido ma senza fretta. Pietro guardava come se vedesse una magia. Quando comparve l’icona della ditta dell’acqua, Pietro annuì: “Così va bene”. Dopo quell’episodio guardava Ivan con occhi diversi. Sempre irritato per le visite rumorose degli amici, per gli odori o le risate, ma ora c’era anche un’altra sensazione: quella di far parte, suo malgrado, di un mondo nuovo un po’ più veloce. Una notte rumorosa, alle undici passate, in chat già rimbalzava: “Basta rumore! Chiamiamo i carabinieri?”. Pietro ringhiò, ma andò lui stesso a bussare. Ivan aprì con aria colpevole, amici sullo sfondo. — Lo sa che ora è? — disse Pietro, forte del suo ruolo. — Qui la gente dorme. Ivan abbassò gli occhi. Ed anche la ragazza dietro di lui sussurrò delle scuse. Pietro avvertì una strana amarezza, come se avesse spezzato qualcosa invece di tutelare la pace. L’indomani, incontrando Ivan davanti all’immondizia, il clima si sciolse un po’. — Vive da solo? — chiese il ragazzo, senza malizia. Pietro reagì bruscamente, poi si pentì. Ma dentro di sé ammise di aver sbagliato tono. Qualche settimana dopo il condominio fu allagato da una perdita. Scoppiò il caos, la chat impazzì, acqua dai soffitti. Ivan si presentò subito: — Serve una mano? Lavorarono insieme a spostare mobili, posare bacinelle, Ivan senza lamentarsi, Pietro non volendo cedere. Dopo, Ivan raccontò del padre che si aggiustava tutto da solo in casa, e di come, andandosene per studiare, avesse rinunciato a quel mondo intimo e conosciuto. Fu l’inizio di un’intesa: in ascensore o davanti alle cassette delle lettere, si scambiavano sempre più spesso qualche parola. Ivan alzava meno la musica, Pietro, tra un sorriso e una brontolata, iniziò a sentirsi parte di quel piccolo equilibrio. Un giorno, con un dolore al ginocchio, Pietro decise di affidarsi a Ivan per procurarsi le pastiglie. Ivan fu rapido, attento, persino premuroso. “Se ha bisogno, chiami”. “Studia, studia” lo incitò Pietro. Arrivò l’inverno. Lucia la vicina partì dalla figlia, lasciando Ivan come referente, “adesso tocca a lui comandare”, pensò Pietro ironico. Una sera Ivan portò del minestrone: “Ne ho fatto troppo, lo vuole?”. Pietro sospirò ma accettò. Qualche giorno dopo fu Ivan a chiedere di vedere la partita: “La TV da lei funziona”. Pietro esitò per orgoglio, ma lo invitò. Si trovarono così, uno accanto all’altro sul divano, a ritrovare la pancia dell’entusiasmo durante la partita. Ivan intuì la fede calcistica di Pietro dalla sciarpa appesa all’armadio. Rise: “Almeno lei è fedele”. La serata si chiuse con una sensazione dimenticata di leggerezza. Poi arrivò la primavera e la Lucia annunciò che forse Ivan avrebbe lasciato la stanza per avvicinarsi all’università: “Che faccio, affitto ancora?” Pietro rispose con una scrollata di spalle, pur sentendosi di colpo più solo. Ivan confermò, visibilmente combattuto: “Ci vedremo ancora, magari la aiuto col Wi-Fi…”. Le ultime settimane furono di chiacchiere serali, aiuti reciproci insoliti: la spesa portata su da Ivan, una sedia riparata da Pietro. Il giorno della partenza di Ivan, Pietro pronunciò un addio burbero ma sincero. Ivan lasciò il suo numero: “Se ha bisogno chiami, anche solo per il telefono”. Lasciando il corridoio vuoto, Pietro si sentì stranamente spaesato. La sera scrisse un messaggio: “Tutto ok?”. Ivan rispose. “Tutto silenzioso lì?”. Pietro: “Troppo”. E aggiunse una faccina. Mise su il bollitore come sempre, e per abitudine apparecchiò due tazze, poi ne tolse una. Guardò il ficus alla finestra, che cercava la luce. E pensò che forse, un giorno, qualcun altro si sarebbe seduto con lui — non necessariamente giovane, magari anche lui pronto a brontolare per il rumore, a dare una mano con il telefono o a guardare insieme una partita — e che questa idea non faceva affatto paura. In quella quiete, la casa non sembrava più vuota, ma solo in attesa: come una pausa tra una chiacchierata e l’altra, quando l’amico è uscito un attimo e sta per tornare, chiudendo la porta piano.