Caro diario,
oggi è stato lennesimo di quei giorni in cui mi sento spettatore della mia stessa vita.
Martina, la compagna di corso, ha invitato tutti gli amici delluniversità di Bologna al suo compleanno. Con un gesto ampio ha scritto su WhatsApp: Chi può, passi. Molti di noi sono scappati verso i paesi di campagna per il weekend, ma io, Paolo, ho deciso di approfittarne.
La protagonista silenziosa della serata è stata Ginevra, una ragazza riservata di diciotto anni, come me. Non ha mai amato le folle, né le luci al neon di un locale. Il giorno del suo compleanno, però, i genitori lhanno trattenuta a casa, accanto a nonna e nonno, per una cena in famiglia.
«Ecco, nasce un altro compleanno che si consuma nella solitudine», ha pensato, guardando lorologio del salotto. Amava la sua famiglia, ma sentiva leco di una voce interiore che chiedeva: Quando, infine, potrò uscire dal guscio e farmi notare?.
Nel campus le ragazze si truccavano, indossavano abiti alla moda, a volte anche un po provocanti, e ricevevano sguardi severi dai professori. Ginevra, invece, indossava i maglioni lavorati a maglia dalla nonna; sua madre sceglieva i vestiti, ma lei li teneva in camera, solo per le fredde serate invernali.
Quella sera, a casa di Martina, cerano dodici ragazzi. Dopo che il buffet si è concluso e la musica ha iniziato a suonare, Ginevra è uscita dallappartamento e si è seduta su una panchina davanti allingresso. Nessuno lha notata; il suo timore era quello di non attirare lattenzione di sconosciuti, ma forse era proprio questo a farla più triste.
Guardando il suo orologio, ha pensato: «Devo tornare, la mamma starà già pensando a me. Ha promesso di arrivare presto»
Allimprovviso, dal marciapiede è uscito un ragazzo che non faceva parte degli invitati. Si è seduto accanto a lei, fissando il finestre al secondo piano dove la musica e le risate di Martina echeggiavano.
Sei di là? ha chiesto, sorridendo timidamente.
Ginevra ha annuito verso la finestra.
E allora? Che succede lassù? Stanno ballando? ha proseguito, gli occhi un po malinconici.
Ginevra, per la prima volta, ha raccolto il coraggio e ha risposto:
Si sente tutto. La festa è in pieno svolgimento.
Già, è proprio per questo che è un compleanno, ha replicato lui. Io invece ho passato la giornata in solitudine, con una tazza di tè e una fetta di torta al centro della famiglia, come quando eravamo piccoli.
Le sue parole mi hanno colpito. Ginevra ha alzato le sopracciglia, sorpresa.
Anche io mi sento così, ha ammesso, indicando ancora la finestra. Ma tu sei un suo amico?
In parte, ha risposto il ragazzo, chiamato Paolo. Vorrei essere suo amico, ma lei non mi nota mai; non mi ha nemmeno invitato al suo compleanno. Siamo vicini di casa da tempo, e lei ha visto come la tratto.
Il silenzio è caduto. Ginevra ha sospirato, poi ha detto:
Non ti preoccupare. Io anchio passo le mie giornate a pensare che nessuno ci vede. Siamo come ombre che attraversano la notte, invisibili a tutti.
È vero, ha tentato di confortare Paolo. Esistono persone come noi, sfortunate
No, non sfortunate, ha corretto Ginevra. Ingannevoli, forse. Ma cè anche un vantaggio: la discrezione ci regala una sorta di libertà.
Lo credi? ha chiesto Paolo, incuriosito. Io mi chiamo Paolo, e tu?
Ginevra.
Abbiamo ascoltato la musica, guardando di tanto in tanto le finestre, sperando che Martina apparisse per chiamarci a unirci al ballo. Nessuno è venuto.
È stato un piacere conoscerti, ha detto Ginevra, alzandosi. Devo tornare a casa, ho promesso di non tardare.
Vieni, ti accompagno fino alla fermata, ha offerto Paolo.
Camminando tra gli alberi del parco, Paolo ha notato il rossore sulle guance di Ginevra, i piccoli fossettini che si formavano accanto agli occhi. Il suo sorriso era un lampo di gioia che lo ha riscaldato. Ha iniziato a raccontare aneddoti divertenti della sua giovinezza, cercando di prolungare quel momento di leggerezza.
Arrivati alla fermata, Ginevra ha ringraziato Paolo, ma lui non voleva andarsene finché lei non avesse preso lautobus. Lei, per caso, ha perso il primo autobus e ne ha preso il secondo. Salendo, ha salutato Paolo con la mano come se fossero vecchi amici. Paolo è rimasto lì, immobile, incantato da quella ragazza dagli occhi espressivi e dai fossettini sulle guance.
Quando ha capito che voleva rivederla, non ha avuto né il suo numero né lindirizzo. Si è chiesto se fosse stato un gesto sconsiderato, ma la curiosità ha avuto la meglio. Il mattino dopo, è corso da Martina, ha battuto alla porta del suo appartamento e lha trovata sorpresa.
Non andrò più a passeggiare con te, Paolo, ha detto Martina, leggermente irritata. Ti ho già avvertito.
Non è così, ha balbettato Paolo. Ho bisogno del numero di Ginevra; ieri era qui e ha lasciato qualcosa sulla panchina.
Di chi? ha chiesto Martina, un po confusa.
Di Ginevra, la timida.
Ginevra? Ah, la Ginevra… ha esitato, poi ha tirato fuori un foglietto. Ecco, è il suo numero.
Felice, Paolo ha afferrato il foglietto come un talismano e, tutto il giorno, ha scelto le parole con cura, temendo di fare brutta figura. Verso sera ha chiamato Ginevra, invitandola a una passeggiata e promettendo un gelato. Con sua grande sorpresa, lei ha accettato.
Il suo tono al telefono era più morbido, più dolce; forse era solo lansia di parlare con qualcuno. Abbiamo camminato nel parco, mangiato gelati e scoperto che i nostri gusti e i nostri interessi erano molto affini.
Ora tocca a me invitarti, ha scherzato Ginevra appena ci siamo salutati. La prossima volta andremo al cinema, non al parco. Ti va?
Da quel momento, noi due siamo inseparabili. Siamo andati al cinema, ai musei, e dopo un anno abbiamo iniziato a viaggiare insieme. Due anni dopo, ci siamo sposati.
Mia madre ha commentato: «È troppo presto per tua figlia, si sposa così giovane». La nonna, al contrario, ha detto: «Brava Ginevra, hai trovato la tua strada. Con Paolo non devi cambiare suonerie, è un uomo che ti vuole bene, come un figlio. Che altro ti serve?»
Le compagne di corso hanno sussurrato: «Che timida, la prima a sposarsi, ma è felice, splende come una stella».
Anche noi due irradiavamo felicità. Insieme abbiamo trovato comprensione, cura e quellamore che entrambi sognavamo.
Ancora oggi, quando passo davanti alla panchina del marciapiede, ricordo quel primo sguardo silenzioso che ha cambiato il corso della mia vita.
**Lezione personale:** a volte linvisibilità è solo un velo; basta un piccolo gesto di coraggio per rivelare la luce che è dentro di noi.







