E tu non mi hai creduto

E tu non ci credevi

Chiara mi chiamò dopo due giorni. Solo che, questa volta, la sua voce era preoccupata.

Te lavevo detto, amica mia, che quel tuo Matteo era un tipo sospetto. E tu niente, non mi hai mai dato retta Ma ora ho delle prove!

Prove di cosa? domandai io, sorpresa, mentre un brivido spiacevole mi correva lungo la schiena…

«Cosa mai avrà scoperto su quelluomo che amo così tanto?»

*****

Quante volte, nella vita, avevo sentito dire dai vecchi del paese: La fretta è cattiva consigliera. A ventisei anni mi era ormai familiare questo proverbio e cercavo sempre di tenerlo a mente.

Perché non si sa mai.

Quella sera sfortunata, invece, non ebbi scelta: uscita dal supermercato, con due borse piene di spesa, vidi il tram pronto a partire, le porte spalancate, come se mi stessero aspettando, e

iniziai a correre.

Mi aspetti! urlai allautista che, proprio in quel momento, era impegnato al telefono e, ovviamente, non mi sentì.

Poi successe limprevisto che mai avrei immaginato. Caddi o meglio, prima mi si ruppe il tacco, poi mi storsi la caviglia e solo dopo caddi, strappandomi il nuovo paio di collant proprio sul ginocchio.

Mezza spesa rotolò sullasfalto.

Guardai impotente verso il tram che, con imperturbabile indifferenza, si allontanava dalla fermata, e gli occhi mi si riempirono di lacrime.

Ma come è possibile?

E proprio allora, mi venne in mente quel famoso proverbio, e sulle labbra mi spuntò un sorriso appena accennato. Davvero, non bisogna avere fretta

«Basta disavventure, per oggi. Ora chiamo un taxi e torno a casa in pace, pensai, rassegnata. Se solo riuscissi a rialzarmi,» feci una smorfia di dolore.

Proprio in quel momento, accanto a me si fermò una figura maschile. Non riuscii a vedere subito il volto dello sconosciuto, ma la sua voce la ricordo ancora: piacevole e gentile.

Dove correva così, signorina? Si è fatta male? Lasci che laiuti.

Dovevo prendere il tram. Il prossimo passa solo tra mezzora, sospirai, porgendogli la mano.

Luomo mi aiutò a rialzarmi. Poi iniziò a raccogliere la spesa sparpagliata.

Mille grazie, davvero gli dissi, notando i suoi occhi gentili. Presi i miei sacchetti, ma lui sorrise in modo misterioso e non me li restituì.

Senta, la accompagno a casa io.

A casa? domandai, stupita. Non si preoccupi, adesso chiamo un taxi.

Ma che taxi, rise lui, faccio il tassista di mestiere. Vieni, ti accompagno io, almeno fino alla macchina.

In qualsiasi altro giorno, avrei avuto mille dubbi prima di accettare. Ma quella sera…

Quella sera desideravo solo arrivare a casa velocemente. E poi, cera qualcosa in quelluomo che ispirava fiducia, in modo inspiegabile.

Durante il tragitto, il tassista, che si presentò come Matteo, cercò di tirarmi su il morale raccontandomi storie divertenti sui clienti.

Una volta una signora si lamentò che lavevo portata troppo in fretta a destinazione!

In che senso? sorrisi, incuriosita.

Eh, aveva lappuntamento dalla parrucchiera alle nove. Ordinò il taxi alle otto per non rischiare di far tardi, perché solitamente cè traffico. Io invece presi le stradine secondarie e la portai in mezzora. Ha chiamato in centrale: E ora che faccio, sto mezzora fuori ad aspettare?

Eh, succede…

Ecco, siamo arrivati, Giulia. Questo è il tuo portone, vero? Non ho sbagliato?

Sì, è il mio.

A che piano abiti?

Scusa Ma perché vuoi saperlo? chiesi, sospettosa.

Voglio solo aiutarti con la spesa, rispose calmo. Con la caviglia così, come faresti da sola?

Rimasi interdetta. Da un lato, sarebbe stato davvero un problema portare su tutte quelle borse. Ma dallaltro, non volevo di certo che uno sconosciuto sapesse dove abitavo.

Non avere paura, Giulia. Voglio solo aiutarti. Neanche ti farò pagare la corsa.

Questo no, protestai. Stai lavorando, è giusto che tu venga pagato.

Non voglio niente, davvero.

Alzai le spalle, estrassi dieci euro stropicciati dalla tasca e li posai sul sedile davanti.

Matteo, senza farsi notare, li infilò in un sacchetto della spesa nel portabagagli e poi mi aiutò ad arrivare fino allappartamento.

Grazie ancora, Matteo.

Di niente, mi sorrise. Se vuoi domani ti porto io al lavoro. Non mi pesa affatto.

Vuoi diventare il mio autista personale? scherzai.

E perché no?

E da lì cominciò tutto. Ogni mattina Matteo mi accompagnava in ufficio, e la sera mi riportava a casa.

E la cosa più sorprendente: rifiutava sempre i soldi.

Matteo, ma non prendi soldi da nessun cliente o sono solo io così fortunata?

Giulia, avevamo detto che ci davamo del tu.

Scusa, non ci sono ancora abituata. Ci conosciamo da meno di una settimana Ma i soldi?

Solo con te, rispose lui, sorridendo.

Quella conoscenza nata per caso finì col diventare il nostro primo appuntamento, poi una routine fatta di caffè insieme e passeggiate per Milano di sera. A Giulia quelluomo piaceva.

Mai avrebbe detto che tra i tassisti si potessero trovare veri gentiluomini.
Dopo circa un mese, Giulia volle presentare Matteo alla sua migliore amica. Aveva bisogno di sentire il suo parere.

Non mi piace, dichiarò Chiara, appena rimaste sole.

Perché? È un uomo normale, simpatico, bello, non fuma…

Ed è proprio questo che mi insospettisce. Ho preso tanti taxi prima di comprarmi lauto, e uno come Matteo non lavevo mai incontrato. Troppo buono, come se fosse capitato per sbaglio lì.

Cosa vuoi dire?

Solo che il tuo Matteo non è quello che sembra. Potrebbe anche essere un imbroglione.

Ma i furbi di solito sono avidi, e lui i soldi non li prende neppure.

Ed è proprio questa la cosa strana. Nessun tassista lavora gratis, i loro stipendi sono bassi. Di solito la generosità sospetta appartiene a chi cerca di guadagnarsi la fiducia. Volevi il mio parere? Eccolo: è strano e a me non piace.

Le parole di Chiara mi fecero pensare. Da una parte, non la condividevo del tutto ma un po di ragione laveva.

Matteo era piombato nella mia vita come un principe delle fiabe. E se invece fosse proprio un principe?

Decisi di continuare a frequentarlo, ma senza fretta: prima di lasciarmi andare del tutto, volevo conoscerlo meglio.

*****

Che hai, Giulia, sei triste? È successo qualcosa al lavoro? mi chiese Matteo, quando salii sulla macchina.

No, il lavoro va bene. Solo

Solo cosa?

Non so se potrai capire Chiara, la mia amica che hai incontrato, fa la volontaria in un rifugio fuori città. Mi dice che la gente ormai non viene più: passano giorni senza che si presenti nessuno. Nessuno adotta gli animali, soprattutto tutti i gattini che arrivano ogni settimana e scoppiai a piangere. Loro avrebbero bisogno di una vera famiglia, e invece rimangono chiusi lì. Abbiamo anche pagato inserzioni ma niente… Persino Chiara è stanca, anche io ormai non so cosa fare. Se potessi ne porterei a casa un paio, ma la padrona non vuole animali.

Gli raccontai del gattino grigio trovato alla stazione, dentro una scatola, affamato. Poi del rosso, mezzo ferito, trovato davanti allanagrafe. E di tanti altri.

Ogni settimana, altri gattini dalla strada. Ciascuno con una storia che fa piangere il cuore. Presto non ci sarà più spazio…

È una cosa triste, davvero. Dovè questo rifugio?

Lontano, verso la periferia spiegai. La posizione non aiuta, per questo quasi nessuno va.

Il giorno dopo mi chiamò Chiara. Dal tono capii subito che cera qualcosa che non andava.

Giulia, indovina chi si è presentato al rifugio oggi?

Non mi dire il sindaco

Il tuo Matteo. Indovina cosa ha fatto?

Cosa?

Ha portato via un gattino! Ha detto che così aiuta il rifugio in questo momento difficile. Lhai messo tu al corrente della situazione?

Certo, gli ho raccontato tutto, sorrisi. E vedi che è servito! Ma quale ha preso? Quello grigio, il rosso, il nero?

Quello grigio Ma non mi convince. Non mi fido di Matteo.

Ma Chiara, sei adulta, non comportarti come una bambina. Puoi pensare quello che vuoi, ma non negare che ha fatto una cosa buona!

Vediamo se è stata davvero una buona azione

Ma che ti prende? Ha adottato un gattino, non è forse bello? Uno in meno a piangere solo!

Qualcuno la chiamò e dovette interrompere.

Quella sera passeggiavo in centro con Matteo, sperando che mi parlasse del gattino. Ma lui non lo fece.

Matte

Sì?

Perché non mi dici che sei stato al rifugio e hai preso un gattino?

Te lha detto Chiara?

Sì! Pensavi che restasse un segreto? Scherzavo, ma volevo ringraziarti per quello che hai fatto. Un vero uomo, davvero.

Ecco perché non te lho detto. Non ho bisogno di complimenti, lho fatto solo perché mi sentivo così.

Lo so

Cominciavo davvero a capire che Matteo aveva un grande cuore, e rimpiangevo che Chiara continuasse a dubitare. Forse ha solo invidia? pensai. Ma subito scacciai questa idea: Chiara aveva carattere, ma alle sue amiche non sarebbe mai stata invidiosa.

Non era fatta così…

*****

Dopo due giorni, Chiara chiamò di nuovo. Questa volta quasi piangeva.

Te lavevo detto, Giulia, che quel Matteo è sospetto E tu niente. Finalmente ho le prove!

Ma che prove, ancora? domandai, sentendomi gelare.

«Che avrà mai scoperto su Matteo?»

È venuto di nuovo al rifugio. Ieri pure laltro ieri.

Perché? Voleva ridare il gattino?

No, Giulia. Ne ha presi altri due.

E che sarà mai! Ci sono persone che tengono anche tre gatti in casa…

Non ti sembra strano? mormorò Chiara. Ma tu sei innamorata e non vedi lovvio.

Ovvero?

Che Matteo non è chi dice. Perché mai un tassista single dovrebbe volere tre gattini? Immagina la vita frenetica che fanno… E poi, se li voleva tutti, perché non li ha presi insieme?

Forse ha deciso di aiutarli col tempo, quando ha visto che ce la faceva. Magari vuole solo aiutare.

Ma allora perché li ha presi in giorni diversi e da volontari diversi? Perché?

Non seppi cosa rispondere. Non avevo risposte.

Lo chiederò a lui, tagliai, e riattaccai. Spero che Matteo sappia spiegare

*****

Senti, Matteo, perché non mi inviti mai a casa tua? Tu di me sai tutto, ma io di te nulla

Ti invito, promesso. Ma oggi proprio no, ho un disordine tremendo.

Vabbè E come sta il gattino? Hai scelto un nome?

Sta benissimo, non preoccuparti. Il nome cè sempre tempo per quello, sorrise lui.

Dopo quella conversazione, anchio cominciai a sospettare qualcosa. Matteo, che mai mi aveva mentito, quella volta mi parve evasivo: sul nome del gatto, e soprattutto sul fatto degli altri due gattini.

«E se Chiara avesse ragione? Chi sei davvero, Matteo? E che te ne fai dei gatti?»
Il giorno dopo mi confidai con Chiara.

Vedi che cè qualcosa che non torna? Se fosse venuto nel mio turno, direttamente glielavrei chiesto: Perché tutti questi gattini?. Ha preferito parlare con altri volontari. E tu stessa gli hai raccontato del rifugio!

Ma che ci farà mai, con tutti quei gatti? È una brava persona…

E tu che ne sai? Non ti ha lasciato entrare a casa. Sai perché?

Perché?

Perché in casa non ha nessun gatto! Lo sa che te ne accorgeresti subito.

Non può essere

Non trovo altre spiegazioni, sospirò Chiara. Abbiamo dato i gattini a un malintenzionato!

Ma Chiara perché un malintenzionato dovrebbe passare dal rifugio? Non farebbe prima a prenderne dalla strada?

Non so, amica forse è meglio avvertire i carabinieri.

O forse Chiara, proviamo a capirci qualcosa da sole?

Hai un piano?

Sì!

*****

Passammo diversi giorni al rifugio, attendendo nervose che Matteo tornasse. Se avevamo ragione, sarebbe sicuramente tornato.

A lui dissi che dovevo partire per lavoro.

Era parte del piano. Ma, soprattutto, non riuscivo più a frequentarlo.

Giulia, è qui Sta scegliendo un altro gattino. Sorride pure!

Quindi era vero Come ho potuto sbagliarmi così tanto Ti ha vista?

No, sono nascosta dietro la finestra.

Va bene, allora facciamo come stabilito. Mettiamo fine a questa storia!

*****

Quando Matteo lasciò il rifugio, io e Chiara lo seguimmo nella mia auto, girando Milano per ore, seguendolo a distanza.

Ci pareva strano che tenesse il gattino sempre con sé in macchina.

Chi poteva sapere cosa pensano persone così strane
Alla fine la sua auto si fermò davanti a una delle palazzine di una zona residenziale.

Avrà portato un cliente a casa, sussurrai.

Sì…

Dal taxi scese una signora anziana, che Matteo aveva caricato venti minuti prima davanti al supermercato. Lui la raggiunse, disse qualcosa e le porse il gattino.

Basta, non ce la faccio più! esclamai. Voglio capire cosa succede!

Scesi al volo, corsi da Matteo che sembrava sorpreso.

E tu? Non dovevi essere fuori Milano per lavoro?

Sono tornata, risposi fredda. E ora, caro, non vuoi dirmi niente?

Dire cosa?

Dei gattini del rifugio! Non dirmi che stanno a casa tua. Lo so che non cè nessun gatto in casa tua, mentii. Mai avrei creduto che fossi un maltrattatore di animali!

Giulia, ma che ti prende?

La signora ci guardò impaurita, poi, stringendo il gattino, corse verso il portone.

Guarda che hai combinato, Giulia? sospirò Matteo, accarezzando il gattino.

Mi vuoi spiegare a cosa ti servono tutti questi gatti? Cosa ne fai?

Nulla di male, li affido a buone famiglie. Tu stessa hai detto che nessuno va al rifugio e i mici rischiano di restare soli per chissà quanto. Ho solo deciso di aiutare te e Chiara.

Hai affidato i gattini a sconosciuti?

No, solo a chi era davvero interessato e serio. Mi intendo di persone.

A quel punto si avvicinò anche Chiara, stufa di aspettare in auto.

Che ci fai qui, Giulia? Ti stai di nuovo facendo infinocchiare da questo?

Aspetta, Chiara…

Sapete cosa? rise Matteo. Cè un bar qui vicino. Perché non ci sediamo, prendiamo un caffè, e vi spiego tutto?

Io e Chiara ci guardammo incerte, spiazzate da tanta tranquillità, ma accettammo. Matteo allora raccontò ogni cosa.

Mio fratello lavora pure lui come tassista, ma di recente è caduto da una scala e si è rotto la gamba. Così, mi ha chiesto di coprirlo mentre si riprende.

Non lavori tu?

Certo che lavoro, ma per aiutare mio fratello ho messo da parte la mia attività per un po. Se stai lontano troppo tempo, ti tolgono la licenza, e non potevo permettergli di perdere il lavoro. Da domani smetterò con i turni al taxi.

E i gatti? chiesi.

Quando mi hai parlato del rifugio, ho avuto unidea: nessuno va fino là per adottare. Così, ho iniziato a prendere un gatto per volta e portarmelo dietro in macchina.

E davvero pensavi di trovare loro una casa, semplicemente così? domandò Chiara, un po scettica.

Non ero sicuro, ma ci ho provato: raccontando la loro storia ai miei clienti. Alcuni si sono affezionati, e glieli ho affidati. E ho anche fatto loro uno sconto al mio negozio di animali.

Quindi lavori in un negozio di animali? chiesi sorpresa.

A dire la verità, il negozio è mio.

Per qualche minuto regnò un silenzio imbarazzato al tavolo.

Alla fine, povero Matteo, accusato senza colpa, dissi rivolta a Chiara. E tu che non mi hai mai creduto sul suo conto! Ci siamo fatte mille pensieri inutili.

Be, certo che mi insospettivo: sembrava troppo strano! Però una cosa era vera: il tuo Matteo non era quello che diceva. Si è finto tassista, in realtà era il proprietario di un negozio di animali. Però, almeno, è una brava persona.

Se vuoi, Chiara, posso aiutare ancora il rifugio. Magari con cibo o una donazione.

Grazie, meglio il cibo! Ce nè sempre bisogno.

E il gattino di oggi?

Lo tengo io. Di certo non lo riporto indietro.

Allora, mi inviti a casa, ora che so tutto? O trovi ancora scuse?

Casa è in ordine, sei la benvenuta!

Quella sera finalmente entrai nellappartamento di Matteo e vidi con i miei occhi che aveva davvero due gatte. Un uomo che ama gli animali non potrebbe mai fargli male.

Ora aveva anche un terzo, ancora impaurito dalle vecchie compagne, ma Matteo era certo che presto sarebbero andate daccordo. E io non avevo più alcun motivo per non fidarmi di lui.

*****

Dopo qualche tempo mi trasferii da Matteo, e insieme vivemmo come una vera famiglia.

E Maia, come abbiamo chiamato la gattina bianca e rossa, ormai aveva fatto amicizia con le altre due, tanto che era lei a rincorrerle! Il fratello di Matteo si era ripreso dallincidente e tornò al suo lavoro, ma nei giorni liberi ci prestava la macchina: così, con laiuto e il consenso di Chiara, continuavamo a dare una nuova casa a ogni gattino del rifugio.

E riuscivamo sempre a trovar loro padroni, anche nello stesso giorno.
Perché i gatti hanno sempre bisogno di una persona e qualche persona, senza saperlo, ha bisogno di un gatto.
Ma ancora non lo sa…

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E tu non mi hai creduto
Senza fortuna non ci sarebbe felicità — Ma come ha potuto portarti via, sciocca che sei! Chi ti vorrà mai adesso, con un bambino in grembo! E come pensi di crescerlo?! Non aspettarti aiuti da me, sia chiaro! Ti ho cresciuta io, ora dovrei anche portare il peso delle tue scelte? Fuori da casa mia, prendi le tue cose e sparisci! Maricica ascoltava gli strilli, con gli occhi bassi. L’ultima speranza che la zia le concedesse almeno qualche giorno per trovare un lavoro, svaniva davanti ai suoi occhi. — Se solo fosse viva mamma… Del padre non aveva mai saputo nulla e la madre era morta quindici anni prima, travolta sulle strisce da un guidatore ubriaco. Le autorità volevano portarla in orfanotrofio, quando era spuntato un lontano parente – un cugino di terzo grado della madre. L’aveva presa con sé perché aveva una casa e un lavoro stabile, almeno per le carte. Vivevano nella periferia di una cittadina del Sud Italia, dove d’estate il sole brucia e d’inverno piove sempre. La ragazza non era mai stata affamata, vestita sempre dignitosamente, ed aveva imparato presto a lavorare – in una casa con cortile e animali, c’era sempre da fare. Forse le mancava l’amore di una mamma, ma a chi importava? Aveva studiato bene e, finito il liceo, era entrata alla facoltà di Scienze della Formazione. Gli anni universitari erano volati e adesso, con la laurea in mano, tornava nella città natale. Ma stavolta il cuore era pesante. — Vai via, e non farti più vedere! — Zia Viorica, ma almeno… — Ho detto basta! La ragazza prese la valigia e uscì nel caldo torrido della giornata. Come era arrivata a questo punto? Umiliata, respinta, con il pancino appena accennato – aveva però riconosciuto la gravidanza, non poteva mentire. Doveva trovare un riparo. Camminava a testa bassa, sommersa dai pensieri, quando una voce la fermò: — Vuoi un po’ d’acqua, cara? Una donna robusta, sulla cinquantina, la guardava con occhi curiosi. — Entra pure, se sei tranquilla. Le porse una brocca d’acqua fresca. Maricica si sedette su una panca e bevve tutta d’un fiato. — Posso fermarmi un attimo? Fa un caldo… — Resta pure, bella mia. Di dove sei? Vedo che hai il bagaglio. — Ho finito l’università, cerco un posto come maestra. Ma non ho dove stare… Conosci qualcuno che affitta? La donna, che si chiamava Rodica, la studiava. Era pulita, ma aveva occhi segnati. — Puoi stare da me. Chiederò poco, ma devi pagare puntuale. Se ti va bene, ti faccio vedere la stanza. Contenta della compagnia e di un’entrata in più nel paese isolato, la accompagnò in una cameretta, finestra sul frutteto. Letto, armadio vecchio, tavolo – bastava. Nei giorni seguenti, Maricica si sistemò e iniziò a lavorare. Fece amicizia con Rodica, aiutando in casa. Ogni sera, bevevano tè sotto la vite parlando della vita. La gravidanza procedeva bene. La ragazza confidò la sua storia: Ion, il fidanzato dell’università, figlio di professori benestanti, l’aveva lasciata alla prima notizia. Lei aveva preso i soldi che lui le aveva lasciato – le sarebbero serviti. — Hai fatto bene a non abortire, brontolò Rodica. Quel bambino innocente saprà portarti gioia. A febbraio, iniziarono le doglie. Rodica la accompagnò in ospedale. Maricica diede alla luce un bel maschietto – Elia. In reparto, sentì parlare di una neonata, figlia di una donna fuggita subito dopo il parto. — Qualcuno la vuole allattare? È debole, disse un’infermiera. Maricica l’abbracciò. Era una creatura bianca come la neve. — Ti chiamerò Malina, sussurrò. Quando il capitano Doriano Gallo, padre della piccola, si presentò, tutto cambiò. Il giorno delle dimissioni, un’auto con palloncini azzurri e rosa era fuori ad aspettarla. Il militare la aiutò a salire, porgendole due pacchi: uno azzurro, uno rosa. Paese intero parlò a lungo del matrimonio che seguì. Il capitano, colpito dalla bontà della ragazza, le chiese di sposarlo. E così Maricica, con Elia in braccio e Malina adottata, entrò in una nuova vita. Chi avrebbe mai detto che un giorno d’estate rovente, con una brocca d’acqua, avrebbe cambiato il destino di tutti? Così è la vita – volta pagine che non hai mai letto.