Tasche
Mamma, ma dai, cosa vai a pensare adesso?! Sempre con questa storia delle tasche! Quale testamento, poi? Perché mai dovresti fartene uno? Non è che pensi di andartene?! ho esclamato, indicando il soffitto con un dito e aggrottando la fronte. Non hai niente da fare là sopra! Qui hai ancora bisogno, mamma!
Sbuffando contro le continue insistenze di mia madre, Elisabetta Andreini, sono tornata a impastare la frolla con ancora più forza, tanto che il tavolo tremava e i nostri gatti sono scivolati via di corsa dalla cucina verso la veranda, capendo bene che la padrona non era di buon umore.
È necessario, Giulietta, ci tengo! Voglio solo che tutto sia in ordine! ha risposto Elisabetta, mentre seguiva con lo sguardo i gatti e tornava a tagliare le mele per il ripieno.
Erano mele perfette, grandi e profumate, sembravano aver assorbito tutti i colori dellautunno che regnava nel giardino della casa di campagna di mia madre.
Quella casa, la mia casa, era arrivata a me dopo la morte di mio nonno. Grande, antica, con i suoi sospiri notturni che somigliavano così tanto ai lamenti di schiena di mia madre, e colma di segreti che nemmeno noi tutti conoscevamo.
Da bambina ci avevo passato lunghe estati. Credevo di conoscerla tutta, ma ancora oggi scopro porticine sul solaio che celano piccoli ripostigli, o panche cadenti tra i viali degli ulivi. La casa sembrava respirare una vita propria, fuori dalle passioni e dalle preoccupazioni degli uomini che per quasi un secolo lavevano popolata. Era stata costruita per il mio bisnonno, famoso romanziere a Firenze, e nei suoi saloni si riuniva la grande famiglia: zii, prozie, cugini di ogni grado, tutti stretti da un legame vago ma tenace, che spesso non sapevi nemmeno spiegare da che parte stesse di preciso.
Finché il bisnonno è vissuto, tutti hanno trovato posto e calore. Dopo, la terza moglie che aveva amato con passione ma mai davvero capito ha sbattuto fuori i parenti, lasciando la villa a sé, sua madre e i figli. Non voglio più vivere in una pensione! aveva dichiarato.
La sorpresa dei parenti è stata grande, visto che per anni li aveva tollerati in casa per amore di suo marito.
Loretta, ma insomma! E Beniamino?
Beniamino non cè più! ha tagliato corto la zia Loretta. Ora la padrona sono io!
Hanno fatto tutti i bagagli e sono andati via. Da quel momento la casa ha cominciato a invecchiare velocemente: cigolii, lamenti notturni, strani silenzi. Non si sentiva più il chiasso delle risate che echeggiavano per le stanze, né il vociare allegro quando ci si sedeva sulla grande veranda a fare merenda con la moka fumante. Non cera più il volto rassicurante del padrone di casa, capace di accogliere ognuno con la stessa familiarità, anche se il grado di parentela si perdeva nella nebbia del passato.
Loretta non restò padrona di quella villa a lungo. Prima litigò con la madre, poi col figlio maggiore che lasciò casa, e infine col più giovane, costretto a vivere da solo tra quelle mura fredde piuttosto che tornare nellappartamento di città, dove nessuno gioiva di rivederlo.
La casa sembrò riprendere fiato qualche estate, segnata dai primi innamoramenti adolescenziali, da nuove risate e chiacchiere indistinte nei corridoi. Ma la felicità durò poco: il figlio più giovane di Loretta, appassionato di vela, morì annegato nel lago vicino. Loretta, in lite perpetua, aveva troncato i rapporti anche con lui e venne informata solo dopo giorni, grazie allinsistenza della madre che, stanca, cercava invano di consolarla.
E fu allora che i parenti, quelli messi da parte anni prima, si occuparono di tutto. Per il funerale di quel ragazzo, divenuto maggiorenne da poco, si diedero da fare quelli a cui Loretta non dava più importanza.
Lei ringraziò appena. Non toccò cibo al rinfresco, solo vino, riversando il dolore e i rimproveri su tutti fuorché su sé stessa per la fine del figlio.
Devi restare con me, ordinò poi al maggiore, venuto solo per porgere lultimo saluto al fratello.
No, mamma. Non posso. Ho una famiglia. Aspettiamo un bambino.
Che famiglia! Io sono la tua famiglia! Non lo capisci? Ho perso un figlio!
E io un fratello! rispose il primogenito, Matteo. E non urlare così, mamma Non lo riporti in vita.
Loretta scoppiò a piangere, cercando la madre, forse sperando in una carezza, ma lei fu dura:
Hai mandato via tutti, Loretta! Adesso rischi di perdere anche Matteo. E tra poco avrai un nipotino! Ma tu pensi solo a te!
Loretta si ribellò, gemeva che nessuno la capiva, che era sempre stata una brava madre, in fondo anche troppo protettiva da vedova giovane. Ma sua madre, tra dolore e stanchezza, la lasciò alle sue domande: Ami qualcuno, tu?
Loretta rimase raggelata, incapace di rispondere. E rifletterà a lungo, senza trovare la risposta che le avrebbe fatto prendere il comando della sua vita.
Matteo cercò il dialogo, ma lei, chiusa nel suo rancore, urlò ancora:
Mi cercherai quando capirai che ho ragione!
Ma ragione di che, mamma? E come mai tanta rabbia?
Vai, vai via! E che io non ti riveda!
Si sorprese del proprio tono isterico. Eppure, piuttosto che restare ad ascoltare, Matteo uscì sbattendo la portiera del taxi, lanciando un ultimo sguardo nostalgico alla vecchia casa, piena di memorie dellinfanzia scalza e delle estati in cui il padre era ancora vivo.
Non si riconciliò mai con lei. Poche settimane dopo, Loretta, ubriaca, uscì a fare due passi e venne investita. Mentre Matteo e la nonna correvano a Firenze, parenti che da tempo erano spariti si accorsero della tragedia, si prodigarono a organizzarle il funerale, e la seppellirono accanto al marito che lei aveva così poco saputo amare. Un passaggio breve e solitario, senza aver mai dato un abbraccio al primo nipotino.
Quel bambino Sergio mai conosciuto dalla nonna, stranamente ne aveva ereditato molto: come se il destino volesse scherzare, né lamore dei genitori, né i loro sforzi a insegnargli responsabilità e calore bastarono davvero.
Dopo solo un mese di matrimonio, Sergio divorziò dalla prima moglie: la accusò di tradimento senza nessun indizio, portandosi dietro la sua solitudine. Con Elisabetta, pensò di poter trovare pace, ma anche questa volta la fortuna non lo assistette. Dopo cinque anni arrivò Giulietta, ma secondo Sergio non poteva essere sua: Come può essere così moracciona e con gli occhi scuri, se io sono biondo con gli occhi azzurri? Spiegamelo, Elisabetta!
Né le fotografie dinfanzia, né la somiglianza con la nonna e la bisnonna riuscivano a fargli cambiare idea.
Volete solo obbligarmi a restare con Elisabetta! urlava, sconvolgendo la pace della veranda toscana. Non lo sopporto più! Se ne vada!
Finché Matteo, stanco di assistere alla sceneggiata, mise fine al tutto:
Giulietta è nostra nipote! E resterà con noi finché vorrà sua madre. Liza, va a riposarti! Non devi agitarti, il latte potrebbe andarti via. E tu, caro, prepara le tue cose e vai nel tuo appartamento di città.
Vivo dove voglio! ribatté Sergio.
No, questa casa è mia. E decido io chi può starci e quando. Tornerai se vorrai. E rifletti, Sergio la vita non ti aspetta! Non farai che restare solo, così.
Meglio solo che cornuto! sbottò Sergio, sbattendo la porta.
Così Elisabetta e Giulietta rimasero. La vecchia villa diventò per Giulietta il rifugio più amato.
Qui trascorse la sua infanzia: abbracci materni, fiabe della nonna, pesca con il nonno nei laghi toscani, vorticare sulle altalene tra gli olivi. Il padre non lo vedeva mai, così la sua assenza non pesava. Quando aveva cinque anni, Elisabetta si innamorò di nuovo e sposò un uomo che per Giulietta fu da subito papà, senza nessun obbligo imposto.
Quando Eli tentò una spiegazione, intervenne Matteo: Non serve spiegarle nulla. Se tra loro cresce una relazione, che sia! Sergio ha fatto le sue scelte, tu lasciaci almeno la nipote! E così fu.
Un anno dopo, si trasferirono con il nuovo marito a Bari ma mantenerono sempre rapporti con i nonni. Poi, con la morte del nuovo marito, scelsero di tornare a Firenze. Gli ex suoceri erano malati, Sergio inseguiva senza successo la felicità, senza mai prendersi cura di una seconda famiglia.
Elisabetta, con energia e ordine, rimise a nuovo la villa e portò lì i genitori di Sergio.
È la scelta migliore. Cè aria buona, e adesso anche tutte le comodità.
Ma Liza, hai venduto il tuo appartamento. Hai speso tutto? chiedevano Matteo e sua moglie.
No, il mio ex marito guadagnava bene. Adesso con i miei lavori di traduzione possiamo vivere tranquille. Metterò da parte i soldi per un piccolo appartamento a Giulietta. Così staremo tutti vicini.
Che gioia, che fortuna! esclamava la nonna, abbracciando Giulietta. La famiglia è riunita!
Unico dispiacere: Sergio, venendo a trovare i genitori, non voleva proprio vedere sua figlia. Nessuna insistenza di madre e padre lo smosse.
Giulietta crebbe, si laureò, si sposò. Il velo glielo aggiustava la nonna, il nonno la accompagnava per il viale del giardino, tra i rossi e gli ori dellautunno fiorentino. Elisabetta tra una risata e una lacrima sbirciava Sergio, che alla fine era venuto almeno alla cerimonia.
Sto invecchiando mormorò Sergio, senza guardare Elisabetta.
Invecchiamo tutti, Sergio, replicò lei. Per un momento, sperò che almeno potesse vedere la felicità della loro figlia.
Sergio se ne andò subito dopo la registrazione ma, da allora, cominciò a comparire qualche volta, quando Giulietta e il marito venivano dai nonni.
Passarono gli anni. Giulietta divenne madre. Matteo riuscì a conoscere i suoi pronipoti prima di lasciarsi portare via anche lui.
Elisabetta allora si trovò di nuovo faccia a faccia con il carattere difficile del marito.
La villa è mia!
Ma Matteo lha lasciata in testamento a Giulietta.
Non mimporta! Vado in tribunale!
Sergio, a te che serve? Ormai sei canuto e non hai altro che Giulietta! urlò Elisabetta. Dove te la porterai questa casa? In quale tasca te la infilerai? Hai nipoti, e ancora sei in guerra col mondo!
Non sono neanche sicuro che sia figlia mia! sbottò lui.
Basta! Facciamo il test del DNA, sono stanca delle tue sciocchezze!
Sergio rimase zitto per un attimo, poi annuì.
Facciamolo. Senza avvocati.
Naturalmente, risultò che Giulietta era sua figlia. Levidenza lo placò, e giunse davvero al momento giusto.
Non molto dopo scoprì di essere gravemente malato.
Elena, mi restano due settimane, disse una sera a Elisabetta. Stavamo facendo le conserve per linverno quando ce lo disse.
Elisabetta scoppiò in lacrime, spaventando i nipotini, che iniziarono a piangere insieme a lei, senza capire perché la nonna abbracciasse quello strano uomo sempre serio visto solo di sfuggita tra una stagione e laltra.
Ma come, Sergio?! Perché non lhai detto prima?!
Te lo sto dicendo adesso Su, finiscila di frignare! Che già mi sento male di mio.
Ma non si può fare niente?
Dicono di no, i medici.
Ma va, vediamo noi! disse lei decisa, abbracciando i nipoti e mandandoli sulle altalene. Basta piangere! Andate a giocare! Parlo io con il nonno.
Sergio visse anche più di quanto i medici avessero previsto. In quella casa di campagna trovò la pace, il silenzio, e tempo per ripensare a tutta la sua vita. Ricordò, si morse le dita per gli errori, rimpiangendo ciò che non aveva saputo vivere.
Elisabetta parlava poco. Sempre al suo fianco, con affetto e cura. Nel suo cuore ormai non rimanevano né rabbie né recriminazioni.
Grazie, Sergio.
Di cosa?
Perché senza di te non avrei conosciuto la vera felicità.
Eppure ti ho fatto tanto male
Forse, ma se non fosse accaduto non avrei incontrato mio marito.
Lo hai amato?
Sì. Mi ha dato tutta la sua dedizione. Ha accettato Giulietta come figlia, le è stato vicino.
E perché non avete avuto figli insieme?
Abbiamo provato, due perdite Poi i medici mi hanno proibito di provarci ancora. Ho temuto che mi avrebbe lasciata. Ma lui ha detto: abbiamo già una figlia, basta così.
Era un bravuomo.
Il migliore.
E io, invece, ho fatto disastri
Siamo tutti umani, Sergio. E sapere di averlo capito, anche solo adesso, è già tanto.
Pensi che Giulietta potrà perdonarmi?
Ti ha già perdonato.
E tu?
Anche io.
Sempre uningenua tu
E tu sempre un po stupido
Già
Morì alla fine dellestate. In silenzio, addormentandosi sulla sedia a dondolo della veranda, con un sorriso misterioso. Elisabetta lo trovò solo dopo, mentre rideva tra le lacrime cercando il telefono per chiamare la figlia.
Giulietta arrivò, trovando la madre in lacrime vere. Mi colpì quella tristezza profonda.
Mamma, perché?
Piango perché mi dispiace per lui. E perché, in fondo, per qualcuno bisogna sempre piangere, anche quando non è stato facile volerli bene.
Perché ti dispiace? Dopo tutto quello che
Giulietta, basta! Non cè più. E non ci sarà mai più. Piango anche per la vita, per il primo amore, per chi mi ha sostenuta davvero tua nonna e il nonno. Che nostalgia a volte!
Anche io, mamma
E tuo padre Anche loro lhanno amato. Non potevano lottare contro il suo carattere, ma ci hanno provato.
Lui non capiva
No. Credeva che luomo sia fatto per stare solo, come il lupo. E invece, i lupi stanno in branco. Se lavesse capito in tempo, forse tutto sarebbe andato diversamente Ora non si torna indietro.
Le tasche, vero mamma? la abbracciai.
Sì, Giulietta. Dove è andato tuo padre, le tasche non ci sono
Il testamento era chiaro: tutto a me. Ma dopo aver trovato delle lettere, seppi che avevo un fratello, mai riconosciuto, e decisi di fare la cosa giusta.
Cercai la donna, incredibilmente simile fisicamente a mia madre, la madre del bambino.
Ho trovato le vostre lettere. E queste foto
Gli scrivevo che aspettavo un figlio.
Non ha risposto.
Lo so. E gli avete dato il vostro cognome?
Sì. Gli spedivo le fotografie Sperando che avrebbe voluto conoscere il figlio.
Una speranza forse folle.
Tuttaltro! Senza quelle lettere non avrei saputo di avere un fratello.
E adesso, cosa vuole?
Che sia giusto. Lui ha diritto alleredità di nostro padre.
Davvero?! Ma perché?
Perché è giusto così.
E di nuovo la casa si riempie: voci di adulti e bambini, i passi sui gradini di quercia, il tintinnare del portone che accoglie nuovi ospiti. Mio marito rispolvera dal solaio la vecchia “cuccuma” dimenticata; pulita e lucente, promette di nuovo calore e allegria alla villa.
Mamma, basta mele! mi scrollai le mani piena di farina, ascoltando le voci dei bambini tra gli alberi. O vuoi fare due torte?
Una per loro, una per noi grandi. Ormai siamo tanti, Giulietta!
Hai ragione. Va bene!
E il testamento
Mamma, oggi lasciamo stare! apro la porta sulla veranda, respirando a pieni polmoni laria densa di fumo e umidità delle foglie cadute. Tutto si farà con calma. Siamo vivi, insieme… Cosa importa pensare ad altro oggi? Viviamo questo momento, qui, ora. Almeno oggi, sì?
Sì, Giulietta… Elisabetta annuisce, abbracciandomi.
La vecchia casa scricchiola sulla scala del solaio, acconsente sussurrando, la cancellata squilla accogliendo gli ospiti, e la villa ascolta felice, come chi finalmente ritrova la famiglia che credeva di aver perduto.






