È l’ora della felicità

Tempo per la felicità

Il treno regionale numero…, in servizio sulla tratta…, arriverà al binario tre alle ore 14 e 15. Ripeto… annunciava la voce vellutata di Mariangela Antonetti dagli altoparlanti della stazione. Sono ormai due anni che Mariangela lavora in quel piccolo edificio nei pressi delle campagne vicino Firenze, tra segnalazioni di partenze, auguri ai viaggiatori e richiami gentili per ricordare a tutti di acquistare il biglietto.

Mariangela, così solare e gentile con tutti, aveva colpito fin dal primo giorno il cuore del capostazione, Riccardo Trofimiani. Se lera trovata davanti allentrata, mentre lei ancora cercava di capire come poter rimanere dietro le quinte, magari occupandosi di scartoffie piuttosto che parlare al microfono. Ma il destino aveva altri piani per lei: diventare la voce della stazione di San Casciano, punto di passaggio tra la vita tranquilla della provincia e le luci della città.

Un mese, due, tre: e sempre Riccardo al suo fianco, con la scusa di una pausa caffè al piccolo bar della stazione, o di una chiacchiera durante la camminata verso la panetteria del paese. Lui le faceva domande, tentava di avvicinarsi con rispetto e simpatia, ma Mariangela si mostrava distante, quasi timida, pronta a ritrarsi appena lui tentava un passo in più.

Riccardo ne soffriva parecchio, passava notti insonni pensando a lei, immaginando il suo sorriso malizioso e quella risata che lo prendeva sempre in giro nei sogni. Finché una sera, arrivato ormai al limite della pazienza, la chiamò nel suo piccolo ufficio, le prese la mano, guardandola dritto negli occhi, e le chiese quello che Mariangela temeva e desiderava al tempo stesso: la mano in matrimonio. Ma lei, con uno scatto inaspettato, lo rifiutò.

Ma come, Mariangela! balbettò Riccardo, inginocchiato, con la schiena che già urlava per la fatica. Aveva pure organizzato tutto: trovato un appartamentino per loro a Empoli, un set di cucina in legno massiccio, proprio come piaceva a lei, ascoltando di nascosto le sue chiacchiere con la barista Gina. Non ce la faccio più, Mariangela! Non sono più un ragazzino, bisogna decidere! Perché mi fai questo?

Non capisco, Riccardo… rispose lei scuotendo le spalle, facendo dondolare gli orecchini dambra che le aveva regalato una zia. Davvero non so cosa vuoi dire.

Ma come non lo sai? Ti amo. Organizziamoci la felicità, almeno adesso, che il tempo stringe! Mi sono stufato di stare solo, è ora di pensare un po anche a me. Per te sposto le montagne, Mariangela!

Lei allargò le braccia, accennò che ci avrebbe pensato, e si liberò dalla presa, ma senza molta convinzione. Lasciò che le baciasse la guancia, e sparì fuori, annodandosi al collo la sciarpa rossa che lui stesso le aveva regalato qualche settimana prima.

Appena fuori, sentiva le guance in fiamme, il cuore martellava nel petto più forte delle campane della chiesa di paese, mentre la tramontana sembrava pungerle la pelle come spilli di ghiaccio. Sotto la nevicata fitta che copriva ogni macchia di terra, ogni cespuglio spoglio e ogni cartoccio abbandonato, Mariangela si sentì leggera, quasi felice. Allimprovviso, guardando su verso la finestra dellufficio di Riccardo, lo vide dietro la tendina, e distinto si mise a roteare e a ballare nella neve come una ragazzina.

Mariangela! Che fai? Sei impazzita? la fermò Ilaria, lassistente alla centrale.

Sì, certo che sono impazzita, Ilaria! rise Mariangela con voce potente. Sono ubriaca di vita! Sto bene, tutto benissimo!

Ilaria scosse la testa e, mentre raccoglieva un guanto perso dalla collega, borbottò tra sé: Eh, lo fanno solo perché è la “fidanzata del capo”! Fosse per lei nemmeno lavorerebbe. Chissà come stanno andando le cose tra loro…

Riccardo, intanto, era il beniamino di tutte le signore della zona. Regolarmente riceveva in regalo torte di mele e crostate, lasagne, frittate di zucchine e perfino un panettone fatto in casa poco prima delle feste. Ma lui, imbarazzato per tutte queste attenzioni, si limitava a prendere i piatti con la promessa che li avrebbe divisi con gli operai in officina.

Ma perché non le mangia, Capo? chiedeva il vecchio addetto alla linea, zio Gigi, una volta vedendolo con una teglia ancora calda di parmigiana.

Capisco che non va bene, Gigi, ma che vuoi che faccia? Non posso scontentare tutte, e non voglio che Mariangela si ingelosisca Lei è molto possessiva! gli confidava sottovoce Riccardo. E pensare che avevo pronto anche lanello antico di mia nonna Guarda che roba! E tirava fuori dalla giacca una scatolina di velluto rosso, con dentro un anello dargento lavorato, di unaltra epoca.

Fammi provare! rideva zio Gigi, ma Riccardo rifiutava, temendo che il dito grosso dellanziano glielo incastrasse per sempre.

Intanto ci restava male: Forse non siamo destinati, magari non sono io quello giusto. Una donna come Mariangela merita un re, non uno come me…

Ma va! replicava zio Gigi. Sei un bravuomo, Riccardo, e lei è una regina. Stai sereno.

Riccardo, spesso, per non pensare, rimaneva indaffarato tra carte e telefonate, risolvendo le seccature di orari sbagliati ricevuti da Firenze Centrale, e consolando passeggeri inferociti, come quel giorno che un professore mingherlino, vestito con la tuta del Pisa Calcio e un berretto rosso, irruppe nel suo ufficio urlando che aveva una lezione alluniversità e che i ragazzi lo aspettavano.

Il professore lo commosse e così Riccardo gli offrì la sua Fiat Panda di servizio, affidandolo al suo fidato autista, Beppe Rogiani, con la raccomandazione di trattarlo come una reliquia preziosa.

Portalo dritto fino a Pisa, piano piano! ordinò a Beppe, che borbottò e partì, mentre il professore, commosso, annotava il suo indirizzo su un foglio, invitando Riccardo e la (per lui futura) moglie a casa sua a bere un caffè.

Rientrato in stazione, Riccardo ascoltava la voce di Mariangela dagli altoparlanti come una dolce melodia. Si sentiva vuoto, inutile, e ogni suo gesto era ormai rivolto solo a compiacerla.

Si rincontrarono in mensa quella sera. Mariangela, con il viso infreddolito e le mani ancora spolverate di neve, ordinò frettolosamente una brioche e dello yogurt da Gina. Riccardo, seduto lì vicino, si forzò ad essere gentile con la barista, quasi per provocare Mariangela, complimentandosi per i suoi orecchini e persino offrendosi di portare lui stesso un abete per Natale.

Ma no, che dice, Riccardo! balbettò Gina, spolverando il bancone nervosamente e facendo finire il succo di frutta sugli scarponi del capo, che si scostò con una smorfia.

Va bene, va bene! Fate come volete! sbottò Riccardo, lasciando il locale borbottando.

Mariangela restò lì, mangiò senza gusto la brioche, dimenticandosi dello yogurt, con il cuore pieno di tristezza. Guarda un po, vuole portare lalbero a Gina vedrai che alla fine riuscirà pure in quello!

Camminando nella neve, con le mani infreddolite e i capelli neri bagnati, Mariangela scivolò contro il muro della vecchia stazione e scoppiò in lacrime.

Ma perché? si tormentava dentro. Basta essere sola! Basta alzarsi ogni mattina e augurarsi da sola il buongiorno, basta cenare con la televisione spenta e rifare il letto solo per se stessa. Eppure Eppure ho paura. Se perdo anche lui? Se lo vedo spegnersi e mi ritrovo di nuovo ad essere “nessuno”, come anni fa? Meglio restare sola

Si asciugò sgarbatamente il volto, lasciando piccoli graffi sulle guance, e tornò nella sua cameretta nellalloggio ferroviario. Mise a bollire lacqua e si strinse nello scialle, la stanza sapeva di passato e promesse non mantenute. Ma era tranquilla, almeno lì nessuno poteva vederla fragile.

A un tratto, giunse il trambusto dal corridoio: urla, passi, richiami.

Mariangela! Apri, vieni fuori! bussarono le colleghe, spaventate. È sparito zio Gigi, non dà più segni, la radio è muta, fuori cè una bufera!

Mariangela si precipitò giù, senza nemmeno abbottonare il montgomery. Davanti al piccolo chalet di legno si radunarono gli uomini della stazione, torce e mappe già pronte, Riccardo in prima linea, serio e determinato, anche se sapeva che nessuno poteva portargli via Mariangela.

Vattene a casa, Mariangela, non è posto per te ordinò Riccardo con tono burbero.

Ma lei pure, dritta negli occhi: Non esageriamo, capo. Un uomo rischia di morire congelato e io aiuto, non intralcio!

Stanotte doveva passare il regionale, ma ormai la ferrovia era una distesa di neve e ghiaccio. Mariangela si lanciò con coraggio sulla linea, inseguendo una scia di orme quasi cancellate dal vento. Quando capì che poteva davvero essere la salvezza di zio Gigi, segnalò chiamando aiuto, e Riccardo, malfermo ma testardo, la seguì.

Da anni Riccardo aveva perso un braccio: un incidente, una disattenzione nella manutenzione sulla linea. E da allora, aveva imparato a convivere con la vergogna di mostrare la sua menomazione. Ma davanti al coraggio di Mariangela, per la prima volta, gli sembrava che nessun difetto potesse allontanarla.

Arrivati al fossato verso la pineta, udirono la voce flebile di Gigi. Riccardo si fece avanti, aiutato dalla torcia di Mariangela. Ma che ti è preso, zio Gigi? Vuoi lasciarci tutti nella disperazione?! lo rimproverava, sollevandolo quasi di peso, mentre Mariangela seguiva con il cuore finalmente quieto.

Guarda te che coppia, Mariangela! ghignava zio Gigi. Non fateci sempre penare così, eh!

Tornando indietro, lui le prese la mano e lei, senza remore, lo baciò: sulle sue labbra un po secche, dolci come quelle di un bambino. Un gesto deciso, finalmente, senza lasciarsi frenare dalle paure.

Qualche settimana dopo, Riccardo portò a Mariangela un abete grande e folto, e la sorpresa sulla tavola fu proprio quellanello antico. Si fidanzarono poco prima di Natale.

Un mese dopo, nella caotica Roma Termini, Riccardo ed io sì, proprio io ci siamo ritrovati con lui e Mariangela davanti a una vetrina di abiti da sposa. Li ho invitati a casa mia, nella vecchia villetta vuota dopo la perdita di mia moglie. Abbiamo bevuto tè e raccontato a tutti come quel piccolo miracolo sia nato in una notte di neve sulle rotaie.

Guardo ora loro due abbracciati, sorridenti davanti alla finestra, mentre il sole tramonta alle spalle della città e la neve cade lenta. Ho capito, finalmente, che la felicità non va cercata troppo lontano, né rimandata al futuro. La felicità è qui, tra un treno che parte e uno che arriva, tra il coraggio di rischiare lamore e la libertà di viverlo ora, adesso. Bisogna solo saperla riconoscere e non lasciarsela scappare.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

12 + nine =

È l’ora della felicità
Sono sposata da un anno: prima delle nozze mio marito mi aveva promesso che sua madre non si sarebbe mai intromessa nella nostra famiglia. L’ho incontrata per la prima volta solo al municipio. All’inizio tutto ok, ma viviamo in affitto proprio accanto ai suoi genitori e piano piano la suocera ha iniziato a lamentarsi con l’intero vicinato di come sarei una pessima casalinga: lascio i piatti sporchi nel lavello, cucino la carne senza cambiare l’acqua e persino do da mangiare carne cruda al cane! Insomma, sembra che non ne indovini una. Una vicina mi ha raccontato tutto e così mi sono sfogata con mio marito. Lui si è messo a ridere e mi ha detto di non farci caso, ma poi, raccontando tutto a sua madre, da allora lei mi evita per strada. Quando gli ho chiesto il motivo, ha detto che secondo sua madre non la rispetto abbastanza solo perché non seguo il suo stile di vita e preferisco il mio. Lei sostiene che non vivo in casa mia e che dovrei quindi adattarmi alle sue regole. Mio marito però ha fatto notare: “E allora in quale casa vive lei?” Poi mi ha spiegato: “Se abitassimo con i tuoi genitori comanderebbe tua madre, se abitassimo con i miei comanderebbe la mia. Ma qui le regole le facciamo noi, cioè tu.” Ecco perché amo mio marito: sa sempre trarre la conclusione giusta. Adesso però dovremo trasferirci per un po’ a casa dei suoi e penso già di non essere a mio agio: quasi quasi torno dai miei, e mio marito può scegliere dove stare!