Lo Scomparso

Smarrito

Il cane sedeva immobile sui gradini di una piccola alimentari, incurante degli sguardi sospettosi dei passanti. Camminavano in fretta, bofonchiando sottovoce e fissando con timore la coltre di neve che si era posata sul suo testone arruffato. Era un bestione, e questo spaventava ancora di più la gente: niente museruola, e un semplice laccio da scarpe, annodato al corrimano, che ispirava poca fiducia.

Ovviamente nessuno sapeva che ormai il cane era gelato fin dentro le ossa. Anche se avesse voluto mordere qualcuno, non ne avrebbe avuto la forza. Le zampe non lo reggevano, e il sonno lo trascinava via, ma lui resisteva. Doveva aspettare il suo padrone: gli aveva ordinato di restare lì, e lui era abituato a obbedire.

Ehi, peloso! Di chi sei tu?

La voce era giovane, e il cane ci mise qualche secondo a capire che gli stavano parlando. Quella voce non era quella del suo padrone: mancava di autorità, era incerta, tremava come quella di chi non sa bene dove si trova e perché.

Povero! Che ti è successo? E il tuo umano, dovè?

Una mano calda si fece coraggio e gli accarezzò la testa, liberandola dalla neve bagnata, poi gli sfiorò il naso:

Accipicchia! Sei gelato! Da quanto sei qui, eh?

Il ragazzo era giovane, saltellava sui gradini, mostrando delle scarpe da ginnastica leggere, e sembrava impaziente di ricevere una risposta.

Aspetta qua!

Scavalcò un gradino e spinse la porta del negozio, mentre il cane guaiva piano, confuso: il primo umano che gli aveva rivolto attenzione, se ne andava anche lui? Nessuno gli spiegava dove fosse finito il suo padrone

E sarebbe stato semplice, e umano, spiegarglielo.

Il padrone del cane si era sentito male dentro il negozio. Il personale aveva chiamato unambulanza, arrivata silenziosa dallingresso posteriore, con la rampa. Se lerano portato via, privo di sensi. Nessuno aveva pensato al cane che lo attendeva fuori, tra la gente impaziente della frenesia milanese.

Il ragazzo ci mise pochissimo a sapere tutto questo, e tornò sulla porta dove il cane aveva rimesso giù la testa, ricominciando ad aspettare.

Ascolta, amico, così non va bene! si accovacciò di nuovo vicino al cane e gli accarezzò la testa. Oggi il tuo padrone non tornerà. Fuori fa freddo e tu morirai di gelo! Vieni con me? Non sono il tuo umano, non ho nemmeno biscotti da offrirti, ma un po di pasta bianca riesco a farla.

Il cane non rispose. Levò la testa, scosse le orecchie, ma la voce del ragazzo non somigliava affatto a quella del padrone. La malinconia gli scese addosso come nevischio, e si rimise a guaire.

Ho capito! il ragazzo si alzò e tirò il laccio annodato sul corrimano. Ti piaccia o no, io non ti lascio qui! Vieni!

Detto male, fuori dalle regole. Il cane le conosceva molto bene, le regole. Non si va mai con chi non è il tuo padrone. Eppure il ragazzo si abbassò ancora, paziente, ripetendo in un tono gentile:

Vieni, dai, ti prego. Fa freddo davvero. Nessuno stasera verrà per te. Ma troveremo il tuo umano, promesso.

Qualcosa nella voce di quel ragazzo riuscì alla fine a smuovere il cane. Le zampe intirizzite si misero in moto, lentamente; il ragazzo non lo incalzava. Attese finché il cane si rialzò, si scosse un po la neve di dosso e scese piano i gradini, gettando lunghi sguardi alla porta del negozio.

Non cè più, lì dentro… indovinò il ragazzo. Sta in ospedale, adesso. Tu per ora stai da me. Se zia Paola non ci butta fuori!

Questa frase fu seguita da una risata, che il cane non comprese. Avanzò dietro al ragazzo, reticente, sempre guardandosi indietro.

La ragione della risata la capì dopo, quando entrarono in uno stabile di periferia, salirono su un ascensore minuscolo nulla a che vedere coi palazzi dove viveva col suo umano e bussarono a una porta. Ancora una risatina nervosa:

Tieniti pronto… Adesso ne sentiamo delle belle!

Non fece in tempo a finire la frase, che la porta si spalancò e una voce tonante di donna riempì il pianerottolo:

Mattia! Figlio della mia disgrazia con la cipolla! Dove sei finito? Ti avevo mandato a prendere il pane e sembri appena tornato dalla guerra! Se fossi immortale come un pony… Ma quello cosè?!

Il cane, terrorizzato, tirò il guinzaglio e tentò inutilmente di mettersi al riparo.

Zia Paola, è provvisorio! Si è perso!

E dove lhai trovato, sto ciarlatano peloso?! la voce grossa della donna si fece poi tenera. Si chinò, e fece quello che nessuno aveva fatto da ore: una grande mano calda passò sulla testa del cane, stropicciò un orecchio e tastò il collare:

Di chi sei? E come ti chiami, animale?

Cera una medaglietta di metallo, lucidissima, che rispose per lui.

Ercole. Mamma mia, ma un nome più semplice no, eh? Ti chiamerò Erco. Capito?

Il cane guardava la donna che non gli sembrava più così straniera, e ebbe la sensazione strana e sognante che la Fortuna gli fosse venuta incontro, prima col ragazzo e poi con lei.

Fermi tutti! A lavarsi le zampe! Mattia, anche tu! E cosa ti sei messo ai piedi che sembri a giugno? Dove sono le scarpe nuove?

Nella scatola Mattia sistemò il cane su uno zerbino e corse per prendere uno straccio, per asciugare le sue zampe.

E perché nella scatola? la voce di Paola tornava quasi dolce. Aspetti forse la prossima eternità, Mattia? Anche la vita la vivi poi, sempre domani? Fammi il favore Tira fuori quelle scarpe e mettile, che di marmellata ai lamponi fino a primavera ne ho solo un barattolo. Basta raffreddori! Adesso tutti in cucina! Ho fatto i tagliolini e cè anche la polenta. Dobbiamo nutrire il nostro ospite. E tu mi racconti tutto: come, quando, perché ti porti il cane a casa?

Ercole, con unaria trafelata, osservava come Mattia guardava quella donna nella porta della cucina, da dove usciva un profumo talmente irresistibile che il cane rischiava di perdere ogni dignità. Con quelladorazione insicura con cui i cuccioli fissano la mamma, consci che da lei dipende la loro esistenza.

Naturalmente Ercole non poteva sapere che la zia Paola, nello storico deposito dei tram, era chiamata il Paolo, così riconosciuta da tutti, capo officina ammirato e rispettato, unica donna a dirigere uomini nellofficina. Con lei i bambini si confidavano, le amiche la rispettavano, e anche gli uomini lammiravano, pur temendola un po.

Non era sempre stata così. Da ragazza si chiamava Paolina, solo la mamma la chiamava Paola in casa. Aveva amato, si era sposata, divenne madre, ma poi perse marito e figlio nello stesso istante: erano usciti per una gita in barca, ma non tornarono mai.

Il buio era sceso su Paola come un sudario. Gli sforzi delle amiche e della madre nulla potevano. Le notti la piegavano: tra le sue mani le vecchie macchinine del figlio, i giocattoli che non aveva mai voluto regalare. Sentiva ancora il cigolio del lettino, la risata di suo figlio che saltava sul materasso nuovo, o il suono della sua gallina di peluche. A volte, sognando, abbracciava così forte il peluche che si svegliava sconvolta credendo fosse vero. Poi rideva piano, girando il bambino su un fianco, soffiandogli sul collo perché i sogni fossero più dolci.

Solo la madre aveva capito che, se Paola restava in quella stanza, a fissare il fondo delle notti senza stelle, tutto sarebbe finito male.

Così sua madre aveva finto di stare male, si era fatta aiutare da un medico compiacente annunciando che le restavano due settimane, e poi davvero cadde a letto.

Paola allora si spaventò. Non volle perdere anche la mamma. Prese il cuscino dalla camera piena di ricordi e fece di tutto per strappare sua madre alla vecchia nera col falcetto, come chiamava la morte. Ci riuscì. La mamma tornò a camminare, visse anni ancora, lasciando la figlia solo quando le ombre non erano più così oscure e la tristezza si era fatta nostalgia luminosa. Inseguita notte dopo notte, Paola imparò a ringraziare la sorte per ciò che aveva avuto, invece di maledire tutto ciò che aveva perso.

Non trovò mai più una famiglia. Non era certo per mancanza di pretendenti: Paola era bella, di una bellezza solida, indifferente alle mode e agli sguardi. Ma la paura di perdere tutto aveva messo radici nel suo cuore. Da sola, dopo la morte della madre, divideva lappartamento con altri ospiti temporanei, finché arrivò Mattia come orfano.

Un ragazzino magro, spaesato, con in mano documenti e qualche oggetto. Paola lo accolse diffidente.

E tu chi saresti? gli chiese fissando i suoi vestiti un po poveri e troppo corti.

Jeans tirati, felpa consunta, scarpe logore. Tutto raccontava una storia difficile.

Orfano, vero? sentenziò prima ancora di vedere le carte.

E a lei che importa?! sbottò Mattia guardando in cagnesco la futura coinquilina.

A me nulla rispose Paola, indicando la porta in fondo. La tua stanza è quella. In cucina poi ti spiego. Pulire dopo mangiato, abbassare la tavoletta, una volta a settimana il pavimento di cucina e corridoio. Capito?

Sì, va bene! Non pensi di comandarmi, vero? Qui sono padrone quanto te!

Vedremo Paola rise, lasciandogli lultima parola e indicando la borsa ai suoi piedi. Non hai molto, eh? Hai almeno forchetta e bicchiere? No? Allora chiedi, se hai fame. Io vado a lavorare. Non chiudo a chiave. Se sparisce qualcosa, non perdonerò. Per il resto… vivi pure.

Grazie del permesso! grugnì Mattia e si infilò nella stanza.

Questo fu il loro primo incontro.

Il secondo, molto dopo: Mattia si era inserito, accettando alcune regole, stupendo Paola con la sua ossessione per lordine. Lei non sapeva dove studiasse, cosa facesse, chi frequentasse; non per mancanza di interesse, ma per rispetto dei suoi silenzi.

Solo che dopo qualche giorno Mattia sparì dalla cucina: Paola non ci avrebbe fatto caso, se il quarto di pane in dispensa non fosse rimasto intatto. Col pane Mattia aveva un rapporto speciale. La prima volta che lo vide raccogliere le briciole dal tavolo, Paola rimase senza parole.

Non sapeva che, dopo una settimana di fame e paura, era stato portato via dal padre che lo aveva abbandonato tra i postumi delle feste di Capodanno. Lunico cibo era mezza pagnotta di pane nero, che divideva con una gatta: la ricordava ogni sera, e sognava di poter recrere una famiglia con un animale; il cane, nei sogni, non osava nemmeno pensarci.

Quando fu assegnato a quella stanza di orfano, Mattia trovò lavoro: ardita, fantasticava di chiedere a Paola il permesso di adottare un cucciolo, quando si ammalò.

Uninfluenza sottovalutata gli provocò la febbre alta. Quando Paola, rispettando le sue stesse regole, alla fine andò a vedere, lo trovò in stato critico, e la vicina infermiera lo mise sotto flebo.

Il giorno dopo, Mattia si svegliò. Paola era lì:

Ciao gli toccò la fronte, sollevata. Mi hai quasi fatto una paura… Perché non hai chiesto subito aiuto?

Perché? sussurrò, scoprendo strana la sua stessa voce.

Ecco, appunto! fece lei, porgendogli il termometro. Potevi creparmi qui senza dire nulla Bevi un po’ di tè?

Volentieri

Sentirsi curato, coccolato, fece venire le lacrime a Mattia. Era la prima volta che si lasciava andare; sentiva di non essere più solo. Sentiva di essere finalmente a casa.

Guarì, e la vita cambiò. Dopo il lavoro, sapeva di essere atteso.

Per un po faticò ad accettare la cura di Paola, ma anche lei capì la causa della sua resistenza:

Tu porti la spesa, io cucino. Andiamo insieme al mercato, almeno finché non impari la differenza tra zucchine e cetrioli. Che ne dici?

Mattia fu felice. Ora mangiava con piacere i tagliolini di zia Paola, che imparò subito quale minestra gli piacesse di più.

Quando, infine, accolse Ercole senza una sola protesta, Mattia capì che il suo cuore non era più così vuoto. Il posto che occupava Paola somigliava tanto al ricordo di quella giovane donna gentile che Mattia aveva visto solo in foto: sua madre.

Mattia, spiegami bene tutto sul cane. Dove lhai trovato e perché? Non è che poi ci accusano di rapina! Paola si preoccupava, servendo zuppa al ragazzo e una ciotola di polenta a Ercole. Oh, guarda! Manco mangia e ora?

Il cane davvero si allontanava dalla ciotola, continuando a guardare i due umani pieni di faccende in cucina.

Non scherzare! la voce di Paola diventò di nuovo ferma, e il cane si sedette docile. Mangia, va! Non vorrai che il tuo padrone pensi che ti abbiamo trattato male? Vedrai, si riprenderà e ti porterà a casa. Intanto qua non patirai la fame!

E lei rise, levando con gesto teatrale lo strofinaccio che nascondeva una piramide di panzerotti.

Forza, Mattia! Ti verso altro tè. Poi proviamo a chiamare lospedale. Hai capito dove hanno portato il padrone del mastino? fece cenno al cane, che finalmente si decise sulla polenta.

Certo!

E bravissimo! Dai, mangia! Che ti vedo così smunto che altro che innamorarti: le ragazze mica saltano sulle ossa! scherzò, avvicinando a Mattia i panzerotti.

Ercole rimase in quella casa di folli quasi un mese, finché il padrone, ristabilito, venne a riprendere il suo amico, ringraziando in lacrime.

Come posso sdebitarmi? Mi avete praticamente salvato la vita! Ercole era un regalo di mia figlia, che adesso fa la biologa marina a Cagliari. La vedo poco, lei è là con i miei nipoti e il marito, io resto qui, solo. E se non fosse per Ercole, avrei già gridato alla luna dalla solitudine! Nemmeno il lavoro mi salva!

E perché non la raggiunge? chiese ingenuo Mattia, ma Paola lo zittì vedendo il lampo malinconico negli occhi delluomo.

Forse, ragazzo mio, hai ragione Forse è arrivato il momento

Il padrone di Ercole agganciò il guinzaglio, già sulla soglia fece per uscire, poi si voltò:

E allora? Come posso ringraziarvi?

Paola lo seguì sul pianerottolo, sussurrò qualcosa nellorecchio, e dopo qualche giorno, quando Mattia rientrò, rimase senza fiato.

Paola gli mise in mano uno straccio, e, con aria severa, borbottò:

Adesso hai una responsabilità tua! Quanta fatica mi darà ma che buffo, guarda comè tenero!

Sorrise, osservando il cucciolo pasticcione che zampettava incontro al suo nuovo amico, e aggiunse:

E allora, che fai lì? Prendilo! Le istruzioni e il libretto sono sulla scrivania. Il numero del veterinario anche. Il padrone di Ercole manda i saluti: sta partendo per Cagliari, appena sei pronto con le cose dei cani. Ehi, ma piangi? Su, la felicità, Mattia, si abbraccia quando bussa alla porta! Forza, vai a pulire quella pozzanghera e lava le mani: è ora di cena.

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Lo Scomparso
Non sei all’altezza di mio figlio