Non sei all’altezza di mio figlio

Tutto cominciò in terza media, quando la professoressa decise di cambiare i posti in classe. Io, Giulia Rossi, eterna studentessa mediocre e anima vivace della scuola, mi ritrovai seduta accanto a Matteo. Matteo Bianchi. Il più intelligente, il più silenzioso e il più irraggiungibile ragazzo della terza B.

Lui veniva da un altro mondo. Indossava una divisa impeccabile, risolveva i problemi più difficili e guardava il mondo con occhi calmi, quasi distaccati, come se conoscesse già tutte le risposte. Io, invece, ero lesatto opposto. La mia vita erano le feste scolastiche, le risate fino alle lacrime e le chiacchiere con le amiche nellultimo banco. Lo studio era lultima delle mie preoccupazioni.

Allinizio, non ci parlavamo. Lui si immergeva nei suoi libri, mentre io scarabocchiavo sul quaderno, annoiata. Ma un giorno, incapace di risolvere un semplice esercizio di algebra, lanciai la penna per la frustrazione.

«Non ci riesci?» chiese lui, a bassa voce.

Feci un gesto di resa con la mano. Matteo prese il mio quaderno in silenzio, scrisse qualche riga ordinata e me lo restituì.

«Guarda. Bastava raccogliere a fattor comune.»

Da quel giorno, il ghiaccio si ruppe. Cominciò ad aiutarmi. Prima con la matematica, poi con la fisica, poi con i temi. Scoprii un Matteo diverso: non il secchione noioso, ma un ragazzo paziente, ironico e profondamente intelligente. Restavamo dopo scuola, e lui mi spiegava le leggi di Newton come se fossero storie avventurose.

Mi innamorai. Senza controllo, senza rimedio, per sempre. E presto cominciai a credere che anche lui provasse qualcosa. Sorrideva più spesso, a volte scherzava, e una volta, accompagnandomi a casa, mi disse: «Sai, Giulia, il mondo è più luminoso quando ci sei tu».

Fu allora che ebbi unidea folle. Volli diventare degna di lui. Volevo che fosse fiero di me. Una settimana dopo, gli annunciai che avrei lottato per la medaglia dargento.

Matteo si stupì.

«Sei seria?»

«Totalmente. Ma senza di te non ce la farò. Devi aiutarmi. Come mio tutor.»

Accettò. A lui era vietato portare amici a casa, così studiavamo da me, ogni giorno. Matteo si rivelò un insegnante severo, senza sconti. Dovetti rinunciare a feste e uscite. A volte volevo mollare, ma lui mi diceva: «Sei forte, Giulia. Puoi farcela.» E io mi impegnavo, perché avevo un obiettivo e un amore infinito per il mio tutor.

Alla maturità, la preside mi consegnò il diploma con un solo otto in fisica e quella medaglia dargento tanto desiderata. Ricordo lo sguardo di Matteo: fiero, tenero, al punto da farmi mancare il fiato. Quella sera, stringendomi durante un ballo, mi sussurrò: «Ti ammiro. Puoi fare qualsiasi cosa, Giulia Rossi.»

Pareva che la felicità fosse a portata di mano.

Ma cera una persona che in me vedeva non una ragazza intelligente e determinata, ma una minaccia per il futuro di suo figlio. Sua madre, Lucia Ferretti, vedova di un pilota militare, amava Matteo più di ogni cosa. Donna dalla schiena dritta, occhi freddi e capelli sempre perfetti. Mi chiedevo spesso se li pettinasse da sola o andasse ogni giorno dal parrucchiere. Ma non osai mai chiederlo.

Fin dallinizio, Lucia Ferretti mi guardò dallalto in basso, ignorando i miei saluti quando ci incontravamo. Sapeva della nostra amicizia, ma fingeva che io non esistessi. Ricorderò per sempre lunica cena a casa loro. Matteo, imbarazzato, mi invitò poco prima della maturità: «Mamma vuole parlare con te.»

La tavola era apparecchiata con una tovaglia immacolata, bicchieri e posate luccicanti. Lucia Ferretti lavorava in procura, e la conversazione sembrava un interrogatorio:

«Giulia, i tuoi genitori dove lavorano? Ah, in fabbrica Sei figlia unica? La casa è vostra? Capisco che ti sia impegnata a scuola, ma luniversità è unaltra cosa. Matteo deve concentrarsi sullo studio, non su distrazioni.»

Provai a scherzare, parlai dei miei progetti per luniversità, ma mi sentii come una mosca nella ragnatela. I suoi occhi dicevano chiaramente: «Non sei alla sua altezza.» Matteo tentò di difendermi: «Mamma, basta», ma la sua voce suonò debole, quasi infantile. Per lei, era ancora il bambino da proteggere.

Dopo il liceo, Matteo partì per Roma, superando il concorso per una prestigiosa accademia militare, come suo padre. Io mi iscrissi alluniversità locale. Mi scrisse due lettere, piene damore e speranze. Ma il destino decise altrimenti. Scoprii di aspettare un bambino. Nacque dalla nostra primae ultimanotte insieme.

Scrissi subito a Matteo. Rispose sua madre. Con tono gelido, Lucia Ferretti mi informò che suo figlio doveva concentrarsi sulla carriera, che il bambino era solo mia responsabilità, e che la sua famiglia non poteva permettersi scandali. In fondo, una riga di suo pugno: «Perdonami, Giulia. Non posso oppormi alla famiglia.»

«Vigliacco», pensai in quel momento. E capii che era ora di crescere. Non lo cercai più, non scrissi, non volli incontrarlo. Lorgoglio e il dolore furono più forti dellamore. Grazie ai miei genitori, che non mi giudicarono. Anzi, mi sostennero. Anche se era la fine degli anni 80, ed essere madre single era uno scandalo. Mia madre, sentita la notizia, mi abbracciò e disse: «I bambini nati dallamore sono sempre i più belli e felici.» E così fu.

Mio figlio nacque una settimana prima del mio diciottesimo compleanno. Lo chiamai Leonardo, con il mio cognome, e nella voce «padre» misi una linea. Vivevo con i miei genitori. Incrociavo Lucia Ferretti, ma lei non mi degnò mai di uno sguardo. Forse si convinceva che Leonardo non fosse suo nipote. Ma decidemmo di non sprecare energie per loro. «Non si può costringere nessuno ad amarci», diceva mia madre. Ed ero daccordo.

Con laiuto dei miei, feci un corso da parrucchiera, trovai clienti, e mio padre mi aiutò ad aprire un salone. La vita andò avanti, e io e Leonardo ci trasferimmo in un appartamento nostro. Anni dopo, in vacanza, conobbi un altro uomo, Marco, che amò me e mio figlio. Andammo in Germania, e nacque mia figlia.

Leonardo crebbe serio e determinato. Prese il meglio da noi: la mente lucida di suo padre e la mia energia. Divenne un avvocato brillante, con una carriera straordinaria. Ero fiera di lui, felice. Ma a volte, di notte, mi coglieva una strana malinconia per la vita che avrei potuto avere con Matteo.

La sua storia fu diversa. Lo seguii a distanza, attraverso conoscenti. Brillante negli studi, la carriera militare non decollò. Negli anni 90, i tempi erano duri per i militari. E lui, si diceva, era troppo rigido, incapace di compromessi. Fu congedato dopo un conflitto con i superiori.

Tornò nella nostra città, ma non trovò pace. Provò la polizia, lingegneria, le assicurazioni, senza mai fermarsi. Non si sposò. Dopo la morte

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