Mio marito viveva in camera da letto, mentre il mio amante abitava nel salotto

Mio marito viveva in una stanza, il mio amante nel soggiorno

Marcello, non agitarti e ascoltami bene. Da sabato, Maurizio verrà a vivere con noi. Si trasferisce con tutte le sue cose.

Abbassai il Corriere della Sera, incredulo.

Stai scherzando? Dove dovrebbe andare, sul balcone?

Ma no! Nel soggiorno, ovviamente. Cè il divano letto e lo sistemiamo lì. Fatti una ragione, sarà meglio per tutti.

Lucia era ferma sulla soglia della cucina, appoggiata allo stipite, con la stessa espressione di quando annuncia di aver comprato una nuova lavastoviglie. Mi tolsi gli occhiali, stropicciai la radice del naso di solito lo faccio quando sono nervoso. Rimisi gli occhiali e la fissai ancora, convinto di aver frainteso. Sessantanni, non ci vedo già più bene come una volta.

Lucia, ho capito bene? Vuoi che questo Maurizio viva qui, nella nostra casa?

Non questo Maurizio, solo Maurizio mi corresse, con una nota pungente nella voce. E sì, qui. Lappartamento è grande, tu hai la tua stanza, io la mia, lui starà in salotto. Perché fai quella faccia?

Non sapevo cosa rispondere. Avevo la testa piena di confusione. Siamo sposati da trentacinque anni. Trentacinque. Lavoravo come tecnico alla Piaggio, sono in pensione da tre anni. Lucia insegnava musica allistituto civico di Sesto. Vivevamo tranquilli, forse anche troppo, come ha detto più tardi lei. Io leggevo i giornali, costruivo modellini di treni, fumavo la pipa sul balcone la sera. Lei sferruzzava, guardava le fiction. Una vita da coppia anziana, nulla di strano. I figli cresciuti, uno lavora a Torino, la figlia a Milano. Ci sentiamo alle feste comandate.

Poi, sei mesi fa, Lucia ha iniziato a cambiare. Truccata più vistosa, profumo nuovo, sempre con il telefono in mano. Chiedevo cosa ci fosse di nuovo e mi rispondeva svogliata. Una sera mi confessò di aver incontrato una persona speciale. Maurizio. Autista di camion, dieci anni meno di lei. Mi disse di essersi innamorata, che voleva vivere fino in fondo, finché era in tempo. Ho tentato di parlarle, mi offre il divorzio, che io rifiuto. Speravo che le passasse, che fosse una crisi tardiva. Ma a quel punto lei era convinta.

Ed eccoci qui.

Lucia, capisci cosa stai dicendo? Questo è… un incubo. Che tu abbia un amante… pazienza, riesco a sopportarlo. Ma che viva qui? Nel mio appartamento?

Con te, senza di te… che cambia? fece spallucce. Tu stai sempre nella tua stanza ormai. Continua pure. Noi vivremo come esseri umani. Lui è in gamba, sai. Affidabile. Non come certi altri.

Stringevo i pugni sotto il tavolo. Avrei voluto gridare, spaccare tutto, ma non è il mio modo. Ho sempre tenuto tutto dentro. Non serve arrabbiarsi. Anche perché Lucia aveva deciso.

Non ci sto dissi, deciso. Questa casa è anche mia. Non permetterò a uno sconosciuto di stabilirsi qui.

Sconosciuto? sorrise ironica. Per te magari. Per me no. E poi, la casa è intestata a tutti e due. Vuoi separarti e venderla? Facciamo metà per uno. Altrimenti io resto qui con Maurizio in ogni caso.

Caddi nella trappola. Vendere lappartamento, trovare una nuova sistemazione con una pensione da tecnico che basta a malapena per la spesa? Dove vado? Dai figli? Hanno la loro vita, i loro problemi. E poi, perché dovrei andarmene da una casa dove vivo da trentanni, che ho sistemato con le mie mani?

Allora è deciso sentenziò Lucia, poi si voltò. Sabato arriva con le sue valigie. Cerca di essere… ragionevole. Niente scenate.

Se ne andò. Restai in cucina, fissando il vuoto. Il modellino di Frecciarossa iniziato tre settimane prima era abbandonato sul davanzale. Mi versai un tè, accesi la pipa anche se Lucia non voleva il fumo in casa. Ormai non mi importava più.

Il sabato sentii il campanello. Andai ad aprire. Era lui, Maurizio. Alto, spalle larghe, una cinquantina danni. Un uomo di strada, con le mani piene di calli. Jeans e camicia scozzese. Sorrise, mi tese la mano.

Marcello, piacere. Sono Maurizio. Avrai già sentito parlare di me.

Non ricambiai la stretta. Mi scostai per farlo entrare. Lucia uscì dalla sua stanza, radiosa.

Vieni Maurizio! Ci accoglie Marcello!

Ci accoglie pensa te. Andai in cucina a versarmi del tè. Loro armeggiavano in corridoio. La sua giacca accanto alla mia. Assurdo.

Marcello, ne fai una tazza anche per noi? gridò Lucia.

Fatevela da soli risposi secco.

Entrarono in salotto. Sentivo lei illustrargli il divano, spiegargli sistemazioni e cassetti. Poi Lucia chiamò anche me. Non risposi.

Marcello, dai, non te la prendere, fece Maurizio entrando in cucina. Lo so che è una situazione strana. Ma siamo adulti, vedrai che ci abitueremo.

Era seduto al mio tavolo, nella mia cucina, e sorrideva bonario. Lucia versava il tè nella mia tazza preferita, quella con scritto Miglior tecnico.

Di cosa dovremmo accordarci? Che dormi con mia moglie, nel mio appartamento?

Marcello! protestò Lucia. Non essere volgare!

Non è volgarità, è la realtà.

Ci farai labitudine tagliò corta lei. Alla fine ci si abitua a tutto.

La prima settimana giravo per casa come un fantasma. Nella mia stanza, quella che usava nostra figlia, avevo letto, tavolo, libreria e modellini. Sentivo la loro presenza dietro la porta: ridevano, parlavano, guardavano la TV. Al mattino Maurizio si alzava presto, si faceva la barba cantando mezza voce, poi usciva per la sua ditta di autotrasporti. Tornava la sera, Lucia preparava la cena, ogni tanto mi invitava. Rifiutavo sempre. Pane, salame e tè: mangiavo nella mia stanza.

Ovviamente non potevo evitare per sempre i contatti. Bagno e cucina sono in comune. Una mattina entro in cucina per prepararmi le uova. Lucia stava già saltando la pancetta per loro. Maurizio leggeva il giornale… il mio giornale.

Buongiorno borbottai.

Ehi, Marcello, finalmente vieni a colazione disse Lucia. Mangi con noi?

No, mi arrangio.

Prendo una padella piccola, rompo le uova. Lei gira la pancetta, io cuocio le mie uova. Lui legge come se nulla fosse.

Marcello, dove tieni la pipa? Ho voglia di fumare anchio ogni tanto.

Mi volto. Lo guarda con sincera curiosità.

La pipa la uso solo io.

Avaro ride. Pensavo diventassimo amici.

Non saremo mai amici taglio corto.

Marcello, non essere scortese. Maurizio ti tratta bene.

Spegnai i fornelli, lasciai la padella e andai in stanza senza finire la colazione. Sentivo solo unenorme umiliazione. Un ospite indesiderato nella mia stessa casa.

Dopo qualche giorno, Maurizio aveva letteralmente preso il controllo. Portò i suoi attrezzi, sistemò una mensola per le chiavi nellingresso. Spostò i mobili nel soggiorno, disse che così era più funzionale. Il mio vecchio abat-jour finì sul balcone perché non si intona. Lucia appoggiava ogni iniziativa.

Ha ragione diceva Bisogna cambiare. Basta vivere in un museo.

I miei tentativi di protesta nemmeno arrivavano alle orecchie loro. Una sera, entrando in bagno, trovo la mensola piena di bagnoschiuma, schiuma da barba, deodoranti di Maurizio. Tutti dai profumi forti e sgradevoli per me. Accanto ai miei, modesti, erano come una dichiarazione dinvasione. Presi un suo bagnoschiuma, lo annusai, disgustato. Lo lasciai cadere sullo scaffale.

In salotto cerano le sue coperte, i suoi cuscini. Lodore di estraneo nella mia casa mi dava la nausea. Dietro la porta sentivo le risate, i baci, i sospiri. Alzavo il volume della radio per non sentirli.

I vicini ovviamente sapevano tutto in pochi giorni. In Italia le chiacchiere corrono. La signora Nina del piano di sopra mi fermò sulle scale, mi guardò con compassione.

Marcello, come va? Coraggio, tesoro.

Annuii raggelato senza fermarmi. La signora Carla, sotto casa, mi fermò apposta.

Marcello, ma come sopporti quel tipo? Un uomo deve tenere la casa sua!

Grazie per il consiglio risposi e tirai dritto.

Ma come cacciarlo? Forza non ne avevo. Sessantanni, cuore debole e il fiato corto. Maurizio era una montagna. E Lucia era fermamente dalla sua parte. Ormai ero il terzo incomodo a casa mia.

Una sera mi trovai da solo in cucina. Loro ridevano guardando un film in salotto. Lucia entrò a prendere il vino.

Marcello, disturbo?

Fa pure.

Riempì due bicchieri, prese il piattino del Parmigiano e uscì. Nel frigo ormai non cera quasi nulla di mio. Tutto era loro. Il salame preferito da Maurizio, gli yogurt che piacevano a Lucia. Le mie scatole di tonno relegate in fondo.

Andai alla finestra. Scendeva il buio, i lampioni accesi. Da qualche parte a Firenze, pensavo, le famiglie sono normali, marito e amante sotto lo stesso tetto è fantascienza. Per me era la realtà.

Tornai nella mia stanza, presi il modellino. Cercai di incollare unala ma la mano tremava. Tolsi ancora gli occhiali, stretto naso e fronte. Il fumo della pipa saliva al soffitto. Cercavo di calmarmi, ma i ricordi bruciavano: le nostre passeggiate la domenica, il profumo dei suoi dolci, le serate davanti al TG. Una vita forse monotona, ma nostra.

Ora ero in prigione dentro casa mia.

La goccia arrivò una mattina: uscii e trovai Maurizio ai fornelli con il mio vecchio accappatoio addosso. Quello a quadri che uso da sempre.

Cosè questa storia? indicai contrariato.

Lucia me lo ha dato, dice che a te non serve più.

Era di mio padre, lo sai?

Prendilo pure, se ci sei affezionato mi rispose col sorriso falso.

Tienilo, che devo farci.

Sentii Lucia ridere alle spalle. Di me.

Ancora una settimana e decisi di chiudermi in camera. Non mi radevo più, giravo scalzo e in pigiama tutto il giorno. Non toccavo i modellini. Passavo ore a guardare il soffitto col cuore vuoto.

Poi una sera Lucia entrò decisa.

Marcello, io e Maurizio vogliamo sposarci.

Mi voltai.

Sposarvi? E io?

Tu prenderai la tua parte, ovviamente. Sto preparando i documenti.

E lappartamento?

Lo vendiamo. Con la tua quota puoi trovare qualcosaltro, magari trasferirti da uno dei ragazzi.

Rimasi seduto come un manichino.

Quando?

Tra un mese, presentiamo la domanda.

Se ne andò senza salutare. Quellultima notte non dormii. Sentivo le loro voci dietro il muro: ridevano, progettavano, sognavano. Io ero solo una presenza fastidiosa di cui disfarsi.

La mattina dopo mi alzai molto presto. Prete, la moka sul fuoco, guardavo le foglie scosse dal vento. La solita vita di città. Qui dentro, invece, una follia.

Lucia entrò in vestaglia. Si sedette davanti a me.

Marcello, dobbiamo parlare seriamente. La casa dobbiamo venderla, ma nel frattempo conviene darsi delle regole. Non puoi stare sempre barricato lì dentro.

Perché no? Non vi disturbo.

Maurizio dice che dovresti iniziare a socializzare almeno un po. Stare da soli tutto il giorno non fa bene.

Sorrisi di scherno.

Da quando Maurizio si preoccupa per me?

Lui vorrebbe anche diventare tuo amico, se solo lo accettassi.

Amico del compagno di mia moglie? Dai, Lucia.

Lei si fece scura in volto.

Pensavo avessi fatto pace con la situazione. Ormai è passato del tempo.

Forse sì. In fondo che mi rimane?

Lei mi accarezzò la mano. Era solo un gesto gentile, ormai. Quella mano che un tempo stringeva la mia con amore ora poggiava impacciatamente sulla mia.

Sai, Lucia sussurrai ho passato questi mesi a chiedermi dove ho sbagliato. Forse sono stato noioso, prevedibile. Ma ho lavorato, ti ho sostenuta, abbiamo cresciuto due figli. Pensavo che questo fosse amore: essere affidabili, presenti, fedeli. Invece…

Questo è solo dovere, Marcello. Lamore è altro. E io con Maurizio ho trovato la passione, la gioia.

A cinquantotto anni?

Letà che importa? Pensi che sia tardi per essere felici?

Non risposi. Tornai nella mia stanza, steso sul letto con occhi chiusi. Non ricordavo più quando ero stato davvero sereno.

I giorni scivolavano via uguali. Uscivo a camminare la mattina, mi rifugiavo spesso in biblioteca, tornavo la sera quando sapevo di non incontrarli a lungo. Continuavo a essere unombra nella mia stessa casa.

Ma una mattina, Maurizio si sedette al mio posto, quello da cui guardavo fuori dalla cucina da sempre.

Ti dispiace se cambio posto? chiesi.

Perché? Che cambia?

Per me sì.

Marcello, basta con queste fissazioni intervenne Lucia. Siediti dove vuoi.

A me piace qui.

Maurizio non si mosse.

Scusa, ma ormai sto qui io.

Tornai nella mia stanza con le lacrime agli occhi. Non ricordavo lultima volta che avevo pianto così, forse alla morte di mamma. Ma questa volta piangevo di rabbia, umiliazione.

Decisi che era il momento di smettere di lottare.

Trascorsi le settimane in silenzio. Lucia ogni tanto veniva a controllare. Maurizio tentava ancora di conversare. Io rispondevo a monosillabi. Avevano la loro vita ormai, come io la mia. Sotto lo stesso tetto, ma mondi paralleli.

Un giorno Lucia venne con i moduli del divorzio.

Li firmi?

E se non lo faccio?

Andrò per vie legali, tanto lo capisci anche tu: ormai è finita.

Firmai. Trentacinque anni di matrimonio cancellati con un tratto di penna. Mi augurò buona fortuna, come si direbbe a un conoscente.

Lappartamento fu messo subito in vendita. Le visite degli agenti, i futuri acquirenti. Io me ne stavo chiuso, non volevo vedere nessuno. Lucia e Maurizio raccontavano la storia della casa a chiunque entrasse, come se io fossi già parte del mobilio.

Poi venne la volta di preparare i pacchi. Tre scatoloni e un trolley con tutto ciò che avevo accumulato: libri, modellini, vestiti. Sessantanni in tre scatole. Fa impressione.

Il giorno della consegna delle chiavi chiamai un consegnatario. Avevo trovato una stanzetta in affitto a Scandicci, in periferia. Tre fermate di tram da lì, su al quinto piano senza ascensore.

Prima di andarmene girai la casa unultima volta. Il salotto dove spegnevamo le candeline ai compleanni. Le fotografie incorniciate. Lucia uscì dalla sua stanza.

Stai andando via?

Sì.

Ti auguro tutto il bene.

Ti ringrazio.

Ci guardammo. Due estranei. Pensai alle nostre colazioni insieme, alle mani intrecciate, ai sogni. Era passato tutto.

Addio, Lucia.

Addio, Marcello.

Uscii, scesi, salii sulla Panda insieme alle mie cose. Il conducente, un ragazzo marocchino, manco mi chiese nulla, partì.

Guardai la casa che si allontanava. Loro lì, felici, io altrove. Provai allimprovviso una sensazione di liberazione: tutto quellincubo era finito. Certo, ora mi aspettava la solitudine, ma almeno sarebbe stata mia, senza umiliazioni.

Arrivai alla nuova stanza, piccola ma dignitosa. Due sedie, un letto, uno scaffale. Aprii le casse, sistemai i libri, le miniature. Lentamente il mio spazio prendeva forma.

Dopo qualche giorno mi telefonò mia figlia, Francesca.

Papà, come stai? Mamma mi ha detto che vi siete lasciati.

Sì, Francy. È così.

Come mai? Che è successo?

È una storia lunga. Te la racconto unaltra volta.

Dove vivi? Vuoi che venga a trovarti?

Grazie, tesoro, ma va tutto bene. Me la cavo.

Settimane tranquille. Al mattino facevo due passi, componevo i modellini nel tempo libero. Alla biblioteca rionale trovai Elena, una signora sulla mia età: prendeva i romanzi che piacevano anche a me. Facemmo amicizia, solo conversazioni gentili, siamo italiani, si parte dal tempo, si passa ai figli, alle passioni.

Poi, una sera, mi chiamò Lucia, voce rotta.

Marcello, è finita anche con Maurizio. Mi ha lasciata. Dice che sono troppo vecchia per lui.

Silenzio. Cercava comprensione? Cosa potevo dirle?

Mi dispiace, mormorai. Ma io ormai non posso più aiutarti, Lucia.

Marcello…

Hai fatto la tua scelta, ora vivila.

Riattaccai. Nessun trionfo, solo un senso di vuoto. Forse un po di compassione, ma basta.

Quella sera il primo temporale primaverile su Firenze. Guardai i bambini nel cortile di sotto giocare con la pioggia, ridere. La vita scorre. Si soffre, si ama, si perde, si riprende.

Uscii con Elena in centro una domenica. Abbiamo riso, parlato dei nostri passati, di tutto ciò che speravamo ancora. Niente di eclatante o romantico, ma una compagnia piacevole.

La vita ricominciava. Non più la stessa, ma viva. Avevo perso una casa e una compagna, ma non la capacità di apprezzare lattimo.

A volte, nel silenzio della sera, riascolto il momento in cui tutto è cambiato:

Marcello, devi abituarti, Maurizio vive con noi adesso.

E mi sono davvero abituato. Ma non come voleva Lucia. Mi sono imparato a vivere senza loro, senza la vecchia casa, senza il passato. Ho capito che, anche quando sembra di aver perso tutto, la vita offre sempre un nuovo inizio.

Ecco, questa è la lezione più importante: non cè età per ricominciare, basta il coraggio di voltare pagina. E la dignità di non permettere mai a nessuno di annullarti. La vita, anche nei suoi colpi peggiori, merita di essere vissuta fino in fondo.

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Mio marito viveva in camera da letto, mentre il mio amante abitava nel salotto
Non smettere mai di credere nella felicità