Riprendere in mano la mia vita

Ripensando a quel giorno, sembra passato un secolo, eppure io, Alessia Moretti, ricordo ogni dettaglio con una chiarezza che mi sorprende ancora oggi.

La porta si aprì senza che suonassero il campanello.

Non ebbi nemmeno il tempo di stupirmi. Ero nel corridoio, il cellulare in mano, controllando dovera il corriere con la coperta che avevo ordinato. Lapp mostrava: In consegna, circa venti minuti. E poi, così, allimprovviso, la porta si spalancò.

Sulla soglia cera una donna giovane, forse venticinque anni, non di più. Portava una giacca chiara, una borsa grande a tracolla. I capelli biondi tinti, le radici scure, il trucco un po troppo marcato. Mi guardò con quellaria sfuggente di chi valuta un appartamento e già si sente delusa dallarredamento.

Lei è Alessia Moretti? chiese. Nessun saluto.

Sì, sono io risposi. E lei chi sarebbe?

Mi chiamo Chiara. Penso abbia già capito chi sono.

Non avevo capito nulla o, forse, non volevo ammetterlo, non in quel sabato in cui Martina era andata dalla nonna e finalmente, dopo tanto tempo, mi godevo il silenzio e la casa. Avevo programmato di bere una tisana, aspettare la coperta e sdraiarmi sul divano con un libro. Non attendevo visite.

No, sinceramente non ho capito risposi con voce neutra.

Chiara sollevò appena il mento.

Sono con Matteo. Da due anni.

Tutto così, senza giri di parole, senza esitazioni. Sentii qualcosa di strano dentro, non dolore, non rabbia: era come ghiaccio che si scioglie piano sotto la superficie. Restai immobile, guardandola come si osserva un imprevisto che chiede attenzione solo per essere capito. Era lei ad essere venuta, quindi voleva qualcosa. Dovevo ascoltare.

Prego, entri pure dissi facendo spazio nel corridoio.

Chiara avanzò. Scrutò lo spazio, gettando unocchiata alla fila di giacche, alle scarpe, allo specchio, come per capire a chi appartenesse davvero quella casa. Poi, senza chiedere, si spostò in soggiorno.

Posso? domandò, pur essendo già dentro.

Chiusi la porta dietro di noi. Entrai nella stanza, mi fermai accanto alla porta, appoggiata allo stipite. La osservavo muoversi tra il divano e le mensole, sulle foto appese: Martina con la torta del quinto compleanno, io con mamma al mare, tantissimi anni prima. Nessuna traccia di Matteo, le sue foto le avevo tolte già un anno fa, senza allora comprenderne il motivo. Solo ora era tutto chiaro.

Un bellappartamento disse Chiara, con un tono di chi parla quasi a malincuore.

Grazie.

Quante stanze?

Tre.

Annuii tra me. Lei si avvicinò alla finestra, diede uno sguardo in cortile, poi mi fissò negli occhi.

Matteo ha detto che avrebbe capito, che lei è una donna intelligente e che non avrebbe fatto una scenata.

Sospirai piano. Dentro tutto si era compresso, ma il mio viso restava calmo. Era una dote che avevo maturato da anni.

Cosa dovrei capire, esattamente? domandai.

Chiara posò la sua borsa sul divano. Si tolse la giacca e, con quello, notai che sotto aveva la pancia appena arrotondata. Appena accennata, ma evidente.

Io e Matteo vivremo qui. Legalmente gli spetta la metà. È già tutto deciso.

Non risposi subito. Osservavo quella ragazza in piedi nel mio salotto, nel centro della mia vita, quella che costruivo da diciotto anni. Non sembrava cattiva. Solo giovane. Solo ingenua. Solo ingannata.

Si accomodi dissi. Vuole un tè?

Chiara rimase spiazzata. Si aspettava lacrime, urla, almeno labbra tremanti.

No, grazie, non sono venuta per il tè.

Come vuole. Allora mi aspetti un momento.

Andai in camera da letto. Aperti il cassetto più basso del comò. Sotto vecchi foulard, cera una cartellina blu, chiusa con fiocchi. Stava lì da cinque anni: prima per ordine, poi per abitudine, poi, chissà, forse per intuizione. Presi la cartellina e tornai in soggiorno.

Ecco dissi, posandola sul tavolino.

Chiara la guardò confusa.

Cosè?

Documenti. Li apra.

Lei iniziò a sfogliare. Non spiegai subito. Osservavo come le espressioni le cambiavano: prima sicura, poi attenta, poi corrugava la fronte.

Questo è il contratto di acquisto lesse lentamente. Lappartamento è intestato a lei.

Sì.

Ma

Lho comprato prima del matrimonio. Con laiuto di mamma. Io e Matteo allora non eravamo ancora sposati. Scorra pure.

Chiara girò altre pagine, le dita sempre più esitanti.

La casa in campagna.

Eredità di mia nonna. Intestata solo a me. Avanti.

Lauto.

Comprata con i miei risparmi, tre anni fa. A nome mio.

Chiara richiuse la cartellina. Mi guardò come ci si rivolge a un fatto ormai definitivo: non cera più quella superiorità negli occhi.

Un momento aspetti disse lei.

Io non ho fretta.

Chiara prese il telefono. Chiamò. Prese la linea. Udii la voce di Matteo allaltro capo, che conoscevo da diciotto anni, in tutte le sue sfumature bugiarde.

Mat, hai detto che la casa era nostra, che anche la macchina e la casa in campagna Taceva. Ascoltava. Come non sapevi? altra pausa. Ma avevi detto Silenzio più lungo. Le tremava la mano con il telefono. Va bene, ti chiamo più tardi.

Interruppe la chiamata.

Dice che non sapeva sussurrò.

Sapeva. Ha sempre saputo tutto.

Restammo in silenzio. Pareva un sogno strano: io nel mio salotto, il sabato, mia figlia da mamma, aspetto il corriere e discuto con una ragazza incinta che vuole prendersi la mia vita.

Ma la vita non si ruba così. O la dai, o la stringi. Io, la mia, la tenevo stretta da sempre.

Andai in cucina, versai un bicchiere dacqua e lo bevvi piano, contro la finestra. Fuori, alberi di aprile ancora spogli e asfalto bagnato. Qualcuno portava a spasso il cane. Sabato come tanti.

Chiara mi seguì, questa volta senza sicurezza. Si era come seduta, dentro, una sedia con una gamba incrinata.

Posso sedermi davvero? chiese.

Certo.

Lei si accomodò sullo sgabello. Le offrii lacqua. Solo acqua.

Lui mi ripeteva che non eravate più insieme, che vivevate come due coinquilini ormai. Che era tutto finito.

E lei gli credeva.

Sì.

Anche io, un tempo, credevo a lui.

Mi guardò con qualcosa negli occhi che nemmeno volevo definire.

Diceva che lei era fredda. Che non lo capiva mai. Che pensava solo a sua figlia.

Rimasi in silenzio per un secondo.

Martina ha sette anni. Quando è nata, Matteo era in trasferta. Ora so che non era vero. Ho partorito con la mamma e unamica. Ho dormito a pezzi per tre mesi, lui tornava, mangiava e dormiva. Diceva che era stanco. E io gli credevo. Anche io, allora, ero molto indaffarata a credere.

Chiara taceva.

Non mi interessa cosa le abbia detto lui. Mi interessa cosa farà adesso lei.

Chiara abbassò lo sguardo sul bicchiere.

Non lo so. Ho lasciato il lavoro sei mesi fa. Diceva che si sarebbe occupato di tutto. Che una casa lavremmo avuta. Che tutto sarebbe andato bene.

Diceva sempre così. È la sua frase preferita.

Fuori, una brezza scuoteva la betulla del cortile. La conoscevo da ventanni, la betulla. Prima di comprare casa, venivo a trovare mia nonna in questo palazzo. Dopo la sua morte, mamma mi aiutò a rilevare lappartamento dagli altri eredi. Non era solo una casa: era il profumo dellinfanzia, delle torte al forno e dei libri antichi. Ho ridipinto muri, messo il parquet, cambiato la cucina, ma il profumo dei ricordi restava, soprattutto dautunno.

Quanti mesi? chiesi.

Come?

Di gravidanza.

Cinque.

Annuii. Mi versai altra acqua.

Ha genitori?

Una mamma. A Parma.

Siete in buoni rapporti?

Chiara mi fissò sospettosa.

Perché me lo chiede?

Solo curiosità.

Abbastanza. Litigammo quando andai a vivere con Matteo. Era contraria.

Le madri spesso hanno ragione.

Chiara fece una smorfia.

Non penserà di farmi una predica ora, spero.

No. Non è mio stile. Parlo e basta.

Lasciai la cucina, tornai nel corridoio. Aprii la porta del ripostiglio. Sul ripiano più alto un grande sacco a quadri con manici. Lo tirai giù faticando. Lo posai sul pavimento.

Che cosè? chiese Chiara, affacciando la testa dalla cucina.

Le cose di Matteo. Le ho messe insieme lo scorso fine settimana. Pensavo le avrebbe prese lui. Ma adesso che lei è qui

Chiara guardò il sacco.

Lui sapeva che avrebbe trovato tutto pronto?

Non so cosa sapesse. Ci sono i suoi maglioni, qualche camicia buona, due pantaloni. Stivaletti marroni che amava. Anche i suoi libri. Solo roba sua.

Tornai in soggiorno. Dal vetro, vidi passare un corriere in bicicletta, fermarsi, poi ripartire. La coperta non era ancora arrivata.

Perché non si arrabbia con me? domandò Chiara, sulla soglia.

A che servirebbe?

Sono venuta a casa sua per dirle che avrei vissuto qui. Lei avrebbe dovuto

Cosa?

Non so. Arrabbiarsi. Piangere. Mandarmi via.

Lei non ha fatto niente a me. È venuta qui perché le hanno detto delle cose. Che non erano vere.

Silenzio. Poi sentii una porta chiudersi nel pianerottolo, passi, poi tutto si fece di nuovo calmo.

Lui è giù dissi.

Chiara sobbalzò.

Chi?

Matteo. È in fondo alle scale, da venti minuti almeno. Ho sentito la porta quando è entrato, poco dopo di lei. Ma non ha salito le scale.

Chiara spalancò la bocca.

Come fa a…

Vivo in questa casa da diciotto anni. Riconosco ogni rumore in questo palazzo. So quando chiude la porta il vicino del terzo piano. So che il quarto gradino scricchiola. È entrato e si è fermato.

Chiara riprese il telefono. Chiamò di nuovo.

Dove sei? sentii. Poi voci indistinte dallaltro capo. Sali. Sì, sali. Ho detto di salire.

Riattaccò. Mi guardò.

Sta venendo.

Lo so.

Restammo in silenzio. Non ero agitata. Provavo una stanchezza nuova: come se, dopo diciotto anni a reggere qualcosa di pesantissimo, qualcuno finalmente mi avesse detto che potevo mettere giù il peso.

Un colpo di campanello. Solo uno, timido, quasi colpevole.

Andai ad aprire.

Matteo era lì, proprio come me lo aspettavo. Un po trasandato, in quella giacca che gli avevo comprato due anni fa. Un mazzo di crisantemi bianchi, leggermente appassiti, del supermercato. Li prendeva sempre quando si sentiva in colpa e voleva sembrare gentile senza chiedere scusa.

Alessia disse, titubante.

Ciao, Matteo risposi. Calma, come a un conoscente lontano.

Vorrei spiegare

Entra.

Entrò. Vide Chiara. Si bloccò. Tra loro qualcosa passò negli sguardi. Io guardavo i crisantemi.

Sono per me?

Sì io

Lascia in corridoio. Cè un vaso sulla mensola.

Ubbidì. Non trovò lacqua. Li lasciò asciutti. Lavevo sempre notato: in diciotto anni, mai una volta che avesse riempito un vaso dacqua da solo.

Alessia tornò in soggiorno. Possiamo parlarne? Senza tutto questo.

Senza cosa?

Guardò Chiara, poi me.

Lo so che è una brutta situazione.

Sì. Proprio una brutta situazione.

Non volevo andasse così.

Come volevi?

Che non venisse lei qua. Le avevo detto di aspettare.

Ah, quindi volevi tutto, solo non che venisse lei. Saresti venuto tu?

Matteo tacque. Era fermo al centro della stanza, e io, guardandolo, ebbi la sensazione di vederlo per la prima volta davvero. Non luomo che avevo scelto e conosciuto per diciotto anni, ma una persona come tante: non molto alto, un po ingrassato, con gli occhi bassi, pieni di una colpa che fino a poco prima scambiavo per sensibilità.

Mi sovvenne di quando ci conoscemmo a una festa di una mia collega. Lui raccontava qualcosa di spiritoso, mi faceva ridere, mi ascoltava come fossi la donna più interessante della stanza. È bello sentirsi così. Difficile resistere.

Matteo, voglio che tu capisca una cosa. Non parlerò con te del passato, non perché mi faccia male. Semplicemente non cè più nulla da dire.

Alessia

Aspetta. Non ho finito. Noi divorziamo. Presento i documenti la settimana prossima. Non voglio i tuoi soldi per Martina.

Sobbalzò.

Come, non vuoi?

Semplicemente: non voglio. Martina starà con me. Me la caverò. Puoi vederla quando lo chiederà lei. Quando vorrà lei, Matteo, non quando conviene a te.

Ma devo comunque pagare…

Non mi devi niente. E io niente a te. Siamo pari.

Rimase lì, spiazzato. Forse si aspettava pianti, rabbia, trattative a porte chiuse. Invece niente: solo silenzio e la mia voce calma.

Il tuo sacco è nel corridoio. Prendilo.

Almeno pensiamoci ancora

Ho pensato per diciotto anni. Basta così.

Si girò verso Chiara, cercando comprensione o appoggio. Lei guardava altrove.

E ora che facciamo? le disse con tono già diverso, più duro.

Non lo so sussurrò lei.

Chiara, comprendi che non abbiamo…

Sì, Matteo. Ho capito.

Al momento non ho soldi per una sistemazione degna e

Matteo lo interruppi.

Lui si volse.

Prendi il sacco. E uscite da qui.

Cera nel mio tono qualcosa di nuovo. Inevitabile. Lui tacque. Andò in corridoio, afferrò il sacco. Si fermò, un istante.

Alessia solo il mio nome, come se potesse cambiare qualcosa.

Stammi bene, Matteo.

Uscì. La porta si richiuse, senza sbattere. Solo si chiuse.

Chiara era ancora lì con la borsa a tracolla, lo sguardo smarrito.

Le serve qualcosa?

No io esitò, me ne vado.

Aspetti.

Andai ancora nel ripostiglio. Su uno scaffale una borsa di tela, non grande. La presi e tornai.

Tenga.

Cosè?

Dentro cè un maglione di lana pesante, per lei. Alcune cose che le saranno utili adesso.

Mi guardò interdetta.

Perché fa questo?

Non lo so risposi sinceramente. Forse perché entrambe ci ritroviamo a mani vuote. Solo che il tempo è diverso.

Lei prese la borsa. Non ringraziò. Ma nemmeno lo aspettavo.

Chiami sua madre aggiunsi quando indossava la giacca. Non è un consiglio. Solo lo dica.

Lei uscì. La porta si chiuse di nuovo.

Rimasi qualche istante nellingresso. Guardai i crisantemi nel vaso vuoto. Li presi, li portai in cucina, ci misi lacqua e li lasciai sul davanzale. Non per pietà, semplicemente non volevo che appassissero proprio lì.

Poi tornai in soggiorno. Mi sedetti sul divano.

Per qualche minuto non feci nulla, a parte guardare fuori. La betulla ondeggiava. Il cielo era pallido, di aprile. Direi ancora freddo, ma non più invernale.

Pensai a Martina, dalla nonna. Mia mamma. Stavano facendo i tortellini, come ogni sabato. Martina lo adorava e tornava ogni volta con la farina sul naso e con lorgoglio di sentirsi custode di qualcosa di importante.

Lei ancora non sapeva che il papà se ne stava andando. Non glielo avevo detto. Rinviavo. Non per paura, ma per cercare le parole giuste, quelle che spiegano senza spezzare. Le avrei trovate. Avevo ancora qualche giorno.

Il telefono vibrò: Matteo, lo vidi sullo schermo. Restai un attimo lì, a leggere il suo nome. Poi, blocca contatto.

Il silenzio. Solo quello.

Nessuna sensazione di vittoria o sollievo. Solo quiete. Quella vera, di un sabato pomeriggio.

In cucina il rubinetto perdeva: da settimane rimandavo lidraulico, mentalmente mi ripromisi di chiamarlo il lunedì.

Dal vicino proveniva la TV accesa su qualche tg: non le parole, solo il tono.

Riaprii il telefono e controllai: il corriere era a tre minuti da casa.

Mi alzai, misi a posto il cuscino sul divano, riposi la cartellina in camera, nel cassetto. Richiusi.

La campanella suonò davvero. Aprii la porta.

Davanti trovai il corriere: un ragazzo in giubbotto arancione, il cellulare in mano.

Alessia Moretti?

Sì.

Firma qui.

Firmai, presi il pacco. Grande, morbido. Buona giornata e se ne andò.

Chiusi la porta, entrai in soggiorno, appoggiai il pacco sul divano. Lo aprii.

La coperta era bordeaux, di una tonalità intensa. Calda, corposa al tatto. La corteggiavo da mesi ma avevo rimandato. Poi, finalmente, lavevo ordinata. Solo per me. Solo per me.

La srotolai. Era proprio come la sognavo: grande, pesante, di quella lana che non punge. Mi stesi sul divano, senza togliere i calzini, e mi avvolsi dentro.

La betulla danzava. Dai vicini arrivavano parole basse.

E lì, sotto la coperta, nel silenzio, mi permisi quello che non mi ero permessa tutto il giorno.

Mi lasciai andare.

Non pensai. Non progettai. Non calcolai. Solo respirai.

E il mio respiro era regolare.

Mi colse la sorpresa. Mi aspettavo tremore, lacrime, paura o crolli.

Invece niente. Solo respiro regolare. Strano e bellissimo.

Pensavo: diciotto anni con un uomo che mi ripeteva che ero fredda, troppo attenta a nostra figlia, rigida con i soldi, incapace di godermi la vita, sempre troppo giusta. Che con me era difficile, che io non ne comprendevo lanima sensibile.

E io a crederci. O almeno a farci i conti, come succede quando qualcuno ti ripete qualcosa troppo a lungo.

Lui lavorava a intermittenza. Progetti lasciati a metà. I soldi entravano ed evaporavano. Smisi da tempo di fare domande. Sostenni il mutuo contratto prima del matrimonio, da sola. Mantenni la casa in campagna, la macchina, le attività e i vestiti di Martina. Lo chiamavo famiglia, pensavo che qualcuno dovesse reggere tutto.

Ora mi sembrava chiaro che si chiamava in modo diverso.

Non era rabbia. Solo chiarezza, quella che arriva quando guardi le cose dal di fuori.

Ricordai una conversazione con mia madre di tre anni prima. Mentre beveva il tè, senza guardarmi, aggiunse: «Non hai paura, Alessia, di portare sulle spalle tutto da sola?». Risposi di no. Che così funzionano le famiglie. Lei non replicò, finì il tè e mi chiese, invece, se mi servisse una mano con Martina nel weekend.

Non parlava mai chiaro, mamma. Ma cera, sempre.

Presi il cellulare e le scrissi: «Tutto bene. Come sta Martina?»

Rispose subito: «Facciamo i tortellini. Dice che i tuoi sono più buoni, ma mangia i miei senza protestare. Ride. Tutto bene».

Sorrisi. Poggiai il telefono sul divano.

Fuori il cielo si scuriva prima del previsto, nuvole basse, la pioggia domava il davanzale. Un rumore costante.

Rimasi sul divano forse unora, forse due. Non guardai lorologio. Pensai a tante cose. Che dovevo chiamare la mia amica Irene e raccontare. Irene sicuramente si sarebbe arrabbiata e avrebbe detto che sospettava già da tempo. Irene sospetta sempre tutto prima e lo dice, cosa che a volte mi irritava, ma le volevo bene anche per questo: per la sua presenza vera e schietta.

Pensai al lavoro. Un buon lavoro: la contabilità in una piccola impresa edile da quasi dieci anni. Mi rispettavano. Pagavano puntuale, niente di straordinario ma non mi lamento. Sapevo che sarei riuscita da sola.

Non immaginavo solo che sarebbe successo davvero.

Ecco la vera differenza tra il passato e quello che sentivo allora. Prima vivevo nellillusione che accanto a me ci fosse davvero qualcuno, che forse non ero sola. Ora quella illusione se nera andata: dietro era rimasto solo uno spazio vuoto, vuoto da tempo, ma adesso si vedeva.

E la stranezza era che non faceva male. Era come quando porti a lungo una borsa pesante e finalmente cambi braccio: non è più leggero, è solo differente.

Tre mesi passarono.

Arrivò luglio, caldo e luminoso come non ricordavo da tempo. Martina sapeva già. Glielo dissi la domenica, appena tornata dalla nonna. La feci sedere in cucina, le servii il latte, le raccontai con parole semplici: papà avrebbe vissuto altrove, entrambi la amavamo tanto, nulla sarebbe cambiato di ciò che conta.

Mi ascoltò seria. Poi chiese: «Posso telefonare a papà, quando voglio?»

Certo, risposi. Quando vuoi tu.

E andarlo a trovare?

Certo.

Restò silenziosa un altro secondo. Poi, stringendo la tazza, chiese: «Allora domani posso andare da Lisa a vedere dei cartoni?»

Risposi di sì. Dopo, rimasi in cucina in silenzio, mentre Martina correva nella sua stanza. Pensando che i bambini sono diversi. Prendono quello che cè e vanno avanti. O forse Martina non aveva ancora compreso tutto. Avrebbe compreso col tempo. Ma ora aveva il latte e Lisa con i cartoni. E andava bene così.

Matteo mi scrisse solo una volta, da un altro numero. Capivo che era lui, lo bloccai senza leggere. Poi una mail, dopo una settimana: voleva spiegare, si dispiaceva, diceva che amava Martina.

Risposi secco: «Per questioni di Martina contatta mia madre. Per il resto non rispondo».

Basta. Mai più scrisse.

Irene mi riferì che Matteo e Chiara vivevano insieme in affitto in periferia, monolocale. Aveva raccolto le notizie come solo lei sa fare: dettagli, opinioni. Lo ascoltai, ma non provai né soddisfazione né pena. Solo informazione. Loro lì, io qui.

Di Chiara sapevo poco. Forse era rimasta. Forse tornata. Forse non se nera mai andata. Non avevo domande, non importava più.

La casa cambiò. Non fuori: stesse mensole, stessi muri, la betulla, le pareti che cambierò, magari, questautunno. Ma qualcosa nellaria era nuovo. Più pulito, come dopo la pioggia.

Martina si era abituata. I bambini si abituano in fretta, molto più di quanto pensiamo. Chiamava il papà quando voleva, a volte spesso, altre settimane neanche una volta. Io non commentavo.

Anche io, col divorzio, mi scoprii diversa. Pensavo sarebbe stato uno strappo, una perdita. Ma crolla solo ciò che è solido. Quello che tenevo in piedi era solo unabitudine: pensare che fosse giusto così, non guardare troppo a fondo, reggere perché non cera nessun altro.

Mi iscrissi da una psicologa. Tre sedute. Alla terza mi chiese: «Cosa prova pensando al futuro?»

Riflettei. Risposi: «Curiosità».

Annuì, scrisse qualcosa.

Non paura?

La paura lavevo prima. Ora è curiosità.

Era vero. E mi stupivo di averlo detto.

Cominciai a guardare il mio tempo in modo diverso. Era soltanto mio. Potevo coricarmi allora che volevo. Non cucinare la cena. Ordinare cibo e mangiarlo in piedi, davanti al frigorifero, senza che qualcuno mi dicesse che non era di classe.

Piccole cose, ma sono quelle a riempire la vita.

Telefonai a mia madre, parlammo a lungo, più del solito. Lei ascoltava, interveniva con parole leggere, mai giudicanti. Non diceva te lavevo detto, non brava che finalmente, solo presenza, sempre. Dopo quella chiamata, sentii un calore in petto che rimase fino a sera.

Irene mi invitò al cinema. Non andavamo da sole da almeno otto anni. Sempre qualcun altro, un impegno, la bambina. Stavolta solo noi. Prendemmo pop corn, un film leggero, riso condiviso in sala.

Dopo il film restammo al bar a chiacchierare.

Lo sai che sei cambiata? mi disse.

In che senso?

Non lo so, sei più calma. Ma non calma tipo atona. Calma tipo dentro te stessa.

Pensai, poi annuii.

Forse sì.

Quella sera tornai a casa a piedi. Era caldo, la passeggiata piacevole. Strada dopo strada, la mia casa, la mia betulla, il mio portone. Su, fino al piano. Chiave, porta, dentro.

In casa cera quiete. Martina era ancora da mia madre per qualche giorno. Sfilai le scarpe, fui in soggiorno, accesi una lampada. Presi il plaid bordeaux, mi ci avvolsi con i piedi sul divano, senza rifare il letto.

Fuori, una sera di luglio accogliente. Da lontano voci di bimbi, qualcuno innaffiava i fiori sui balconi.

Rimasi lì, sola, con il silenzio che avevo scelto.

E pensai: ecco, qui è il mio posto. Qui decido io cosa sarà il mattino, cosa sarà la sera, cosa cucinare, quando dormire o quando aprire la finestra. Nessun permesso necessario per essere me stessa.

Questa era casa mia.

Respirai. Il plaid era caldo e pesante, proprio come volevo. Da fuori il vento portava un rumore sommesso. Forse pioggia in arrivo, forse solo aria.

Non controllai.

Stavo bene così.

Chiusi gli occhi.

Pensai: forse è proprio questa la felicità. Quando non devi correre, non devi spiegare nulla a nessuno. Quando puoi semplicemente stare e respirare.

E respirai. E questo bastava.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

1 × one =