27 aprile 1998
Caro diario,
«Tania, non offenderTi, non vivrò più con Te». Così ho iniziato a parlare a me stesso, quasi volendo mettere fine a un sogno che non era più mio. Poi, allimprovviso, mi è sembrata la voce di Ginevra: «E se provassimo, Sergio?» mi ha guardato senza battere ciglia, il viso arrossato da un timido corallo. «Ho già detto tutto, Tatiana», ho risposto, ma la frase non era più per lei.
Ginevra Bianchi è nata quando io ero al primo anno di scuola elementare. Ricordo ancora la sua madre, la bellissima Lara Bianchi, famosa in tutto il quartiere per il suo pancione generoso, e il padre fiero, Giulio, che non perdeva occasione per farci sentire il suo orgoglio.
Ogni pomeriggio Lara spingeva la carrozzina di Ginevra fuori dal portone di casa, un gesto che per me aveva laspetto di un piccolo miracolo. Io crescevo, e Ginevra sbocciava. Già alla fine dellestate la vedevo scappare dal portone della casa dei Bianchi in un vestito azzurro con un enorme fiocco rubino sulla chioma bionda. Si divertiva con le amiche, costruiva casette di legno accanto al giardino.
Io osservavo tutto dalla finestra della mia casa, situata proprio di fronte, sul lato opposto della strada. Un giorno Lara mi ha chiesto: «Sergio, accompagna Ginevra, per favore». Non ho potuto rifiutare; per quasi un anno mi sono preso cura della bambina di prima elementare.
Allinizio andavamo a scuola in silenzio, ma ben presto Ginevra non ha più retto a stare zitta: iniziava a raccontarmi aneddoti delle lezioni, a sussurrare storie che aveva sentito. Finiva le lezioni prima di me e aspettava pazientemente che io la lasciassi andare. A volte tornavo a casa in compagnia dei compagni di classe, e lei camminava con loro. Così mi sono abituato a incontrarla ogni mattina al portone, a prenderle la mano e a camminare insieme verso la scuola.
Lanno successivo, a settembre, Ginevra mi ha chiesto piano piano di poter andare a lezione con le sue amiche. Da quel giorno le ragazze correvano davanti a me, e io le seguivo a distanza, pronto a intervenire se necessario. Un giorno, sulla strada, è comparso unoca che sbuffava, allungava il collo e sbatteva le ali, spaventando le bambine. Mi sono messo tra loro e luccello, e con un grido le abbiamo fatte passare.
Lanno dopo mi sono trasferito a studiare in un villaggio vicino, San Benedetto, dove cera una scuola media. Tornavo a casa solo nei fine settimana e durante le vacanze. Ginevra sembrava avermi dimenticato, abbassava lo sguardo e non mi salutava più.
Successivamente sono entrato allIstituto Aeronautico di Bologna per diventare navigatore. Le visite a casa diventavano ancora più rare.
«Mamma, chi è quella ragazza, Ginevra?» ho chiesto, interrompendo la cena, quando una giovane alta e slanciata è uscita dal portone dei Bianchi.
«È nostra Ginevra!» ha risposto la mamma, guardando fuori dalla finestra con un sorriso.
«Quando è arrivata?» ho chiesto, sinceramente sorpreso.
«È tempo che le cose accadano», ha sospirato dolcemente, «vedi, ogni volta che ti guardo, mi rallegra il pensiero che i genitori abbiano dato il meglio».
Lho vista di sfuggita più volte, sempre nascosta dietro le tende di tulle. Una mattina lho sorpresa con due secchi legati al manico dellacqua, mentre il vento apriva il tendaggio come se volesse svelare un segreto.
Quando Ginevra ha dovuto affrontare gli esami con un completo elegante, ho avvertito il desiderio di accompagnarla ancora. Ma lultima goccia è stata la voce di mio padre, che mi ha detto mentre sistemavamo il recinto: «Con una voce così, potresti andare fino al capo del mondo!»
Un pomeriggio, mentre portavo i secchi dacqua, lho incontrata accanto al rubinetto. «Buongiorno!» mi ha salutata per prima, trafittandomi il cuore. «Ciao, Ginevra», ho risposto, quasi senza voce. I secchi si riempivano lentamente, ma io non riuscivo a trovare un argomento di cui parlare. Partii quel giorno con un velo di nostalgia, convinto di essere davvero innamorato.
Il destino mi ha poi assegnato il servizio a Murano, nella zona più a nord della Laguna.
***
Il prossimo ritorno a casa lho fatto con la speranza di confessare quello che provavo, credendo che Ginevra fosse ormai adulta. Il primo giorno mi sono stancato sul sentiero, poi sono iniziati i giorni di lavoro. Mio padre, come sempre, ha organizzato un piano perfetto per sfruttare la manodopera extra.
Il secondo giorno siamo andati nella foresta a tagliare legna, poi a spezzarla e a sistemarla in capanno. Prima di partire, mio padre ha dovuto rifare la porta della sauna, poi rinnovare il pavimento, e infine sistemare il pavimento della stalla. Due settimane sono volate così.
Ogni tanto scrutavo il portone dei vicini, di solito chiuso, da cui usciva a volte Lara o Giulio, ma Ginevra non compariva più.
«Mamma, perché non vedo più Ginevra?» ho chiesto un giorno.
«Ha iniziato gli studi in città, a Firenze», ha risposto la mamma.
Così sono tornato di nuovo a Murano. Un anno dopo lho vista solo una volta, e quella volta non mi è piaciuta. Sono tornato a osservare da dietro le tende di tulle, come un’ombra. Con lei camminava un ragazzo alto e paffuto, del villaggio, che chiacchierava e rideva alle proprie battute, mentre Ginevra gli lanciava un sorriso di pietà, guardandomi con unaria che non mi era più simpatica.
Ho scoperto poi che Ginevra si era sposata con quel ragazzo e viveva in un centro dimissionale. Quando ritorno a casa dei miei genitori, la sento ancora parlare al telefono, la sua voce è come un eco lontano.
«Sergio, smettila di lamentarti, non sei più un ragazzino», mi dice la mamma, intuendo il mio dolore.
Oggi, guardandomi allo specchio, capisco che il tempo non si può fermare, che i sogni di gioventù possono trasformarsi in ricordi dolci o amari, ma è sempre possibile accettarli con serenità. Ho imparato che non bisogna trattenere ciò che non è più nostro, ma lasciarlo andare, perché solo così il cuore resta libero di amare nuove strade.
**Lezione personale:** la vita è un continuo viaggiare; chi chiude una porta, ne apre unaltra, e lunica ricchezza è accettare il cambiamento con gratitudine.







