Le persone che non sanno dire grazie

Gente ingrata

25 febbraio

Dai, Giulia, non ti sento! La voce di papà si è abbassata su di me come un temporale, mentre io, stringendomi, mi aggrappavo alla tasca del grembiule di mamma.

Giulietta, dai, dì grazie al papà! Guarda che bei pattini ti ha comprato, sono proprio belli! sussurrava mamma Emma, accarezzandomi i capelli con delicatezza, cercando di stemperare la tensione. Papà ci ha messo tanto impegno, su, piccola! Matteo, che bravo che sei stato, che regalo splendido Gli ha lanciato uno sguardo rapido: ha visto le sue sopracciglia farsi scure, il suo viso diventare teso. Ora comincia a urlare Si arrabbierà di nuovo con Giulia Ma perché non riesce proprio a dire quel benedetto grazie?!, pensava mia madre, mordendosi le labbra.

Eh, ve lavevo detto io che stavate crescendo una lupa! Non cè gratitudine nel suo cuore! borbottava, in piedi davanti alla porta del bagno, nonna Franca: la zia di Matteo, la pesante ombra dietro ogni discussione. Come madre, come figlia, tutte due si credono chissà chi! Tutto per scontato, tutto come se le fosse dovuto! Matteo si spacca la schiena per farvi contente, si ammazza di fatica, e voi due serpi, niente! Dovreste baciargli i piedi, solo per il fatto che abitate qui a Milano

Nonna Franca si è chiusa in bagno, ha aperto lacqua calda per non sentire le obiezioni di mamma Emma, si è svestita ed è salita nella doccia, brontolando tra sé tutti i peccati di Emma. Con le labbra chiuse a fessura e la mascella sporgente, Franca ricordava un bulldog di razza, uno di quelli sempre imbronciati, con le medaglie appese al collare, costretto a vivere tra meticci.

Franca non era una donna qualunque. Meritevole, onorevole, esempio per i giovani, veterana del lavoro. Era arrivata a Milano dalla provincia, valigia con dentro un libro di Carducci, un paio di calze sfilacciate, scarpe consumate, due barattoli di marmellata di prugne e una montagna di ambizione. Tutto ciò, insieme alle calze, le bastò per iscriversi alluniversità, e il viso gentile ma tenace, quella lingua affilata, la resero forza dominante tra gli studenti. Franca era il martello del corso: se una studentessa si sposava senza dirglielo, assemblea immediata! Bisognava scoprire chi fosse lo sposo, come mai tanta fretta, se la ragazza fosse in condizioni sospette… Se qualcuno si picchiava? Motivo in più: creare il precedente!

Ringrazia, Bianchi, che ti abbiamo solo dato un avvertimento! In altri tempi saresti stato cacciato picchiava la mano sulla scrivania, interrogando lo studente che aveva portato dei dischi esteri in collegio. A chi ti vuoi uniformare, eh, Bianchi?! Vergogna! Dai, ringrazia il collettivo che ti dà una seconda possibilità!

Franca amava smascherare, portare alla luce, aprire gli occhi a tutti. In quei momenti, il petto le pulsava, il sangue le saliva alla testa, e i pugni stretti diventavano bollenti.

Sul corso, Franca era chiamata la Martellona, per il carattere inflessibile, la severità quasi crudele. Facevi qualcosa di sbagliato? Dovevi pentirti pubblicamente. Nessuno osava snobbarla.

La gratitudine era laria che la Martellona respirava.

Quella parola grazie doveva suonare netta, forte, rimbombare nellaula, rientrare tra le assi di legno delle pareti e risuonare con piacevole eco alle sue orecchie: Gragraziezie!

Non sento! sogghignava lei.

Allaula ormai bastava un misero grazie per essere soddisfatta, ma Franca, lei no. Dovevi ringraziare e confessare di aver imparato la lezione. Era la sua vittoria personale.

Ed è così che è vissuta sempre: ottenendo gratitudine non per merito, ma per imposizione. Poi è arrivata Emma Ha intrappolato il nipote Matteo, lo ha sposato. I due si sono trasferiti da Franca e la loro vita scorreva agiata, ma secondo la Martellona, Emma non sapeva ringraziare! E la figlia era tutta sua!

Giulia, non ti sento! ripeté stanco Matteo, lasciando cadere i pattini da hockey sul parquet. Ho girato tutta Milano per trovare il tuo numero! Sai quante cose ha da fare tuo padre? Eh?

Matteo, per favore, siamo grati a te, e Giulia pure. Solo che aspettava dei pattini da figura bianchi

Emma mi accarezzò la testa, mi strinse forte. Sentivo il tremolio del mio corpo.

Vai in camera, amore, fai i compiti mi sussurrò.

Stavo per filare via, ma la voce di papà mi fermò:

Giulia, vieni qui e dimmi grazie. Così fanno le persone educate. Emma, perché le insegni a essere ingrata? Per il bene ricevuto bisogna essere riconoscenti!

Sì, papà aveva imparato la lezione da piccolo. Nonna Franca aveva piantato in lui le radici della normalità. Avrebbe dovuto ringraziare nonna e la madre, Mariella, già per il fatto che Mariella laveva tenuto e non abortito quando avrebbe potuto, perché una gravidanza avrebbe rovinato i piani con il marito in missione allestero. Ma Franca aveva preteso che la figlia mettesse al mondo Matteo.

Se avrai un figlio, il marito ti adorerà! diceva a sua figlia in lacrime. E pure se ti lascia, sarai a posto con i soldi.

Il marito di Mariella, con radici venete e una nonna piemontese, adorava i bambini, considerandoli la vera essenza della vita. Non si sottraeva ai doveri di padre, ma Franca trovava comunque difetti, spingendolo a sentirsi in colpa e ringraziare sempre lei e Mariella per non aver buttato via Matteo tempo addietro.

Ringrazia che Matteo è stato messo al mondo! Sai quanta fatica ha fatto Mariella per lui

Ed ecco, secondo Franca, il bambino non era più della madre, ma solo del padre, e Mariella aveva dovuto ripararlo in famiglia.

Franca aveva avuto anche lei un marito, ingrato pure lui; laveva lasciata, era morto quando Mariella aveva appena sette anni. E Mariella aveva dovuto ringraziarla che lavesse cresciuta da sola

Mariella ora viveva allestero, il marito continuava a mantenerla, ma Matteo era cresciuto di fatto con la nonna. Franca laveva martellato da piccolo, lasciandolo allasilo da lunedì al venerdì, vantandosi del sacrificio. Ringrazia che non tho messo in collegio!, diceva.

Linsegnamento della gratitudine laveva imparato perfettamente. La casa, la scuola, il diritto stesso di esistere: tutto era merito suo. E pure il mangiare! Quando era adolescente, quanto mangiava! Franca sfinita in cucina Ma dava una possibilità di sopravvivere, creava un uomo vero attraverso la sofferenza!

Il grazie di Matteo usciva meccanico, puntuale, e solo così la nonna non si arrabbiava troppo. Ma dopo, bisognava ringraziarla per tutto, anche per poter giocare in cortile.

Ora toccava a Emma capire quanto dovevano a lei e a Matteo.

Quando Emma Orlandi è entrata nella vita di Matteo, lui stava per finire luniversità e lei era appena arrivata da Bologna, terzo anno.

Si sono conosciuti nel corridoio della segreteria. Emma non sapeva se bussare o entrare diritta: era impacciata.

Posso aiutarti? chiese Matteo.

Sì Non so se posso entrare rispose lei, rossa.

Vieni, ci penso io! fece lui deciso, prendendole il gomito.

Si sono frequentati, hanno passeggiato insieme. Matteo non laveva mai portata a casa, non parlava della nonna. Solo prima del matrimonio, Emma ha capito quanto Franca pesasse sulla vita di suo nipote.

Tu assecondi la maleducazione di Giulia! si voltò verso la moglie Matteo. Deve almeno dire grazie!

Matteo, non capisci Lei sognava altri pattini. Questi sono per maschi! È una bambina

Le mie amiche rideranno! Tutte hanno i pattini da figura, solo io questi! urlai, uscendo dalla stanza, pallida e tremante. Ridammi i miei vecchi! Li voglio usare ancora! Papà, ridammi i miei pattini!

Giulia! Ma chi pensi di essere?! Matteo si rabbuiò, la mandibola sporgente come quella della Martellona. Ho girato mezza Milano per questi! Il tuo numero non cera. Prendi questi, o niente pattinaggio! Sei ancora troppo piccola per pretendere! Ringrazia che ti faccio uscire, con tutti quei voti bassi!

Io io balbettavo, singhiozzando.

A me piaceva tantissimo pattinare. Ma, per i corsi di pattinaggio, non cerano soldi: facevo le giravolte nel cortile di casa.

Ringrazia che cè la pista ghiacciata sotto casa e ti lascio andarci! diceva nonna Franca, dura.

Da settimane attendevo i pattini nuovi, come le altre bambine. Invece papà aveva portato quelli neri, da hockey, ingombranti.

Io volevo essere bella, danzare sul ghiaccio come la Kostner, i capelli sciolti, i fili dei lacci lunghi, sentirmi leggera e ammirata dagli amici, i pattini come parte di me…

Invece, tutto svanito.

La porta del bagno si è aperta. Sotto il vapore caldo, con lasciugamano attorcigliato in testa e laccappatoio blu pesante, è uscita nonna Franca. Relaxato fino a un secondo prima, ora il suo volto si è rabbuiato. Braccia incrociate, sguardo duro verso la mamma.

Cosa aspetti? Vai a darle una bella tirata dorecchi, quella monella! ordinò. Manca di rispetto al padre, che si sforza per lei. Vai, Emma, e tirale quelle treccine! Dai!

Mamma si voltò impaurita verso papà, poi verso la Martellona.

Per che cosa? Per i pattini? Perché il suo sogno è stato calpestato? Matteo, davvero a tutto il Decathlon di Corso Buenos Aires non cera un 36 di pattini bianchi? Perché comprarle questo orrore, se tua figlia vuole fare la pattinatrice?!

Papà si è fatto piccolo, ha guardato fuori dalla finestra.

Non cerano altri. Saresti potuta andarci tu, allora! Che pretendi? ha mormorato.

Franca, sogghignando, si è avvicinata al nipote.

Vedi, te lavevo detto che questa donna non è come pensavi. Non sa essere riconoscente per ciò che abbiamo fatto per lei! E sta insegnando lo stesso a tua figlia. Emma, disse con tono falso dolce, penso che a una bambina con voti bassi non serva il pattinaggio, deve stare a studiare. La storia dei pattini era solo un pretesto, così smette di patire per il ghiaccio. Senza pattini, niente problema. E i soldi del premio per i pattini? Li ho usati con giudizio. Le ho preso unenciclopedia. La farà diventare una persona seria. Poi la interrogo. E tu, Emma, non intralciare. E sii grata. Di solo grazie, è abbastanza.

Cosa?! non lasciando finire Franca, la mamma già le si avvicinava a passi fermi, stringendo i pugni. Ha usato i nostri soldi? I miei soldi? Ma con quale diritto decide quello che va meglio per noi?! Matteo, perché hai permesso tutto questo? Sai prendere una decisione? Ma che assurdo! Franca, tenga la sua enciclopedia! Restituisca i soldi, li userò io per bene! gridava mamma, non affatto spaventata dallira crescente della Martellona. Le sono grata, sì, per lospitalità, per laiuto, per aver trovato un buon ginecologo anni fa, per averci aiutato con la spesa quando davvero eravamo al limite. Grazie di cuore, ma questo non giustifica nulla. Per lei, il ringraziamento è sottomissione. Lei non vuole gratitudine, vuole sudditanza. E io non gliela darò!

Basta, Emma! Basta! urlò papà. Guardava solo Franca, temendo la tempesta. Emma, non hai ragione! Nonna è una brava donna! Di grazie!

Papà temeva la furia della Martellona, le sue parole venefiche, e la minaccia del vecchio cinturone, quello con la fibbia militare: per anni era stato lincubo peggiore.

Ora aveva paura che lo tirasse fuori, umiliando ancora una volta tutti. Doveva essere grato a lei, a Franca, per non essere finito in istituto, per tutto…

Non dirò nulla, Matteo la mamma scosse la testa, fece un sorriso amaro. Ho già ricambiato abbastanza: cucino, pulisco, lavo, pago io questa casa, ora ci occupiamo noi di Giulia. Non dipendiamo più dalla signora Franca.

Ma vivi sotto il mio tetto, sciocca! Sei proprio uningrata! Maligna! strillò Franca, la voce rotta, più acida che mai. Ah, Matteo si accasciò sul braccio del nipote, ansimando, i capelli bianchi sciolti e umidi appoggiati sulle spalle. Cosa hai portato in questa casa?! Devandarsene! Non sopporto più questa vipera! Via! Via!

Giulia scivolò fuori dalla camera, gli occhi pieni di lacrime.

Mamma, e papà? Cosa facciamo? Dobbiamo andare via? È per colpa mia?

Sentivo il terrore di diventare cattiva, come diceva la nonna: Se sarai cattiva, il mondo ti schiaccerà, Giulia! Devi seguire i migliori, ascoltarli. Altrimenti resti sola, e sarà la fine!

No, mamma! Voglio restare! Farò la brava! E tu resta, per favore!

Andrò via lo stesso, Giulia. Se vorrai, sai dove trovarmi. Così vedi che si può vivere anche diversamente.

Dove vai? Dove dormirai? rise Franca. A Bologna?! Nessuno ti aspetta! Dove vuoi vivere, sotto i ponti?

La casa a Bologna era stata venduta: coi soldi Matteo aveva comprato unauto, il resto lo aveva messo sul libretto a nome di Franca. Emma si era opposta, ma secondo lui era doveroso essere riconoscente!

A Milano, Emma aveva solo amiche con famiglie piccole e appartamenti minuscoli.

Ti ricordi zia Silvia? Andrò da lei, a San Donato. Se vuoi, vieni anche tu disse la mamma, facendo la valigia.

No, mamma resta con me! la supplicai.

No, Giulia. Non posso vivere dove la gratitudine è schiavitù. Non dirò più grazie per forza. Sei grande, scegli tu. Ti voglio bene comunque.

Piangevamo abbracciate in ginocchio, il valigia accanto, chiusa.

Matteo fissava il cortile: vedeva me e mia madre allontanarci. Girato quellangolo, non ci avrebbe più viste. Forse, mai più

Tua figlia ingrata te lha fatta, nipote mio sospirò Franca. Vieni, ho scaldato la cena. Io. Cosa si dice?

Grazie mormorò Matteo, andando in cucina.

Il tavolo era insolitamente vuoto. Un tempo mancava spazio per tutte le ciotole; adesso, la zuppiera di porcellana e la caraffa di succo erano al centro, assieme a un insaccato affettato per festa.

Mangia. Allora, cosa si dice alla nonna per una cena così? sgranò gli occhi la Martellona, la mandibola in avanti. Ti ho liberato di quelle due! Si vedeva che ti pesavano, ora stai meglio. Io la Emma non lho mai potuta vedere! Gente come lei, alle assemblee, la mettevamo a posto. Chi capiva, diceva grazie. Chi no, finiva a scaricare cassette. Mangia, Matteo, mangia!

Ma era mia moglie… e io la amo… sussurrò papà.

Amala pure! Anche tua madre mi ama, dallestero. Lontano si vede meglio! Prima o poi capirai che ti ho liberato. Troveremo unaltra donna, più riconoscente, e niente più lamentele! E basta parlare di Emma! Hai capito? Altrimenti te lo faccio capire io, con il cinturone!

Un colpo secco sulla tavola.

La zuppiera tremò, il succo ondeggiò. Fuori gracchiò una cornacchia, piegandosi sul ramo, come in una buffa riverenza verso Franca.

Tuo marito non ha un briciolo di spina dorsale disse Silvia la sera, quando Giulia già dormiva, offrendosi una tazza di tè bollente. Prendi, hai bisogno di rilassarti. Non discutere, ti vedo stanca marcia!

Emma scosse la testa, dello sfinita: tutto il viaggio a rassicurare Giulia, a prometterle che papà sarebbe tornato. Poi lattesa del bus per San Donato Tremava dal freddo e dalla stanchezza.

No, Silvia. È così solo con Franca. Fa il piccolo, la obbedisce ciecamente. Bisogna ringraziare sempre, precisa. È come vivere in assemblea permanente: lei decide, noi dobbiamo ringraziare, qualunque cosa. Sì, abitiamo da lei, non paghiamo affitto, ma lo ha voluto lei. Non sprecate soldi!, diceva. Ma poi se lo faceva pagare con la gratitudine obbligata.

Bisogna fare solo ciò che senti, non solo essere buona ribatté Silvia. Tu lì nemmeno potevi litigare. Era un teatro burattinesco! Davvero, che ci trovavi in Matteo?

Quando Franca era in clinica, lui era diverso! Allegro, simpatico, coraggioso. Cambiava del tutto. Ma con Franca… nulla. Lei si lamentava, e noi giù a sentirci in colpa. Decenni così!

Ora basta! Si ricomincia daccapo. Bevi il tè, prendi una fetta di crostata. E non ringraziare, Emma! rise Silvia. Rilassati, semplicemente.

Ma devo dirti grazie, Silvia. Ti voglio bene… mormorò Emma, deglutendo il pianto.

Arrivarono le vacanze di Pasqua. Io giocavo in cortile con la cagnolona di Silvia, Luna. Lei era in malattia e mi teneva compagnia, mamma lavorava e la sera portava qualcosa di buono. A tavola si mangiava, si rideva e si scherzava. Il papà di Silvia mandava il miele dalla campagna pavese: denso, scuro, profumato dacacia.

Questa estate andiamo da lui, in vacanza. A Giulia piace, a te farà bene! propose Silvia, portando in tavola una pila di frittelle. Via, festeggiamo Carnevale come si deve! Luna! Luna, lascia stare Giulia. Dopo!

La sera uscimmo in veranda sotto le coperte, lucine appese al corrimano, Luna con la testa sulle ginocchia di mamma che la accarezzava, beata

Forse sbaglio? sussurrò mamma. Dovrei essere più grata… Ma con Franca è difficile.

Dal bene non si cerca il bene; e se lo si cerca, non è più bene. Tua Franca non fa gesti gentili, li impone! E pretende gratitudine. Oh, qualcuno al cancello! sussurrò Silvia.

Non serve la polizia. Sono io, Matteo. Emma, posso parlarti?

Papà! corsi giù, Luna dietro, saltellando. Lui mi diede una scatola: dentro, i miei agognati pattini bianchi da figura, con le lettere dorate.

Strillai, corsi da lui, gli saltai al collo.

Grazie, papà! Grazie! Guarda, zia Silvia! mostrai i pattini a tutti, mentre mamma, vicino al cancello, sorrideva.

Ciao, Matteo. Che sorpresa

Io e te ci trasferiamo, Emma! Ho trovato un appartamento, almeno per cominciare… Mia nonna mi ha detto: Ringraziami che ora sei libero, Lasciala perdere, Emma non vale nulla. Io ti faccio il divorzio in due giorni, tu non avrai problemi con la bambina, che se la tenga lei!. Ho mollato tutto e sono corso qui. Non voglio lasciarti, Emma. Non vado da nessun notaio! esitò, cercando lo sguardo di mamma. E tu?

Lei disse qualcosa di sommesso, stringendolo forte.

Dopo, in casa, facciamo il cacao! gridò Silvia. Venite!

Franca, rimasta sola nellappartamento, si sedette sullo sgabello, asciugandosi le mani sudate sulla gonna. Da quanto non si sentiva così agitata? Compose un numero, rimase a lungo in attesa.

Emma? Ciao, sono la nonna Franca. Sabato vorrei venire a portare un regalo a Giulia per il compleanno, posso? Non vi disturberei troppo?

Franc a ansimava, la voce aspra. Aveva sempre ordinato, mai chiesto nulla in vita sua. Ma adesso era costretta.

Quando comandava, nessuno osava opporsi. Mi dia 300 grammi di prosciutto. Prenda un altro pezzo. Lasciami passare. Porti le mie borse al terzo piano… Comandava, non pregava…

Signora Franca, buon pomeriggio rispose rapida Emma. Partiamo per il weekend…

Emma! Voglio solo portare il regalo a mia nipotina! Dì almeno grazie… provò Franca, ma la chiamata venne chiusa.

Franca richiamò.

Ok, scusa sputò quasi. Allora posso almeno incontrarvi venerdì e lasciarvi il regalo?

Sì, alle cinque. Possiamo sederci al bar. Matteo sarà con noi.

Grazie, Emma. Ti ringrazio per permettermi di vedervi ogni tanto Franca parlava lentissima, leggendo da un foglietto: ancora le costava troppo ammettere di dover ringraziare. Eppure ci stava provando, seduta ogni sera nella casa vuota, sussurrando parole di gratitudine nel silenzio, in attesa che qualcuno la chiamasse. Le mancavano tutti. Stava invecchiando, e diventando persino sentimentale. Qualche volta piangevaFranca chiuse il telefono e rimase a fissare per un attimo il suo riflesso nel vetro della finestra. Milano sotto di lei, la sera che calava inesorabile sui viali arruffati di macchine e luci tremolanti. Un tempo pensava che la città fosse sua, che bastasse battere il pugno e il mondo si sarebbe scosso come le zuppiere sulla tavola. Ora la mano tremava. La cucina restava troppo silenziosa; la sua voce, uneco che non sapeva più dove andare a posarsi.

Girò lentamente per casa, sistemando piattini già troppo puliti, raddrizzando fotografie in cui Matteo bambino sorrideva, e Mariella, giovane, le abbracciava le spalle. Toccò i bordi delle cornici, immaginando quei giorni in cui tutti si voltavano per ascoltare le sue parole, in cui un grazie doveva bastare a scaldare il cuore.

Scese le scale, uscì sulla strada. Laria aveva quella frescura tagliente della fine dellinverno. Camminò fino a un piccolo giardinetto dove due bambini, avvolti nelle giacche, giocavano a rincorrersi sui pattini colorati. Uno inciampò, cadde, e laltro protese subito la mano.

«Grazie!», rise il piccolo, rialzandosi, e Franca fu colpita da quella parola semplice, detta senza fatica, senza paura così diversa da quelle che aveva strappato nel tempo. Restò a guardarli per lunghi minuti, gli occhi umidi di qualcosa che non si sarebbe concessa di chiamare rimpianto.

Il venerdì attese lorologio, impaziente come una bambina. Il regalo per Giulia in mano una sciarpa rosa, morbida, come non aveva mai regalato prima. Al bar, Emma e Matteo sedevano vicini, uniti, mentre Giulia saltellava nervosa, i pattini bianchi ai piedi, i capelli legati con gli elastici luccicanti.

Franca tirò fuori il pacchetto, lo porse piano. Giulia esitò, prese il regalo, lo aprì. Attorno, la vita scorrevano intatta: tazze tintinnanti, risate, zucchero che cadeva a pioggia.

«È soffice!», esclamò Giulia, avvolgendosi la sciarpa al collo. «Grazie, nonna!» disse, e questa volta sorrise davvero, con la bocca intera, come si sorride a qualcosa di vero e inatteso.

Franca rimase muta un istante, poi abbassò gli occhi.

Il grazie le arrivò diverso da come aveva sempre creduto: non una vittoria, ma un ponte, fragile e dolcissimo, tra lei e quella nipotina che tanto le assomigliava e già camminava lontano.

Fu allora che capì: la gratitudine più grande non si pretende, si sperimenta nel perdere, nel lasciare andare, nel ritrovarsi a sussurrare grazie al vuoto e sentirsi vivi. Sollevò lo sguardo su Emma, sulle mani intrecciate con Matteo, sulla figlia e la nipote che avevano scelto di vivere altrove, ma che pure avevano lasciato socchiusa una porta.

E, mentre lultima luce del tramonto scivolava oltre le vetrate del bar, Franca Chiuse gli occhi per un momento e, nel silenzio del suo cuore, sussurrò, senza più voce di comando, il suo primo, vero, grazie.

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Le persone che non sanno dire grazie
Il Villaggio delle Nonne Ingannate