Ho lavorato per sette anni nella stessa azienda: sono partita come assistente e sono arrivata a coordinatrice dell’ufficio amministrativo

Ho lavorato per la stessa azienda di Milano per sette anni.
Sono entrata come assistente e sono diventata coordinatrice del reparto amministrativo.
La mia migliore amica, Giulia, è arrivata due anni dopo su mio suggerimento.
Le ho insegnato tutto sui nostri processi, spiegato i sistemi, passato i contatti e, allinizio, ho anche coperto alcune sue sviste per evitare che venisse licenziata.
Pranzavamo sempre insieme, uscivamo il venerdì sera e mi fidavo di lei più di chiunque altro.
Sei mesi fa è stata annunciata una nuova posizione da responsabile.
Il mio capo mi ha detto che ero tra i candidati più forti.
Da allora ho iniziato ad arrivare prima, andare via più tardi e assumere più responsabilità.
Giulia mi ripeteva sempre: Questo posto è tuo, te lo meriti. Le ho confidato ogni dettaglio, perfino le strategie per il colloquio interno.
Il giorno del colloquio, allimprovviso, ho visto anche lei davanti allufficio del direttore.
Non mi aveva detto nulla prima.
Mi ha guardata e ha detto solo: Ho deciso di provarci. Ho cercato di non pensar male.
Una settimana dopo hanno comunicato il risultato: è stata scelta lei come nuova responsabile.
Sono rimasta alla scrivania senza parole, fissando lo schermo del computer.
Da lì, tutto è cambiato.
Ha cominciato a modificare procedure che avevo creato io, mi ha tolto alcune responsabilità, voleva rapporti inutili.
Un collega mi ha confidato che Giulia aveva detto al direttore che non avevo capacità di leadership, spacciando come sue molte idee che le avevo suggerito io.
Un giorno, durante la pausa caffè, le ho chiesto senza giri di parole: Perché hai detto quelle cose su di me? Lei ha risposto: Questo è lavoro, non amicizia.
Dovevo proteggere la mia posizione. Le ho ricordato tutto ciò che avevo fatto per lei, ma mi ha tagliato corto: Nessuno ti ha obbligata.
Da allora latmosfera è diventata pesante.
Mi parla freddamente, mi corregge davanti a tutti, mi assegna compiti assurdi.
Torno a casa in lacrime, angosciata, con la tentazione di mollare tutto.
Eppure mi rode lidea di andarmene senza aver detto nulla.
Mi trovo davanti a un bivio: restare in silenzio, temendo di perdere il lavoro, oppure andarmene e ricominciare da zero.
La verità è che, nella vita, lonestà con se stessi e il rispetto verso il proprio valore valgono più di ogni ruolo o stipendio.
A volte bisogna trovare il coraggio di lasciare ciò che ci ferisce, per non perdere noi stessi.

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Ho lavorato per sette anni nella stessa azienda: sono partita come assistente e sono arrivata a coordinatrice dell’ufficio amministrativo
Mi ha implorata di avere un bambino, poi è fuggito da sua madre quando nostro figlio aveva tre mesi.