La casa di Katya

La casa di Caterina

Mamma, manca ancora tanto?

Angelina si ridestò e si stropicciò gli occhi. Il vecchio pullman sobbalzava senza pietà su ogni buca della strada. Fuori dal finestrino, filari di alberi sfrecciavano, seguiti da campi infiniti che parevano onde sciolte sotto un cielo grigio. Le nubi stavano così basse che sembravano accarezzare i tetti delle cascine. La pioggia ogni tanto aumentava, rendendo il paesaggio fuori dal vetro unombra sfocata, tutto un unico grigio che assorbiva i colori della terra. Angelina rabbrividì e si strinse ancora di più contro la mamma.

Hai freddo? Caterina le avvolse attorno alle spalle i lembi della sua lunga sciarpa e la tenne ancora più vicina. Mancano pochi chilometri, credo. È tanto che non torno in paese. Lultima volta cero venuta da piccola, ero poco più grande di te.

Mamma, perché andiamo là? Angelina si svegliò del tutto e si sistemò sulle ginocchia della mamma, per vederle meglio il volto stanco.

Perché ora dobbiamo stare lì, almeno per un po. Non abbiamo altro posto.

E la nostra casa? Angelina la fissò stupita.

Non possiamo più restarci, tesoro.

È per quello? la bambina toccò leggermente lecchimosi, malamente coperta, sulla guancia di Caterina.

Anche per quello, sì. Ma ora pensiamo ad altro, va bene? Chissà come sarà vivere in un posto nuovo, con la casa, lorto, il giardino. Ammetto che non so piantare niente, però fino a primavera manca un po di tempo. Possiamo imparare assieme, che ne dici?

Sì! Angelina annuì con energia. Mamma?

Dimmi.

Posso finalmente avere un gatto? O un cagnolino?

Anche entrambi se ti va. sorrise Caterina, sistemandole meglio il cappuccio. La nonna diceva sempre che in una casa ci devono essere animali.

E che voleva dire?

Che chi ha una casa con animali non è mai solo. La nonna aveva una capretta, tante galline e le oche. Avevo paura delle oche, erano enormi e urlavano fortissimo! Un giorno mi diede un bastoncino, mi insegnò a portarle fuori nellerba e ho smesso di averne paura. Da quel giorno erano loro a temere me! Caterina abbozzò una risata e Angelina per la prima volta, dopo tanto tempo, ridacchiò.

Il pullman sobbalzò su una grossa buca, da qualche parte dietro qualcosa scricchiolò e Angelina chiuse gli occhi.

Non spaventarti! Va tutto bene! Caterina la strinse più forte. Non dobbiamo aver paura, mai più. Là non torneremo.

Caterina fissò fuori il finestrino. La pioggia ora cadeva ancora più forte, quasi lavasse via i ricordi. Chissà se in casa ci sarebbe ancora un po di legna. Forse no. E allora? Ma non aveva scelta quando la scorsa notte era corsa, con la piccola tra le braccia, a bussare alla porta della madre. Tutto era successo così in fretta che si era resa conto di ciò che stava succedendo solo quando il pullman aveva iniziato a scivolare verso il paese dove viveva sua nonna, e dove Caterina stessa aveva trascorso i primi cinque anni.

Caterina non aveva mai capito davvero perché fosse stata cresciuta dalla nonna fino a quelletà. La madre laveva lasciata lì e laveva ripresa solo quando era già una bambina grandicella. Nessuna lacrima della sua vita fu mai così bruciante quanto quella volta in cui la mamma la portò via dal suo mondo.

Non piangere, andrai a vivere in città! Ora la tua casa è là!

Caterina scosse la testa con rabbia, puntando il dito verso la casetta sempre più piccola, che svaniva dietro una curva.

Quella è la casa di Cate!

No! Scordatela! sbottò la madre trascinandola via veloce.

Fu allora che Caterina capì: non sempre la forza che aveva bastava a cambiare quel che la vita le imponeva.

Ricordava poco della nonna. Qualche immagine brulicante: mani calde, segnate dalla terra, sempre morbide quando la accoglievano. Il grembiule e il pancione che profumava di pane, il rifugio dove poteva piangere e lamentarsi di tutto. Ma soprattutto, gli occhi: azzurri, trasparenti, puliti come il cielo destate. Quegli occhi erano gli stessi che ritrovava in sé e nella piccola Angelina. Solo che negli occhi della nonna cera sempre una scintilla segreta, anche quando le cose andavano storte. Brillavano di allegria appena sotto la superficie, poi a un tratto la voce rompeva il silenzio intonando Fior di marzo e tutto sembrava di nuovo a posto.

Basta lacrime, piccola! Non servono a nulla!

La nonna se nera andata quando Caterina aveva quindici anni. La mamma non la portò al paese, al funerale. Perché? Non lo seppe mai. Con la mamma ormai non correva buon sangue. Da un anno era comparso Carlo, il nuovo compagno della madre, e lei era diventata dura e pungente senza motivo. Caterina aveva mille domande, finché un giorno, sullaltalena, lamica Laura gliene diede una spiegazione secca.

È gelosa.

Di chi? Di Carlo?

Certo! Non vedi che sei diventata grande? E tua madre mica più giovane.

Caterina restò interdetta. Che sciocchezza, la mamma gelosa di lei, di un uomo così insignificante?

E lui non ti dà mai fastidio?

No! Ma e qui si interruppe: in effetti, ricordava di averlo sorpreso più di una volta a fissarla in cucina.

Occhio, amica. Se vuoi, vieni a stare da me. Mamma non cè mai, io mi annoio.

La mamma di Laura, Assunta, era una gestora ambulante, sempre di corsa e con i capelli spettinati, ma buona come il pane. Da ogni viaggio portava a Laura e Caterina vestiti nuovi. Quando scoprì che Caterina indossava i pantaloni di Laura, semplicemente iniziò a comprarne due paia alla volta senza fare domande.

Ma cosa credi? Non lo so che siete sempre insieme? Meglio così, almeno fate meno fatica, e siete più carine! Assunta rideva, sbaciucchiando le due ragazze prima di sparire di nuovo per lavoro.

Allinizio, Caterina rifiutò lospitalità. Poi però cambiò idea dopo che una sera Carlo la bloccò in corridoio con parole sussurrate che la spaventarono a morte. Quella sera andò da Laura, che le offrì subito un bicchiere dacqua e una dose abbondante di valium, più la scatola di cioccolatini che la mamma teneva da parte per Natale.

Quando Assunta tornò e vide gli occhi rossi di Caterina, la strinse forte.

Mi dispiace, tesoro. La vita a volte si mostra più crudele di quanto meriti. Ma devi reagire, studia e non lasciarti fregare. Ormai, puoi contare solo su te stessa! Devi prendere il diploma.

Caterina ascoltò. Lei e Laura passavano le sere sui libri mentre le altre ragazze uscivano. Le chiamavano secchione, ma ne valsero la pena: finirono il liceo egregiamente e si iscrissero alluniversità, una in giurisprudenza, laltra in economia. Al secondo anno, Assunta aprì un negozio e assunse Caterina.

Abituati! Diventerai la mia persona di fiducia, lo faccio solo con te. Ricorda: tutti mentono!

Quando si laureò, Caterina gestiva già diversi negozi per Assunta e aveva imparato a guidare. Era diventata brava, guadagnava bene e Assunta si fidava ciecamente di lei.

Fu proprio Assunta a presentarle Michele, uno dei soci daffari. Lui intuì subito la sua forza e, inizialmente, la lodò per la grinta e lintelligenza. Quando poi si sposarono Caterina ormai ne era innamorata qualcosa cambiò: la sua ammirazione divenne scherno, le sue idee venivano liquidate con un sogghigno. Michele diceva di voler una donna di casa, la famiglia, niente lavoro. Quando, incinta di tre mesi, Caterina svenne al volante e rischiò grosso, decise di dargli ascolto.

Cate, prendi tutta la pausa che vuoi. Partorisci, goditi la maternità, poi torni.

Ma dentro di sé Caterina sapeva che non sarebbe mai più tornata davvero. Michele la controllava sempre di più, con la scusa della premura. Tornava la sera con sacchetti pieni di leccornie, la colmava di regali per la bambina, ma le imponeva di essere sempre appagata.

A qualcosa, però, non riusciva ad abituarsi. A volte Michele la guardava in modo strano, di ghiaccio. Un giorno, cambiando canale, si fermò su un documentario dove un ghepardo spiava la preda. In quegli occhi riconobbe lo sguardo di Michele. Le venne la pelle doca.

La prima discussione fu sul nome della figlia. A un pranzo, Michele sentì Caterina dire a Laura che avrebbe voluto chiamarla Angelina. Interruppe la conversazione:

Si chiamerà Eva! Ho deciso!

Anche quello è un bel nome… Laura lo scrutò con poco entusiasmo: le ricordava troppo il padre che picchiava la madre fino a quando morì investito da uno scooter.

Mia figlia deve essere perfetta, portare il nome perfetto.

E se non lo fosse? Laura lo guardò duramente.

Beh, si dovrà impegnare! strinse la spalla di Caterina così tanto da farle male.

Caterina lo riconobbe a fatica. Cambiando argomento, scherzò:

Magari nasce maschio! Gli esami possono sbagliare

Ho detto Eva! Michele aveva lo sguardo vuoto. Caterina si tirò indietro spaventata.

In bagno, Laura la fissò negli occhi:

Ti ha mai messo le mani addosso?

Ma che dici? Sarebbe incapace

Fino a ora. Se succede, sarà troppo tardi. Scappa finché puoi. Se resti, non avrai il coraggio di lasciarlo più. Lo so bene.

Caterina fissò il proprio riflesso sullo specchio del bagno. Laura aveva ragione, ma gettarsi da sola nel vuoto, incinta, le faceva ancora più paura.

Quella sera litigarono davvero per la prima volta. Michele voleva che Caterina tagliasse ogni rapporto con Laura e Assunta.

Ho abbastanza delle due impiccione! Stanno tramando qualcosa contro di me!

Neanche per idea! Laura e Assunta sono la mia famiglia. Quando nessuno cera, loro mi hanno aiutata.

La faccia di Michele si oscurò. Serrò i pugni, minacciò uno schiaffo. Caterina indietreggiò, scivolando sulla scala che portava al piano di sopra, la casa della sua immaginata felicità.

Il resto avvenne come in sogno: lambulanza, la sala operatoria, le mani di uno sconosciuto che la sostenevano mentre sentiva urlare la sua bambina. Angelina nacque quasi prematura. Michele agitato, impaziente, si sfogava sui medici. Caterina gli mandò una lettera: non farti più vedere.

Il giorno delle dimissioni, Michele arrivò davanti allospedale con fiori e palloncini, inginocchiandosi.

Perdonatemi, Caterina, Angelina. Vi prego!

Assunta osservò Caterina con unocchiata attenta.

Decidi tu. Se serve, io ci sono.

Tutto proseguì esattamente come aveva previsto Laura. Caterina diventò quasi invisibile, colma di attenzioni solo per la figlia. Michele pretendeva report quotidiani sugli sviluppi della bambina, le chiedeva il conto dettagliato delle spese in euro, aveva preso i documenti dal cassetto senza dirle nulla.

A che ti servono? Se ti serve qualcosa, chiedi a me, disse candidamente.

Caterina avvisò Laura:

Ho perso i documenti.

Ti aiuto io. Ma lui non deve saperlo, capito?

Stava finalmente per andarsene, quando Angelina iniziò a stare male. Forse per la nascita anticipata, doveva essere seguita sempre. Andarono da mille pediatri, mentre Michele esigeva spiegazioni e Caterina cedeva, piegata dalla paura di non farcela senza i suoi soldi.

Michele, dopo averle messo le mani addosso due volte, si calmò, soddisfatto della sua totale obbedienza. Poi, finalmente, Angelina migliorò. Caterina la portava al mare, rideva tra le onde, finalmente lontana dalla casa fredda che ormai sentiva nemica.

Michele parlò di un secondo figlio, Caterina glissò. Decise di rimandare.

Un giorno, appena tornate dallennesimo soggiorno marino, Michele dichiarò:

Da oggi, Angelina avrà una tata. Tu non sei più capace, ci vuole una vera educazione.

Caterina rimase interdetta:

Ma perché?

Michele la colpì. Una, due, tre volte. Angelina pianse. Caterina tremava.

Chi ti ha dato il permesso di parlare?

Nessuno.

Non intrometterti. Se mi fai arrabbiare, non rivedrai più tua figlia.

Non toccare la mamma! gridò Angelina terrorizzata.

Michele la fissò con uno sguardo duro.

Quando hai fatto diventare mia figlia contro di me?

Non lho fatto

Sei cattivo! disse con rabbia Angelina.

Ti insegno io!

Non osare! sussurrò Caterina in un tono così calmo da farlo desistere.

Vai da tua figlia e pensa a farti perdonare. Da domani deciderò se servirai ancora a qualcosa.

Quella sera, Caterina, sentendosi protagonista di una soap di bassa lega, prese le vecchie pillole per dormire, avanzate da prima della gravidanza. Sperava solo funzionassero: Michele ingerì il the che lei gli offrì senza sospetti, si lasciò incantare dai complimenti e dal racconto su quanto fosse un padre meraviglioso. Mentre lui crollava addormentato sulla tastiera del computer, Caterina si affrettò: valigia, documenti, vestiti, la bimba ancora assonnata in braccio, uscì di casa col cuore in gola, sicura che da un momento allaltro lui si sarebbe svegliato. Mezzora dopo, era sulla soglia della casa della madre, dove era ancora registrata come residente.

Che ci fai qui a questora, con la bambina? Ma che bellezza che sei

La madre, scorgendo il livido sulla sua faccia, la fece entrare e chiuse la porta.

Non puoi restare. Non cè spazio. E non voglio avere beghe con tuo marito.

Chiuse la porta della cameretta dove dormivano i figli piccoli.

Capisco, mamma. Solo un po di tempo, per capire che devo fare.

Devi tornare da tuo marito! È lunica cosa. Ti ama, si prende cura di voi.

Non posso, qui non mi lascerebbe mai in pace. Quando avrà sbollito magari parleremo. Per ora, posso avere il telefono?

La madre uscì senza dire altro. Angelina dormiva nel suo abbraccio.

Caterina chiamò Laura, la mise al corrente. Laura le ordinò di restare lì, aspettando Assunta, che sarebbe venuta a portarle a fare il referto medico, poi alla stazione.

Ecco, è risolta Caterina disse alla madre.

E dove vai ora?

Non lo so. Lontano. Me la caverò.

La madre scosse la testa, poi tirò fuori dal taschino un mazzo di chiavi.

Vai in paese. La casa della nonna cè ancora. Ti do i documenti, la intestiamo a te.

Grazie, mamma

Che cè?

Perché non mi hai portata a salutarla, allora, quando è morta?

Per vergogna la madre serrò il vecchio accappatoio attorno a sé e uscì dalla cucina sorbendosi la pena muta e ruvida del rimorso.

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