Il suo pittore

Il Suo Pittore

Ecco, siamo arrivati, dissi fermandomi, mentre sbottonavo la giacca. Il sole ormai scaldava come in piena estate, laria era impregnata dellodore della terra umida, di foglie di acero appiccicose appena spuntate dai boccioli verde brillante, di fumo e di ferro arroventato. Era la tettoia del garage, che sporgeva come una strana creatura verde dalla staccionata ordinata. Le porte del garage erano chiuse con un vecchio lucchetto e avvolte dai rovi, così avvicinarsi era impossibile. Eppure mia figlia Sofia, ostinata, scorse tra i rami secchi che le porte erano dipinte con margherite e roselline, ai lati girali e tralci duva. Dai rami pendevano grappoli di uva scura, dipinti con cura, tanto brillanti da sembrare vivi al sole. Sofia iniziò a passare tra le spine del biancospino e dei lamponi, restando impigliata con la giacca nel cancello.

Mamma! Aiuto! Sono rimasta bloccata!

Sofi, ma perché ti infili sempre dappertutto? Ecco, la giacca si è strappata! Sei tremenda Non muoverti, arrivo subito! dissi, scostando i rami e liberandola dalle spine, prendendola in braccio e accarezzandole la testa mentre anche io mi perdevo ad osservare quelle vecchie porte dipinte a olio.

Mamma, è bellissimo, vero? Sofia mi lanciò unocchiata dal basso, con la testa piegata.

Sì, tesoro, è proprio bello.

È questa la casa del nonno? chiese indicando la piccola casa di legno azzurra, con le persiane intagliate come merletti.

Sì, è la sua. Ora… Le chiavi del cancello Le chiavi rovistai nella borsa finché le trovai, sollevando il mazzo trionfante davanti a lei, dirigendomi verso lingresso.

Il lucchetto resisteva. La chiave si bloccava, le mie mani già macchiate di ruggine e polvere nera che si era raccolta nella serratura dopo anni di inutilizzo, eppure niente da fare.

Dai, sforzati! borbottai. Sofia si accorse che ero agitato, che avevo macchie rosse sulle guance e che respiravo in modo rapido.

Mamma, chiediamo aiuto a qualcuno? propose la bambina. Da quella casa gialla ci sta guardando un signore.

Mi voltai nella direzione indicata dalla piccola. Dietro una tendina scorgevo un vecchietto con la camicia a quadri e la giacca pesante. Capì che lavevamo visto e uscì, mettendosi il berretto in testa, aggiustando la cintura dei pantaloni e scendendo i gradini con i suoi stivali neri.

Mamma, viene qui Chiedigli tu, lui il lucchetto lo rompe di sicuro, magari con un martello, spiegò Sofia, vedendo il mio sguardo smarrito.

Intanto il vicino attraversò lentamente il vialetto umido, si fermò dietro il proprio cancello e mi scrutò stringendo tra le mani le assi appuntite della staccionata.

Chi siete e cosa volete dalla casa del pittore? chiese. Chiamo i carabinieri! Non ne avete il diritto, tutto è stato lasciato in eredità alla figlia. Il pittore è morto e… Si zittì vedendo il mio volto sgomento, pronto alle lacrime.

Zio Vittorio… Non mi hai riconosciuto? Sono Chiara. Sono tornata… Io…

Non sono mai stato capace di apparire forte. Piango facilmente, non riesco mai a trattenere le lacrime, così come rido senza alcun imbarazzo, per una spontaneità infantile che mi viene da mio padre. Anche lui era fatto così: sentiva tutto in modo viscerale, a volte non capiva nemmeno cosa stava succedendo ma intuiva subito se cera felicità o tristezza nellaria. E piangeva, anche con vergogna, asciugandosi subito gli occhi, ma non riusciva mai a smettere davvero. Quella sua emotività faceva impazzire mia madre Paola, e il fatto che la stessa labbia ereditata io la faceva infuriare ancora di più.

Sei una piagnona isterica, Chiara! Smettila di fare la sceneggiata, è solo un cucciolo randagio! mi sgridava, quando, da bambina, mi spiaceva trovare un povero cane o per una storia triste. Smettila, o ti tolgo la bambola coi capelli turchini! si arrabbiava più forte se piangevo davvero.

Lasciala stare! interveniva mio padre. Ha unanima viva, lo capisci?! Un angelo ci vive dentro! Ma tu… e si zittiva sotto lo sguardo severo di mamma.

Secondo te io non posso capire? Sono insensibile? Calcolatrice? Fredda? ironizzava Paola scoppiando tra rabbia e lacrime. Come si può vivere così nel mondo, Piero? Ti approfitteranno, a essere così buono e ingenuo! Anzi, ti sfruttano già! Quando è stata lultima volta che hai venduto un quadro, eh, Piero?! e lui si rimpiccioliva sotto il suo sguardo pesante. Dimmelo, quando hai portato dei soldi in casa? Ormai regali tutto a tutti! E la famiglia? Lhai dimenticata? Non voglio che Chiara finisca come te! e la sua voce squillava durante i litigi.

Ma va là, Piccola mia! Io voglio soltanto che la sua anima buona non muoia! Non renderla dura, non costringerla a diventare come… e scendeva in cortile a pulirsi le mani di pittura. Le sue mani e i suoi vestiti erano sempre sporchi di colori a olio, tanto che mia madre gli nascondeva le camicie più belle e gliele dava solo nelle occasioni speciali. In quei momenti camminavano insieme, lui tirato a lucido, lei splendida. Ma a guardarlo da vicino, sotto le unghie restavano tracce di colori secchi, a indicare che il maestro aveva appena lasciato il suo lavoro per venire tra gli uomini.

Mi rimproverai per essere così debole e strinsi più forte la mano di Sofia.

Sei proprio tu, Chiara? esclamò stupito Vittorio, aprendo subito il cancello. Si aprì scricchiolando, batté contro la recinzione e rimase pendente di lato, come se scrollasse le spalle. Perdonami, non ti avevo riconosciuta! Eppure… Sei uguale a Piergiorgio! Paola ha provato a cancellare tuo padre da te, ma non cè riuscita! disse nervosamente, tenendosi il berretto tra le mani, poi si accorse della bambina.

E lei chi è? chiese indicando Sofia.

È Sofia, mia figlia. Zio Vittorio, riusciresti ad aiutarci col lucchetto? feci cenno al ferro arrugginito.

Ma certo! Subito. Sofia, eh? La dinastia salta una generazione… Bella bimba, borbottava tra sé, già andando a cercare gli attrezzi in cantina, iniziando a trafficare col lucchetto.

Io e Sofia ci spostammo e osservammo.

Ma perché non sei venuta prima? Quando tuo padre era ancora vivo… Sai quanto ha sperato che arrivassi? esclamò il vicino voltandosi. Conoscevo Vittorio fin da piccolo. Da bambino portava a mia madre pesce fresco dal lago, per il nostro pittore, diceva sempre. Papà adorava il pesce fritto, la mamma odiava lodore ma lo cucinava ugualmente. Ma papà a volte non scendeva nemmeno a pranzo: lei gli preparava il tavolo, e lui restava nello studio. Così il pesce si raffreddava e la cucina e il vestito di mamma sapevano tutti di pesce, ma per papà larte non poteva attendere.

Avevo i miei motivi, zio Vittorio. È inutile parlarne ora, risposi freddamente.

Capisco… Chissà cosavrà raccontato tua madre, sempre a riempire la testa di storie! Ecco, il cancello è libero Entra pure, fate come a casa vostra, se la vostra coscienza ve lo permette! e senza più parole raccolse gli attrezzi e sparì nella sua cantina. Mi fermai a guardare la casetta azzurra con i merletti alle finestre. Era la nostra. Decisi io cosa farne. Nelleredità era scritto: La casa e tutto ciò che contiene, mobili e non… Con diritto di vendita o donazione. Papà aveva scritto stranezze, ma si capiva bene. Avevo il diritto di vendere tutto, anche il cucchiaio che mia madre aveva usato per cucinare quel pesce che papà nemmeno mangiava.

Sofia corse sulla veranda ampia, quasi una terrazza luminosa. Ricordai come lui amava sedersi qui: il cavalletto in mezzo, accanto il tavolino, tubetti di colore, la tavolozza, stracci, barattoli dolio, album di schizzi. Era assorbito nella pittura e si estraniava dal mondo. Se da bambina mi avvicinavo con una richiesta, ci metteva un po a ricordare chi fossi, fissava il giardino come in cerca di mia madre.

Cosa cè, Chiaretta? Sono occupato, facciamo dopo diceva, voltandosi di nuovo al lavoro.

Ricordo la sua schiena, magra e curva, con le scapole che sembravano ali spezzate, muovendosi allunisono coi suoi pennelli. Dopo qualche schizzo si fermava dritto, osservando lopera. Intanto io correvo in cortile con i bambini del vicinato. La mia vita era stata sempre parallela alla sua, né più vicina né più lontana

Dai mamma, apri presto! Sofia danzava davanti alla porta a doppio battente, impaziente di entrare.

Arrivo. Non ricordo quale sia la chiave Ah, forse questa.

Il lucchetto cedette con facilità, come appena oliato. Forse zio Vittorio ci aveva dato una mano. Le foglie erano state spazzate via e non cera una ragnatela. Il cancello, invece, rimaneva ostinato.

La porta scricchiolò aprendosi, lasciando entrare aria di umidità e ombra.

Sofia entrò di corsa nellingresso, fece cadere un secchio di latta.

Oh mamma! uscì spaventata, mi prese la mano.

Dovevi andarci più piano! Seriamente, magari i pavimenti sono marci e cadevi nella botola! la rimproverai.

I pavimenti sono buoni, la ventilazione qui era progettata bene disse alle nostre spalle di nuovo zio Vittorio. Forse ti sei scordata dovè il quadro elettrico. Lo accendo io.

Lo feci passare. Era sempre stato gentile. Quando ero piccolo, mi sedeva vicino sul suo gradino e mi dava da bere il latte fresco che sua moglie portava dalla stalla. Non avevano figli, così si affezionarono a me, mi portavano a vedere i cervi nella riserva vicina dautunno

E aiutava sempre la nostra famiglia per i lavoretti di casa papà era assolutamente incapace in queste cose

E luce fu! disse Vittorio strizzando locchio a Sofia, sollevando la levetta. Si accese una lampadina dal paralume rosso, con le frange sui bordi, che mia madre trovava volgare ma che papà adorava per i colori caldi che sprigionava. Magico! Bisogna dipingerlo, ripeteva sempre.

La stanza era ordinata, solo la polvere si posava ovunque. Il tavolo senza tovaglia, il divano coperto da una vecchia coperta, sul davanzale una gerania secca in un vaso, sotto lo sgabello pantofole comprate al mercato.

Mentre mindugiavo a guardare, Sofia aveva già esplorato quasi tutta la casa, scale comprese costruite dal solerte Vittorio anni prima.

Mamma! Su, vieni, cè la nonna dipinta in un quadro! Dai, su di sopra! mi strattonava la mano.

Guardai il vicino e feci spallucce.

Va bene, andiamo, ma piano con le mani! borbottai.

Le porte delle camere dospiti erano aperte, senza persiane: sul corridoio il sole disegnava rettangoli di luce giallo-crema, separati soltanto dallombra delle traversine.

Senti, mamma, sembra un pianoforte! Sofia saltellava sulle chiazze di sole, scoppiando a ridere con la mia stessa voce. Qui, mamma! Guarda questo quadro!

Entrò in una piccola stanza con il soffitto inclinato: lì aveva vissuto mio padre, me ne ricordai e divenni triste. Un lettino stretto, una piccola scrivania vicino alla finestra, sopra un barattolo vuoto dove i ragni avevano tessuto la loro casa.

Accanto, schizzi, fogli sparsi, tutto in disordine artistico.

E sulla parete lei, mia madre Paola. Un grande quadro: lei in piedi rivolata da un cespuglio di gelsomino, la schiena sottile e aggraziata, il collo lungo, le mani delicate sui fiori.

Sospirai: era così bella in quel ritratto, la luce cadeva giusta su di lei.

Papà non aveva mai dipinto mamma, mai. Ricordo che lei lo riprendeva per questa distanza.

Ritrai tutti, contadini, operai, donne al mercato, ma me mai. Eppure per un mio quadro ti pagherebbero molto di più! lo sgridava Paola.

Papà si stringeva nelle spalle.

Non voglio venderti. Non sarebbe giusto. Sei già con me, non ho bisogno di ritrarti. Sei qui, vera! diceva, le prendeva la mano tra le sue lunghe dita, con delicatezza da paura di romperla, la attirava a sé e la baciava. Mamma si ribellava, poi finiva col lasciarsi andare. Era sempre lei a permettergli i gesti di affetto, mai il contrario.

Mi piaceva osservarli dal corridoio. Erano rari quei momenti, e così speciali

Sì, è bello, dissi guardando il quadro. Sofi, andiamo a fare colazione, mi è venuta fame. In cucina.

Tornammo giù. Vittorio era già tutto indaffarato con la stufa, aveva acceso il fuoco per asciugare lumidità e scaldare la casa che dopo linverno era ancora fredda.

Scusa, Chiara, ho dato una sistemata. In cucina ho pulito tutto, Rita lha messa a posto su richiesta di Piero proprio poco prima che iniziò, ma feci solo cenno con la testa e andai in cucina. Sofia stava già svuotando la sporta dai panini preparati.

Lacqua! Devo aprirla! si affrettò il vicino, uscendo di casa. Gli premeva davvero che mi sentissi di nuovo a casa mia.

Il rubinetto sputacchiò ruggine, poi scese acqua gelata. Misi il bollitore sul fuoco, tirai fuori i panini.

Venite da me, magari? propose Vittorio. Rita porterà un po di latte fresco. Ti ricordi come ti piaceva, vero?

Alzai gli occhi, annuii. Ricordavo tutto. Mio padre. Io incantato a vederlo dipingere, come il movimento del pennello trasformava il caos in bellezza. Ricordavo le farfalle che la sera sbattevano sul vetro, il viso di mamma alla luce della lampada. Mamma traduceva testi per arrotondare, tornava tardi dal lavoro in città. Io facevo colazione con lei, la salutavo al cancello, poi aspettavo papà per preparargli il tè, l’uovo, la salamella tagliata a margherita sul piattino.

Poi scendeva papà, si lavava sotto al portico e contemplava la rugiada al sole o la nebbia che si alzava dalla terra, o la mandria che passava davanti al cancello. Io restavo accanto a lui…

Quando compii sette anni, Paola mi portò a Milano, da sua madre.

Ma che dici! Cè la scuola anche qui e la natura è splendida! protestava allinizio Piero. Poi, quando mamma annunciò che non saremmo mai più tornate, che avrebbe divorziato, papà diventò pallidissimo.

Lo spiavo. Ricorderò sempre quella paura nei suoi occhi.

Perché, Paola? balbettò. Le sue spalle magre si richiusero su se stesse.

Sono stanca di tutto questo, Piero. Sono stanca di tirare avanti la casa, la famiglia, di giustificare sempre ogni tua eccentricità dartista. E qui servono soldi! Io lavoro tanto, sono esausta, tu invece ti alzi quando ti pare, assapori ogni giorno, mangi la tua salamella col caffè e il cioccolato per ispirarti. E Chiara ti serve come una damina? ribatteva mamma.

Cosa dici, Paola? Sei gelosa? Ma io vi amo, farei tutto per voi! Non sono un parassita, non sono un peso! scuoteva la testa papà.

Invece lo sei! Te ne sei reso conto tardi. Prima, con le mostre e i quadri ai prezzi buoni, e io che credevo daver sposato un genio. Poi niente, tutto è peggiorato, e sei felice così? Ma io no! mamma si sfogò fino in fondo.

Papà pronunciava solo il suo nome, si prese la testa tra le mani e, vedendomi sulla soglia, mi spaventai e scappai. Il giorno dopo partimmo.

Sofia mangiò in fretta, ringraziò e chiese di andare in giardino. Glielo permisi, iniziai a sistemare, mi sedetti stanco, pensando a quanto doveva essere stato difficile per mamma crescerci qui, sola.

Posso entrare? si riaffacciò Vittorio. Ecco del latte, come ti promisi.

Appoggiò il bidone sul tavolo. Non risposi, girandomi altrove.

Vuoi vendere la casa? E tua madre non viene? domandò. Mi dava fastidio ormai, ma non potevo mandarlo via. Lui faceva parte di unaltra vita

Mamma sta male. È ricoverata dopo un intervento. La morte di papà lha distrutta, non me laspettavo, poggiai le mani in grembo.

Paola lamava ancora, sai. Poi lui si perse troppo tra i pennelli, convinto che la vostra vita fosse luminosa come la sua E lei zitto, sopportava…

Non parliamo più di mia madre, per favore? chiesi calmo.

Mi ricordai il giorno in cui mamma mi portò via per sempre dal giardino profumato di mele. Era un agosto soffocante: lerba secca, le mele grandi e rosse sparse ovunque. Posammo i bagagli nellauto, io dietro, mamma davanti. Paola rideva parlando con lautista, che capii essere già parte della sua vita: lo chiamava per nome, Gianluca, e guardava trionfante il marito rimasto al cancello. Anchio ero contenta: avrei finalmente iniziato la scuola, nuova cartella, vestiti, ballerina, pianoforte, come promesso da mamma.

Papà viene con noi? chiesi raccogliendo i giochi.

No, rispose secca Paola, staccando dal muro qualche quadro della mia stanza. Resterà qui, sa quanto ama questa casa.

Ma verrà a trovarci almeno? insistetti.

Forse. Non lo so. Sbrigati! prese via i dipinti. Papà li aveva fatti per me: una casetta delle favole col coniglio col cilindro, la capanna innevata e il mio preferito, il mazzo di fiori selvatici del prato che papà e io riempivamo ogni estate. Lui sapeva il nome di ogni fiore e mi spiegava tutto, io dimenticavo e confondevo, ma lui rideva: limportante era saper vedere la bellezza intorno a sé. Ora quei quadri li portava via mamma.

Papà nemmeno salutò, rimase impietrito al cancello.

Un uomo senza forza, mormorò mamma ridendo, e Gianluca le sfiorò il ginocchio. Lei controllò se la guardavo. Io guardavo fuori dal finestrino.

Capii tutto dopo che Gianluca venne a vivere con noi e dovevo chiamarlo papà.

Non lo farò mai. Ho già un papà, dichiarai, e mamma stringeva le labbra.

Si divorziarono dopo due mesi. Papà, a detta di tutti, cominciò a bere. Vittorio andò da mamma a pregarla, ma lei lo cacciò.

Prima eri felice con lui, ti piaceva fare la signora ai vernissage, eh? Ora che si è fermato, non ti va più bene? le disse lui.

Non sono affari tuoi! sbatté la porta.

Poi mamma vendette tutti i quadri di papà, anche quelli della mia stanza. Fece un buon affare: Piergiorgio godeva di ottima fama tra i collezionisti.

Papà pagava gli alimenti, ma ci vedevamo di rado; ero sempre impegnata, chissà come. Intanto sentivo parlare di lui come di un disgraziato, da Gianluca e da mamma. Era un beone, ci aveva abbandonate, non mandava denaro, frequentava altre donne, aveva fatto soffrire Paola, e ora voleva portarmi via. Allinizio mi ribellai, poi scelsi la via più facile: credere a mamma.

A quindici anni scappai da casa, presi un treno per tornare alla casa del lago a novembre, tra la neve. Sognavo il ritorno da papà, lui sulla veranda, magari con un mazzo di fiori campestri Immaginavo il tè, la tovaglia a quadri, le brioche comprate apposta…

Ma la risata che sentii era di una donna giovane che cucinava ai fornelli, mentre papà, accanto a lei, versava miele in una ciotolina. La baciò, le diede il miele

Allora credetti a mamma e Gianluca: mi aveva tradito. Non importava che anche mamma fosse con un altro uomo. Papà avrebbe dovuto amare solo Paola!

Gettai le brioche nella neve e me ne andai. Da allora Gianluca fu papà, anche se mi dava fastidio: ma quella era la mia vendetta.

Sono ormai adulto, sposato, Sofia cresce con me. Paola è invecchiata, Gianluca lha lasciata, anzi, è stata lei a cacciarlo. Quando seppi della morte di papà, anche mamma peggiorò.

Ha lasciato un testamento, Chiara, puoi crederci? Dopo anni senza notizie Tutto a te! La casa, i soldi tutto! disse come offesa.

Quando venne fuori che aveva lasciato a me una fortuna, milioni di euro, Paola si ammalò del tutto. Pensava di averlo lasciato senza niente, e invece lui aveva venduto quadri, messo via soldi e tutto lasciato a me, non a lei che lo aveva sopportato e lavato. Tutto a Chiara, la figlia che, se non fosse nata, magari avrebbe cambiato tutto. Con me era diventata fredda, mi pregava di non andarla a trovare in ospedale. Non sapevo cosa fare. E sono venuto qui, alla casa sul lago, come per chiedere consiglio a papà su come andare avanti.

Guardai Sofia che giocava nella sabbia accanto alla recinzione, poi mi avviai verso la stanza di papà.

Mamma mi aveva chiesto di trovare delle fotografie. Un tempo cera una busta con le nostre foto, Paola le voleva. Perché? Non lo so, e non ho nemmeno chiesto.

Non cerano né buste né album, solo scatole di colori a olio, pennelli, vasetti dolio, il solito disordine. Nulla di mamma, tranne quel quadro.

Si svegliava e guardava il suo ritratto, ci si addormentava davanti, quasi a fare la guardia al suo sogno. Papà non portava nessuna donna nella sua stanza; i rari ospiti restavano giù, lui dormiva di sopra. Fu infedele, sì, beveva, ma si ricordò di lasciarmi una fortuna, quasi fossi, chissà, una contessa.

Nel cassetto, sotto ritagli di giornale, trovai un libro con la copertina di velluto rosso e le scritte dorate. Lo ricordai bene: il nostro erbario. Papà e io portavamo un rametto, un fiore, lo studiavamo e poi lo mettevamo a seccare dentro. Le pagine erano piene di quadrifogli, campanule, spighe, tutte datate e annotate Mostrare a Chiara quando tornerà! e un piccolo disegno stilizzato: papà sorridente. Goffo, ma tenero.

Il libro era tutto quello che gli era rimasto di me. Eppure, per lui era tutto.

Nelle ultime pagine cerano piante raccolte dopo la nostra partenza, sempre con una nota: “Da mostrare a Chiara”. E il disegnino di papà.

Tanto gli era bastato. Lui non si batté per tornare a prendere me e mia madre, non seppe prometterci una vita diversa lui, sapeva solo riconoscersi un pessimo marito. Eppure io lo volevo bene, papà. Tutto era stato sciocco: le brioche buttate, lui col miele, gli anni di silenzio. Una sciocchezza. Non sapeva nemmeno di Sofia, la sua nipotina…

Ma sapeva. Una volta, tornando a Milano, aveva visto Chiara in giro con Sofia piccolina. Voleva salutarci, ma ci vide così felici che preferì non disturbarci.

Lho vista, Chiara, raccontava poi seduto in cucina da Vittorio. Andavo alla fermata, e le ho viste.

Le hai salutate?

No, sfiguravo troppo, non mi avrebbe voluto. Ma almeno ho visto mia nipote, una bambina solare. Tu lo ricordi Chiara da piccola? Io no, sempre via per lavoro e mostre

E così voleva tua moglie: fama, soldi, visibilità ricordò il vicino.

Sì poi mi sono stancato, non cè stato futuro. E ho perso tutto il passato

Non toccò nemmeno il tè, salì di sopra e lasciò la luce accesa ancora a lungo: tentava di ritrarre Chiara da piccola, ma le mani non gli rispondevano più come una volta.

Non so nemmeno come mi sono ritrovato sul portico di zio Vittorio.

Chiaretta! Entra! zia Margherita mi abbracciò forte. Vieni, facciamo merenda come una volta! Fatti portare Sofia! Guarda comè vivace Tutta la sabbia ce la ritroviamo dappertutto! Laveva comprata tuo padre per fare la recinzione nuova e mentre parlava, metteva i biscotti in tavola come se non fosse mai passato il tempo, come se io fossi sempre stata lì ogni estate. Ecco la tazza di tuo nonno per Sofia!

Sofia osservava la tazza decorata con le peonie, ed io, le mani fredde nascoste nelle tasche della felpa, chiesi piano:

Zia Rita, comera davvero papà? Voglio sapere come ha vissuto senza di me

Raccontò tutto senza remore. Papà non aveva combinato danni, era stato come me lo ricordavo, con qualche donna sì, ma mai come Paola.

Alla fine, quando già stava male, voleva sistemare il giardino, diceva come ci torna Chiara e io non sono pronto?. Gli proponevo di chiamarti, lui si rifiutava. Aveva paura.

Di cosa? chiesi sottovoce.

Che ti deludesse, temeva che non lo avresti più voluto, tanto era dimagrito, patito Aveva paura. Ma ecco, si fece coraggio e lasciò un regalo per te! Lultimo giorno era come rinato: venne a trovarci, bevve il tè, spaccò anche un po di legna, lha lasciata lì. E portò un quadro. Voleva fosse per te.

Margherita tornò col quadro, me lo mostrò.

Per una via festosa e primaverile camminava Chiara, il sole giocava nei riflessi del tram e sulle finestre pulite, sui fili elettrici. Indossavo un cappotto miele e guanti rossi, tenevo per mano la piccola Sofia con i suoi stivaletti verdi.

Guardammo il quadro, io e Sofia, poi sorrisi.

Lho visto davvero, quel giorno Pensavo di essermi sbagliata, volevo salutarlo, poi non lho fatto. Zia Rita io lho sempre voluto bene.

Sofia si fece silenziosa, zia Rita sospirò. Era un peccato il tempo sprecato, un peccato per me, per papà, per mamma. Seravamo vissuti lontani e chi sa se davvero serviva trovare un colpevole

Io e Sofia restammo nella casa in riva al lago, scegliendo di ripartire il giorno dopo. La notte pioveva forte, grandinava sui vetri. Stretti insieme nel letto grande di mamma, dormivamo abbracciati. E lombra di papà vegliava. Aveva vissuto come aveva potuto, fino in fondo. Non si torna indietro, non si cambia il passato.

Ma io sono viva, Sofia è nata. Spero solo che noi, almeno, avremo più fortuna. Che vada tutto bene.

E una figlia, in fondo, ama ancora il suo papà. Lo ama. Ed è una gioia.

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