Primavera d’amore

Primavera per lamore

Uscendo dallimponente portone con gli inserti scolpiti, Giovanni Michele si infilò il cappello con un gesto elegante, sistemò la sciarpa grigia chiara, abbottonò il cappotto e, battendo con energia il bastone, scese di buon umore i gradini verso il marciapiede. Con un sospiro, come se si fosse appena tolto un peso enorme dalle spalle, si avviò lontano da quel luogo tanto odiato. Basta, è finita la tortura, mi hanno liberato, fino alla prossima volta! Non si voltò nemmeno verso il vecchio palazzo di quattro piani con gli stucchi sulla facciata. Non lo meritava proprio!

… Non ci vado! Non ci vado, e non insistere! sbottai stamattina scaraventando il giornale sul tavolo, tolsi con impazienza gli occhiali dal naso e li gettai anche loro.

Ma Gio, tesoro! È necessario, amore mio! Ti prenderà solo unoretta! Ho già parlato con Anita DAmico, ti riceve lei, ti visita Dai, su! Sai che alla tua età e con il cuore così devi stare attento! agitata, Lucia mi circondava, sospirando preoccupata e scuotendo la testa. Non fare i capricci, Giovanni! Non sei un bambino, lo capisci da solo.

Proprio perché non sono un bambino, allora decido io dove andare! borbottavo, ribelle.

Io e Lucia siamo sposati quasi da cinquantanni, e da dieci il mio cuore ogni tanto fa i capricci. Lucia ha paura, paura vera, che un giorno… No, non vuole pensarci! Non mi lascia mai solo, solo insieme, lo stesso giorno! Lucia crede ciecamente nella medicina. O meglio, crede in Anita, la sua amica del cuore, primaria del poliambulatorio comunale. Anita è una vera luminare e si è presa cura di me questi anni, mi consiglia e mi protegge. Ormai è praticamente il nostro medico di famiglia.

Dopo ogni visita, Anita chiama subito Lucia, le racconta tutto nei minimi dettagli, le detta le ricette e mi rimprovera regolarmente per i chili di troppo. Anche oggi…

Lucia! Ma come fate?! È ingrassato, non può assolutamente! Il peso, a questa età, e con il suo cuore… Ma non avrete mica ancora fatto baldoria da Pietro il macellaio? Lo riconosco da qui il suo arrosto! sgridava Anita per telefono, mentre Lucia sussurrava vane giustificazioni.

Eppure eravamo andati da Pietro solo una volta a fine febbraio, a festeggiare lanniversario! E cera pure Anita! E poi, passeggio ogni giorno, come avrò fatto a mettere su peso?

Non voglio sentire scuse, Lucia! Ormai il marito te lo sei preso, abbine cura! Ah, quando avrei dovuto rubartelo, lo sapevo! Lavrei messo a dieta stretta di orzotto e polpette al vapore, sarebbe il più sano di tutti! sbuffando, Anita chiuse lagenda con uno scatto. Scusa, mi sono accalorata, va bene? Tranquilla, niente di tragico. Il sangue non è quello di una tigre giovane e snella, ma ci può stare. Forza, su col morale! Che prenda le medicine senza saltare una dose. Però camminate, insieme però, capito?

Perché? Pensi che possa succedere qualcosa per strada…? balbettò Lucia spaventata.

Smettila di preoccuparti sempre! Dico che anche tu hai bisogno di muoverti, capito? Ballerina mancata! E tu? Quando ti prenoti una visita? domandò ancora Anita con quellautorità da capo reparto.

Ma… ehm, appena posso, è primavera, Anita… devo lavare i vetri, a Giovanni piace quando sto a casa… si difendeva Lucia, sempre un poco timida, quasi non la si sente.

Va bene. Allora, martedì prossimo sei segnata. Finito. E il venti ti aspetto per il mio compleanno. Un bacio, amica!

Anita chiudeva di scatto il telefono, sbuffava. Questi De Laurentiis, sempre testardi… Ma sono amici, che ci vuoi fare! Da bambini si conoscevano, dello stesso cortile. Poi le strade si erano divise: lei era andata a studiare medicina a Bologna, non aveva osato tentare a Milano, aveva avuto paura davvero, anche se diceva che era solo una scusa. Era fuggita dalla città dove luomo che amava aveva sposato la sua migliore amica. Una tragedia banale, ma dolorosa come una pugnalata…

Poi la vita aveva rimesso tutto a posto. Anita immersa negli studi, Lucia e Giovanni a occuparsi delle loro vite, e le rare estati insieme, e non tutti gli anni.

Poi, un giorno, Anita annunciò che si sposava. Lucia fu felicissima, ma Giovanni sembrava quasi triste.

Ti sposi? Sei sicura? Ma chi è? Non stai facendo troppo in fretta? la interrogò Giovanni, durante lennesima telefonata.

Giovanni, tu non hai forse fatto in fretta quando hai sposato Lucia? tagliò corto Anita. Voglio vivere anchio, amare, avere figli. E non chiederò il permesso a nessuno. Tu la tua scelta lhai già fatta.

Al matrimonio dellamica andò solo Lucia, il marito disse di essere troppo impegnato.

Giovanni… Siete proprio dei possessivi voi uomini! sbottò Lucia mentre stava per uscire con la valigia dei regali e qualche vestitino. Così non va. Anita ha sofferto tanto quando ci siamo sposati, piangeva, lo so. Ma mai una parola rivolto a te! Mentre tu? Sei felice per lei? Lei era felice per noi. Io ho visto il suo sguardo il giorno delle nozze, voleva che tu stessi bene… Ma tu, tutto su di te sempre, Giovanni… È davvero triste.

Nemmeno voleva che la accompagnasse al taxi. Lei fuggì in strada leggera di fisico e di cuore. Poi, Giovanni rimasto solo, sentì ancora il ticchettio dei suoi tacchi sulle lastre di porfido…

Sì, Lucia aveva ragione. Anche lui aveva sempre pensato ad Anita come sua. Lusinga pensare che due donne siano pazze di te, ti fa sentire un re! E sì, ammetteva legoismo, vero e profondo.

«Anita, cara! Non posso venire… proprio non posso, mi tengono bloccato al lavoro si giustificò al telefono con un tono impacciato da ragazzina. Perdona. Spero solo che siate felici, che resti per la vita. Me lo prometti?»

Lei lo promise…

Sono passati tanti anni, una vita in coppia, tra gioie e dolori, e i figli ormai cresciuti. Anita con suo marito, Cesare, era tornata a Milano, mentre i De Laurentiis vivevano ora in un quartiere diverso, Anita era ancora lì, a Porta Venezia. A volte passeggiavano tutti insieme sul Naviglio, lentamente. I mariti davanti a discutere animati, gesticolando con i bastoni; le donne dietro, chiacchierando sottovoce. Quante cose da dire: la salute, la fatica di rimanere eleganti, le letture e i nuovi occhiali per ricamare.

Siamo davvero alla famosa quarta età? chiedeva Lucia, aggrappata al parapetto e fissando il canale. Temeva le debolezze, lessere un peso, una bambola senza volontà. E poi sempre peggio?

Ma va, Lucietta! Mica hai novantanni! Ci fanno ancora lavorare, eccome! Non sei mica a San Martino dalle Galline! Dai, faremo una cura, ti prescrivo gli occhiali, ti mando alle terme! Ché vita sarebbe? Cesare! Giovanni! Dove scappate? Vogliamo salire sul battello! Dai, su! Voglio andare in battello e mangiare il gelato. Giovanni Michele, non vi vedo proprio convinti Va beh, vuol dire che io e la tua signora ci compriamo i biglietti da sole, magari incontriamo qualche bel tipo! E poi voi ci verrete a riprendere al parco Sempione, sul molo. Non volete? Soliti gelosoni! Dai, mariti, fateci un giro almeno!

Ed ecco Anita che ci trascina tutti sul ponte del battello, Lucia stretta al mio braccio, intimorita. Io dritto, in posa, come fosse un cavaliere: due donne, e Cesare lì, ma chi comanda sono io. Lui lascia fare, la mia carica fa sempre effetto!

Quando penso a me stesso, mi monto la testa; galante, affascinante

Poi un dolore mi pizzica il ginocchio: età, accidenti.

Dinverno, i De Laurentiis e gli Ermolli Anita e Cesare vanno a teatro. Classici, più che altro, ma Cesare ogni tanto li trascina a vedere drammi moderni. E usciamo sempre un po sconvolti.

Ermolli, sempre le solite trovate! scuote la testa Giovanni.

Ahah, ogni tanto vi devo scuotere! Sempre fissati con i balli di corte e il frac. Qui basta una sedia, tutti mezzi nudi in scena, applausi e via. Poi, cena da Pietro, così vi riprendete: a piedi si va! Cesare è una forza.

Dove? No no! Basta, a casa! Mi fa male la testa! scherza Lucia.

Passerà da Pietro, passa sempre tutto! Seguitemi, figlioli, benedico questa gola! Cesare fa il verso della benedizione e mima una barba lunga. Sembra proprio un prete romagnolo: rilassato, affidabile, gesti calmi e occhi buoni. Lucia ha riconosciuto da subito in lui quello sguardo buono che Anita aveva sempre amato, come quello del padre.

Tanto vanno spesso da Pietro il macellaio, nel piccolo ristorante di carne, lo fanno da anni. Hanno il loro tavolo, i loro piatti e battute; si lasciano andare ai ricordi, solo lì.

Pietro, basso, tondo, forte come un porcellino, rotola tra i tavoli, si accosta agli ospiti, ascolta tutto. Il locale è la sua creatura. Altre cose non ne ha. Così lo tratta come un figlio unico: tovaglie di lino, posate di argento, i lampadari che esplodono in mille riflessi, pareti ricoperte da legno di quercia intagliato. Scelse lui ogni pannello. Romagnolo di origini, ma amava le cose solide, robuste, e anche la bellezza. Il padre intagliava il legno, il nonno la pietra, la nonna lavorava il merletto. Tutti con le mani doro, ma… Pietro è solo. Mai sposato.

Come mai, Pietro? Proprio tu solo? chiedeva a volte Lucia, invitandolo al tavolo.

Amore, Luce… Lamore… Non sono stato capace di conquistarlo. Lei volava via con altri. E va bene. E va bene così. Mi sono dato al lavoro! Famiglia? Non ho tempo!

Mentiva, e sapeva che Lucia vedeva la malinconia nei suoi occhi vuoti; però voleva continuare a fingere che andasse tutto bene. La sua vita: questione privata. Basta così!

Da Pietro era impossibile stare a dieta: i profumi ti assalivano già sulle scale; spezie, noci, menta appena pestata e lodore della carne sulla brace: impossibile resistere, ordinavi senza fermarti… E il vino! Dio, che vini ha Pietro! Conosce i produttori giusti, le annate speciali… Il meglio!

Poi, ovvio, Anita brontola sempre: Solo colesterolo e golosità! ma si addolcisce presto quando il cameriere le porta il dolce della casa: strudel di mele con gelato e un ottimo caffè.

Il gelato che si scioglie nel piattino, il cuore di Anita che si scioglie con un sorriso. Oggi si può, oggi sono tutti qui, e allora va tutto bene…

… Sto camminando via dal poliambulatorio, per questi viali pieni di sole, appena con il bastone mi sento leggero, quasi pronto a volare. È primavera, argentei ruscelli brillano ovunque, in lontananza lo scintillio della neve raccolta dagli spazzini; i passeri chiassosi nei cespugli, una cinciallegra pigola dal ramo alto della vecchia magnolia, una cornacchia porta un rametto per il nido. Primavera! Altro che colesterolo, medicine e ritmo cardiaco! È laria a farmi ubriacare, il profumo di una gemma sotto le dita, la terra bagnata, le foglie dellanno scorso… Il cielo blu e leggero come una coppa che copre tutto, mandando raggi caldi sulle nostre teste. Sole dovunque nelle pozzanghere, nelle vetrine, nei balconi; sfrigola dorato, acceca, scaccia via le ombre e la malinconia invernale.

E chi se ne importa, di questi dottori, delle analisi e delle sale dattesa puzzolenti di disinfettante?

Ci vuole altro, oggi! Bisogna stare qui, a respirare, a godere.

Mi lascio trascinare verso il parco. No, a casa non torno: Lucia di sicuro si lamenterebbe, ormai Anita le ha dato già mille consigli… In casa solo medicine e odore di valeriana; ma queste aiuole sono piene di vita: cani felici che corrono, uccelli, tram sferraglianti, giovani coppie ovunque. I giovani escono al sole a godersi la pausa pranzo, lo bevono come se fossero boccali di vino, o pescano quellaria fresca come da una sorgente.

Le ragazze, già in abiti primaverili, variopinti come un prato fiorito; i ragazzi leggeri, senza giacche, nessuno sente freddo, tutti allegri, chiassosi.

Corrono sul viale anche tre studentesse di medicina ridono saltando le pozzanghere, portano la borsa con il camice bianco, ma oggi sono solo ragazze, come erano anni fa Lucia e Anita e tutte le donne sedute oggi in sala dattesa con me…

Un gruppo di ragazzini conta le monete vogliono prendere una brioche, salire a cavalcioni della panchina e mordere la dolcezza dorata, sorseggiando Aranciata. Che sarà anche poco sano, ma quanto è buono!

Sorrido. Lo ammetto, vorrei lanciare via il bastone e correre anche io… ma è un regalo di Lucia, poi mi bagnerei i piedi e sembrerebbe ridicolo! Gli anni…

Osservo i bambini che giocano nella sabbia, mi vorrei sedere al sole, ma suona il cellulare in tasca, quellodioso aggeggio…

Che incubo! Ti trovano ovunque ormai! mi ritrovo a borbottare.

Giovanni! Dove sei? Mi ha chiamato Anita, ha detto che hai dei picchi al tracciato, devi stare attento, e tu niente… Dovè che giri? Sto impazzendo! Stai male? Cè qualcuno vicino? Puoi chiedere aiuto? Hai la testa che gira? Lo sapevo, la pressione… Devi prendere le medicine, e il pranzo è pronto. Perché non rispondi?

Vorrei rassicurarla, dirle che sto benissimo, che sono felice come non mai. Ma Lucia non fa nemmeno una pausa, parla e parla. Allora allontano il telefono, un sospiro. Alla fine tace.

Lucia! Tranquilla, sto benissimo. Preparati e vieni al parco, ti invito a un appuntamento, le dico con voce allegra e un filo di malizia.

Cosa? Non capisco… Ma il pranzo… tenta di protestare, ma ho già chiuso.

Verrà, ne sono certo. E sa già in che parco il nostro, da anni ormai. Ogni coppia ne ha uno.

Arriva dopo quindici minuti, preoccupata, ma in ordine perfetto: trucco, la sua piccola borsetta, stivaletti nuovi e la mia rossetto preferita, color amarena. A un lato il cappello, quasi di traverso, un vezzo elegante.

Giovanni! la sento, mi volto e le porgo un bouquet di mughetti appena raccolti. Li ho comprati da una nonnina allangolo, grandi, profumati, compatti, stretti con la corda ruvida, proprio come tanti anni fa quando le ho chiesto di sposarmi. Anche lì, mughetti, i nostri fiori dellamore…

Giovanni… amore mio… grazie! Lucia sorride, si scioglie. Eppure era venuta pronta a sgridarmi, farmi mettere i calzettoni, lo sciarpone e i guanti… Anche questo le scivola dalla testa. Ma il tuo ginocchio… sussurra, quasi per forma.

Che importa! Pazienza per le articolazioni, per le pillole, diete, i vostri non sei più giovane, le pomate, le poltrone sfondate in quella casa opprimente! Io ho il cuore che canta, Lucia! Il cuore canta! Alla nostra primavera, unaltra ancora! esclamo baciandola, prendendole il braccio; la porto lentamente verso la nostra panchina. E poco importa se a casa cè un pranzo dietetico ad aspettarmi, se niente fritto, niente sale, se ad Anita i miei tracciati non piacciono, se il sangue non è perfetto. Chissenefrega! Ci penserò dopo, dopo che avremo respirato questa primavera insieme, questa dolce, matura, serena felicità, questaria calda e umida, la gioia e il sole…

La sera, di nuovo da Pietro, arrivano anche Anita e Cesare, poi la figlia nostra, Giulia, poi anche gli altri: Denis, il figlio nostro, Caterina e Maria, le figlie di Anita. Pietro scruta il gruppo da dietro la tenda, ascolta le risate e sorride. Che bello, pensa, che questi amici ci siano, che vivano, gioiscano, si vogliano bene. E anche Pietro ama, sì. LEI ha scritto, è rimasta vedova, la sua Anna, la sua amata Anna Bianchi. Presto arriverà, domani! La porterà al suo ristorante e magari ricominciano. E Pietro non ha paura, perché è primavera, è rinascita, e cè amore, che è il senso di tutto…

«…Seppellirò un seme duva nella terra calda,
Bacerò il tralcio, e coglierò i grappoli maturi,
Chiamerò gli amici, sintonizzerò il cuore sullamore,
Che senso avrebbe, altrimenti, vivere su questa terra!»

canta un artista dal palco, sfiorando le corde della chitarra.

E Pietro si commuove. Sì, forse tutti viviamo per amore. Il resto è contorno. Senza amore, è solo sopravvivenza: lui lo sa bene.

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