Lettera
Mi trovavo davanti alla finestra da più di unora, senza far niente, solo osservando la via oltre il vetro. Nel buio si distinguevano a malapena le cime ondeggianti dei platani, sfocate dallo scroscio di pioggia che si allungavano e si dissolvevano come sagome dacqua. Le gocce rimbalzavano nelle pozzanghere, come palline da ping pong, inchiodando allasfalto le foglie morte. Rivi sottili correvano sulle vetrate e scivolavano giù, verso il selciato.
Reminiscendo ad alta voce, ho mormorato: Sembrano vene di sangue, oppure come latte che gocciola dal brik bucato: scorre inarrestabile. Certo, puoi tamponare, serrare tutto bene secondo le regole, ma dura solo un po, dopo tutto torna uguale Sangue e latte continueranno a fuoriuscire e, se tieni troppo il laccio, i tessuti muoiono. Si chiama necrosi, credo. Poi si deve amputare tutto insieme un organo, una gamba. Si sopravvive, ma si resta menomati. E che vita è? Solo rimpianti, dolore tuo o di chi ti voleva intero e non è riuscito a fare abbastanza Ma lasciare che tutto tracimi è peggio, allora si svuota il corpo del tutto, e non resta più nulla. In tutti i casi, la colpa resta tua, per non aver fermato il danno
Sobbalzai, colpito dal lampo che ha squarciato il cielo di Milano una vena azzurrina, sottile, che scompare subito, come impaurita dallago di una siringa, ritraendosi tra le nubi a difendere la sua esistenza.
Un colpo di vento spalancò la finestra a vasistas, scompigliò i fogli sulla scrivania erano estratti delle ricerche per la tesi. Avevo dato ascolto a papà, mettiti la testa a posto, e così ero rimasto chiuso in camera a studiare. Una noia mortale, ma forse aveva ragione lui. Daltronde, il tempo investito nei libri almeno ti fa sperare in un buon ritorno.
Non ti capisco, Marco! mi rimbrottava il babbo, Franco Martini, scuotendo le braccia mentre io sorseggiavo limonata, con i cubetti che tintinnavano nel bicchiere. Hai già una base di materiale, un archivio che tuo amico come si chiamava? Fece finta di non ricordare il nome, come a volerlo stigmatizzare.
Si chiama Giulio, papà. Giulio Bellini, gli rispondevo, quasi scusandomi.
Ecco! Quellopportunista! Lui di certo non lascerà correre: a Giulio interessa solo il denaro, non la scienza! Per lui larchitettura è un modo per arricchirsi. Solo il saldo del conto gli interessa. Diciamolo pure!. Mentre raccontava con disgusto del mio amico, ricordava quando Giulio comprava i riassunti e i progetti e li spacciava per propri nessuno lo ha mai beccato in fallo. E tu che ci stavi appresso perché, Marco? Cosa trovi in lui?
Franco mi fissava con lo sguardo severo, io scrollavo le spalle. Come dirgli che Giulio è tutto lopposto di me? Papà non capirebbe mai; cercherebbe cause e significati nascosti che non ci sono.
Giulio è leggero, sempre ottimista, uno che sa vivere e fa compagnia; a me invece manca tutto questo io sono ansioso, pignolo, mi angoscio per qualunque cosa. Per Giulio nessuna difficoltà è insormontabile, mentre io rimugino, mi torturo con i dubbi. Ecco: il dubbio. È il dubbio che ci accomuna me e papà. Perché sono cresciuto con la voce di papà che diceva: Hai fatto i compiti? Sei sicuro? Ricontrolla, qualcosa hai lasciato indietro! Hai dimenticato la luce del bagno?.
Non finiva mai. Papà dubitava pure di me, mi ha passato questa sua ansia.
Allultimo anno di liceo, con la maturità che decideva tutto (avrei preso la medaglia doro o sarei stato lennesimo deluso?), papà mi mise addosso una tale tensione che mi venne persino una dermatite nervosa. Nessuno capì; dicevano fosse allergia, ma io sapevo che erano i nervi.
Ogni mattina, tra una forchettata di frittata e il tè con la fetta di limone, papà mi ribadiva che dalla mia concentrazione dipendeva il destino mio e dellintera famiglia. Guai a sbagliare, mi diceva.
Io tacevo o grugnivo. Medaglie, errori, scale lasciamo perdere, pensavo; Giulio sabato andrà a una festa devo andarci anchio! Ma papà certo non mi avrebbe lasciato uscire, ci sarebbe stata da sistemare la sua pila di carte.
Arrivavo in classe già svuotato. La sera, dopo la prova scritta, papà cacciava mamma in cucina e mi faceva ripetere e ricontrollare tutti i compiti della giornata.
Io diventavo matto: magari sbagliavo una virgola, saltavo una riga, non lasciavo lo spazio giusto nellesercizio.
E tu pensi che sia perfetto? Se sì, vai a dormire Altrimenti, dubita ancora.
Giulio avrebbe già mandato suo padre a stirare con la madre, ma io non potevo: rispetto, vergogna di non essere allaltezza.
Sempre in difetto. Mai abbastanza buono.
Le mani cominciarono a prudermi, le sanguinavo con le unghie, però a scuola nessuno se naccorgeva; in piscina coi ragazzi non ci andavo più. Quando la cosa si estese alle braccia, era impossibile nasconderlo.
Mi mandarono in ambulatorio: farmaci per lallergia che ovviamente non avrebbero funzionato. Fu Giulio a sbloccarmi: Partiamo cinque giorni al lago!. Papà commentò con sarcasmo: Certo, tanto di studiare non hai bisogno. Ma non pensare che muoverò un dito per aiutarti a entrare alluniversità!.
In gita mi rilassai: Giulio strimpellava la chitarra, io cantavo goffamente. Per la prima volta, niente pruriti, niente ansie. Ma le vacanze finiscono, si torna a casa e si ricomincia.
Quando tornai dagli esami di ammissione, papà chiamò subito:
Fatto tutto? Risposto bene? Mai una gioia! È la fine, Marco!
Per lui tutto era bianco o nero: successo o fallimento.
Non confessai mai che io, allesame, non ci andai. Avevo tali attacchi di panico che Giulio mi propose di presentarsi lui con il mio nome. Ma la foto? balbettai. Ma chi ci fa caso a quei duecento riquadri con le facce stanche? rise lui. Da sempre per Giulio ogni cosa era tranquilla. E dava limpressione che tutto gli fosse dovuto. Così fui ammesso pure io, grazie a lui.
Alluniversità, Marco veniva interrogato dagli insegnanti: Ma coshai? Sembri un altro! È successo qualcosa di brutto?. Annuivo, guardando in basso: ero prigioniero del mio stesso dubbio
Giulio continuava a godersi la sua libertà: sigarette, serate, pantaloni a zampa, libri gialli sotto il cuscino. Una vita che neppure mimmaginavo.
Fu lì che conobbi la donna la cui lettera giace ora sulla mia scrivania.
La dott.ssa Rosangela Vitali, dal Ministero, ci presentarono. Luniversità era in ispezione.
Lei, Rosangela, poco più giovane di papà, presenziava alle lezioni, correggeva compiti, trovava difetti ovunque, con locchio indagatore di chi vuole sempre scovare gli errori nascosti.
Con me era particolarmente pignola:
Marco, sei certo di aver consegnato tutto giusto? Troppo in fretta! Sicuro di te È un errore confidare troppo.
E io ricontrollavo e ricontrollavo, sentendomi sotto esame più di tutti, sotto il suo sguardo vigile e sornione.
Un giorno si sedette accanto a me in mensa. Aveva un piatto di ribollita, una grossa porzione di arrosto e succo darancia. Suo padre è Franco Martini? mi chiese. Allora lei è proprio figlio di tuo padre. Sa, lui era sempre così sbadato sussurrò con fare confidenziale.
Ma lo conosce davvero? domandai piano.
Certo, siamo cresciuti insieme. Ma lasciamo stare. Mi ordinò di consegnare i miei disegni ancora una volta, sicura che ci fosse qualcosa da correggere.
E così, con i nervi a fior di pelle, buttavo via disegni e saggi, senza mai essere soddisfatto.
Mamma Silvana, donna tranquilla, viveva come se il resto del mondo le scivolasse addosso. Da quando frequentavo luniversità, si era costruita il suo piccolo universo, dove nulla la disturbava, circondata solo da amiche e parenti. Le ansie di papà e le mie non lhanno mai davvero toccata. Se serve, Franco ricontrolla tutto cento volte; io non mi faccio il sangue amaro, diceva. E aveva ragione.
Un giorno non resistetti più:
Non ne posso più, mamma! Basta che tutti mi correggano! Sta sempre lì Rosangela con i suoi appunti, sempre a rimproverare.
Rosangela chi, scusa? si irrigidì mamma. Quella del Ministero, la Vitali Dice che conosce papà.
Lei nel vostro ateneo? Che roba Mai piaciuta. Si rabbuiò. Poi sogghignò: Ti racconto la verità, va. Rosangela era leterna ospite della famiglia di papà, una sorta di figlia adottiva, cresciuta col supporto di nonna Maria, che le faceva le trecce e le portava a scuola insieme ad Andrea. Ma le è sempre pesato sentire di non vedere in casa sua quel calore, quella normalità. Si è attaccata a vostro zio e così, crescendo, ci si è sfogata contro tuo padre. Ogni segno di successo, lei lo smontava con una parola. E papà, per tutta la vita, soffrì di questa insicurezza. Lo logorava
Rimasi a lungo in silenzio ad ascoltare mamma, che mai avevo sentito tanto sincera e dolce.
Passò un mese e Rosangela venne in casa nostra, con la solita aria superiore e un vassoio di dolci. Pretendeva di parlare con mio padre: Si dice in giro che Franco sia coinvolto in una storia poco pulita dicono bustarelle. Ma magari posso fare qualcosa per voi recitò. Mamma fu secca: Signora, i problemi di lavoro si risolvono in ufficio e per via ufficiale. Ho già capito abbastanza. Prego, la porta è quella.
Papà, quella sera, si chiuse in studio e non rispose più a nessuno. Da allora la sua vita non fu più la stessa. La voce della sospensione giunse presto, anche se il caso fu poi archiviato. Papà perse comunque il ruolo, neanche io con la laurea in mano riuscivo a consolarlo. Era come se il peso del giudizio di Rosangela lo avesse affossato del tutto.
Papà si ammalò il cuore fragile lo costrinse in ospedale. Un giorno arrivò a casa una lettera per lui: me la diede uno sconosciuto, È urgente, per il signor Martini. Era di Rosangela.
Papà la lessa seduto al sole della clinica, mentre io aspettavo nei vialetti del parco. Alzatosi allimprovviso, disse: Devo andare da lei, è importante. Mi chiese di accompagnarlo.
Lospedale cittadino era dallaltra parte della città. Andrò da solo mi disse, entrando deciso.
Attesi più di unora. Uscì che aveva gli occhi lucidi ma la schiena dritta: Quarta fase. I medici dicono che le resta poco. Poi voltò la testa e disse soltanto: Povera.
Mi raccontò poi tutto: Rosangela, ormai malata terminale, laveva chiamato per chiedergli perdono. Lì, davanti a lui, si era confessata: era stata lei a scrivere la lettera daccusa contro papà. Lui la perdonò. Le accarezzò la testa, già calva sotto la cuffia. Lei, che aveva passato tutta la vita a dimostrargli di essere superiore, ora aveva solo voglia di essere amata.
Tornando a casa, papà mi chiese come andava la tesi e la vita. Posso aiutarti anchio, sai? Forse sono ancora buono a qualcosa. Sorrise, come non faceva da anni.
Da quella volta, niente più lampi nel cielo, niente più pioggia tagliente. Solo il sole sui viali di Milano. Papà non aveva più niente da dimostrare. E nemmeno io.
Quando gli domandai come potesse perdonare una persona che aveva cercato di rovinargli la vita, mi rispose: Figlio, certe persone non sanno amare, e così fanno solo del male. Si può anche perdonare, e andare avanti.
Non tutto si può riparare. A volte bisogna solo lasciare andare. Ma soprattutto, non bisogna fare della propria vita una battaglia per dimostrare qualcosa a chi ci ha fatto del male. Ora so che lamore e la serenità contano più di qualsiasi medaglia o diploma. E finalmente, ho capito quanto questo sia importante.






