Il Solista
Il telefono, vecchio, con la cornetta legata da un filo a spirale logorato dalle dita di tre generazioni di Rossi, con il disco per i numeri che un giorno era stato persino ridisegnato perché ormai invisibile, con quel fastidioso trillo acuto e insistente, stava posato su una credenza allingresso.
Paola Giuliani, arrivata ai tempi della fibra ottica, rifiutava i cellulari fanno venire il cancro! , e nemmeno i cordless la convincevano, sebbene suo figlio, Marco, le avesse regalato un paio di quei telefoni portatili già laltro Natale.
Mamma, dai! Così puoi girare per tutta casa, porti la cornetta con te, senza fili in mezzo ai piedi. Guarda che belli! Ho scelto apposta largento, sono moderni! Marco aveva aperto la scatola, sfilando i pezzi tra i fruscii dei sacchetti. E poi, magari ti chiama ancora la signora Vincenzina? Così ti siedi sul divano e chiacchieri quanto vuoi. Comodo, no?
La madre arricciò il naso, osservando il telefono nuovo lasciato da Marco sul tavolo, le labbra strette.
I numeri sono troppo piccoli, non è cosa per me. Tienilo tu, che tanto tua Ilaria sta sempre a parlare al telefono! Le serve di più! rispose secca. E poi, Vincenzina non mi telefona più. Non mi chiama non chiama!
Marco sospirò, stanco. Era dura con la madre; difficile farle provare qualcosa di nuovo, convincerla ad aggiornarsi, portarla dal medico per la pressione ballerina Una testarda, come sempre!
Mamma! Ma noi ce labbiamo già un telefono così. E poi, davvero, Ilaria è una brava ragazza Ci sposeremo presto, la vuoi in famiglia o no? E che sono troppo piccoli, i numeri! Hanno pure la lucina! Guarda Ora te lo collego
Marco si era già alzato per attaccare il telefono nuovo e chiamare la madre, ma lei lo fermò, stringendogli piano la mano.
Dai Marco, siediti e mangia che è tutto freddo! trovò subito una scusa Paola, e sfilò dal forno una teglia che fumava ancora. Un profumo dolce e saporito: torta salata con carne, cipolle e uovo, il piatto preferito di Marco. Pasta soffice, ripieno speziato, piccante al punto giusto, il vapore che usciva sembrava respirare, diceva lei. La crosta si gonfiava, si abbassava, poi finalmente si assestava. E Paola, manco a dirlo, spostava la torta sul piatto con cura.
Paola amava una bella presentazione: tutto deve stare sulla sua alzatina di porcellana, la palettina elegante, i piattini abbinati al servizio.
Basta con tutte queste manfrine! sbottava talvolta Pietro, il marito di Paola, inghiottendo la saliva. Dai, metti su tutto che abbiamo fame! Do io una bella fetta con il coltello, su!
E già allungava il suo coltello, per niente bello, verso la sacra torta di casa.
Non toccare! si precipitava Paola a difendere la sua creazione. La pasta era intrecciata a treccia sui bordi, spennellata duovo, e proprio al centro della torta cera un foro su cui si raccoglieva il brodo: buona carne, non una fregatura dal macellaio! pensava lei, soddisfatta.
Paola era certa che una torta così la servissero solo al Galleria Vittorio o da Peck, dove però era troppo salata. Laveva provata due volte ed era rimasta delusa.
Paola Rossi per tutta la vita aveva lavorato al Teatro alla Scala. Certo, non ballava e non cantava! Stava negli uffici, tra biglietti, abbonamenti, reclami. Tutto era passato, ma quel telefono di Marco e il nome di Vincenzina la catapultarono nei ricordi
Proprio lì, nel foyer della Scala, aveva conosciuto Corrado Valenti, il primo ballerino, affascinante e gentile, uomo darte e di cortesia. Da lui forse nacque la sua ossessione per la bella presentazione.
Prima Paola aveva visto Corrado solo da lontano, sulle foto in bacheca. La sua auto era sempre davanti al teatro, la camerino personale profumava di arance di Sorrento che adorava e si faceva spedire da Napoli, a casa lo aspettava una fedele bassottina, Espaniona, detta Nini. Tutti i lavori di casa li facevano le donne di servizio, mentre il ballerino meditava sul tappetino in salotto. Nini lo fissava attenta, inclinando la testa, attenta allumore del padrone, lo accoglieva alla porta festosa, scodinzolando e sorridendo con quella sua bocca sottile.
Avvicinarsi a Corrado appena rientrava a casa era rischioso: una ciabattata era certa. Lui danzava fino allo stremo, si svuotava, si riprendeva solo dopo ore. Le sue serate, fosse anche tardissimo, erano scandite: doccia, tisana, poi yoga sul tappetino, che Nini aveva addentato una volta e per cui era stata sgridata.
Alla monotona litania dello yoga, Espaniona ululava piano. Le veniva una tristezza infinita.
Poi Corrado si alzava, cenava. Ogni tanto aveva ospiti, soprattutto signore, che Nini mal sopportava, tanto che la cacciavano fuori dalla stanza. Espaniona borbottava, trotterellava coi tacchetti sulle assi, si sdraiava sulla sua cuccia a dormire. E le signore ridevano, ridevano
La vita di Corrado, di Nini e un po anche di Paola cambiò un ottobre incerto, con quella nebbia che saliva dal bosco oltre la villa e entrava in casa come latte in una ciotola, accarezzava le zampe della bassotta e sfiorava i piedi nudi di Corrado sotto le coperte. Sbadigliando, si rannicchiava e, quando la sveglia marciava la stanza, si doveva alzare.
Quella mattina Corrado arrivò tardi alle prove. Ma a lui era concesso: senza il suo primo ballerino, lo spettacolo andava a rotoli. Tutti lo aspettavano, le colleghe andavano in visibilio al tocco del Magnifico
Uno solo lo guardava dritto negli occhi: il maestro di ballo, Danilo.
Lo accolse in foyer, trafelato e scompigliato, lo rimproverò davanti a tutti e minacciò che la prossima volta avrebbe scelto un altro.
Corrado, ricorda, nessuno è insostituibile. Gambe e braccia le hanno tutti i primi solisti, la testa ce lhanno anche i secondi, il talento ciascuno Io troverò il nuovo dopo di te. Danilo parlava calmo, ma le mani tremavano leggere, Paola, che lo spiava di lato, lo notò. Stringeva in mano il giornale e la carta tremolava un poco. Il maestro si lanciò verso il portone di legno massiccio dalla maniglia dorata. Paola intuì che oltre quella porta voleva nascondersi e stupirsi del suo coraggio: aveva rimproverato Valenti! Forte danimo, il maestro!
Appena la porta si chiuse, Corrado emise un fiato, tra una risata strozzata e un singhiozzo, e Paola lasciò cadere la borsa. Andò a finire che rotolò fuori il rossetto, due penne, una rossa e una blu, un flaconcino di profumo, unagendina di pelle, due caramelle alla menta e altro ciarpame da donna (scontrini, liste della spesa, scatolina di spilli, pettine)
Scusi cinguettò Paola sottovoce, quasi fosse stata lei a rimproverare il primo ballerino. Io io
Voleva dire che non aveva sentito nulla, che avrebbe dimenticato tutto
Ma Corrado, osservandola per quindici secondi, scrollò le spalle, si avvicinò a questa donna insignificante, la tipica topolina dufficio, e si chinò per aiutarla a raccogliere le sue cose.
Parola dopo parola, risatina su risatina, Paola si trovò a sorridere, mentre Corrado si faceva galante. Odorava di colonia e un poco di tabacco. Aveva dita e volto lunghi e ossuti, con un naso aquilino e sopracciglia folte, arcuate che davano unombra profonda agli occhi scuri con riflessi verdi.
Che occhi straordinari! pensò Paola di sfuggita. E poi: complimenti a fiotti, e lui le chiese il numero. Paola si confuse, ma cedette, lo scrisse su un foglietto, scordando dessere sposata, con un figlio, Marco
Corrado promise di telefonare la sera. Magari una sera. Un giorno, chissà. Le sorrise affettuoso, tenero Così nessuno le aveva mai sorriso. Il marito, Piero, era semplice, scuola dellobbligo, poi lavoro, turni, stipendi. Camminava pesante, quasi avesse piombo ai piedi, e i complimenti li lasciava a mugugni nel buio, prima di russare. Standard, niente di illustre. Paola si era sempre vista così. E invece no! Aveva occhi bellissimi, fianchi e vita modellati a regola darte, guance di pesca
E tutto questo nel foyer della Scala! Paola non avrebbe mai pensato si potesse descriverla così, ascoltava a bocca aperta, ridendo tra sé.
Corrado le restituì la borsa, si prese il foglio col numero e svanì.
Paola dopo si riprese, si rimproverò aspramente, poi temette che lui chiamasse, trovasse il marito, dicesse qualcosa Certe cose da artisti! pensava. E allora?
Piero non era geloso. Ma chissà Lui teneva tanto a Paola.
Aveva rifatto lappartamento da solo, lavorava per due, risparmiò per lanello col brillantino e poi la chiese in moglie.
E se Corrado, il primo ballerino della Scala, telefonasse, e Piero rispondesse? Cosa si direbbero? Meglio non pensarci
No, Paola non avrebbe tradito il marito, amava la famiglia, Marco, ma
Ogni testa femminile conosce un ma. Avrebbe potuto andare meglio, essere più bello, più romantico Forse con Piero aveva fatto tutto troppo presto Avrebbe dovuto aspettare Corrado?
E poi, che male cè se si parlano solo al telefono?! Non è una monaca Magari per lavoro!
Ma che dici, che lavoro? Cosa può chiedermi Corrado Valenti, io Paola Rossi? Come si fanno i fouetté? O come si controllano i biglietti in cassa? No, sono solo scuse, eppure Di nuovo ma. Paola girava il cucchiaino in una tazza vuota.
Paola, tutto bene? Sei persa nei sogni la chiamò la capo-ufficio, Vera.
No, niente, solo pensieri Paola lasciò la tazza, rimettendosi tra le scartoffie.
E come lo hai trovato dal vivo? Dicono che sia bruttino, butterato
Ma di chi parlate? Paola finse di offendersi.
Dai, lo sai. Occhio che fa girare la testa a tante. Cera anche quella costumeria, come si chiamava? Daniela. Appena laureata. In un batter docchio lui laveva già portata da sé e poi
E poi? Paola guardò su, curiosa.
E poi Lascia stare, Paola. Io non sono una ragazzina, ho famiglia. Chi potrebbe mai portarmi da qualche parte?! Mi lasci lavorare, please.
Va bene, cara, non ti disturbo più. Vera tornò nel suo ufficio. Lei Corrado lo aveva visto spesso da vicino, anche troppo. Qualche anno prima aveva corteggiato la figlia, Lucia. Anche lei lavorava alla Scala, niente di eccezionale, ma ci era entrata. Corrado la portò a casa, la rapiva, sembrava tenerci. Poi Lucia restò incinta, si rovinò il fisico, e Corrado la accusò di tradimento, non riconobbe il figlio. Vera prese dei soldi dal ballerino, ci comprò una villetta per Lucia e il bambino. Corrado allora era più giovane, ora non più Lo divertivano le donne mature, si disse Vera, mentre inspirava una boccata abbondante di sali aromatici dal cassetto, storcendo il viso da carlino, e tornando a scrivere
Paola non smise di pensare a Corrado nemmeno per un attimo. Si scordò perfino di pagare alla mensa, si lasciò sfuggire la fermata del tram, controllò a metà il compito di Marco ditaliano, non guardò neanche quel brutto voto sul libretto. Sciocchezze, tutto Ma Corrado era un altro pianeta, e aveva promesso una telefonata.
Quella sera non arrivò nessuna chiamata. Né la successiva. Al suono del telefono, Paola sobbalzava, correva a rispondere prima di Marco, urlava Pronto!, poi sospirava delusa: non era lui
Daltra parte, pensava la notte, ascoltando ticchettare lorologio in cucina, sentendo Pietro russare e le auto in strada, se mi chiamasse cosa gli direi? Di che parleremmo in questa mia piccola, buia entrata? Gli racconterei della torta di oggi? Che Marco va in colonia sportiva la primavera? Ma a Corrado che gliene importa di mio figlio? Devo parlare di arte, questo sì! Domani vado in biblioteca, prendo qualche libro di balletto.
Così fece. Portò a casa un tomo spesso, dicendo che era obbligatorio crescere culturalmente. Marco la commiserava, curvata sulle pagine fitte, Pietro la prendeva bonariamente in giro, ma Paola studiava, si perdeva tra i nomi, prendeva appunti, si accigliava. Non aveva più la memoria di una volta.
Nini osservava il padrone con attenzione. Seduto in poltrona, guardava un foglietto, posò il telefono sulle ginocchia, compose un numero, poi premette linterruttore interrompendo la chiamata.
Ma come si chiamava? Giulia? Silvia? Ma caspita, non poteva scrivere anche il nome?! Corrado batté il pugno sul tavolo. Ecco Paola! Come la Paolina di Manzoni.
Si mise di nuovo a comporre il numero. Espaniona si accucciò ai suoi piedi.
Pronto! È la signora Paola? Non ho sbagliato? Benissimo, sono felice di averla trovata! La disturbo? rise, una risata un po stridula.
Paola, spaventata, era ferma in corridoio, trattenendo il respiro. Era lui! Ha chiamato! E ora?
No, no, affatto! Sono liberissima! mentì, mentre in cucina cuocevano le polpette, Pietro stava per tornare, e Marco era a lezione di basket, presto sarebbe rientrato affamato.
Se è libera, allora magari ci vediamo? Conosco un ristorantino appena fuori città, fanno il cinghiale. Le piace la selvaggina, Paola? rise di nuovo.
Ma che ride sempre? Si sta prendendo gioco di me? pensò, agitata.
Io davvero balbettava lei. Non aveva idea se le piacesse il cinghiale!
Allora proviamo il cervo. Vi piacerà, è tenerissimo. Mando la macchina a prenderla? chiese ancora lui.
No, meglio di no Io e fece lerrore di dire il suo indirizzo. Sciocca, ingenua, affamata di attenzioni galanti, donna non più giovane! Il cuore batteva fortissimo, le girava la testa. Per fortuna aveva finito le polpette, lasciò un biglietto per il marito, si sistemò i capelli e trovò un vestito degno del ristorante fuori città.
Lauto fu davanti a casa sua dopo venti minuti, il conducente salì, suonò il campanello. Pochi gradini dietro di lui saliva pure Pietro.
Alla porta la situazione fu imbarazzante. Lautista disse chiaramente, sono qui per la signora, da parte di Corrado; lui la aspetta
Paola arrossì, guardando negli occhi il marito, cercò di spiegarsi confusa, poi disse sottovoce che aveva una commissione di lavoro. Pietro annuì.
Se serve, vai pure. Succede qualcosa? urlò alla moglie mentre lei scendeva.
No, tutto ok! Vai, la cena è pronta.
Sbatté la porta, racchiudendo amore semplice e pane caldo dietro le pareti, aroma di polpette risaliva le scale, un cane abbaiava da un vicino. Paola salì in auto, chiuse gli occhi
La cena fu deliziosa, Corrado era malinconico, quasi assente, si guardava spesso intorno. I camerieri, sottocchio, la scrutavano, lei lo avvertiva.
Lei viene spesso qui? chiese Paola.
Sì. Non le mentirò, Paola, sono un donnaiolo. Le donne sono la mia debolezza. Qui ne ho invitate tante. Ma lei lei è diversa e le prese la mano, lisciandole la pelle chiara, guardando le unghie curate, la vecchia cicatrice. La baciò, proprio quella mano che unora prima impastava il macinato nella ciotola smaltata.
Io? Sono una persona normale lei ritrasse la mano spaventata.
Normale? No. Lei è colta, lho capito subito. Amate il balletto. Non chiedo, affermo. È venuta ai miei spettacoli? Corrado si inclinò, il naso sembrava ancora più lungo. Anzi, la domanda era inopportuna. Le farò avere un biglietto, il migliore. Ora basta lavoro, godiamoci la serata!
Battuendo le mani come sul palco, i camerieri si affrettarono, il vino rosso, rubino, scivolava nei calici
Paola tornò a casa alle undici. Marco ascoltava musica, Pietro dormiva già.
Come mai così tardi, mamma? chiese Marco. Sei stata a un appuntamento?
Paola arrossì, per fortuna la lampadina era fioca.
Ma cosa dici?!
Fu allora che apparve nella vita dei Rossi la signora Vincenzina, a detta di Paola una vecchia amica, non ci vediamo da secoli. Con lei Paola trascorreva tempo o si sedeva al telefono per lunghe conversazioni. Non troppo spesso, ma sempre lei era la destinataria.
Ma di dovè sta Vincenzina tua, maga? chiese Pietro una volta. Lui alla vita di Paola non badava, ma era curioso.
Di Brunate, rispose Paola. Aveva letto da qualche parte che un coreografo veniva da lì. Ci ho fatto le vacanze anni fa, ci siamo conosciute, e così
Pietro si accontentò. Brunate, bella zona. Lui cera andato a pescare con amici, aveva conosciuto una certa Vincenzina pure lui, buona ragazza, un po pungente. Strano il destino, pensò, ora Paola la frequenta? Magari si rivedranno? No, lasciar perdere il passato è meglio.
Paola vedeva Corrado di rado: lui la portava a cena, parlavano darte, le citava classici, e Paola benediceva la sua scelta di leggere quel libro gigante sul balletto.
Cosa sarebbe stato dopo? Che importava! Solo una simpatia, nulla di più! No, Paola non tradiva il marito. Con Corrado non si baciavano neanche. Era solo una bella compagnia, due conversatori. Dovè lo scandalo?
Quando la Vincenzina chiamava a casa, era sempre una scena da spie: toccava inventarsi scuse, ma la conversazione scorreva via tra Pavlova, Taglioni, Vaganova.
Al telefono, la Vincenzina si mostrava ammirata dai grandi saperi di Paola, mentre Nini osservava il padrone diventato improvvisamente tranquillo, più premuroso persino col cane, niente più signore a casa, la yoga dimenticata. Magari la vita finalmente si aggiustava
Un giorno Corrado disse che era stufo dei locali e invitò Paola da lui.
Voglio stare a casa. E poi sei curiosa di vedere la mia casa! le sorrise. E la mia Nini sta male, poverina. È sensibile, sente la mia mancanza. Vieni, beviamo un caffè, ti mostro i vecchi album di foto di famiglia. Ci sono tutti i grandi. Dai, vieni, sì?
Paola titubò: aveva sentito tante voci su Corrado, ma, in fondo, le persone cambiano. Forse con lei parlava solo di balletti e arte, nulla di più. E se la Nini era malata, lei una donna di una certa età poteva fare giusto compagnia, un caffè e via. E quella giornata di novembre era grigia e triste, serviva un diversivo.
Accettò. Scese dallauto, guardò la villa dietro al cancello di ferro: stile classico esagerato, troppe colonne, balconi, torrette, stucchi. Questione di gusti pensò.
Sulla ghiaia arrivarono allingresso, salirono la scalinata, respirando lodore delle foglie bagnate. I cherubini in giardino erano coperti da foglie e Corrado li trovò buffi, rise lanciando la testa allindietro. Poi si sentì labbaio di Nini dal vetro, la coda che scodinzolava.
Entra pure! Corrado aprì la porta a Paola.
Si guardarono negli occhi Paola e Nini studiandosi, annusando. E Paola pure annusò. Qualcosa mancava La casa non odorava di casa, di vita propria. Ogni casa, ogni appartamento ha un suo profumo: cuoio, torta, bucato, sapone, menta, fiori, animale Ma qui, niente. Solo pulizia asettica, nessun odore.
A casa dei Rossi profumava di bucato e di mela cotta, la cucina sempre dolce di torta. Qui, niente.
Dovè la cucina? chiese Paola. Aveva voglia di portare odore di casa in quel gelo, accendere il forno, preparare una torta, un tè con foglie di menta, qualunque cosa
Mi comporto come una mamma in visita al figlio universitario! pensò, guardando Nini: lei pensava uguale!
Cucina? Paolina mia! rise Corrado. Vieni, di qua! Da questa porta!
Paola entrò, sognando una cucina enorme. Anche la prima volta a casa di Pietro, a cucinare insieme alla suocera Ora sentiva il bisogno di cucinare qualcosa qui, per Corrado. Forse era proprio quello che gli mancava: una cucina vera, un po di calore da casa.
La porta si aprì silenziosa, come se un maggiordomo aspettasse. Dentro era buio e sapeva di rose appassite.
Nini borbottò e saltellò via. Unaltra così! diceva la sua coda.
Paola voleva domandare dovera linterruttore, ma sentì solo:
Spogliati, Paolina. Arrivo subito. E lui sparì.
Lei alzò le sopracciglia, le mani tremarono, tutta larte, le chiacchiere, svanite. Le gambe la portarono da sole alluscita. Era sicura che Pietro in quel momento le stesse rimproverando dentro di lei. Che vergogna! Era impazzita!
Saltò fuori sulla strada, fermò una macchina e tornò di corsa in città.
Intanto Corrado, nella sua camera fredda, guardava intorno sconcertato. Le rose nei vasi erano già secche, ma non se ne era accorto. Perché Paola voleva la cucina? Aveva sete? Avrebbe potuto chiedere.
Per un po la cercò, poi si sedette e si mise a piangere.
Nini ululò piano. Paola le aveva abbandonate, per sempre, così sembrava
Era speciale, diversa, vivace: Corrado aveva persino pensato di chiederla in moglie E invece lei era scappata
Aveva rovinato tutto. Con lei non poteva fare come con Lucia e le altre! Lei era vera. E lui con quel spogliati
Paola rientrò piano, si tolse le scarpe, si chiuse in bagno e a lungo si scrutò davanti allo specchio. Poi scoppiò a ridere. Prima piano, poi sempre più forte.
Paola, che ti prende? Pietro bussò piano, forse preoccupato.
Niente, Pietro. Andiamo a dormire dormiamo
La Vincenzina chiamò qualche giorno dopo. Paola pensò di mettere giù, ma dun tratto provò compassione per Corrado e per la piccola Nini malata.
Cercò di consolarlo, trovare le parole giuste; Corrado ascoltava e ascoltava, seduto vicino alla cuccia di Nini
Ma chi era al telefono, stavolta? chiedeva Pietro. La solita Vincenzina?
Sì, sospirava Paola. Le si è ammalato il cane.
Che sfortuna. Paola, io ho fame. La torta è pronta? Piero alzava le sopracciglia, Paola andava a tirar fuori la torta dorata dal forno.
Quelle telefonate divennero unabitudine. A volte Paola rispondeva, altre chiedeva a Marco di dire che non cera. Era stanca di consolare, aiutare, ascoltare, far ridere. Eppure non poteva cacciare Corrado: le dispiaceva troppo vederlo solo, nella villa grigia, con tutte quelle colonne, pure la cagnetta malata
Al teatro Corrado camminava come un fantasma, ballava distratto, e a fine febbraio si licenziò.
E adesso, Corrado?! tuonò Danilo. Come facciamo senza di lei?
Nessuno è insostituibile. Qui, almeno, rispose Corrado. Scusatemi.
Che Paola lavorasse nello stesso palazzo, ormai nemmeno lo ricordava. O forse, semplicemente, viveva in un altro mondo.
Lultima telefonata arrivò fuori tempo, proprio quando Paola festeggiava il compleanno: casa piena di gente, una cena a portate, vestito elegante, fiori del marito. Tutto perfetto, poi squilla il telefono.
Vuoi che dica che non ci sei? sussurrò Piero. Così la Vincenzina richiama dopo.
No! No, rispondo io. Lultima volta, Piero Ti prego.
Prese la cornetta, Corrado le disse che Nini aveva avuto i cuccioli e che voleva regalarle un bassottino.
Perché? non capì Paola.
Così almeno qualcuno dei piccoli di Nini avrebbe te. Paola, io mi sono innamorato di te Tu sei vera, non finta, sembri mia madre Va beh, scusa. Allora, lo vuoi il cucciolo?
Lo tenne, un buffo bassotto color senape, e lo chiamarono Vasco. Vasco prese subito casa dai Rossi, adorava Marco, ma era la mamma che aspettò sempre con più gioia.
La accoglieva ogni sera alla porta, sorridendo con quella sua bocca sottile. Anche lui sapeva che Paola era insostituibile.
Sono passati anni, dove sarà ora Corrado, che fa, dovè? Paola non lo ha più saputo. Al marito aveva raccontato tutto tempo dopo; lui aveva solo riso, senza mai offendersi.
Ma Paola ancora oggi ha un piccolo tremore ogni volta che suona il telefono. Forse non paura, solo quellincertezza. Il passato a volte le fa visita nei sogni, la osserva coi tristi occhi di Corrado, piange sommesso. Ma poi arriva Marco, la futura nuora Ilaria, e il mondo torna a girare nel giusto verso.
E il miglior ballerino della Scala, da quando si era licenziato, visse sempre nella sua villa di colonne. A volte Lucia e il figlio andavano a trovarlo, sedevano nel grande salotto bevendo caffè dalle tazzine minuscole, e Corrado guardava fuori dalla finestra, ripensando a quanto aveva ballato e conquistato, ma senza mai sentire niente davvero: solo un brivido di eccitazione. Lamore era rimasto là, con Paola, a cui non regalò mai il suo biglietto per la prima. Che peccatoUn giorno di primavera, molti anni dopo, Marco tornò a casa stringendo per mano una bambina dai ricci scuri e gli occhi curiosi: la sua Sofia, nipote di Paola. Il piccolo Vasco, ormai vecchio, sonnecchiava sulla sua coperta. La casa profumava di torta, come sempre. Fuori dalla finestra, sul balcone, Ilaria sistemava dei fiori, le gambe accavallate e una ciocca dietro lorecchio.
Paola sorrideva dal tavolo, gli occhiali giù sul naso e un blocco da cui sporgevano foglietti colorati. Sofia sinfilò sotto al tavolo e prese in braccio Vasco, che scodinzolò appena.
Nonna, raccontami di quando ballavi anche tu! esclamò la bambina, gli occhi spalancati.
Paola scosse il capo, sorridendo. Io non ho mai ballato, Sofia. Però un po della magia ce labbiamo anche qui, sai? Una volta conoscevo fece una pausa, affondando lo sguardo nei ricordi un grande ballerino. E una cagnetta coraggiosa, pure lei.
Sofia rise. Anche tu eri coraggiosa, vero?
Paola si fermò a riflettere. Dal salotto giunse il trillo secco del vecchio telefono, lo stesso con il disco, il filo attorcigliato e la vernice che se nera andata. La nipote sobbalzò.
Rispondo io! corse Sofia, scomparendo dietro la porta.
Paola la osservò attraversare la stanza, piccola, vivace, e sentì scivolare via una malinconia lieve, rimpiazzata dalla gioia sottile di esserci, adesso. In cucina, Ilaria rideva con Marco, il profumo della torta si fondeva a quello dei fiori appena recisi.
Paola si tolse il grembiule, si guardò le mani: erano le stesse che avevano appoggiato la cornetta, impastato polpette, acceso ricordi, carezzato amori. Forse larte era anche questo: vivere ogni giorno con grazia e un pizzico di sfrontata tenerezza. Forse il vero palcoscenico era la credenza lucida, la risata a cena. Forse, pensò, la vita, dopotutto, non aveva mai smesso di danzare.
E proprio mentre Sofia urlava che al telefono cera una certa signora Vincenzina, Paola scoppiò a ridere. Poi si avviò allingresso, sistemandosi i capelli come aveva fatto mille volte, pronta a rispondere ancora, ogni volta che la vita avrebbe voluto chiamarla.






