La bambina proibita
Le trattative finiscono alle sei e mezza. Il notaio raccoglie i documenti nella cartella, mi stringe la mano, borbotta una frase di cortesia e Caterina Andreina Solari esce fuori senza nemmeno abbottonarsi il cappotto.
Dicembre arriva allimprovviso. Neve bagnata, lampioni che brillano in un alone giallo, odore di scarichi dauto e di caldarroste dalla bancarella allangolo. Lautista, Gabriele, è appoggiato alla macchina, intento sul cellulare. Alza lo sguardo solo quando sono già a un passo da lui.
A casa? chiede.
No. Alla chiesa di Santa Maria.
Non domanda altro. Lavora per Caterina da quattro anni, ha imparato: dopo una giornata difficile lei va sempre lì, mai direttamente a casa. Non per fede, non in senso stretto. Semplicemente perché lì è silenzioso, e don Michele, il parroco, non fa domande.
Durante il tragitto, Caterina guarda dal finestrino. La città si prepara al Natale con poca voglia: le luminarie penzolano spente da alcuni pali, lalbero in Piazza Vittorio è acceso a intermittenza, come un vecchio frigorifero. Sul sedile, la cartella con il contratto. Tre cliniche cedute ai nuovi soci. Non per sempre, solo per ristrutturazione. Lavvocato dice che è una mossa intelligente. Lei lo sa. Ma rimane amaro.
Il telefono vibra. Un messaggio di Domenico, il figlio.
«Mamma, abbiamo vinto. Sono in finale. Domenico.»
Sorride senza accorgersene. Nove anni e firma i messaggi come un adulto. Torneo di pugilato, dicembre, quartiere Navigli. Si prepara da due mesi, a letto alle dieci, niente dolci fino alla gara, serio come un uomo. Lallenatore, Siro, le ripete: «Domenico non è un ragazzino, signora Caterina. È un piccolo stoico».
Risponde: «Bravo. Sono orgogliosa di te. Arrivo presto.»
Domenico è rimasto con Nadia, la domestica che Caterina ha assunto tre anni fa dopo aver visto un annuncio sul Corriere. È proprio come si era presentata: affidabile, silenziosa, ama cucinare il minestrone e leggere a Domenico le storie di Gianni Rodari.
Lauto si ferma davanti al cancello. La chiesa si trova in fondo al cortile separato dalla strada da una recinzione in ferro battuto. Qui la neve resta ordinata, gli alberi sono dei vecchi tigli, e un unico lampione illumina i rami nudi con luce calda.
Aspetta, dice a Gabriele. Non ci metterò molto.
La funzione è finita da un pezzo. Odore di cera, il silenzio spezzato solo dal bisbiglio di due vecchine nellangolo. Caterina accende una candela e si ferma davanti allicona, senza pensare a niente in particolare. È così che deve essere, solo stare lì, senza conti e calcoli nella testa.
Don Michele si avvicina, silenzioso come sempre. Basso, con una barba bianca a chiazze e una vecchia tonaca scura.
Signora Caterina. È da un po che non la vedo.
Due settimane.
Per lei sono molte. Esita. È successo qualcosa?
Lavoro. È tutto ok.
Ok suona come meglio non chiedere.
Lei lo guarda. Don Michele ha quella capacità di stare zitto proprio dove altri insisterebbero.
Ho paura di essermi fatta di pietra, dice, e la cosa le esce spontanea. Oggi ho firmato dei documenti che mi avrebbero dovuto far male al cuore. Invece no. Guardavo le cifre e basta.
Quella non è durezza, replica lui. È stanchezza. Cè una differenza.
Lei trova sempre una scusa.
No, trovo solo la differenza. Le scuse non le servono. Aggiusta qualcosa sul candelabro. Una persona dura non si accorge nemmeno di esserlo diventata. Lei sì, quindi è solo stanca.
Resta ancora lì venti minuti, poi ringrazia don Michele ed esce.
Il cortile è vuoto, ma vicino al cancello, dove la catena si lega al portone, cè una donna. O meglio, una figura. Cappotto nero, elegante tanti anni fa, ora con bottoni spezzati e chiusure improvvisate con le spille da balia, sotto il ginocchio, largo. Sopra, delle vecchie galosce di gomma troppo grandi, calze infeltrite che spuntano dal cappotto. Il viso avvolto in un fazzoletto, così stretto che si intravede soltanto il naso, rosso e appuntito.
La donna resta diritta, con la schiena dritissima, senza curva, e non si appoggia. Troppo composta per essere una mendicante.
Caterina fruga nella tasca. Qualche banconota, euro spiccioli per le offerte. Prende una banconota da cinquanta euro e si avvicina.
Prenda, per favore.
La donna alza il capo.
Allinizio Caterina non realizza. La mente si rifiuta, poi mette insieme dettagli: il naso, la linea delle sopracciglia, quello sguardo diretto che non viene mai dal basso ma sempre sopra, uno sguardo abituato da una vita a guardare dallalto in basso, che non si spegne nemmeno con le galosce e il fazzoletto.
Giulia Petronilla Verdi. Ex suocera.
La banconota resta sospesa nellaria.
La vecchia perché ormai è una vecchia non distoglie lo sguardo. Non capisce nemmeno se Giulia labbia riconosciuta. Lo sguardo è vuoto, come spesso accade a chi ha molto freddo.
Prenda, ripete Caterina.
La mano nella vecchia pezza, senza due dita, prende la banconota. Le dita sono bluastre.
Caterina si dirige subito verso lauto.
Sali, dice a Gabriele.
A casa?
Sì. Poi chiude la portiera. Anzi no. Aspetta ancora.
Gabriele non fiata.
Caterina guarda fuori dal parabrezza, la neve bagnata che scivola via. Attraverso la recinzione si vede: la figura vicino al cancello è immobile, sempre con la schiena dritta. Quella schiena non la lascia in pace.
Dieci anni. Dieci anni senza pronunciare quel nome. Non per paura, ma perché era come una scheggia in un punto dove non si arriva: se non la tocchi, non fa male.
«Vai via,» dice quella voce dentro di sé. Non cattiva, né fredda. Solo quella voce pragmatica di chi prende decisioni. «Non le devi niente. Sono le conseguenze. È la vita.»
Ha quasi detto a Gabriele: «Andiamo». Era già pronta.
Poi le torna in mente quello che una volta, non oggi ma tanto tempo fa, le ha detto don Michele, rispondendo alla domanda se servisse perdonare chi non merita.
«La misericordia per chi non ne è degno,» aveva risposto, «è la cosa più difficile. Ma cambia chi perdona, non chi è perdonato.»
Allora aveva pensato che fosse solo retorica. Ora ci ripensa.
Gabriele, fai inversione.
Dove si va?
Prima lì. Indica il cancello. Aspetta dietro langolo, io torno.
Scende e si avvicina di nuovo al cancello. La donna è ancora lì.
Giulia Petronilla, dice Caterina.
Silenzio. Lungo.
Mi ha riconosciuta? chiede Caterina.
Sì, risponde la vecchia. La voce è roca, il tono sempre lo stesso, mai diretto. Non si preoccupi. Non chiedo niente.
Lo so. Lei non ha mai chiesto. Ha sempre e solo preso.
Pausa.
Non resta qui per me, dice la vecchia. Vada via.
Da quanto è in strada?
Non sono affari suoi.
Ha le dita quasi blu. Caterina la guarda. Ha mangiato ieri?
Vada, Caterina. Ormai ha ottenuto ciò che voleva. È soddisfatta? Guardi bene.
Non sono tornata per questo.
La vecchia la guarda finalmente dritto negli occhi, con unostinazione che è ormai solo riflesso.
Allora per cosa?
Caterina stessa non sa rispondere, così dice semplicemente:
Venga alla macchina.
Non mi muovo da qui.
Signora Giulia, ha le dita congelate e fuori ci sono cinque gradi sotto zero. Non discuto. La accompagno.
Non prendo altro da lei…
Ha già preso cinquanta euro. È già successo. Venga.
Qualcosa nella donna cede non lorgoglio, quello resiste. Qualcosa di fisico, forse le gambe che non ce la fanno più.
Caterina la prende sotto braccio. Non si ritrae. Già questo è una risposta.
Quando Gabriele le vede arrivare, apre lo sportello posteriore. Ha la faccia imperscrutabile, ma Caterina coglie come dà unocchiata fugace alle galosce.
Andiamo alla Trattoria del Nord in via Lario, dice lei.
Io non mangio ravioli, dice Giulia Petronilla.
Ora invece li mangerà.
Dentro lauto cè caldo. Giulia resta dritta, tiene stretto il fazzoletto, porta addosso odore di freddo e di strada. Caterina guarda fuori.
Da quanto tempo? chiede, dopo un po.
Cosa?
La strada.
Silenzio.
Terzo mese, risponde infine la donna, senza inflessioni.
La trattoria in via Lario è una di quelle con i tavoli di plastica, il menù sulla lavagna, odore di brodo e pasta ripiena. La sala è quasi vuota, è un giorno feriale. La cameriera volta subito lo sguardo dalla vecchia.
Caterina prende un tavolino in angolo. Ordina due porzioni di ravioli, brodo, pane, tè caldo.
Giulia resta con il cappotto addosso, le mani in grembo. Caterina la osserva senza imbarazzo. Lei lascia fare.
Il viso, in dieci anni, è irriconoscibile eppure sempre quello: stesse guance spigolose, stessa bocca. Le guance sono grigie, le occhiaie profonde, sulle tempie un taglietto mal rimarginato.
Sta bene? chiede Caterina.
Fisicamente?
Sì.
Più o meno.
Arriva il cibo. Giulia osserva il piatto poi prende la forchetta. Mangia piano, con la cura di chi ha fame ma nasconde lo sforzo.
Caterina assaggia appena la sua porzione. Sorseggia il tè.
Racconti, dice.
Perché?
Solo racconti.
La donna mangia ancora, poi posa la forchetta.
Gennaro è morto sei anni fa. Cuore. Stava male già da tempo, ma io… si interrompe. Credevo di aver tutto sotto controllo. Gli affari andavano avanti per lui, anche se io pensavo che dipendessero da me. Dopo la sua morte saltarono fuori i debiti. Moltissimi… Scuote la testa. Ci sono voluti due anni per risolvere tutto. Alla fine restava solo la casa di via Savona e la pensione. Mi sembrava sufficiente.
E Andrea? domanda Caterina.
La domanda le viene facile, neppure se ne rende conto. Solo il nome.
Andrea Giulia prende il pane in mano, lo stringe. Dopo la separazione… allinizio sembrava stesse bene. Trovò un lavoro, si risposò. Ma poi quella donna lo… insomma, si sono lasciati dopo due anni. Poi sono cominciati i guai. Una rissa in un bar. Qualcuno si fece male, seriamente. Tre anni di carcere.
Caterina resta in silenzio.
Successe quattro anni fa. Quando è uscito, non lho più visto. Ho saputo da conoscenti che ha cambiato città. Non chiama più. La voce è ferma, troppo. Non mi ha perdonata. Per aver fatto di lui uno strumento, diceva. Mi hai sempre comandato, mamma. Non mi hai fatto diventare un uomo, mi hai fatto diventare un oggetto.
Tace, i due uomini al tavolo accanto discutono sottovoce.
La casa di via Savona lho persa due anni fa. Gente che mi ha chiesto di firmare, cambiamenti con lamministratore… non ho capito, ho firmato. Lavvocato mi ha detto che è una truffa diffusa, ma non si recupera nulla. Stringe la tazza di tè con entrambe le mani. La pensione non lho più, ho perso i documenti. Ricominciare è lungo. Ho provato, ma da sola…
Da sola è dura, dice Caterina.
Sì.
Pausa.
Dove dorme?
Dipende. Cè una centrale termica in via Cavour, sto lì con altri senzatetto. A volte il custode del condominio, Federico, ogni tanto mi fa entrare: ha una stanzetta. Buona persona, anche se beve.
Da tanto in questa zona?
Un mese. Ci venivo anni fa, conoscevo questa chiesa. Gennaro laveva fatta costruire, o meglio, aveva donato soldi per i lavori. Eravamo andati anche allinaugurazione. Si ferma. Fa ridere, vero? Chiedere lelemosina fuori della chiesa a cui hai contribuito.
Non cè nulla da ridere.
Non mi compianga.
Non la compiango, dice Caterina. Ascolto.
Giulia la guarda davvero, forse la prima volta questa sera.
È cambiata, dice.
Sono passati dieci anni.
Non solo per quello. Lei… Scuote la testa senza terminare.
La cameriera porta via i piatti, torna con altro tè, Caterina lo chiede ancora.
Giulia. Aspetta che laltra la guardi. Pensa mai a quel bambino?
Silenzio. Lunghissimo.
Ogni giorno, sussurra la vecchia. Da quando è morto Gennaro e Andrea è sparito. Quando avevo altro da fare riuscivo a non pensarci. Ora non cè più nulla. Solo quello.
Solo cosa?
Quello che ho fatto io. La voce è quasi un soffio. Ho ordinato che non nascesse. Che venisse tolto. Pensavo che lei non fosse adatta. Che mio figlio meritasse di meglio. Niente antenati, niente soldi. Mi sono raccontata che lo facevo per difendere Andrea… era solo potere. Non volevo perdere il controllo.
Caterina ascolta.
Penso a lui ogni notte, continua Giulia. Non so se sarebbe stato maschio o femmina, non so a chi sarebbe stato simile. Lo sogno porto con me la colpa di aver impedito che venisse al mondo. È con me.
Silenzio.
Caterina fissa la sua tazza. Dentro di lei succede qualcosa per cui non trova la parola giusta. Non è trionfo, né soddisfazione. È simile al sollievo di posare finalmente un peso portato troppo a lungo.
Giulia, dice. Non ho fatto quello che voleva lei.
Latmosfera ora è diversa.
La vecchia rimane immobile. Solo la tazza le trema tra le mani.
Cosa?
Non ho abortito. Sono andata via. Ho partorito un figlio.
Giulia la fissa.
Lei…
Si chiama Domenico. Domi. Ha nove anni. Questanno è in terza elementare. Fa pugilato e partecipa al laboratorio di matematica. Oggi è in finale al torneo.
Pausa. Lunga, come il fiato trattenuto prima di un tuffo.
Somiglia ad Andrea? chiede Giulia a voce bassissima.
Di aspetto sì. Ma di carattere prende da me. Testardo, non si arrende. Molto allegro. Andrea non ha mai riso così, fino alle lacrime. Domenico sì.
Giulia abbassa la testa.
Caterina non si aspettava ciò che accade. Solo dopo realizzerà che avrebbe dovuto.
La vecchia scivola dalla sedia. Piano, pesantemente, le galosce che sbattono sul pavimento. È in ginocchio, lì, vicino al tavolo.
Caterina, dice. La voce è roca, come se non fosse stata usata da anni in questo modo. Mi perdoni. So che non servono a nulla le parole. Non lo merito, lo so. Ma glielo chiedo. Mi perdoni. Per tutto. Per quando lho cacciata. Per la stazione, lo so della stazione Andrea da ubriaco una volta lo disse. E decisi che aveva fatto bene. Perdono. Per il bambino. Per aver pensato di averne il diritto.
La cameriera resta di sasso.
Si alzi, dice Caterina.
No, io…
Si alzi, la prego. Fa male le ginocchia alla sua età. Si alzi.
La donna si tira su con fatica. Caterina non laiuta: capisce che deve farlo da sola. È importante. Deve riuscirci.
Giulia torna seduta. Il viso è bagnato, non si asciuga le lacrime.
Mi perdoni, sussurra di nuovo. Semplicemente.
Caterina tace.
Va bene, risponde.
Non la perdono, non ormai è passato. Solo va bene. Perché altro non trova.
Finiscono il tè. La cameriera fa finta di niente e porta il conto, Caterina paga.
Fuori, Giulia si ferma.
E ora? chiede. È la domanda inevitabile.
Ora bisogna che si lavi, risponde Caterina. E che dorma. Al resto pensiamo domani.
Non chiedo…
Lho sentita, va bene. Andiamo in macchina.
Gabriele, vedendole avvicinarsi, apre lo sportello senza una parola.
Alla sauna di via Fiume, ordina Caterina. Quella con le camere private.
La sauna chiude a mezzanotte. Caterina ci è già stata, conosce lamministratrice, Luisa, una donna robusta con una ciocca dorata.
Signora Solari, è tanto che non la vedo.
Unora e mezza, solo per lavarci. Serve una camera.
Luisa guarda Giulia. Non dice nulla, ma Caterina sa che ha capito tutto.
La seconda è libera, porto gli asciugamani.
La camera ha una saletta, sauna e doccia. Caterina non entra in sauna. Dalla macchina porta una borsa: shampoo speciale, gel doccia, spazzola, forbici, crema mani e piedi.
Giulia la osserva.
Ce la faccio da sola, dice.
Va bene.
Poi, però, dopo dieci minuti la chiama sottovoce dalla doccia. Caterina entra. Giulia è davanti allo specchio appannato.
Non riesco a districare i capelli, dice. Sono troppo annodati.
Caterina prende la spazzola. Si mette dietro.
I capelli sono grigi, lunghi, pieni di nodi. Serve pazienza, dal basso verso lalto, con cura. La vecchia non commenta. Solo una volta trattiene il respiro.
È strano. Pettinare i capelli alla donna che laveva buttata fuori dalla sua vita come una cosa rotta. Non impossibile, solo strano. Perché avrebbe dovuto sentire trionfo? Non cera. Solo stanchezza. E sollievo, come posare un peso infine.
Procede con lo shampoo, quello speciale, poi quello normale. Giulia tace.
Ho avuto sei persone sotto di me, dice a un tratto.
Caterina continua.
Ho lavorato quarantanni. Iniziato come dattilografa. Poi ragioniera. Gennaro faceva il commerciante di materiali edili, io gestivo i conti. Abbiamo ricostruito tutto da zero. Ricordo quando si mangiava in ufficio. Quando comprammo la prima macchina seria, Gennaro pianse. Pausa. Pensavo fosse tutto per Andrea. Per lui. Ma non gli ho insegnato niente. Né a guadagnare né a perdere. Né ad amare né a perdere. Avevo paura di lasciargli la sua vita, e invece lo imprigionavo.
Caterina sciacqua i capelli.
Si asciughi, dice.
Mentre Giulia si asciuga, Caterina parla con Gabriele.
Mi serve un supermercato, oppure un negozio di abbigliamento.
Gloria in via Fiume, aperto fino a mezzanotte.
Compra giacca invernale, calda, taglia cinquanta. Pantaloni, maglione, intimo, calze di lana. Scarpe, quarantuno. Ecco i soldi.
Gabriele prende i soldi senza batter ciglio. Va.
Quando torna, Caterina trova Giulia seduta sul divano, avvolta nellasciugamano. Apprende dal suo aspetto un che di nuovo. Ora è solo una donna anziana, con occhi stanchi e portamento fiero.
Caterina si siede accanto.
Gabriele porterà i vestiti. Poi la accompagno in un appartamento vuoto. Cè tutto il necessario. Letto, lenzuola, bollitore. Cibo domani.
Caterina…
Mi lasci finire. Si gira. Domani il mio avvocato inizierà il recupero dei documenti. Ci vorrà tempo ma le otterremo la pensione. Poi si vedrà.
Giulia la guarda.
Perché?
Perché posso. E perché altrimenti rimarrebbe con me. Capisce?
Sì, sussurra Giulia.
Non sono uneroina. Non faccio tutto questo a cuor leggero. Mi sarebbe piaciuto andarmene. Ho quasi lasciato stare.
Cosa lha fatta restare?
Caterina riflette.
La sua schiena dritta, dice. Era sempre dritta.
Sembra che Giulia capisca.
Ho delle condizioni, aggiunge Caterina. Devo dirglielo.
Mi dica.
Se anche solo una volta sento che vuol tornare a comandare, a dirmi cosa devo o non devo, smetto tutto, subito. Non per cattiveria. Per onestà.
Sì.
Sicura?
Mi conosceva.
Caterina inclina il capo.
Forse.
Tacciono. Dal corridoio si sente una porta chiudersi.
Domi, sussurra Giulia. Solo il nome.
Sì.
Posso… Non finisce la frase. No, non posso. Lo so che non posso. Volevo soltanto… non chiedo. Capisco che non ho diritto.
Non ora, dice Caterina.
Giulia la guarda.
Non mai?
Non ora. Caterina si alza. Le lascio le chiavi dellappartamento. Anche qualche euro per la settimana. Un cellulare semplice, col mio numero. Mi chiami se serve. Se vuole sparire, è una sua scelta. Non la cercherò.
Non sparirò.
Chi lo sa. Lo spero.
Gabriele torna con il sacchetto. Giacca blu, calda, in piuma. Maglione grigio, pantaloni neri. Scarpe imbottite. Intimo e calze.
La taglia va bene? chiede Caterina.
Ho chiesto al commesso, risponde Gabriele. Ho spiegato più o meno.
Giulia passa dallo sguardo ai pacchi, poi a Caterina.
Sa accettare aiuto? chiede Caterina.
No, ammette laltra con sincerità.
Impari.
Mentre Giulia si cambia, Caterina chiama un negozio di telefonia 24 ore: con il contratto societario delle cliniche ottiene un cellulare vecchio stile in venti minuti. Telefona anche allappartamento in via del Sole: la ex collega Rita si è appena trasferita e lappartamento è rimasto vuoto. Le chiavi ce le ha Caterina, i pagamenti sono automatici.
Piccolo, un bilocale quarto piano senza ascensore. Letto, tavolo, due sedie, divano. Acqua calda, riscaldamento.
Quando Giulia esce vestita di nuovo, è ancora diversa. Non è la donna infreddolita né quella della trattoria. Qualcosa daltro.
Bene, dice Caterina. Andiamo.
In macchina, Giulia guarda la città: luci, neve, marciapiedi bagnati, luminarie. Allincrocio, un grande abete decorato davanti al centro commerciale.
Ha nove anni, dice Giulia allimprovviso.
Sì.
Quindi…
A dicembre saranno dieci. Un compleanno importante.
Pausa.
Gli piace la matematica? domanda Giulia.
Caterina la fissa.
Perché?
Anche Gennaro, da piccolo, la adorava. Ho pensato…
Domenico segue un laboratorio universitario. Risolvono problemi da Olimpiadi. Dice che è come scoprire segreti. E sorride. Sono contenta che labbia chiesto. Ma non ora. Non tutto insieme.
Capisco.
Non ancora. Ma forse un giorno.
Lappartamento in via del Sole è come doveva essere. Quarto piano a piedi. Caterina sale con lei, accende la luce.
Piccolo ingresso. Un po di odore di chiuso. In frigo solo acqua e bicarbonato di sodio. Nello scaffale ancora alcuni maglioni e calze spesse della vecchia inquilina.
La biancheria è lì, pulita. Mostra lo scaffale. Bollitore qui. Le lascio i soldi, e il telefono. Ho scritto il mio numero su questo biglietto.
Poggia la busta e il cellulare. Se dovesse stare male, chiami subito lambulanza. Poi me.
Va bene, dice Giulia.
Rimane al centro del salotto, ancora col piumino blu addosso, a guardare i soldi.
Li restituirò. Quando avrò la pensione.
Non serve.
A me sì. Voglio che non sia un dono. Voglio restituire.
Caterina la osserva.
Daccordo.
Alla porta, si gira.
Giulia.
Sì?
Dorma. Domani cè tanto da fare. Stanotte, solo dorma.
Caterina. La voce la blocca già sulla soglia. Voglio dire… non so come… Esita, poi finisce: Grazie. So che è poco. Non ho parole migliori.
Caterina annuisce.
È poco, conferma. Ma basta.
Chiude la porta.
Nella tromba delle scale è freddo, odora di polvere e gatti. Quattro piani in discesa. Una sola lampada accesa, le altre sfarfallano. Spinge la porta, esce fuori.
Il gelo di dicembre la investe. Sale sul gradino, alza la testa. Non si vede il cielo, solo delle nuvole e il riverbero giallo della città.
E lì, su quel gradino, alle undici e mezza di sera, sente qualcosa di indefinito che non ha mai saputo nominare: non leggerezza, sarebbe troppo semplice. Come se un dente dolorante smettesse di pulsare dopo anni.
Non ha perdonato Giulia per Giulia, questo lo capisce. La storia di dieci anni prima esiste di per sé, nessun gesto potrà cancellarla: né inginocchiamenti né lacrime.
Ma, finché quella storia è una pietra dentro, Caterina Andreina Solari la porta. Da sola. Da dieci anni.
Avrebbe potuto continuare a portarla. Era brava. Ma poteva anche lasciare andare.
Il telefono vibra.
«Mamma, arrivi? Nadia dice che è tardi, ma io non dormo. Domi.»
Sorride. Ancora la firma.
«Arrivo, scrive. Tra mezzora sono a casa. Dormi, Domi.»
«Ti aspetto.»
«No, a letto. Domani mi racconti del torneo.»
«Okay. Mamma?»
«Sì?»
«Stai bene?»
Guarda quel messaggio. Un bambino di nove anni, a mezzanotte, le chiede come sta. Da circa un anno lo fa, non sa nemmeno da dove abbia preso quellabitudine: forse indole, forse ha sentito qualcosa, forse vede la sua stanchezza.
«Sto bene, risponde. Tutto tranquillo. Ora dormi.»
Si avvicina alla macchina. Gabriele è lì, con il bavero sollevato.
Tutto ok? chiede.
Andiamo a casa, Gabriele, dice lei.
Va bene.
Apre la portiera. Prima di salire guarda il quarto piano, una delle finestre lex camera di Rita. La luce è spenta.
Poi si accende. Un rettangolo di luce gialla.
Si gira dallaltra parte. La macchina parte.
Alle spalle resta lappartamento in via del Sole, con la busta, il vecchio telefono e la donna in nuovo piumino blu. Resta tutto: quello che fu dieci anni prima, e tutte le domande senza risposta: se cambierà davvero qualcosa, se la donna ricadrà, sparirà, tornerà sé stessa. Non si sa.
Va bene così. Non si sa.
Caterina si lascia cadere sul sedile. La città scorre fuori dal finestrino, tutta luci e neve di dicembre. Al semaforo vicino si ferma unauto con la musica, canzoni di Natale. Poi riparte.
Fra otto minuti sarà a casa. Aprirà la porta e Domenico, che diceva di dormire, sarà ancora sveglio, in corridoio, con il pigiama degli orsetti che ormai è piccolo ma non vuole buttare via. Le racconterà del torneo, del finale, dellavversario che ha il destro forte ma dimentica la guardia. Lei dirà bravo, lo abbraccerà, lui fingerà di resistere, poi si lascerà andare, perché ha solo nove anni, ancora un po.
Poi berranno il tè. Nadia di sicuro lo ha lasciato pronto.
E tutto il resto non conta.
Chiude gli occhi.
La macchina la riporta a casa.






