Caro diario,
molti anni fa, dopo il divorzio, mi trovavo a vivere da sola con mio figlio Marco in una terra che non era più la nostra. La solitudine mi stringeva il cuore come una morsa gelida; mi sentivo fuori posto, persa in un luogo che non era più il mio. Di sera salivo in bicicletta e, per ore, giravo per le strade di Torino, quelle vie sconosciute che si dipanavano tra case ben curate e aiuole fiorite. Guardavo le finestre illuminate dietro le tende e pensavo: Queste persone vivono felici, soddisfatte. Vorrei anche io sentirsi così.
La mia famiglia era rimasta in Sicilia, il matrimonio si era spezzato e gli amici erano spariti come polvere dopo la tempesta. Mi sentivo sola, infelice. C’era una casa in fondo a una stradina poco nota, una viuzza buia dove quasi non si distingueva il fienile da una dimora; lunica cosa visibile era una finestra che, tra gli alberi, rimaneva sempre accesa. Anche quando le altre abitazioni erano avvolte nelloscurità, quel lume non si spegneva mai.
Col tempo, pedalando per il quartiere, finii per tornare sempre a quella via, fermandomi a osservare da lontano la luce che filtrava tra i rami. Immaginavo dentro una famiglia, amore, felicità. Poi riprendevo la bici e tornavo alla mia casa fredda, buia e vuota.
Un giorno decisi di spingermi fino alla fine del vicolo, di vedere cosa nascondesse quel misterioso bagliore. Proseguendo dritta arrivai a una T. Svoltai a sinistra e mi ritrovai su una strada familiare che, girando a destra, conduceva proprio al mio condominio. Allinizio non capii nulla; pensai di essere lontana da casa, in un luogo estraneo, ma il labirinto di strade mi aveva ingannata, tenendomi lontana dalla verità che ero più vicina di quanto credessi. Tornai allora al punto dove, da tanto tempo, fissavo la finestra incantata.
Come quando il velo della nebbia si dissolve, tutto lignoto divenne improvvisamente familiare: gli alberi, le case vicine, e soprattutto quella luce! Era la finestra del mio stesso appartamento, che brillava attraverso i rami e il cortile del vicino. Marco non era ancora a letto, non aveva spento la lampada, e mi aspettava, paziente, al ritorno della mia passeggiata in bicicletta. Un velo si è levato dai miei occhi. Un attimo ero su quella stradina misteriosa; lattimo dopo ero davanti alla porta di casa mia, con quella stessa luce che mi aveva chiamata per tutto quel tempo, un faro damore in un mondo buio.
Rientrai, abbracciai Marco e lo baciai buona notte. Capii che tutto quello che desideravoamore, famiglia, felicitàera già qui, nel mio piccolo nido, e che io stessa ero stata cieca, incapace di vedere e apprezzare ciò che già possedevo.
Una strana riflessione mi assale: non è un glitch della matrice, ma piuttosto la manifestazione di un ordine più alto che guida i nostri passi.
Con affetto,
Eleonora.







