Scusa, faccio in fretta. Prendo giusto due cose, sorrideva Irene mentre sgattaiolava oltre a Michele, che restava imbambolato in corridoio guardando verso la porta della camera da letto.
Ma che fifone sei! pensò Irene mentre passava, ma davvero credi che adesso entro, faccio casino, lancio i vasi e ti spacco la faccia? No, figuriamoci. Irene aveva capito di non provare più nulla già da qualche giorno. Sì: si era semplicemente accorta che, ormai, era indifferente a tutto. Che suo marito beh, ex marito per fortuna si era trovato una più giovane dal sorriso facile e le labbra a canotto, e laveva scambiata come uno sciarpone vecchio lasciato in fondo allarmadio. Chissenefrega anche se la casa, che aveva arredato con amore fin nei minimi dettagli, luminosa e calda, sarebbe toccata a unaltra donna. Adesso quella, come si chiamava? Ah, sì, Anna, avrebbe cucinato il minestrone sui fornelli scelti da Irene e infornato il branzino nel suo forno. Le saliere e i barattoli delle spezie, le ciotoline per le salsine, loliera carina tutto diventava improvvisamente estraneo. Non avrebbe portato via nulla. Non si sarebbe abbassata a tanto.
Perché dovrebbe trascinarsi dietro scatoloni, sacchi e borse pur di non lasciare nulla a quella ragazza? Lasciala perdere, il passato ormai è passato. Che se lo goda con tutte le sue tovagliette ricamate, le tazze con le iniziali e i quadretti sulle pareti.
Ricordava ancora quella volta in cui si erano separati i vicini: la moglie aveva affittato un camion e svuotato lintera casa, aveva persino svitato le lampadine. Che vendetta. A ripensarci Irene rise, ma lei, no, non ci riusciva. Lei non sapeva odiare, non sapeva nemmeno farsi venire la bile, anzi provava solo una strana tristezza e tanto, tanto male.
Michele in accappatoio, con i capelli tutti scompigliati e i piedi nudi, fissava il soggiorno mentre Irene, inginocchiata davanti allarmadio basso, estraeva vecchi album di fotografie. Alcuni li rimetteva a posto, altri li infilava nella borsa.
Mettiti le ciabatte, va là, che poi ti lamenti per la schiena, gli disse senza pensarci troppo. Michele guardò i suoi piedi storti, li muoveva nervoso sul parquet, poi si attaccò al primo pretesto.
Irene! Ma non potevi venire in un altro orario? Posso darti io un appuntamento, così vieni quando non ci sono adesso, ehm, non è il caso, non sono solo e
Tranquillo, Michè. Finisco in un lampo. Tanto tu questi album nemmeno li vuoi, no? Non ti metterai mica con la tua nuova mogliettina a guardare le nostre foto?
Michele strinse le labbra, si girò dallaltra parte.
Già andando lì Irene sapeva che non sarebbe piaciuto a Michele: lintrusione fuori programma, non schedulata sul suo taccuino, era, per lui, una specie di apocalisse organizzativa.
E però secondo Michele cosera normale? Scambiare mogli a ogni stagione? Crederà davvero che si possa guardare la moglie di sempre con commiserazione, dirle: è finita, per finire con quella ragazzetta-pupazzo con le gambe infinite di silicone? Succede, se perdi la testa, ma che disastro.
Irene si ritrovò a sorridere mentre guardava una polaroid. Era della loro prima festa insieme. Irene, con i capelli castano scuri, lunghi, in minigonna e camicetta attillata. Michele, in giacca e cravatta.
Michele, quello che sempre portava giacca anche destate: niente jeans, niente tute, sportivo nemmeno morto. Solo classico, o niente. La volta che Irene gli regalò, per scherzo, dei calzini con i peperoncini rossi.
Starai da Dio! Provali, dai! gli aveva detto. Lui si era rifiutato come se gli avesse proposto di uscire in mutande. Mai! Uneresia!
Eppure a lui piacevano queste cose, quando lei lo prendeva in giro. Come fosse una gattina entrata nel suo mondo pieno di regole e glielo avesse messo sottosopra. Aveva spazzato via le sue certezze, rincorso il riflesso del suo orologio sul muro, fatto le fusa sotto la sua mano. E lui? Lui era spaventato: una come Irene, proprio lui laveva scelta? Che follia! Ma che ansia incredibile, se tutto fosse finito.
Si erano conosciuti a uno di quei simposi mortali di architettura dinterni, roba da addormentarsi allascolto. Michele era lì che si arrabbiava per la moda delle case open space. Ma come, cucina e bagno open? Ma siamo impazziti?! Le case hanno delle regole, come la vita: ingresso, corridoio, camere, cucina, e porta separata per il bagno, punto! E lui lì a tracciare schemi sulla lavagna, a spiegare che quei giovani architetti erano dei fessi patentati.
Poi, una mano si alza, con tanti braccialetti tintinnanti, unghie laccate di rosso vivo. Sì?! Cosa vuole adesso? Chi è lei?
Ecco Irene: minuta ma energica, con dei jeans (gli stessi che Michele detestava e che però lei indossava con tale gusto!) e una camicia in denim. Una treccia lunga con qualche ricciolo allestremità e una voglia a cuoricino sulla guancia
Oddio, quanto lamava, quella macchiolina. Guardarla mentre Irene dormiva col viso sepolto nel suo braccio: non sapeva addormentarsi da sola, Irene, sempre stretta come un cucciolo, il naso sulla sua spalla, tutta arrotolata
Che volete che mi dica adesso, eh? Che non capisco le mode? Che le docce a vista e i water dietro le mezze pareti sono il futuro? Macché, sono un insulto allarredamento! borbottava Michele.
Irene era scoppiata a ridere, una risata limpida da bambina che aveva stordito Michele. Non cera niente del genere nel galateo della sua vita.
Ma no, guardi! disse venendogli vicina. Io volevo solo dire che questi open space sono più economici e piacciono ai ragazzi doggi, sono… come dire… audaci! Così attirano lattenzione. Si vende facile a una coppietta di giovani innamorati e tra qualche anno, quando la nebbia romantica svanisce e diventano “famiglia”, verranno da lei a farsi fare una ristrutturazione normale. Dovrebbe provare lei stesso a viverci in una di queste case!
E Michele lo fece. Con lei. E gli piacque. Strano, anche un po irresponsabile, ma avevano vissuto bene. Poi, quando la fase nebbia rosa era finita, erano passati a un trilocale classico: camere, porte, serrature, tutto separato. Scelte fatte insieme. Allora erano già sposati da quattro anni.
Michele, intanto, osservava Irene sistemare con meticolosità le foto nellalbum e si rimise a pensare a quando lei lo aveva invitato per la prima volta a pranzo. Sempre controcorrente, Irene. Allegra, solare, una ventata di aria fresca. In un ristorante costoso: Irene che lo abbracciava davanti a tutti, incurante delle regole.
Non si fa, sta roba, Ire! Dai, siediti! sussurrava lui, rosso come un peperone.
Come vuoi, amore! rispondeva lei tranquilla, lo baciava e dopo due minuti gli rubava le cotolette dal piatto. Ma che fortuna hai sempre tu col cibo! Cambiamo i piatti!
Scambiavano tutto, ridevano, gareggiavano per vedere chi aveva preso la carne più tenera e chi la verdura più saporita…
Irene non sapeva bere il vino come si deve. Non ti sembra di afferrare il calice come uno scaricatore di porto?! si inalberava Michele. Prendilo per lo stelo, assaggia piano, senti il profumo… No, dai, non così!
E lei giù a ridere, pronta a vuotare il bicchiere in tre sorsate e poi, sbronza al punto giusto, accasciarsi sulla poltrona e dormire di botto. Michele la copriva col plaid e si commuoveva. Perché proprio io? si domandava. Non è giusto, una così con me, vecchio secchione!
Aveva nove anni più di lei, una differenza che gli bruciava addosso come il chili. Sapeva che crescendo Irene lavrebbe lasciato. Ci avrebbe rimesso la pelle, lo sentiva. Non era questione di se, ma di quando…
Vedi Michele, un gattino cresce e diventa una gatta: orgogliosa, esigente… Fidati, conosco la storia. Prima si fa adorare, poi detta regole, poi ti pelano pure il conto in banca, e alla fine, zac, ti mollano in una casa di riposo. Nove anni vi separano!
E certo che cera questa differenza. Michele cera già al mondo nove anni prima che lei nascesse, roba da non credere neanche se la inventi.
Irene non è così, Boris. È sincera, fa tutto quello che sente, senza calcoli! È indipendente, te lo giuro! Sai che le prime volte al ristorante non voleva che pagassi io? E ordinava da mangiare per un esercito! E poi lava il pavimento a mano come le massaie di una volta, ogni volta cambia lacqua. Bollette dellacqua alle stelle, ma come dice lei in casa devesserci pulito.
Sta solo conquistandoti, dai! ridacchiava Boris, chiamando il cameriere per il terzo caffè. Di che famiglia viene?
Mamma ingegnere, padre al metrò, non so esattamente che fa. rispondeva Michele, tutto impettito.
Allora boh… Unartista. Vedrai che prima o poi comincerà a straparlare, a scorticare le pareti… sentenziava Boris.
Facciamo così, ve la faccio conoscere! si illuminava Michele, anche se sapeva di essere un po vigliacco a sottoporre Irene alla valutazione dellamico.
Irene quellinvito lo incassò al volo, senza farci caso: aveva appena fatto cadere delle cartelline correndo su e giù per le scale dellufficio. Sì Miche, porta pure chi vuoi, tanto stasera dovevo lavorare…
Così non preparò nulla. E quando aprì la porta, tutta spettinata, in pigiama con i coniglietti rosa, davanti a sé si trovò Michele con un armadio in doppio petto: il mitico Boris.
Te lavevo detto… borbottò Michele, già rosso.
Sì, sì, ora ricordo, perdonami. Comunque entrate, non ho pane a lievitazione lunga da offrirvi…
Li nutrì di ravioli fatti in casa e raccontò come aveva rovinato un progetto al lavoro. Il capo mi ha urlato addosso come un ossesso! Ma io lho preso sportivamente rideva Boris, vuoi altri ravioli?
Boris annuiva, un po spaesato, perché tutto in quella cucina avorio con il tavolo a fiori di lavanda e la padrona di casa che parlava come se niente fosse era così… vero e inaspettatamente dolce.
Dai, non piangere, Chuchina! la accarezzava Michele come fosse una bambina.
Avrebbe tanto voluto estrarre dal taschino il fazzolettone a quadrettoni della nonna, manco avessero avuto cinquantanni di meno.
No! Non pensarci proprio! si raddrizzava subito Irene. Ognuno ha la sua strada, io lavoro per conto mio, tu pensaci tu.
Perché?! si sorprese Michele.
Perché non è giusto. Non è onesto. Cioè, se io fossi scarsa, e tu mi coprissi solo perché ci vuoi provare! E poi… balbettava poco convinta … perché vuoi chiedermi di sposarti, vero?
Sì, Irene. Anche se so che mi dirai di no, che sono troppo vecchio, noioso e ti annoio. Lo so. Ma voglio provarci lo stesso…
Quella sera Michele e Boris se ne andarono via insieme, lasciando casa piena dellodore di tortelli e degli occhi enormi di Irene.
Quella ragazza è già diventata una gatta adulta… borbottò Boris.
La loro fu una cerimonia piccolina, niente follie, il contrario del matrimonio allitaliana da 300 invitati. Michele aveva il terrore che Irene volesse DJ e balli trash, invece lei lo portò in un ristorantino di Genova, tutto reti da pesca e pesci di ceramica, dove il risotto ai gamberi era poesia pura. Una saletta in fondo, dieci coperti, la felicità vera.
Irene si adattava a tutto: alla differenza detà, alle sue fisse per le abitudini, anche ai suoi momenti di chiusura. Gatta coccolona, certo. Ma ogni tanto lo portava fuori rotta, lo trascinava in campeggio o in crociera sul battello, con Michele che sbuffava per le zanzare, la cenere sul barbecue, il mare mosso…
Ma anche lui doveva adattarsi o rischiava di perderla e lui non lo avrebbe sopportato.
Irene si alzò svelta, la borsa piena di album sotto braccio.
Michè, ma quella che fa qui? dalla camera da letto sbucò la testa spettinata di Anna, tutta rabbiosa e le labbra gonfiate. Perché lhai fatta entrare?!
Anna, basta, ora non è il momento. Qui ci sono ancora le cose di Irene… provò a spiegarsi Michele, giustificandosi davanti alla fidanzata-pupattola come un adolescente.
Ma tu mi avevi detto che ormai era tutto mio! strillò la regina col baby doll trasparente. Sta frugando per i tuoi soldi?! Se tocca largenteria la uccido! Conto tutte le forchette, hai capito?!
Anna, vattene! Via! e Michele agitava le mani come per scacciare le api.
Irene era sempre stata la mediatrice, la pacificatrice: aveva smorzato ogni lite, tolto i malumori con uno sguardo.
Adesso invece, semplicemente, alzò le spalle. Beh, credo di aver finito. Ah, sì! si guardò intorno Pure Sandro viene con me. Non mi pare che abbiate molta voglia di occuparvene. Sandro! Vieni qui, bel cagnone!
Un enorme mestizo sgangherato corse da dietro una porta, agitando la coda e iniziando a saltare addosso a Irene.
Ma dai, Irene! Il cane è nostro! Vive qui! fece un passo avanti Michele, subito zittito dal sorriso ironico di lei.
Nostro? Dai, Michè, non ci casco. Tanto tu e… la tua coinquilina… insomma… lo mollerete in canile o peggio, no?
Tra poco ci sposiamo! Levati dai piedi! urlò Anna, ma Sandro ringhiò e la fece saltare indietro.
Anna non reggerebbe mai. Sandro è rozzo, sbava, scodinzola come un idiota e distrugge tutto. A una giovane sposina? Impensabile!
Il viso di Michele si fece color mozzarella. Giovane coppia Colpito e affondato.
Prendilo pure, va. Michele sollevò le mani. Sandro saltò di gioia.
Sandro era arrivato per caso: Irene laveva raccolto lungo la statale, sporco, spelacchiato, mezzo ferito portato a casa in braccio.
Cosè sto coso? Ma come ti è venuto in mente?! balbettava Michele spaventato mentre stendeva una coperta in veranda. È un randagio, magari è pure rabbioso!
Il cane ringhiò. Irene spaventata tirò indietro la mano, ma lui cominciò a piagnucolare, e Miche lo ritrovò in macchina, Irene dietro a cullare la testa enorme di Sandro. Sussurrava parole, lo accarezzava, in poco lui stava già meglio.
Quel cane poi li aveva persino salvati. Dopo cinque anni di matrimonio, Irene era rimasta incinta. Tutto sembrava andare per il meglio, lui laveva spedita a prendere aria nella casa in campagna, aria buona, mangiare sano lui la chiamava ogni ora per controllare.
Ma una notte, qualcosa andò male. Michele arrivò tardi, vide la casa buia, fuori anche la luce del portico era spenta, cosa mai successa. Regnava un silenzio spettrale. Solo il lamento lungo di Sandro.
Raccolse Irene da terra, in camera, immersa in una macchia rossa. La portò in ospedale di corsa. Persero il bambino. Non riuscirono più ad avere figli. Per poco Irene non si tolse la vita, se non fosse stato Sandro, a staccarla dal letto ogni mattina, tirandola fuori a passeggiare per i sentieri. Lui faceva il matto, beveva nellacqua dei fossi, Irene lo rincorreva, tornava stremata, ma il dolore si consumava in quel camminare infinito.
Sandro, il fedele. Aveva sempre amato più Irene. Pochi anni gli restavano? Che vivesse quelli con lei, sì, decisamente.
Prendilo, va… ripeté Michele, spostandosi di lato. Anna, fammi un caffè.
Che?! urlò Anna con la bocca da pesce.
Il caffè, Anna! Premi un bottone, non è difficile! scoppiò Michele, stringendosi addosso laccappatoio. Irene, ora vai via. Ti accompagno giù.
Le portò il sacco con le ciotole, i giochi, la coperta del cane, quella a righe che Sandro preferiva. Irene laveva scoperta, ordinato un pacco, anni prima: soddisfatta come una scienziata che aveva trovato la cura per linsonnia del cane.
Chuchina! Ma quali coperte, quali cucce, per favore! Qui si decide un concorso da milioni, e tu con le fisime per Sandro?! brontolava Michele. E la cartellina nera dovè?
Irene si staccava dalla testa del cane, si alzava, prendeva la cartellina da sotto di lui.
Ci stai seduto sopra, come al solito, Michè. Vabbè, torno a lavorare anchio. Sandro, su, con me!
Poi, lavoravano in stanze separate. Ma Irene ogni tanto portava un panino, un tè col miele, una smorfia buffa: Michele si arrabbiava, poi la stringeva forte sulla poltrona a casa.
Non aveva mai amato così. Ma ora, con Anna, era tutto diverso.
È unaltra cosa, Boris! borbottava Michele.
Boris scuoteva la testa, la fronte fra le mani.
Ah, è letà, vero? Ti senti vecchio. La famosa crisi del capello grigio…
Michele grugniva, consapevole di non essere capito. Boris aveva cinque anni meno di lui!
E allora? Non abbiamo figli, il cane non cè più, siamo liberi. Niente paternali almeno, Boris. Tu quante storie hai avuto, eh?! Altro che…
Se avessi incontrato una come Irene, sai quanti pranzi in solitaria! Quella donna ti ha fatto diventare umano, ti ha svegliato, insegnato ad amare. E tu? Sei un fesso patentato! Forse è meglio così, che Irene si sia liberata. Scusa, me ne vado.
Ho il matrimonio con Anna fra un mese, ci vieni?
Boris si girò, negando col capo.
No, sono proprio impegnato. Quindi questa Anna è lamore della tua vita?
Michele annuì.
Ha le amicizie giuste, e il bambino è in arrivo
Auguri allora… Boris spalancò le braccia rassegnato.
E sapeva già che Boris non sarebbe venuto. Lo odiava, mica aveva tutti i torti. Ma almeno non sarebbe stato lasciato: lasciare Irene per primo gli evitava la paura e la gelosia. Con Anna, si sarebbe arrangiato, magari la spedirà da qualche parte a fare la mamma full time.
La gelosia Michele laveva assaporata tutta: una bestia spaventosa. Controllare i messaggi, sospettare, tremare, vergognarsi… era ormai vaccinato. Ora basta: meglio così. Aveva liquidato Irene lui. E con Anna, che sarà mai. Gli avrebbe fatto compagnia, almeno finché non avrebbe potuto trovare di meglio.
Al matrimonio con Anna, erano in duecento, tutto sfarzo fuori misura: trenini, barzellette, bouquet incastrati nella lampada, Anna che rideva ubriaca, la torta che si scioglieva a mezzanotte. Prima notte, Anna esigeva passioni daltri tempi. Michele ci provava, ma crollava addormentato; Anna fumava in cucina, finendo lo spumante avanzato.
Il primo giorno da marito-bis chissà cosa gli aspettava.
Almeno, ora, niente più ansie. Irene sarebbe scappata comunque, con uno più giovane, più vivo di lui. I suoi soldi non le sarebbero mai serviti. Lavrebbe lasciato. E questa ferita, no, non lavrebbe sopportata. Così, ci aveva pensato lui: aveva colpito per primo. Adesso Anna, di lei non gli importava nulla. Non gli infilava la forchetta nel piatto, non raccontava storie a letto, non lo avvolgeva nel piumone quando aveva freddo, non portava il tè con la marmellata, non inventava scampagnate in cerca di funghi, non adottava cani sconosciuti. Anna probabilmente lo avrebbe chiuso in una casa di riposo senza pensarci due volte. Ma per il momento, pazienza. Limportante era che Irene non sarebbe mai stata a lasciarlo. Aveva vinto.
Irene, scusami, mi trovavo da queste parti Boris si muoveva impacciato nellingresso della sua nuova casa (ancora con gli stessi svolazzi sulle pareti). Ho portato dei tortelli, solo patate, li ha fatti mia zia… Non pensare male, sono passato per caso, sembrava
Non era mai stato così rosso in faccia davanti a una donna.
È una fortuna che tu sia qui, Boris! lo accolse Irene. Oggi con Sandro facciamo la torta di mele. Ne mangi? Le mele le ho comprate ieri, le ho prese tutte in offerta, non sapevo che farne e anche il tè ai frutti rossi va bene? Beh, in qualche modo si deve andare avanti, no? Parlava così veloce e tutta contenta, che Boris non faceva in tempo a rispondere. Lui mangiava tutto e avrebbe mangiato dalle sue mani per sempre. Si sarebbe accoccolato con Sandro sullo stesso tappeto, fosse stato possibile.
Pare che Sandro se ne accorse, e borbottò geloso.
Dai, fratello! Si accovacciò Boris, tentando di accarezzare il cane.
Sandro girò la testa, come a dire: Ti tollero, ma non esagerare.
Boris divorava la torta, si beveva il tè, e pensava solo: ma come si fa a rinunciare a una donna così?!
Perché mi ha lasciata così, Boris? chiese varcando lo sguardo fuori dalla finestra Era solo perché non abbiamo avuto figli? Ho davvero deluso le sue aspettative?
Michele ha sempre avuto paura che tu lo lasciassi. Si è sentito vecchio, e ha tagliato corto prima lui. Scusa, vado
Sì certo. Arrivederci, Boris
Irene non lo accompagnò, rimase seduta in cucina, con Sandro che poggiava la testa sulle sue ginocchia, sospirando.
Irene poi non lasciò tanto facilmente avvicinare Boris; paura ne aveva, e pure poca voglia di ricominciare da capo.
Un uomo non si adotta, Irene! Si afferra e basta! diceva ridendo la collega Elisabetta.
Ho paura Una paura pazzesca. Ma non è grave, no?
Affatto! Vuol dire che vivi ancora. E Boris, poi, che aspetta?! In Paradiso mica puoi organizzare tutto tu, lì fanno la fila per le ali! rideva Elisabetta. Irene annuiva, ma cielo e ali per ora potevano aspettare.
Boris e Irene si sposarono in agosto, tre anni dopo la separazione da Michele. Boris ancora non ci credeva: Irene gli dormiva accanto, accoccolata, adagiata sul suo braccio, e lui aveva paura perfino a respirare. Altro che tè e marmellata portati in studio! Se esiste il Paradiso, per Boris era Irene, e avrebbe voluto che quel paradiso non finisse mai. Ma per Irene da tempo la felicità non era più quella in bianco e azzurro. Voleva vivere semplice, ora, con Sandro, la torta di mele, e le giornate di sole.






