Il cavallo caduto

Lho vista subito, appena è entrata. Mi sono raddrizzata sulla sedia, ho aggiustato con cura il colletto della camicetta, tolto una briciola dai pantaloni, dato una sistemata ai capelli. Se questa è una sfida, che sfida sia! In fondo, cosa può volere davvero da me questa Annamaria Andreatta? Perché mai mi avrà invitata proprio qui, in questo ristorante così costoso di Milano? Voleva farmi vedere chi è lei e chi sono io? Un modo per dirmi, svegliati, cara, sei troppo semplice: non pensare di poterti prendere quel che non ti appartiene?

Avevo già dato unocchiata al menù che il cameriere mi aveva porso con una professionalità quasi sfacciata. Restava lì dietro di me, pronto ad annotare ogni mio desiderio. Ma io ho ordinato solo un caffè. È la cosa più normale: quando aspetti qualcuno al ristorante ordini un caffè te lo portano in una tazzina minuscola e lo sorseggi piano, riempiendo il tempo mentre attendi.

Ero nervosa il giorno in cui Annamaria stessa mi aveva telefonato, chiedendo di incontrarmi? Certo che ero nervosa. Non capita tutti i giorni che la moglie del tuo uomo, una donna conosciuta e rispettata nei salotti della città, ti chiami come se niente fosse, per vedere quando andava bene a te.

A me andava bene venerdì pomeriggio, giusto il tempo per passare dal parrucchiere, fare la manicure, scegliere un vestito da urlo: doveva essere chiaro a sua moglie Gabriele da ogni dettaglio che alla fine, era lei ad essere in perdita.

Annamaria arrivò vestita in modo impeccabile, un abito rigoroso ma tagliato su misura, color lavanda, scelto con classe. Sapeva di starci bene aveva abbinato degli orecchini, una collana e i guanti. Ma non per competere con me: era il suo modo di essere donna, sempre, anche se non più giovane.

Avevo già finito il mio caffè, amaro e poco gradito, quando la vidi avvicinarsi. Il cameriere si avvicinò furtivo, La signora desidera altro caffè? Ma io scossi la testa. Tutta la mia attenzione era su Annamaria Andreatta, mentre mi stringevo sulle dita bianche tanto le tenevo serrate. Ero nel panico. E se questa donna, che a vederla sembrava così composta, improvvisamente mi assaltasse? Uno scandalo in pieno centro! E se tra i clienti ci fossero giornalisti in cerca di pettegolezzi? Gabriele non me la perdonerebbe mai

I coniugi Andreatta abitavano in unenorme casa sui Navigli. Non ci sono mai stata: Gabriele aveva sempre fatto in modo di separare vita privata e famiglia. Di tanto in tanto, però, raccontava di come Annamaria avesse fatto rifare i mobili, installato una vasca idromassaggio smisurata portata in casa addirittura col verricello, perché in ascensore non sarebbe mai entrata. Diceva che aveva vasi di fiori ovunque, anche nellingresso, coltivati con la passione di una vera giardiniera.

Non ho mai invidiato quella casa. Io ho il mio piccolo nido e lì Gabriele si rifugia, lontano dal caos e dai doveri familiari; non ci serve nessun lampadario di cristallo, tappeti persiani o tende turche. Che li pulisca pure Annamaria, se vuole.

Ma la casa di Annamaria non era affatto così. A parte i lampadari, la sua casa era rivolta a nord e serviva sempre la luce accesa. Aveva chiamato un designer per dare calore, con punti luce soffusi e colori dorati, crema, verde. Ai tappeti orientali preferiva quelli fatti a mano dalle vecchiette dei borghi italiani, pezze colorate intrecciate a mano e tende pesanti per proteggere dal freddo dinverno e dal caldo destate.

Non conosco davvero Annamaria: la giudico come la classica moglie di un uomo ricco, senza pormi domande più profonde

Annamaria poggia il cappottino al ragazzo in sala, si guarda intorno, individua subito il mio tavolo e si avvicina con calma. Le mie mani tremano: adesso succede, penso. Adesso scoppia la scenata.

Paola? Mi scusi il ritardo Annamaria si siede, posa sul tavolo gli occhiali tondi con montatura celeste e piccole pietruzze agli angoli, aspetta che il cameriere le porti la sedia, lo ringrazia con un cenno.

Desidera qualcosa? La stessa voce gentile.

Sì, sono affamata. Mi porti un’insalata… pollo e succo di mirtillo, grazie. Senza ghiaccio. Paola, non prendi nulla? Qui cucinano davvero bene! lo dice con un tono quasi amichevole.

Scuoto la testa.

Come vuoi risponde semplicemente. Poi chiude il menù con calma, si prepara al discorso per cui, me lo sento, si è preparata a lungo e ora tutti i pensieri svaniscono. Sento il suo nervosismo, come un buco nello stomaco.

Io rimango in silenzio. Hai voluto lincontro, comincia tu! gridano i miei occhi.

Annamaria getta unocchiata al locale, accerta che nessuno la conosca, si stropiccia il collo come se avesse un male e poi, fissando le mani, comincia:

Paola, hai mai visto cadere un cavallo?

Un cavallo? rimango sorpresa.

Sì, un cavallo da corsa. Una volta Gabriele si appassionava di ippodromi, mi portava spesso con sé. Lì le corse sono una cosa terribile, una velocità che può travolgere chiunque È davvero orribile quando un cavallo cade. Fino a un attimo prima correva veloce, bello come solo la forza pura sa essere. Ma basta un niente, e allimprovviso quella forza crolla nella sabbia, le gambe si piegano, la testa si torce, il corpo viene trascinato avanti per metri E resta lì, vinto dalla caduta. Tutti tifavano per quel cavallo, tutti avevano puntato su di lui, ma ora resta a terra, le gambe rotte. Qualcuno si rimette in piedi, zoppica ma cammina ancora. Altri, meno fortunati, non si rialzano più.

Perché mi racconta tutto questo? chiedo, mordendomi le labbra. Vuole paragonarmi a un cavallo? Dovrei cadere pure io e lei vince la coppa? È una metafora crudele

Crudele, sì. Ma precisa. Solo che le parti sono invertite. Sono io la cavalla caduta. Io ho le gambe a pezzi, mi pulsa il vuoto davanti agli occhi e tutto quello che vedo è un piccolo, eterno, inutile inferno abbozza un sorriso alla cameriera che arriva con il piatto.

Inferno? Non capisco, perché tutta questa storia? Gabriele Beh, lui ha scelto me, non sono andata io a cercarlo, è stato lui a scegliere. Luomo si sceglie la femmina più forte, come negli animali; ed è un onore essere stata notata.

Ti senti onorata? la domanda arriva sussurrata, come se parlasse del tempo. Che sei stata scelta? Sai, io invece lho corteggiato, ho scritto lettere, mi sono fatta avanti. Eravamo alluniversità quando ci siamo conosciuti, Gabriele quasi non mi badava. Ma poi lho conquistato non come animale, ma come donna gli ho fatto capire che con me poteva essere se stesso. E non era questione di soldi: quelli non li aveva. Ciò che è diventato oggi, in parte è merito mio. Lho sostenuto, spronato, gli ho dato sicurezza. Una vita insieme, tra lavoro, amici, nostro figlio Mi sentivo come una cavalla da corsa, fiera, a testa alta. Ma ora

È colpa mia? guardo la forchetta, nello specchio della quale si riflette la luce del lampadario. Ma perché complicare tutto così? Resterà comunque con i suoi soldi, a me non interessa niente. Amo Gabriele per quello che è. E magari, se se ne va, le sarà più facile…

Annamaria ride, una risata vera. Scuote la chioma scura, da sembrare una criniera, e le rughe agli angoli degli occhi si fanno più sottili.

Cosa ho detto di divertente? mi innervosisco. Non sono brava coi duelli verbali, preferisco le cose chiare: uno schiaffo, un grido, uno sfogo sincero sarebbe molto meglio di tante parabole.

È buffo che tu creda di avere colpa nella mia caduta. Paola, non centri. Io sono caduta per conto mio. Mentre correvo, mentre pensavo di avere tutto. Poi un giorno sono andata dal dottore e tutto è finito. Letteralmente: mi sono schiantata. Non mi rialzo più da anni. Il fatto che Gabriele abbia iniziato a vederti è la conseguenza, non la causa.

Cos’è successo dal medico? Può spiegarmi? mi vergogno a non capire.

Certo. Gabriele ama solo donne funzionanti, perfette. Se una donna si rompe, non importa se è sua moglie, lui la considera un peso. Qui il tono di Annamaria si fa stanco e rassegnato. Ero malata. Sei anni fa. I medici hanno fatto il possibile, e ora sto bene, almeno in apparenza. Ma non sono più perfetta, né fisicamente, né dentro. E da allora lui mi detesta. Come andare in spiaggia con una moglie diversa? E tutte queste cure continue, controlli, attese Mi sono abituata allidea. Ho un figlio che studia a Venezia. Non lo vedo spesso ma penso sempre a lui. Ho il lavoro, lorto, la vita va avanti. Ma resto quella cavalla caduta. Ormai, per Gabriele, sono solo un peso.

Vuole che la compatisca? È per questo che mi ha chiamata qui? Mi spiace per lei ma Gabriele decide per sé la interrompo, pentendomi subito di essere venuta.

Ma no, Paola. Non ho bisogno della tua compassione. Anzi, non la voglio proprio Annamaria mi fissa, improvvisamente seria. La pietà umilia, mette subito in luce chi è meno e chi è più. Non voglio nulla da te, né il mio uomo né altro. Ma sappi che se mai a te succedesse qualcosa, anche tu finiresti fuori. Gabriele vuole solo bambole nuove. Il resto si butta. Poi cambia tono, tra un morso e laltro di insalata. Davvero non vuoi assaggiare nulla? Questo posto lha aperto un vecchio amico di mio padre, lho visto nascere: quando pitturavano le pareti, sistemavano i mattoni a vista… Bei ricordi. Mi portavano un gelato artigianale, mi sentivo a casa

Finito il pranzo, Annamaria paga il conto (in euro contati), mi porge la mano:

Scusa se ti ho disturbata. Ma ci tenevo ad avvertirti. E sono contenta di averti conosciuta. Sei vera, non di plastica, non altezzosa. Gabriele non ti merita. E so quanto sia difficile essere qui oggi per te: pensavi che facessi una scenata?

Macché! borbotto. Solo, non è normale fare merende tra moglie e amante Mi perdoni.

Mi sento come una ragazzina colta in fallo.

Così va la vita, Paola. Non parlo di morale, ma rifletti Qui cè il mio numero, se mai avessi bisogno. Chiama, davvero.

Prendo il foglietto, la guardo andare via. Resterei ancora a guardare il suo nome scritto: Annamaria… Ha più di quarantanni e si firma ancora così… borbotto tra me, poi pago e me ne vado anchio.

Quella sera non ne ho parlato con Gabriele. Al massimo, ogni tanto, chiedevo della moglie, cosa succedesse tra loro. E lui, sempre, Dai, la moglie si sposta come il divano, quando serve.

Ma ora non potevo più pensare a lei solo come a la moglie. Lavevo vista, ascoltata, sapevo il suo segreto: era una cavalla caduta. E questo sapere mi rendeva diverso tutto anche con Gabriele.

Una sera di metà novembre, Gabriele piomba a casa mia coi fiori e una bottiglia di Chianti. Allegro, troppo. Strano per lui.

Che succede? chiedo sorridendo, ancora sulla porta.

Niente, niente. Prepara qualcosa, muoio di fame! Paoletta, sei sempre più bella cerca di baciarmi, ma io lo porto in cucina.

Lavati le mani, dai. Mi sei mancato

Ti sono mancato? Allora senti qua e si siede, afferra il cavatappi, versa il vino. Trasferisciti da me! Basta con questa storia delle doppie case. Facciamo le cose in regola.

Dentro mi sento ribollire. Moglie come moglie? Ma non sono orrenda, allora, se le ho portato via il marito Però no, Gabriele mi ama, Annamaria non può aver detto davvero quello che ha detto!

Hai divorziato? chiedo, abbracciandolo.

Non ancora, ma manca poco. Annamaria è di nuovo in ospedale. Che periodo! E tu sei tutto il contrario quanto sei bella, Paoletta! mi fa sedere in braccio, versa il vino.

Ma il vino è amaro e mi si chiude il cuore. Annamaria in ospedale, e lui che pensa già a ricominciare

Lo mando via a mezzanotte passata. Giro in lungo e in largo nel letto grande, inseguita da pensieri pesanti. Poi balzo su, vado in cucina e butto i fiori di Gabriele nella spazzatura.

Annamaria? Sono Paola. Scusa, lo so che non è la situazione più facile, ma volevo sapere se serviva qualcosa… O posso solo farti visita, portarti qualcosa? Dimmelo tu.

Paola? Ma che piacere sentirti, davvero. Strano, mi stanno tutti alla larga in questo periodo, come se fossi contagiosa Portami una vaschetta di fragole, per favore. Lo so che non è stagione, ma mi va da morire… E, se puoi, qualche vestito. Mi hanno ricoverata in fretta e non ho niente con me. Le amiche sono tutte lontane, a Venezia.

Certo. Dimmi dove cerco le cose, e in mezzora le hai! mi sorprendo da sola a darci del tu, già vestita e pronta per andare.

Anche io non ho mai avuto amiche vere. Mi hanno sempre vista come la donna da tenere a distanza troppo carismatica, troppo difficile. E invece ora cè Annamaria. Abbiamo qualcosa in comune oltre Gabriele: forse proprio quella stessa solitudine.

Gabriele, mezzo addormentato, mi guarda mentre raccolgo qualche vestito, lo metto nella borsa in fretta.

Che fai? Tranquilla, quando Annamaria beh, non ci sarà più, svuoteremo la casa con calma. Vieni qua, amore

Non parlare così! Non è vero che Annamaria sta morendo! Ora vai, devo portarle le sue cose! sguscio via, entro nellascensore e sparisco.

Annamaria mi aspetta nellatrio della clinica. Non ha trucco, è pallida, con una vestaglia amaranto e le pantofole grigie: sembra esausta, fragile come non lo è mai stata.

Le fragole le ho lavate, dicevano che sono dolcissime. Ne ho assaggiata una: sembra primavera! borbotto, impacciata dalla paura. Ho portato tutto quello che hai chiesto, poi sistemerai tu Come va? Che ti hanno detto?

Annamaria sbuffa, abbozza un sorriso.

Grazie, Paoletta. Dopo domani operazione, abbastanza pesante Da donna, insomma. Ma va bene, va bene! Da te il viso si è fatto bianco, sei terrorizzata, eh? Ma io ci credo che andrà tutto bene, sentito? Appena dimessa, partiamo insieme qualche giorno. Tira fuori qualche giorno di ferie. E Gabriele? abbassa la voce.

È impegnato, lavora tanto. Ma vedrai che chiama!

Aveva detto che ti avrebbe sposata, vero? indovina lei.

Sì, cioè no, non lo so. Ma ora mangia, dai, che la frutta si rovina.

Hai ragione

Intorno passano infermieri, parenti, dottori, ma noi rimaniamo lì, a dividerci un piatto di fragole fuori stagione.

Annamaria rimane in ospedale tre settimane, di cui una in rianimazione. Gabriele va a trovarla una sola volta, ma a me dice di esserci ogni giorno.

Non ci credo, perché anchio la visito.

Gabriele, dobbiamo parlare riesco finalmente a dire. Decidiamo per un pranzo in pausa. Ma io non vado. In ufficio, scendendo le scale, scivolo e cado male. Pronto soccorso, operazione, chiodi nella gamba… Un incubo.

Ma dove sei finita? grida al telefono Gabriele. Quante ore devo aspettare?!

Ho troppa male per rispondere, spengo il telefono.

Poi, dal letto dospedale, gli mando un messaggio: Passi a prendermi? Da sola non ce la faccio…

Nessuna risposta.

Mi sono rotta, ecco tutto. Queste donne, sempre a rimetterci

Paola, non fare leroina! mi sussurra Annamaria, aiutandomi coi bastoni mentre cammino tra i corridoi dellospedale. Abbi pazienza, lascia che ti aiuti! Posso farlo ormai, sono fuori pericolo. Ah, che fortuna hai avuto a romperti la gamba! ride Bisogna ammalarsi a turno, lo dico sempre. Sai che i miei esami sono a posto? Sto bene.

Mi fermo, la guardo e mi appoggio a lei, come un cucciolo impacciato, grata davvero.

Felice per te, Anna! E tu, senti, nessun cavallo: sei unantilope! le sussurro.

Annamaria sorride ancora: forse sì, lidea le piace.

Gabriele, passato solo a recuperare due magliette, trova anche Annamaria in casa. Sbuffa, scansa le sue scarpe.

Anche tu qua? Adesso vi siete messe daccordo? Solo non fatemi la morale: mi avete rovinato la vita con le vostre malattie! sbotta.

Non ti preoccupare, vai via. La casa è mia, lasciala libera. Ci deve stare anche mio figlio che torna dalluniversità. Tu piuttosto trovati una bambola anzi, lascia perdere, si rompono anche quelle. Vivere con le persone è faticoso, è vero. Addio! Annamaria lo accompagna fuori e torna da me, mentre cerco di raccogliere il tè che ho rovesciato col bastone.

Vivere con le persone costa, sì: bisogna amarle, capirle, custodirle ma nessun oggetto può sostituire il calore di una mano amica. Tutto questo, però, Gabriele non lha mai capito. Così ha vissuto saltando da una storia allaltra, e adesso che si avvicina la vecchiaia, resta solo. Troppo difficile volergli bene: ora ha assunto una badante, almeno qualcuno che lo curi a pagamento, così non dovrà fissare il soffitto tutto soloPassano i mesi come giorni; tutto cambia e nulla davvero si spezza. Il tempo sistema le ferite, come sempre, e su quelle rotte sbocciano idee nuove. Annamaria ed io, inaspettate alleate, impariamo a camminare affiancate, una bastone allaltra: ogni tanto cuciniamo insieme, raccontiamo storie sottovoce, giochiamo a cambiare colore alle pareti, ridiamo, litighiamo, piangiamo anche. Dalluniversità torna il figlio di Annamaria, con gli occhi svegli e buoni; mi chiama zia Paola come fosse la cosa più naturale del mondo.

Gabriele passa, ogni tanto, lasciando dietro di sé solo silenzi e profumo di dopobarba; smette di bussare, di pretendere. Lo incontriamo, mesi dopo, in una strada affollata, con accanto una ragazza giovane che ride troppo forte. Lui ci guarda appena, tira dritto, quasi sollevato a non dover recitare nessuna parte.

Il dolore si fa ricordo, poi sulla tristezza vince la curiosità per il nuovo giorno. Annamaria si regala, con la sua pensione, una bicicletta color turchese: la guardo sfrecciare sotto i viali dei Navigli con la sua criniera scura che vola dietro. Io riprendo a camminare senza bastoni, le gambe rigide e forti come quando avevo ventanni. Ogni tanto cadiamo ancora, ma ci rialziamo a ridere: «Va bene così gridiamo non si vince né si perde, si vive.»

E così, in una casa finalmente luminosa, con vasi di ortensie e tende spalancate, imparo che non si può essere felici al posto di qualcun altro. Ma se a sera puoi dividere una vaschetta di fragole, anche fuori stagione, con chi davvero capisce le tue ferite allora sì, forse hai trovato quello che cercavi senza sapere nemmeno di averlo mai desiderato.

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