Una madre scomoda
Germana Bianchi arrivò senza preavviso. Anche lei sapeva che non si fa così. Che a una figlia adulta, sposata, si scrive prima un messaggio, poi si telefona, poi si aspetta risposta e solo allora si attraversa tutta Milano con due cambi di metro. Ma proprio questa consapevolezza laveva innervosita quella mattina, mentre fissava il cortile umido con una tazza di tè ormai freddo tra le mani. Che vuol dire prima si deve scrivere? Lei era la madre. Aveva diritto.
Il citofono trillò con ritardo. Una lunga pausa, poi la voce di sua figlia, asciutta e leggermente sorpresa:
Mamma? Sei da sola?
Sola, Lucilla. Apri.
La pausa fu appena più lunga del necessario. Germana Bianchi sapeva decifrare queste pause. Le raccoglieva, come altri collezionano torti.
La casa di Lucilla era nuova, tre anni che laveva, e Germana ancora non riusciva ad abituarcisi. Non era la casa in sé spaziosa, ben fatta, allultimo piano con vista sul Parco Sempione ma proprio lodore. O meglio, la mancanza di esso. Nessun profumo. Niente minestrone, niente crostata, nemmeno il soffritto a pizzicare gli occhi: quel segnale che la casa è viva. Qui sapeva solo di detersivo neutro e appena appena di caffè dalla macchina a capsule, che secondo Germana non faceva vero caffè, ma solo una costosa imitazione.
Lucilla aprì in tuta e con il telefono in mano. I capelli raccolti in una coda, il viso pulito, senza trucco. Trentatré anni, eppure sempre ragazzina, pensò Germana con un pensiero tenero. Ma subito ne sorse un altro, più duro: una ragazzina che guarda la madre come se fosse un problema improvviso.
Ho portato una crostata disse Germana sollevando la borsa.
Mamma, ti avevo avvisato che oggi
Me lavevi detto la volta scorsa. Che avevate qualcosa. Non ricordo più cosa.
Filippo lavora da casa. Ha riunioni fino alle tre.
Starò in silenzio.
Lucilla le fece spazio. Non subito, ma lo fece.
La cucina di Lucilla era tutta bianca. Mobili, piano, piastrelle, perfino il frigo, con la maniglia argentata. Il banco della cucina, immacolato; non una tazza lasciata in giro, né un canovaccio appeso, né briciole. Germana poggiò la borsa e guardò intorno con quel miscuglio di ammirazione, invidia e un leggero senso di lutto che la prendeva sempre lì.
Siediti, metto su il bollitore disse Lucilla senza guardarla.
Sì, ma dove metto la crostata? Sul tagliere va bene?
Sì, ma quello bianco è per la carne cruda, ho tutto codificato a colori. Prendi pure quello grigio.
Germana prese il tagliere grigio. Appoggiò la crostata con i cavoli, avvolta ancora nel canovaccio, ancora calda. Si alzò, senza sapere dove mettere le mani.
È con i cavoli. La tua preferita.
Mamma, adesso cerco di evitare farina. Te lavevo detto.
Sì, un mese fa. Non sapevo fosse una cosa seria.
Non è serio, è scelta mia.
La parola scelta Lucilla la diceva sempre con enfasi, Germana lo aveva notato. Come fosse uno scudo che la figlia teneva sempre pronto.
Va bene disse Germana. La mangerà Filippo. O la riscaldi domani. I cavoli il giorno dopo sono ancora più buoni.
Lucilla mise due tazze sul tavolo. La macchina del caffè fece un rumore basso e laroma si diffuse un po di più. Germana fissava il piano bianco e cercava di ricordare lultima volta che avevano bevuto un caffè in cucina senza tensione. Semplicemente sedute. Non per dovere, non per unoccasione.
Sei dimagrita esordì alla fine.
No. Sono così dallanno scorso.
A me non pare.
Mamma. Lucilla la guardò stanca, e Germana sapeva leggere anche quella stanchezza. Non iniziamo col mio peso.
Non ho iniziato. Ho solo detto.
Tu solo dici. E poi è già una conversazione.
Germana avvolse la tazza tra le mani. Il caffè era buono, lo ammetteva. Amaro e forte, come piaceva a lei. Forse non era solo unimitazione.
Non sono venuta a litigare disse piano.
Okay.
Sono venuta perché perché è tanto che non ti vedevo. Tre settimane.
Mamma, abbiamo parlato domenica.
Al telefono. È diverso.
Lucilla non rispose. Sorseggiò il caffè. Germana guardava le sue mani: lunghe, curate, appena smaltate di lucido trasparente. Le stesse mani che aveva sua madre, e che anche lei aveva avuto, prima che si indurissero, con le nocche gonfie e la pelle sempre arida, nonostante la crema.
Luci iniziò Germana.
Mamma.
Parlarono insieme, poi tacquero.
Parla tu disse Germana.
No, tu.
Volevo domandare per Capodanno. Venite da me?
Pausa. La tipica pausa che Germana sapeva interpretare e archiviare.
Non abbiamo ancora deciso rispose Lucilla.
Siamo a fine novembre.
Mamma, manca un mese e mezzo a Capodanno.
Per me è dietro langolo. Devo organizzarmi: cosa comprare, cosa cucinare.
Capisco. Decideremo e ti diciamo.
Va bene disse Germana. La voce era calma, ma dentro sentiva muoversi qualcosa. Una pietruzza, già in movimento. Quindi deciderete e mi direte. Come siete soliti fare.
Che vuoi dire come siete soliti fare?
Niente. È una constatazione.
Mamma. Lucilla appoggiò la tazza con un piccolo colpo. Ecco, di nuovo.
Di nuovo cosa?
Dici cose neutre con un tono che invece non lo è. È come se fosse un rimprovero, anche se non lo chiami così.
Germana guardò la figlia. Poi la crostata sotto il canovaccio. Poi il banco bianco.
Forse disse.
***
Se ne andò dopo unora. La crostata rimase sul tagliere grigio, appena appiattita sotto il canovaccio. Filippo non uscì mai dallo studio. Lucilla accompagnò la madre alla porta; si abbracciarono. Un abbraccio breve, meccanico, di quelli tra persone che non sanno dire le cose importanti ad alta voce.
In ascensore Germana trovò in tasca uno scontrino vecchio e iniziò a stropicciarlo, senza motivo. Solo per occupare le mani.
Fuori pioveva fine. Si fermò sotto il portico, si abbottonò bene il cappotto e pensò: è sempre così. Parti con la crostata. Torni senza nulla. Non che le mani siano vuote, no: è una specie di vuoto pesante dentro che non puoi lasciare sul tavolo e nemmeno portare a casa.
Trentatré anni a crescerla. Trentatré.
No, questo pensiero è ingiusto, si disse Germana. Sapeva domarsi, ammettere che una cosa era ingiusta. Non significa rinnegarla. Solo riconoscerla.
***
A casa tirò fuori la minestra dal frigo, la mise a scaldare e la fissò finché non iniziò a sobbollire. Lappartamento di Germana era normale, con due stanze, in un palazzo del 1984. Cucina piccola, finestra sul cortile. Sul davanzale tre vasi di gerani: uno fiorito, due no. Sulla tavola sempre la solita tovaglia di plastica coi fiori, un po logora ai bordi. La cambiava ogni due anni, sempre con un disegno simile. Chissà perché.
La minestra era pronta. Spense il gas, si versò una scodella e si mise seduta.
Non aveva voglia di mangiare.
Pensava alla cucina di Lucilla. A quel bianco che tanto la irritava. Perché? La pulizia è buona. Lordine è buono. Anche sua madre, Rosa Giovanni, amava lordine. Ma sulla tavola, sua madre aveva un vecchio barattolo di sale a forma di gallo, comprato a una fiera nel 70, ormai tutto screpolato, e non laveva mai buttato. È salato dentro e fuori diceva quello non si butta. Da Lucilla non cera niente di salato dentro. Tutto calibrato, preciso, comodo. Tagliere per la carne, quello per le verdure, quello per tutto il resto. Ad ogni cosa il suo posto, pensò Germana. Sua figlia era fatta così. Dovè il problema? Nessuno. Solo che manca calore.
No, si disse Germana. Stai di nuovo giudicando. Ha la sua vita, il suo lavoro, Filippo, le call fino alle tre. Sei arrivata senza neanche chiamare, lo sai.
Ma poi, quella vocina insistente, dove sempre le pesava il petto: sono la madre. Non sono unestranea. Perché dovrei prenotarmi?
Questo dibattito lo conduceva da tre anni. Da quando Lucilla era andata nella nuova casa e insieme alle scatole aveva portato lì anche nuove regole. Regole che nessuno aveva mai spiegato a Germana, ma che lei doveva comunque rispettare.
Si alzò, lavò il piatto. Poi prese farina, burro, il lievito dal mobile. Le mani si muovevano da sole, senza volerlo. A volte si impasta non per fare dolci, ma per occupare le mani quando la testa non ce la fa.
Prese il panetto di lievito fresco, lo sciolse in acqua tiepida con una puntina di zucchero. Aspettando che facesse le bollicine, fissava il cortile: il parco giochi vuoto, pioveva ancora. Sotto la pensilina cera la vicina, Maria Vecchiatti, col suo barboncino al guinzaglio.
Maria aveva settantadue anni e viveva da sola. I figli vivevano lontano, uno a Firenze, una a Londra. Chiamavano, diceva Maria, ma una chiamata è solo una chiamata. Germana annuiva. Adesso, più di un anno fa, capiva il senso di quella frase.
Il lievito era pronto. Aggiungeva la farina, iniziò a impastare.
Allinizio era tutta una massa appiccicosa. Versava altra farina, continuava. Piano piano diventava morbido, elastico, tiepido. Le mani lo sapevano a memoria, meglio di qualunque parole.
Intanto, pensava.
Non era iniziato tre anni fa. Era solo una scusa. La verità è che tutto partì da molto prima. Quando Lucilla aveva ventisette anni e per la prima volta aveva detto: Mamma, posso fare da sola. Lo aveva detto senza cattiveria, en passant, quando Germana le aveva proposto di accompagnarla dal medico per una visita. Faccio da sola. E Germana ci era rimasta male. Veramente male. Per giorni. Perché in quel da sola, sentiva: Non servo più.
Ma Lucilla forse intendeva solo: Sono grande adesso.
Forse non avevano mai inteso le stesse parole.
Coperta la pasta con un canovaccio, la mise a lievitare unora. Si sedette.
Cera silenzio. Un buon silenzio, familiare. Germana ci si era abituata in sei anni, da quando era mancato Aldo. No, non mancato: morto. Si corresse subito. Era importante chiamare le cose come sono. Aldo era morto. Non cera bisogno di cercare altre parole. Ma oggi non voleva soffermarcisi troppo.
Però ci pensava.
Aldo era un uomo dolce. Non debole, dolce, come una pasta ben fatta. Ti capiva senza prendere posizione, che non era da tutti. Avete ragione tutte e due diceva e torto tutte e due. È normale. Germana si arrabbiava per questa sua equidistanza. Ora pensava che fosse il più saggio tra loro.
Dopo che lui non cera più, Lucilla cambiò. Non subito, ma cambiò. Era come se senza il padre certe conversazioni siano diventate impossibili: lui era il ponte tra i due lati del fiume. Senza il ponte, le sponde restano ognuna per conto proprio.
Dopo unora riaprì la pasta: bella, gonfia, col profumo un po acido dellinfanzia. Inspirò quellodore. Iniziò a fare i bocconcini.
Poi telefonò Lucilla.
Germana si asciugò le mani, rispose col telefono pieno di farina.
Pronto.
Mamma, sei arrivata bene?
Sì, pioveva, ma tutto bene.
Ok. Pausa. Abbiamo assaggiato la crostata. Con Filippo. È buona. Fai sempre la miglior crostata coi cavoli.
Germana si fermò. Guardò i bocconcini belli ordinati.
Grazie disse. Ti piaceva tanto una volta.
Mi piace anche adesso. Solo che adesso evito il glutine, per provare.
Capisco.
Non esserci male.
Non mi ci metto.
Mamma…
Lucilla
Di nuovo silenzio, ma diverso. Un po più caldo.
Ti chiamo nel weekend disse Lucilla. Parleremo con calma.
Va bene. Chiamami.
Riappese e fissò i bocconcini. Poi li mise in forno.
***
La settimana dopo Lucilla chiamò, come aveva promesso. Parlarono con calma sette minuti, poi qualcosa andò storto.
Cominciò da nulla. Germana chiese se servisse una mano per pulire prima degli ospiti, cera una cena tra amiche a casa di Lucilla. Lucilla disse: Mamma, facciamo noi. Germana: Capisco, era per aiutare. Lucilla: Quando vuoi aiutare, sembra che pensi che sia tutto sporco. Germana nega. Lucilla: Mamma, lo fai sempre. Germana chiede in che senso. Lucilla spiega: usa la parola controllo.
Controllo? Offro aiuto a pulire e sarebbe controllo?
Non è una volta sola. Arrivi senza dire nulla. Porti cibo non richiesto. Chiedi a novembre per Capodanno perché vuoi organizzare tutto a modo tuo.
A modo mio?
Sì. Con le tue regole. Non chiedi cosa preferisco io. Dici come si fa.
Germana era in cucina, il telefono con due mani. I gerani sul davanzale nella luce smorta, uno aveva già perso alcuni petali.
Non imposto nulla disse, con voce più ferma che sentita.
Mamma. Sei venuta ieri senza avvisare.
Sono tua madre.
Lo so che sei mia madre.
Non posso venire?
Sì ma avvisami prima.
Così puoi prepararti? Per tua madre?
Così so cosa mi aspetta! La voce di Lucilla si alzò, era tesa. Arrivi, guardi la cucina, guardi me, e sento che vengo valutata. Qualsiasi cosa faccia, non va bene. Cè uno standard che non raggiungerò mai.
Quale standard? Germana sentì un colpo al cuore. Quello te lo sei inventato tu.
Non lho inventato. Mamma, hai detto subito che sono dimagrita.
Perché sei dimagrita!
Perché hai controllato comero, poi hai fatto unosservazione. Sempre una critica. Sulla cucina, sul cibo, sul Capodanno. Arrivi con la crostata come fosse unaccusa.
Era troppo.
Unaccusa ripeté Germana, con tono basso, pesante. Mi alzo allalba per fare la crostata e portarla su e giù per la città, ricordando che ti piaceva, e sarebbe unaccusa.
Mamma
No. Lhai detto, ora rispondo. Ho fatto crostate per te da sempre. Quando stavi male, per gli esami, quando hai lasciato Andrea e tre giorni non parlavi, ti portai una crostata ai cavoli e la mangiasti tutta. Ricordi?
Silenzio.
Ti ricordi o no?
Sì, mamma.
E ora sarebbe controllo. Va bene. Ho capito.
Mamma, stravolgi le cose.
Forse sì. Germana si alzò, si avvicinò alla finestra. Il cortile era vuoto, Maria non cera. Forse stravolgo. Forse sei cresciuta e ora ti disturba una madre che ricorda che ti piaceva la crostata ai cavoli.
Non è giusto.
Lo so. Scusa.
Riattaccò per prima. Aspettò a lungo che Lucilla richiamasse. Non chiamò.
***
Passarono due settimane.
Per Germana era insolito. Non avevano mai litigato così a lungo. Di norma, dopo tre giorni, una delle due trovava una scusa: Ti ricordi il detersivo che usavamo? Mamma, ho qui il tuo scialle, lo cercavi? Piccole scuse che funzionavano. Un ponte per ritrovarsi senza parole pesanti.
Questa volta nessuna scusa. Da entrambe le parti.
Germana andò al lavoro: nella biblioteca di quartiere, tre volte a settimana. Le piacevano i libri, ancora di più le persone. Cera una lettrice, Teresa Monti, sessantotto anni, sempre con un giallo, pronta a raccontare la trama a Germana prima ancora di restituire il libro. A Germana piaceva: quellintimità senza sottintesi.
La seconda settimana le scrisse Lucilla. Non chiamò: scrisse. La questione della telefonata laveva colpita più del previsto, anche se non lavrebbe ammesso.
Scrisse: Ciao Lucilla, tutto bene?
Tre parole. Aspettò.
Risposta dopo quattro ore: Tutto bene mamma. Lavoro tanto. Tu?
Germana: Anche io bene. Oggi ho messo su la pasta per le crostatine, fa freddo.
Lucilla mandò una faccina sorridente.
Germana guardava quellemoticon e non sapeva interpretarla. Pace o formalità? Non sapeva leggere le faccine come le pause.
Quella volta la crostata la mangiò lei, a piccoli pezzi, col tè.
***
A fine novembre Lucilla chiamò.
Non scrisse: chiamò. Germana era in biblioteca e uscì in deposito.
Mamma, ti volevo chiedere una cosa.
Dimmi.
Puoi insegnarmi a fare il tuo impasto? Quello per le crostatine col lievito fresco.
Germana fece una pausa appena un secondo.
Sì. Quando?
Nel weekend? Filippo ed io veniamo da te sabato, vorrebbe anche lui.
Va bene, venite pure.
Chiuse la chiamata e restò qualche momento tra le vecchie riviste. Poi sorrise, piano.
***
Arrivarono verso mezzogiorno.
Germana si alzò alle otto. Non era necessario, ma non aveva sonno. Pulì la casa, anche se era già pulita. Spolverò lì dove nemmeno ce nera bisogno. Mise sul tavolo la tovaglia nuova, tenuta da parte da questa estate, con fiori più grandi. Tirò fuori le tazzine buone: blu col bordo bianco, comprate anni prima a Orvieto durante una gita con Aldo.
Alle undici mise su il bollitore, poi si rese conto che era presto. Spento.
Alle dodici meno dieci suonò il citofono.
Filippo era alto e un po impacciato. Germana aveva pensato che la sua timidezza fosse solo verso di lei. Entrò con una busta: uva e una bottiglia. In realtà era kefir, per limpasto.
Lucilla ha detto che serve il kefir, non sapevo quale, ho preso il classico.
Perfetto disse Germana. Accomodatevi, togliete i cappotti.
Lucilla abbracciò la madre. Non una stretta breve, ma lunga. Germana sentì il profumo leggero della figlia, i capelli le sfiorarono la guancia. Non dissero nulla. A volte non serve.
In cucina si stava stretti. Era piccola, perfetta per due, per tre bisognava adattarsi. Filippo andò in sala con il cellulare, cortese.
Germana mise sul tavolo tutto loccorrente.
Allora, senti qui cominciò. Il lievito deve essere fresco, non secco.
Che differenza cè?
Il risultato. Col fresco viene più morbido, più vivo, sorrise.
Dove lo trovi? Non lo vedo spesso.
Lì vicino al mercato di via Foppa, sempre al banco dei latticini. Spezzò il panetto, lasciando che il profumo leggermente acido diffondesse. Annusa.
Lucilla si avvicinò.
Così profumava la tua cucina da piccola.
Sì. E anche quella della nonna. Sabato si facevano crostate.
Silenzio. Un silenzio diverso da quello della telefonata. Più caldo, impastato di lievito.
Si dissolve in acqua tiepida, non calda. Tocca: appena più calda delle mani. Se è troppo calda, muoiono.
Come si fa a capire con precisione?
Col dito. Altro che termometri. Il dito non mente.
Lucilla infilò il dito.
Va bene?
Ancora un po dacqua fredda. Ecco. Poi un po di zucchero per far partire il lievito.
Lavoravano fianco a fianco. Germana parlava, Lucilla faceva. A volte sbagliava, allora Germana correggeva. Non con le parole, ma prendendole le mani, mostrando. Un gesto antico. Come quando Lucilla era piccola e non riusciva a chiudere i bottoni.
La farina va poco a poco spiegava Germana. Mai tutta insieme. Guardi la consistenza, ti dice lui quando è pronto.
E come si fa a capire?
Non si attacca più. È liscio. Non è una scienza, è questione di mani.
Io mi fido alle ricette precise, ammise Lucilla. Grammi, minuti.
Lo so, rispose Germana, senza accusa. Ma la pasta non vuole precisione. Vuole attenzione.
Lucilla impastava: allinizio era goffa, la pasta si allargava, si appiccicava.
Calma. Prenditi il tuo tempo. È viva.
È tiepida!
Appunto.
Filippo si affacciò.
Il tè lo metto su?
Fai tu, Filippo. Bollitore lì, teiera nella scatola blu.
Lui annuì e si mise al lavoro. Era ancora più stretto, ma giusto così. Prese acqua, trovò lo zucchero a destra, mise tutto a posto.
È una brava persona disse Germana dopo che se ne fu andato.
Lucilla continuava a impastare.
Sì rispose, senza difese. Solo sì.
So che a volte invado un po
Lucilla alzò gli occhi.
Mamma.
No, fammi parlare. So che invado. Spesso non me ne accorgo, ci ho pensato tanto dopo quella cosa del controllo. Forse sì, invado.
Anche io Lucilla abbassò la voce. Sono stata dura. La crostata come rimprovero era ingiusta. Tu hai solo portato la crostata.
E senza avvisare.
Eh, la mia questione. È che mi pesa limprevisto, non parlo di te. A me pesa.
Germana guardava le mani della figlia, infarinate sul polso.
Hai sporcato il polsino
Lo vedo.
Poi lo metti a bagno.
Mamma!
Basta, taccio.
Risero insieme, basse. Una risata spontanea.
Quando non cè stato più papà, iniziò Germana, mi sono trovata con tutte le cure che avevo per lui. Dovevo metterle da qualche parte. Non spariscono mica, bisogna canalizzarle.
Lucilla tacque, le mani ferme nel lievito.
Lo capisco.
E tu sei la mia unica. Non cè altro.
Lo so, mamma.
Non è una scusa. È solo per spiegare.
Conosco la differenza.
Limpasto era pronto. Germana lo coprì, lo mise al calduccio. Lucilla lavò le mani, strofinando il polsino.
Avrà la macchia.
Si vede che ha lavorato.
***
A tavola, Filippo raccontava storie comiche sul lavoro. Germana rideva, davvero. Lucilla guardava alternativamente il marito e la madre, con uno sguardo indefinibile, ma luminoso.
Dal forno si diffondeva il profumo dei bocconcini. Lucilla si alzò, guardò i gerani.
Il rosso è di nuovo fiorito.
Gli altri due niente da fare.
Forse manca qualcosa?
Ho provato di tutto, non so altro.
Lucilla sfiorò una foglia.
Forse non è ancora il loro tempo.
Forse.
***
I bocconcini vennero ottimi. Lucilla ne mangiò due e prese il terzo: Non conta, li ho fatti io. Germana finse di dimenticare il senza glutine. Lucilla finse di non vedere.
Dopo pranzo Filippo uscì per una commissione. Madre e figlia sparecchiarono, lavarono i piatti. Lucilla lavava, Germana asciugava.
Ti ricordi che abbiamo litigato per la scelta delluniversità?
Che volevo insegnassi, tu hai scelto Economia?
Sì. Non me ne sono mai pentita.
Lo vedo.
Due settimane senza parlarmi…
Ma no, erano tre giorni.
Mamma. Due settimane.
Germana ripose una tazza.
Forse sì. Ero sicura di avere ragione.
Sei sempre sicura di avere ragione.
Non sempre.
Quasi sempre, ma senza rabbia.
Magari sì. Anche papà lo diceva. Che avevo fiducia solo in me.
Lucilla le porse un altro piatto.
Adesso, sei ancora sicura di sapere come dobbiamo vivere?
Domanda diretta. Germana prese il piatto quasi asciutto.
No. Non lo sono. Non mi piace che mangiate cose pronte, che non abbia odore di casa. Non mi piace i vostri spazi sterili, senza niente di vissuto. Ma è solo il mio gusto. Non la verità.
Questo sì che è onesto ammise Lucilla.
Ci provo.
A me piace questo odore qui. Da te. Odore di cibo, di gerani, di casa. Io non so fare così, non ci riesco.
Sei diversa.
O non ho ancora imparato.
Oggi hai imparato la pasta.
Una sola pasta
È un inizio.
Lucilla si asciugò con il canovaccio, quello con cui Germana aveva portato la crostata. Era rimasto a Lucilla. Germana notò, ma non disse nulla.
Mamma, per Capodanno lo facciamo da te, se ti va.
Germana mise a posto lultima tazza.
Va bene.
Faccio anchio qualcosa a mano. Non solo pronto.
Va bene.
Mi insegni altro?
Certo.
Non si abbracciarono. Stettero luna accanto allaltra, in quella cucina piccola, dove ormai il profumo di pane era quasi svanito, restava solo un lieve aroma. Fuori era già buio, dicembre premeva alla finestra, il cortile illuminato dai lampioni.
Rientrò Filippo con i mandarini. Li mise sul tavolo, la cucina cambiò: l’odore fresco degli agrumi si mescolò col caldo del forno.
Mandarini! esclamò Lucilla.
Mi andava, spiegò Filippo. Fa proprio Natale.
Germana sbucciò un frutto, porse uno spicchio a Lucilla, uno a Filippo, uno a sé.
Mangiavano in silenzio.
***
La sera, partiti gli ospiti, Germana rifece i piatti per abitudine poi in sala si sedette con un libro, lo aprì sulla pagina segnata.
Lesse un passaggio.
Chiuse il libro.
Rimase nella quiete, a pensare allimpasto. Era vivo. Non puoi lasciarlo troppo, diventa acido, e poi non ci fai più niente. Ma nemmeno forzarlo: ci vuole tempo, calore, pazienza.
Non sapeva se fosse tutto risolto. Forse no. Lucilla ogni tanto si chiuderà ancora. Lei ogni tanto arriverà senza avvertire. È la natura di certe relazioni, quelle tra madre e figlia, fatte di somiglianze e differenze, di piccoli attriti.
Ma oggi avevano impastato insieme. E limpasto era venuto.
I gerani sul davanzale stavano al buio. Uno fiorito, gli altri attendevano. Verdi, vivi, in attesa del loro momento.
Germana lasciò in ombra la cucina. E pensò: forse davvero per certe cose serve solo aspettare. Forse, il loro tempo arriverà.
E intanto, come nellimpasto, nella pazienza e nellattesa si nasconde il segreto della tenerezza.







